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    Post Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    Napoli, il grande bluff del rinascimento bassoliniano
    Mandato da Pauler Sabato, 02 aprile 2005, 11:05.
    Bassolino e il “Suo” rinascimento: che regione il centrosinistra ci ha consegnato
    Quando si parla di rinascimento bassoliniano si può incorrere in qualche fraintendimento. Se generalmente si potrebbe pensare all’avvio di una fase rinascimentale, per l’appunto, della città di Napoli e nella politica campana, nei fatti questa è tesa ad indicare la “rinascita” personale del politico diessino che è sulla breccia della politica regionale dal 1993.
    In questi oltre 12 anni, infatti, Bassolino ha scoperto la forza dell’immagine, il potere finanziario, il sapore della tradizione aprendosi anche ad eventi “miracolosi” (vedi i miracoli di San Gennaro), ma soprattutto ha intrapreso un percorso che lo ha portato a disconoscere decenni di militanza nel PCI. Del resto fu lui stesso ad affermare in una intervista rilasciata al settimanale Panorama circa un anno fa che “il comunismo è stato un gigantesco fallimento” e che era cambiato profondamente avendo “cancellato le parole utopie e ribellione, abbracciando la filosofia del costruire giorno per giorno”. Bassolino oggi dichiara di ridere dei toni e dei linguaggi che ha usato in centinaia di interventi che lo hanno visto protagonista negli organi di partito e negli articoli di Rinascita che non finivano mai. Ci sarebbe invece di che preoccuparsi nel ricordare le sue sottoscrizioni compiute a favore di Pol Pot negli anni ’70 con i compagni di gioventù D’Alema e Fassino. E’ bastato poco per farsi una immagine: Bassolino ha approfittato di quel vuoto politico che si creò all’indomani del terremoto di Tangentopoli che spazzò via una intera classe dirigente, consegnando la città in mano a personaggi una volta improponibili. Bassolino se la vide con la Mussolini in un confronto che non fu affatto scontato nonostante la nipote del Duce si presentasse come candidato ancor più estremo. Sappiamo come andò a finire, ma meno conosciamo di quel che c’è stato dietro la poderosa ascesa di un grigio dirigente di partito in apprezzato ed osannato amministratore locale.

    In una recente biografia celebrativa (“Antonio Bassolino” di Antonio Napoli ed Emilia Leonetti, Tullio Pironti Editore, 1996) vengono descritte le gesta di un valoroso “marxista laico ortodosso operaista” che seppe ricostruire il partito sul territorio, trasmettendo l’orgoglio di essere comunisti e la convinzione che sarebbe stato possibile far rinascere il Pci per contrastare efficacemente la politica clientelare ed assistenziale della Democrazia Cristiana. Ma come riportato sopra, si è trattato di una missione nella quale il Bassolino istituzionale dei giorni nostri non crede più, avendo impiegato più di 30 anni per veder morire prima il Pci e poi fare di De Mita il compagno di viaggio, per la verità un po’ tormentato, nella Napoli del suo rinascimento nella vita di uomo di governo.

    BASSOLINO E IL SUO FINTO RIGORE MORALE E ISTITUZIONALE
    Bassolino in Campania si è ritagliato il ruolo degno di un vicerè, capace di muovere risorse, gestire uomini e incarichi a suo piacimento, lasciandosi finanche affascinare dagli strumenti più perversi del sistema capitalistico, quelli della cosiddetta finanza creativa che hanno consegnato la città di Napoli alle speculazioni delle grandi banche d’affari americane.
    Speculazioni che si sono compiute sulle spalle dei cittadini e che peseranno a lungo sulla già martoriata economia locale.
    I vergognosi sprechi della Regione sono avvenuti con la benevola tolleranza degli organi preposti al controllo e l’indulgenza di gran parte dei media che non ha fatto emergere le orribili ed incredibili proporzioni di quello che è a pieno titolo uno “scandalo nazionale”. Ma il tutto è avvenuto anche nell’imbarazzante ed ossequioso silenzio dell’opposizione lacerata nel suo interno da una lotta per il mantenimento del potere che si è tradotto in immobilismo politico e incapacità di formulare proposte alternative. Così Bassolino ha avuto una vita facile, se non fosse stato per i continui scontri interni alla sua maggioranza con il bizzoso Mastella a caccia di poltrone e visibilità e l’insofferente De Mita che non ha mai amato particolarmente l’uomo di Afragola. Tutto ha avuto un prezzo e Bassolino ha saputo “comprare” la benevolenza dei giornalisti con laute concessioni, visto che è difficile definire diversamente le operazioni come quella che ha portato alla creazione del famoso Comitato di consulenti che il presidente della Regione ha voluto al suo fianco senza che se ne comprendesse la funzionalità.

    La storia di Bassolino è quella di un comunista pentito che decide di stabilirsi in via Vittorio Colonna, una delle strade più “in” di Napoli, dove risiede la borghesia più ricca, oziosa e supponente della città, a ridosso di quella piazza dei Martiri simbolo dell’aristocrazia cittadina. Ed è la storia di un comunicatore reinventatosi allorquando varcò la soglia di palazzo San Giacomo appena eletto sindaco di Napoli. E che oggi produce orripilanti e singolari campagne “informative”. L’ultima in ordine di tempo rasenta il ridicolo visto che la giunta regionale è arrivata a tappezzare le città della regione con dei maxi manifesti che pubblicizzano niente meno che l’opuscolo informativo realizzato nell’ambito della campagna di comunicazione istituzionale. In poche parole, uno strumento già di per sé propagandistico (ed a spese dei contribuenti) ed inviato nelle case delle famiglie campane, è stato l’oggetto di una massiccia campagna pubblicitaria (anch’essa a carico dei contribuenti, ovviamente). Dinanzi a simili mostruosità nessuno si è permesso di eccepire alcunché.

    E’ proprio questo l’aspetto desolante della dittatura bassoliniana: il silenzio assoluto, l’indifferenza, l’appiattimento ad uno status quo come se si fosse spenta la forza di pretendere “rispetto”. Un silenzio in grado di occultare responsabilità politiche e morali per la fallimentare gestione di un territorio che si presenta umiliato e piegato al malaffare, alle prepotenze ed ai favoritismi. In questo contesto si è permesso ad una classe dirigente che faceva un uso smodato della spesa pubblica, ne sia seguita un’altra che ha acuito lo stato comatoso della realtà territoriale preoccupandosi di arricchire una ristretta oligarchia.
    Luca Ferrari, in un libro risalente alla seconda metà degli anni ’90, commenta con parole crude questo nuovo marchesato insediato: “Niente indebolisce, niente paralizza come la vergogna. E’ un sentimento che altera sin dal profondo, lascia senza risorse, consente qualunque influenza dall’esterno, riduce chi la patisce a diventare una preda: da qui l’interesse dei poteri a farvi ricorso e a imporla. E’ la vergogna che permette di fare le leggi senza incontrare opposizione, e di trasgredirle senza temere proteste. La vergogna dovrebbe essere quotata in Borsa: è un elemento importantissimo del profitto”.

    E Bassolino di vergogna ne ha fatto grande incetta per trasformarla nell’asset portante della sua missione politica: in dodici anni non ha prodotto nulla. Eppure in questo stesso lasso di tempo sono state rifatte città, come Berlino e Barcellona, o interi quartieri, come avvenuto a Parigi. A Napoli non v’è traccia di un solo parcheggio. La disoccupazione, che a livello nazionale è all’8,7%, in Campania supera il 20%. Ciononostante il Governatore uscente si vanta di aver utilizzato tutti i fondi strutturali provenienti dall’Unione Europea. Ma se i risultati sono stati questi ci si dovrebbe chiedere come sono stati spesi questi soldi, quanta incapacità e inefficienze siano occorse per non produrre risultati tangibili, perché se sono stati spesi tutti i fondi significa che sono stati spesi molto male con sprechi e ruberie dei fondi pubblici. Nel campo dell’economia e del lavoro sono due gli strumenti utilizzati (male): i fondi per la formazione professionale ed i fondi strutturali.

    Tra i primi vi sono quelli spesi per fare corsi di formazione vergognosi, usati con la mentalità di chi viene dalla sinistra operaista, come una sorta di ammortizzatori sociali. Così sono stati assegnati qualche centinaio di euro in più per chi segue un corso per barbiere, qualche altro per i tutor e gli insegnanti e decine di migliaia di euro ad arricchire le società che i corsi professionali li organizzano, gestite tutte da persone vicine a consiglieri della maggioranza in Regione. Con la scusa di creare lavoro si sono gettati fondi che non hanno formato nessuno e che meritavano di essere trasformati piuttosto in Borsa Lavoro. Dove si è visto mai barbieri e idraulici formati da un corso? E’ troppo scontato pensare che la formazione vera la si fa sul campo, accanto a barbieri, idraulici esperti ed artigiani? Solo chi non ha la cultura del lavoro, della partecipazione, può immaginare che il lavoro non si crea sostenendo i commercianti, gli artigiani e gli imprenditori; solo chi gestisce in modo discutibile i fondi pubblici può immaginare che sia saggio e proficuo investire 1milione 280mila euro per la realizzazione di un corso per veline e non destinare nemmeno un centesimo a corsi di formazione professionale per attori in una regione che ha una delle più grandi tradizioni mondiali di teatro. Per non parlare dei fondi che la regione destina al carcere minorile di Nisida, con attività finanziate per appena 84mila euro l’anno proprio lì dove si dovrebbero correggere le devianze giovanili, con ragazzi finiti in carcere che dovrebbero essere formati, incentivati a trovare una strada nel mondo del lavoro, potendo così creare professionalità importanti da lanciare, ad esempio, nel campo dell’artigianato. Questo sì che sarebbe un investimento per il futuro, contro la retorica delle frasi fatte che vogliono la società come il principale colpevole delle devianze giovanili senza però far seguire atti concreti di sostegno a chi si cimenta nella costruzione di alternative.

    Mentre i fondi per la formazione finiscono nelle tasche dei maestri di veline, quelli strutturali sono stati investiti per finanziare le aziende degli amici, senza porsi il problema di quale dovesse essere la missione, la prospettiva derivante dall’utilizzo dei fondi strutturali. Il presidente Bassolino con grande orgoglio va pubblicizzando i grossi risultati ottenuti in quest’ambito, che per lui equivalgono ad aver speso tutti i fondi assegnati dall’Unione Europa in investimenti strutturali. Però nulla dice su come questi fondi sono stati spesi, sia quelli indirizzati a grandi opere, come la metropolitana regionale, altro vanto della sua politica, sia quelli destinati senza un programma di sviluppo alle aziende di amici e parenti. L’assegnazione di 8mila miliardi di lavori affidati seguendo trattativa privata senza nemmeno fare un bando di gara ed affermare che “si è in tal modo sottratto la Metropolitana a Tangentopoli”, sono il simbolo della levatura morale di Bassolino che ha favorito l’ascesa al controllo della regione di una oligarchia rappresentata da pochi uomini, strapagati come consulenti regionali, che governano nell’interesse di una sola persona.

    C’è da dire, tuttavia, che Bassolino è stato molto generoso anche con i consiglieri regionali e non. Ad esempio la Campania è divenuta la prima regione ad aver istituito il diritto al pensionamento degli assessori, gli «esterni» voluti per governare la Campania. Così saranno sufficienti due anni e mezzo per acquisire questo neo diritto, una esclusiva per gli assessori dell’Ulivo campani. Dopo due anni alla guida della Regione, pensò bene di offrire un lauto aumento anche a tutti i consiglieri regionali, con un bel 25% in più in busta paga rispetto al passato con annessi contributi per i loro portaborse.



    Il Comitato scientifico di Bassolino
    Bassolino è diventato famoso anche per il “suo” Comitato: stiamo parlando di un comitato tecnico scientifico costituto dalla Giunta campana il 30 luglio 2002 sulla base della legge regionale 11 del 4 luglio 1991, come organo di consulenza alla Giunta regionale. La legge prescrive un minimo di 8 componenti ed un massimo di 21, Antonio Bassolino ne ha nominati ovviamente 21, scegliendo diversi commentatori della carta stampata. Interpellati dalla commissione di controllo del Consiglio regionale, gli esperti hanno replicato di non essere tenuti a rispondere ad altri che alla Giunta. La retribuzione di ciascun saggio è stata fissata dal decreto istitutivo del Cts (Comitato tecnico scientifico) in misura non inferiore al 60% di quella percepita ogni mese dai consiglieri regionali. L'importo mensile lordo supera i 15 milioni di lire. Per il solo 2002 il Cts ha usufruito di fondi per 828.482,94 euro. Ciascuna seduta del Cts è costata circa 20mila euro. Il Comitato è formato da professori, economisti, sociologi, opinionisti, tutti impegnati a scrivere sui principali quotidiani nazionali e locali, da Repubblica al Mattino, dal Corriere del Mezzogiorno (l’edizione campana del Corriere della Sera) al Sole 24 Ore. Questo può far comprendere alcune delle ragioni per le quali i guasti di una politica fallimentare non sono venuti a galla, né si sono sprecate le inchieste dei quotidiani particolarmente in voga a Napoli. La giunta regionale si è “comprata” cotanta benevolenza assegnando un compito veramente improbo ai fortunati prescelti: “fornire idee alla Regione”. Per poter ragionare meglio, tuttavia, a fronte di un guadagno mensile di poco meno di 8mila euro, i consulenti hanno l’obbligo di riunirsi una volta ogni due mesi, così per scambiarsi una chiacchierata in amicizia. Insomma, veri pensatori indefessi che sfornano idee con grande moderazione per non disturbare troppo il generoso Governatore, aiutandolo a ripensare il futuro di popoli e territori. Sul quotidiano Libero, che nell’estate del 2004 ha condotto una grossa campagna contro gli sprechi delle amministrazioni locali italiane, sono apparsi gli identikit di alcuni consiglieri. Uno tra questi è il professor Guido D’Agostino, ordinario di Storia del Mezzogiorno e primo dei non eletti di Rifondazione comunista, ex assessore di Bassolino nel comune di Napoli, che ha anche spiegato il senso di questo “raduno di cervelloni a cottimo”: «Il Comitato è un tentativo di amalgamare le varie anime della Campania». Un tentativo, si badi bene, senza alcun obbligo di produrre alcunché, come ben evidenziato nel regolamento del Comitato. Accanto al professore umanista, vi sono altri cattedratici di risonanza locale, come Enzo Giustino, ex vice presidente di Confindustria ed ex gaviano, e docenti universitari con orientamento politico di sinistra Infine le vere colonne del Comitato: la piccola schiera di coloro che scrivono sui giornali strategici per Bassolino. Così troviamo Aris Accornero, docente di sociologia industriale e conoscitore specie della Fiat di Torino, i cui articoli godono spesso del passaggio sulle prime pagine della Stampa e del Sole 24 Ore, Ilvo Diamanti, docente all'Università di Urbino e massimo specialista di Nord-Est, chiamato a trasferire le sue elevate competenze in Campania seguendo una logica limpidissima giacché scrive ogni domenica sulla prima pagina di Repubblica, sebbene mai si sia occupato di Campania e di Bassolino. Trattasi di particolari trascurabili dinanzi alla levatura del personaggio. Altro commentatore di Repubblica, sebbene nelle più modeste pagine locali, si segnala il sociologo Gerardo Ragone. Seguono poi i giornalisti dei quotidiani locali come Mauro Calise, politologo del Mattino, il primo quotidiano di Napoli, ed il professor Mariano D'Antonio che sullo stesso quotidiano discerne di economia. Al Corriere del Mezzogiorno scrivono, invece, Pietro Ciarlo, costituzionalista e membro della segreteria dei Ds a Napoli, e Adriano Giannola, presidente dell'Istituto Banco di Napoli Fondazione.

    Dinanzi a personaggi di siffatto spessore politico, scientifico ed economico non possiamo far altro che inchinarci, anche se qualche ragionevole dubbio può suscitare non solo la scarsa presenza attorno al tavolo del Comitato che costoro hanno offerto, ma anche le loro competenze specifiche, se è vero che Accornero, intervistato da “Il Denaro”, quotidiano diretto da Alfonso Ruffo, ha offerto una risposta a dir poco sconcertante in merito alla propria opinione sulle emergenze della Regione: «Voglio conoscere meglio il territorio e i problemi. La nomina nel Comitato è recente, ho l'esigenza di conoscere più a fondo la realtà della Campania per definirne le priorità. Sarebbe troppo facile dire che il primo interevento riguarda l'occupazione. È necessario invece valutare attentamente le esigenze del territorio per elaborare le iniziative più urgenti». Che tradotto significa non conoscere nulla della Campania, delle sue problematiche, delle priorità, e che evidentemente poco gli interessano visto che ha saltato quasi la metà delle già rare riunioni del Comitato. O forse avrà valutato le emergenze della regione nemmeno troppo pressanti, con un governatore come Bassolino i cittadini hanno di che fare sonni tranquilli.

    I piani di de-sviluppo
    Infatti a Napoli hanno tolto tutto, persino la spazzatura, caricata su treni diretti in Germania. Il sistema del credito è stato acquistato da banche nazionali (come il Banco di Napoli acquistato dall’Istituto San Paolo) o assorbito dalle Casse di risparmio del centro Italia (come avvenuto per le vecchie banche locali: Banca Popolare di Napoli, Banca Sannitica e Banca della Provincia), interi comparti produttivi non esistono più o sono stati ridimensionati, i piani di sostegno del turismo sono mere chimere che riempiono solo conferenze stampa e fumosi dibattiti politici, le famose opere di riscatto per le periferie lasciate incompiute, come l’abbattimento delle Vele di Scampia, simbolo di una politica che ha preferito la facciata alle cose concrete. Un re di cartone che ha svenduto la sua terra: Napoli è stata svuotata di ogni centro direzionale. Non esiste una ipotesi di sviluppo che sia concretamente portata avanti sul territorio campano, compresa quella riguardante Bagnoli. Il piano di bonifica dell’area dell’ex Italsider di Bagnoli, un operazione da oltre 200 milioni di euro, di cui oltre la metà stanziati dallo Stato, doveva terminare verso la fine del 1999. Oggi si sente ancora parlare della bonifica, dei fondi da sbloccare, degli scontri tra il Governo Nazionale e le amministrazioni locali, mentre la vasta area da bonificare di 2 milioni e 200 mila metri quadri è ancora un cantiere.

    OSTAGGI DEL DEGRADO
    Gallerie e piazze senza controllo, segno del degrado civile della città
    Non esiste un quartiere di Napoli dove il degrado non abbia preso piede. Il simbolo di questa nuova inquietante cartolina che la città offre è rappresentato da Piazza Garibaldi, la piazza della stazione centrale. Piazza Garibaldi è l’accampamento preferito di extracomunitari ed emarginati, non è raro ammirare l’occupazione con cartoni, poltrone e divani dello spazio antistante la stazione, arrivando finanche a impiantare una tenda in una delle aiuole della piazza. E’ questo lo scenario di chi esce dalla stazione di Napoli: una discarica, un mare di sporcizia e luridume, con l’aggiunta di ubriachi e sbandati che vagano senza una meta. Ogni anno qualcuno al Comune si ricorda che a tutto c’è un limite e procede ad una pulizia generale, innaffiando qua e là e sloggiando qualche extracomunitario, che ovviamente fanno il loro ritorno il giorno dopo le pulizie generali.

    Ma criminalità, immondizia, abusivismo e abbandono sono elementi che si segnalano anche nei quartieri della Napoli bene. Da Chiaia a Posillipo, dal Vomero alla Galleria Umberto, ogni giorno ci si deve confrontare con emergenze divenute ormai croniche. Il dramma di questa città è rappresentato anche dalla totale latitanza di organi politici e di controllo del territorio che possano fare da tramite per accogliere le istanze di una cittadinanza sempre più sfiduciata. Ogni protesta cade sistematicamente nella più assoluta indifferenza istituzionale, producendo solo qualche saltuaria promessa, naturalmente disattesa.

    In un simile contesto la delinquenza organizzata e la microcriminalità vive indisturbata e trova terreno fertile per svilupparsi: così la gente si confonde nel mare di paccottari, scippatori, farabutti che la fanno da padrone, specie al calar del sole quando in alcune zone scatta una sorta di coprifuoco. E’ in quelle ore che si assiste ad una sorta di cambio della guardia: ai lestofanti si sostituiscono semplici balordi e sbandati che danno il via alla solita “guerra del vetro”, con bottiglie infrante, atti vandalici contro le auto e le vetrine e qualche zuffa di contorno tanto per gradire.
    E lo scenario che ci si pone dinanzi è quello di aiuole ridotte ad indecorose pattumiere, marciapiedi trasformati in depositi di cartoni e rifiuti prodotti dai negozianti della zona ed offerti molto amorevolmente all’intera collettività.

    E’ questo il triste quadro di una città piegata agli abusivismi, all’arroganza, alle prepotenze ed alle illegalità, senza che nessuno raccolga le sporadiche richieste di aiuto di un popolo, giorno dopo giorno, sempre più scoraggiato e disilluso, che nasconde un altro preoccupante fenomeno. La difficile china sulla quale Napoli si sta disgregando è figlia anche della crisi delle istituzioni culturali pubbliche e private, che si inserisce in una più vasta crisi della città che non è riuscita ad individuare una visione organica delle proprie prospettive.

    IL VERO DRAMMA DI QUESTA CITTA’ E’ LA MICROCRIMINALITA’
    All’improvviso tutti hanno scoperto che Napoli non è più la capitale dell’arte e del buongoverno di sinistra, ma un inferno metropolitano. In un batter d’occhio è venuta giù la verniciatura sottile che abili propagandisti le avevano appiccicato, e Napoli ha mostrato il suo vero volto: cortei quotidiani che paralizzano le vie del centro, montagne di rifiuti, atti vandalici, attentati camorristici.
    Oggi si parla soprattutto di camorra, ma il vero problema di Napoli è proprio la microcriminalità dilagante, aggressiva, portatrice di una violenza diffusa che coinvolge specialmente i giovani. Tutto quel che accade sta provocando una sensazione di insicurezza in chi risiede in questa metropoli. Una sensazione che non veniva avvertita neanche quando la camorra commetteva più di un omicidio al giorno. Ed è questo che si combatte con un buon controllo del territorio.

    Ai napoletani non interessa se i camorristi si ammazzano tra loro, al di là di ogni retorica considerazione si possa fare. Quel che inquieta è non poter uscire sereni, col timore di poter subire aggressioni ad ogni angolo di strada, da quelle di periferie a quelle del centro, dove le bande di teppistelli si sono da anni affacciati seminando caos e violenze.
    Così anche quegli intellettuali e uomini politici che per anni avevano mostrato cieca fiducia nelle sorti del rinascimento napoletano, che presto si è trasformato in rinascimento campano grazie al trasferimento a Palazzo Santa Lucia di Bassolino, non perdono occasione per lanciare il proprio grido di allarme e di dolore. Napoli è divenuto così il centro in cui vi è la permanente mancanza di rispetto delle regole, si accavallano e si confondono comportamenti deviati e casi di bullismo. Si è cercato di addossare le responsabilità alla latitanza delle forze dell’ordine, al loro progressivo arretramento, concedendo sempre più spazi e territori ai gruppi violenti. Indubbiamente il problema non è quanti uomini delle forze dell’ordine ci sono, ma come vengono impiegati. Se non vengono utilizzati per il controllo del territorio, qualunque sia il loro numero, certamente non basteranno mai, soprattutto con una amministrazione regionale che non riesce a dare risposte sufficienti alle grandi questioni del lavoro, della sicurezza e della riqualificazione urbana. E’ in tal senso che si affermano le gravi responsabilità degli amministratori pubblici, per una diffusione senza sosta dell’illegalità che va dal semplice parcheggio in doppia fila, all’occupazione di suolo pubblico per arrivare ai ricatti che quotidianamente si devono sopportare, partendo dal parcheggiatore abusivo che chiede un euro per parcheggiare, due se si è in prossimità di un cinema. Atti che costituiscono l’anticamera per ben altri soprusi che vedono i cittadini vittime senza ascolto o aiuto.
    Napoli sta vivendo una congiuntura negativa che non è il risultato della cattiva amministrazione degli ultimi anni, ma affonda le sue radici nel carattere fittizio del cosiddetto rinascimento di bassoliniana memoria. Si tratta di emergenze che si ripetono puntualmente ogni anno le cui responsabilità investono un intero gruppo dirigente che per dodici anni ha gestito il potere locale in regime di monopolio, praticamente incontrastati. Una classe dirigente che si è pietrificata dinanzi a questo processo di disfacimento del tessuto sociale preferendo la politica dell’occultamento dinanzi ad una popolazione che ha ormai superato la soglia dell’indignazione per approdare all’accettazione di ogni viltà.

    Le liste dei disoccupati di Napoli
    A Napoli vige anche una legge non scritta per la quale l’iscrizione a una lista di disoccupati organizzati costituisce il lasciapassare per ottenere un posto o più semplicemente un salario, che a Napoli non sempre coincide con il lavoro. E’ stato di fatto riconosciuto questo criterio illegale traducendolo in norma, in una regola seguita in modo sistematico, legittimando associazioni che in 30 anni di esistenza sono arrivate a contare fino ad oltre 50.000 assunti. Una vera e propria bomba ad orologeria pronta ad esplodere contro chiunque sia proteso a riportare ordine e legalità. A Napoli questi sono concetti relativi, messi in perenne discussione: la linea di confine tra giusto e sbagliato, tra legalità e illegalità è sempre molto labile e non esiste una demarcazione tra il diritto al lavoro e quello a rivendicarlo, pretendendolo in ogni modo, ed i diritti del resto della società. La televisione dei Santoro si è radicata in questa gente, nei “gestori” delle liste, ispirandone l’azione e relegandola alla logica del “facimm ammuina” che ci sarà dato. Così i cortei si sono moltiplicati e con essi la manifestazione della protesta becera e violenta: cassonetti incendiati, strade dissestate, circolazione bloccata: una città sistematicamente paralizzata, oltre ogni limite. In questi anni si sono sprecati azioni che sono state tollerate, sulle quali si è preferito glissare per indefinite ragioni volte a salvaguardare la “pace sociale”. Il che significa che è tacitamente accettata ora l’occupazione del Duomo di Napoli, ora quella di autobus, treni, traghetti ed aliscafi. La Napoli del turismo rinato e poi umiliato: il porto come palcoscenico di spettacoli poco edificanti, turisti costretti a rinunciare al loro intento di visitare le isole più belle della regione, l’aeroporto teatro di occupazioni temporanee, finanche la Prefettura assediata: ogni evento destinato a dare visibilità alla città di Napoli, come la candidatura ad ospitare la Coppa America di vela, si è trasformata in una occasione di mobilitazione da parte dei disoccupati interessati in questo gioco folle a danneggiare l’immagine della città facendole perde credito ed occasioni di sviluppo. Lo stesso necessario per poter aprire spazi per accogliere i contestatori. Gente troppo ottusa per comprendere concetti quali la legalità ed il rispetto delle regole, interessati unicamente all’attribuzione di un posto anche se improduttivo o inutile, privo di un significato. Pezzi del rinascimento napoletano sono volati via sommersi dai rifiuti che questa regione non ha saputo smaltire, altri ancor più importanti si sono dissolti sotto i colpi dei contestatori.

    Paolo Carotenuto

    P.S.: questo è un piccolo e parziale promemoria di dodici anni di malgoverno. Non sono stati toccati molti punti relativi all'amministrazione di questi anni della politica campana, come lo sfascio della Sanità, la realizzazione dei famosi BOC, la sconcertante gestione rifiuti e la fallimentare gestione di tutte le aziende di servizi pubblici create per annullare gli sprechi e i buchi di bilancio e che si sono rivelate delle falle in perenne perdita


    Legnostorto

  2. #2
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    Predefinito Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    In Origine Postato da Misterbianco
    Napoli, il grande bluff del rinascimento bassoliniano
    Bene, ora per la par condicio dovresti scrivere tutto il malgoverno di Berlusca and C.
    purtroppo non ti basterebbe tutto il Forum.

  3. #3
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    Predefinito Re: Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    In Origine Postato da il buttero
    Bene, ora per la par condicio dovresti scrivere tutto il malgoverno di Berlusca and C.
    purtroppo non ti basterebbe tutto il Forum.
    Mica vero.
    Basterebbe postare copia del contratto (taroccato) bananas e "pensarlo" al come, INVECE, stiamo messi.

  4. #4
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    Predefinito

    Bene descrivici la camorra per favore ..e non taroccare ....
    conosco abbastanza la storia di Napoli in quanto vissuta da ragazzino.....

  5. #5
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    Predefinito Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    Legnostorto [/B][/QUOTE]

    L'unica cosa interessante del post di Misterbianco, è il nome del sito dal quale ha ricopiato il lungo articolo antibassoliniano, che nessuno leggerà, non solo per le fesserie che vi sono scritte, ma anche perchè è così lungo e noioso che nessuno (a cominciare da me) avrà voglia di affrontare, tanto più che siamo con tanto di urne aperte.
    L'unica cose rilevante, dicevo, è il nome del sito: Legnostrorto, pfiu!: ai banans non gli va dritto nemmeno il legno...!

    Ci risentiamo domani!




    www.conbassolino.it

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    In Origine Postato da MrBojangles
    Mica vero.
    Basterebbe postare copia del contratto (taroccato) bananas e "pensarlo" al come, INVECE, stiamo messi.
    soluzione semplice, ma a me piacerebbe tanto fosse corredata da commenti obbiettivi, dai retroscena, dalle cazzate sparate quotidianamente dal Nano e dai suoi leccaculo (Vespa, Fede, Guzzanti, Ferrara, Schifani, Bondi etc. etc. etc. etc.), dagli interessi che ci stanno dietro, dalle sue attività lievitate da quando è presidente, dalle malefatte non punite, dagli attacchi alla magistratura e altre istituzioni, dalle leggi pro tasca sua, dalle prostrazioni ante Bush, dal degrado dell'immagine dell'Italia......
    devo continuare?

  7. #7
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    In Origine Postato da il buttero
    soluzione semplice, ma a me piacerebbe tanto fosse corredata da commenti obbiettivi, dai retroscena, dalle cazzate sparate quotidianamente dal Nano e dai suoi leccaculo (Vespa, Fede, Guzzanti, Ferrara, Schifani, Bondi etc. etc. etc. etc.), dagli interessi che ci stanno dietro, dalle sue attività lievitate da quando è presidente, dalle malefatte non punite, dagli attacchi alla magistratura e altre istituzioni, dalle leggi pro tasca sua, dalle prostrazioni ante Bush, dal degrado dell'immagine dell'Italia......
    devo continuare?
    Se ha qualche settimana a disposizione, fai pure...

  8. #8
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    Predefinito Re: Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    In Origine Postato da Misterbianco
    Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli
    provate a malgovernare peggio pure voi, così magari vincete...
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  10. #10
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    Predefinito Re: Bassolino, dodici anni di malgoverno del re di Napoli

    In Origine Postato da Misterbianco
    Napoli, il grande bluff del rinascimento bassoliniano
    Mandato da Pauler Sabato, 02 aprile 2005, 11:05.
    PAULER????? Ma è quel Pauler di Parlamentonline? Quello di 5-6 anni fa con il quale si facevano scontri feroci sulla punta di svolazzi postali????
    Vecchio Pauler, non sei cambiato 'na sega, sei sempre il solito codino reazionario!


    P.S. - A quei tempi non mi chiamavo Il Buttero, naturalmente.

 

 
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