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    Predefinito Il Biglietto nel "Muro del Pianto"

    A pagina 10 del quotidiano torinese La Stampa di oggi 4 aprile 2004, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo ..

    " «Quel biglietto nel Muro del Pianto»

    Il Papa a Gerusalemme, nel marzo del 2000, era già ferito e malato, e passo passo si avviò verso il Muro del Pianto sotto gli occhi stupefatti dei cronisti come un bianco monolite fatto di carisma e di determinazione, diretto al suo obiettivo micidiale: chiudere l'antisemitismo plurimillenario della Chiesa. Andò diritto e lento col suo biglietto in mano verso il Muro Occidentale sotto gli occhi stupefatti e increduli della gente ebrea a inserire un foglietto di carta bianca piegato in quella specie di posta diretta con Padreterno che sono le fenditure del Muro Orientale delle rovine del tempio di Erode prima che i romani lo distruggessero nel 70 dopo Cristo creando la diaspora ebraica; e fece quello che fa, in realtà, ogni ebreo che ci giunge. Scelse la sua fessura fra le pietre squadrate un migliaio di anni fa, e inviò il suo messaggio, accompagnandolo con un segno di croce per benedizione. Il contenuto era altrettanto rivoluzionario quanto il gesto: chiedeva perdono del male che la Chiesa aveva fatto a ebrei e mussulmani sia con le persecuzioni religiose sia con le imprese di conquista al tempo delle Crociate.
    Il viaggio era stato accompagnato da una valanga di punti interrogativi e di polemiche: in quell'anno il processo di pace già cominciava a declinare, nell'aria si respirava aria aggressività e conflitto, la paura che gli israeliani da una parte e i palestinesi dall'altra potessero tirare dalla loro parte la grande coperta papale si univa a forti preoccupazioni di sicurezza. Ci fu alla vigilia dell'arrivo di Giovanni Paolo anche una infelice disputa teologica messa in piedi dalla parte cristiana dei palestinesi che suggerirono ad Arafat una rivendicazione di un Cristo non veramente ebreo, ma in realtà «primo palestinese». Il papa se ne guardò bene, percorrendo anzi le orme di Gesù ebreo con identificazione, visitando le tracce visibili della sua carne o celebrandone la corporea tridimensionalità nell'orto del Getsemani.
    Il viaggio, anche se non trascurò affatto la questione palestinese con la visita a Betlemme e al campo profugo di Deheishe mano nella mano con Arafat, fu soprattutto, nell'ambito della politica internazionale del papa, il completamento del suo messaggio sul popolo ebraico: fine delle persecuzioni, fine dell'antisemitismo, fine della considerazione dello Stato degli ebrei come di uno stato anomalo, teologicamente stupefacente, politicamente imbarazzante. Fu la visita logicamente susseguente a quella alla diaspora nella sinagoga di Rom e di suggello del riconoscimento dello Stato d'Israele. Un gesto rivoluzionario dal punto di vista teologico, perché poneva fine all'idea che l'ebraismo fosse superato e di fatto morto a fronte della novità storica e dottrinale del cristianesimo.
    Dunque i tre giorni a Gerusalemme furono innanzitutto una pietra miliare teologica che ribadì il pensiero di Giovanni Paolo: egli, nell'espressione «fratelli maggiori» aveva spiegato al mondo cristiano gli ebrei come oggetto di suprema vicinanza, di rispetto culturale, teologico, direi dinastico, e anche di amore familiare. Insomma, tutto il contrario del tradizionale disprezzo teologico che aveva portato alle persecuzioni di cui il Papa portava i segni nella sua memoria polacca.
    Questo non vuol dire che in nome delle altre scelte di fondo della sua politica estera in quegli anni come la difesa dei poveri, la simpatia per il Terzo Mondo e per le rivendicazioni di indipendenza, il tentativo di aiutare i suoi cristiani in un mondo mussulmano tendenzialmente ostile, il papa non si spingesse fino a Deheishe uno dei campi profughi più militanti, con 16 morti nella prima Intifada, per stringere la mano ai palestinesi. Si mostrò solidale con la loro sete di libertà e di benessere, ma evitò tutti i temi politici come Gerusalemme o i rifugiati. Però, al contempo ignorò la vice del Muezzin che cercò di coprire la sua nella piazza di Betlemme e scambiò caldi sorrisi e strette di mano con Arafat. Né il papa trascurò un altro elemento fondamentale della sua vasta politica internazionale che lo faceva di continuo salire e scendere dagli aerei, quando al Santo Sepolcro incontrò di fronte alla lastra che aveva coperto il corpo di Cristo crocifisso i rappresentanti delle altre confessioni cristiane, in genere intenti a strapparsi brani delle pietre del Golgota e della sua povera Chiesa spezzettata. Adesso stavano tutti là intorno, intorno al dolore del Papa già sofferente che baciava sulla lastra sepolcrale la soffenza del suo modello, e che sempre di più lo sarebbe divenuto: il Cristo della Passione.
    Ma più di ogni altra visita fu quella a Yad Va Shem, il Museo dell'Olocausto a lasciare senza fiato chi lo accompagnò, e la sottoscritta fra quelli, e il mondo intero. Il Papa era molto emozionato quando entrò nella sala della Rimembranza, si fermò a guardare per terra il nome del campo di concentramento di Lwow Deanowska, e poi quelli di Auschwitz, Sobibor, Treblinka... tragici luoghi di casa sua.
    Il luogo è il segno, la santificazione stessa di Israele, poco distante dal centro della memoria sono sepolti i grandi della storia attuale d'Israele, Rabin Begin...il Papa ha guardato dalla vetta della collina la Valle di ein Kerem dove nacque Giovanni battista. All'inizio del saluto il Papa lesse il salmo che dice: «Sono diventato un rifiuto, la mente il cuore e l'anima sentono un estremo bisogno di silenzio». Nella semioscurità della sala si assiepavano zitti e attoniti gli ospiti, e fra loro tanti vecchi amici del giovane Woytila, polacchi che erano stati a scuola con lui. E dall'altra parte, l'accompagnava l'allora Primo ministro, il giovane Ehud Barak, che assieme a Giovanni Paolo accese la fiaccola della memoria. Mai, chi c'era, potrà dimenticare il papa circondato dai suoi vecchi amici polacchi ebrei alla fine della cerimonia, le fotografie, i nomi sussurrati fra di loro, nomi di gente che non c'è più: «Ti ricordi..». Sorrisi e lacrime di compagni della tragica avventura europea.
    E, soprattutto, l'incredibile profluvio non di richiesta di scuse o di risposte a tali richieste, ma di pura affettuosità verbale e anche gestuale fra il Papa e Barak. Il giovane primo ministro fra lo stupore di tutti benedisse il vecchio pontefice: «Tu sia benedetto in Israele» gli disse. Come un vero fratello maggiore. E il Papa sorrise umilmente, benedetto dal suo vecchio giovane fratello ritrovato, il popolo ebraico in Israele.
    "

    Shalom

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  2. #2
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    A pagina 10 di Corriere della Sera di oggi, 4 aprile 2004, il ministro degli esteri dello Stato di Israele, Silvan Shalom, firma un articolo dal titolo...
    "

    «Chiese scusa agli ebrei, piangiamo un amico»



    Il mondo cristiano ha perso una guida e un padre spirituale. Il mondo ebraico e lo Stato di Israele hanno perso un amico. È un momento triste per milioni di credenti in tutto il mondo, e per l'intera umanità. Ho avuto il privilegio di incontrare Sua Santità in due occasioni nelle quali sono rimasto profondamente colpito dall'acume, dall'umanità e dalla lucida percezione delle cose del mondo di questo uomo lungimirante.
    Giovanni Paolo II ha guidato la Chiesa Cattolica verso un più stretto rapporto con gli ebrei, ai quali si riferiva come « i nostri fratelli maggiori » . Come Pontefice, ha stabilito relazioni diplomatiche tra il moderno Stato di Israele e la Santa Sede. È stato il primo Papa nella storia a visitare una sinagoga, Il Tempio grande di Roma. Ha indicato a milioni di cristiani la strada verso la riconciliazione con il giudaismo. In tutti i suoi viaggi nel mondo si è sempre preoccupato di incontrare la comunità ebraica di ciascun Paese.
    Strenuo difensore dei diritti umani e dell'uguaglianza, il Papa ha lottato per sradicare l'antisemitismo, che considerava un peccato contro Dio e un crimine contro l'umanità. In preparazione della sua visita in Israele, ha invitato la Chiesa Cattolica a un approfondito esame di coscienza sui rapporti con gli ebrei e con quanti hanno sofferto a causa degli insegnamenti della Chiesa.
    Prima della storica visita in Terra Santa, il Papa ha chiesto perdono al popolo ebraico per i crimini perpetrati contro di esso nel corso della storia in nome della Chiesa. Ha poi domandato scusa in un messaggio scritto, che ha lasciato in una fessura tra le pietre del Muro del Pianto a Gerusalemme, il sito più sacro per il popolo ebraico. Ha osato fare ciò che nessun Papa prima di lui avrebbe concepito.
    La visita in Israele compiuta nel marzo del 2000 dal Papa, di fronte a decine di migliaia di fedeli, ha incluso una sosta allo Yad Vashem, il museo della Shoah. Giovanni Paolo II aveva salvato degli ebrei durante l'Olocausto. Alcuni dei sopravvissuti erano con lui quel giorno al museo.
    Papa Giovanni Paolo II ha incarnato la rara compresenza di un carisma capace di attrarre i giovani di tutto il mondo e di quella serenità, quella calma che sono caratteristiche necessarie di tutti i grandi statisti. Nei nostri incontri mi è sempre apparso con chiarezza che fosse più di un semplice capo di Stato. Ha parlato della pace e della comprensione tra fedi e popoli e della necessità di portare serenit à i n M e d i o Oriente, una questione che lo coinvolgeva intensamente.
    Attraverso il suo lavoro pubblico e religioso, Sua Santità ha promosso la comprensione e il dialogo interreligioso, insegnamento che rifletteva una profonda fede nella natura fondamentalmente caritatevole degli esseri umani. Papa Giovanni Paolo II ha lasciato un'eredità che resterà certamente valida per molte generazioni a venire. Israele, il popolo ebraico e il mondo intero hanno perso un grande paladino della riconciliazione e della fratellanza tra le fedi. Possa riposare in pace.
    "


    Shalom

  3. #3
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    A pagina 3 de il quotidiano Il Foglio di oggi, 4 aprile 2005:


    "Le quattro pietre miliari di Wojtyla nel dialogo con Israele" raccoglie le opinioni di Oded Ben Hur, ambasciatore israeliano alla Santa Sede e del rabbino David Rosen :

    L’ambasciatore israeliano alla Santa Sede, Oded Ben Hur, è convinto che “in 26 anni di pontificato, Giovanni Paolo II abbia fissato quattro pietre miliari importanti nel cammino verso la riconciliazione tra il mondo cristiano e il mondo ebraico e lo Stato d’Israele. La prima è stata la visita ad Auschwitz nel 1979, la seconda quella alla grande sinagoga di Roma nel 1986. La terza è il fatto che sono stati allacciati rapporti diplomatici pieni tra Israele e la Santa Sede. La quarta è stata il pellegrinaggio in Terra Santa nell’anno del Giubileo. Il Papa ha anche incontrato il presidente d’Israele, un gesto di alto riconoscimento della sovranità israeliana”. Negli ultimi anni, però, la Santa Sede non ha esitato a criticare Gerusalemme per la costruzione della barriera difensiva, definita un muro da abbattere, per costruire ponti. “Nonostante i punti bassi e le critiche espresse dal Vaticano durante l’ultima Intifada contro Israele, il Santo Padre ha saputo conservare i rapporti di base, d’apprezzamento, di preghiera e di speranza per un cammino di pace in medio oriente. Il Papa ha condannato in diverse occasioni gli atti di terrorismo e l’uso della religione e del nome di Dio per uccidere innocenti. Il Santo Padre ha sempre continuato a incontrare rappresentanti del mondo ebraico e a portare avanti il dialogo interreligioso con i rabbini capi d’Israele, con cui si era da poco incontrato, per giungere alla positiva conclusione del negoziato finanziario e giuridico fra i due paesi”. Israele e il Vaticano per dodici anni non hanno però concluso il negoziato. Secondo Ben Hur, il fatto che il governo israeliano debba confrontarsi quotidianamente con questioni che riguardano la sicurezza dello Stato non lascia all’agenda nazionale spazio sufficiente per affrontare altre situazioni importanti. “Ammetto che esiste una reciproca ignoranza fra le due religioni, dovuta a una storia difficile di persecuzioni, inquisizione, antisemitismo, paure e sospetti, che ha creato anche in Israele una mancanza di conoscenza”. Per l’ambasciatore, non ci sono dubbi che Giovanni Paolo II abbia presentato un’idea chiara e determinante
    sulla necessità di riconciliazione con gli ebrei. Per quanto riguarda i rapporti con Israele, c’è stata “una svolta decisiva: relazioni che non esistevano prima, dalla fondazione dello Stato nel 1948”. Lo Stato del Vaticano e quello d’Israele si sono riavvicinati negli ultimi anni anche sulla questione dell’antisemitismo. “La posizione ufficiale della Chiesa, sostenuta anche dalle dichiarazioni più volte
    ripetute dalle massime autorità della Curia romana sono molto chiare nei confronti dell’antisemitismo e sul dovere di lottare contro qualsiasi manifestazione del fenomeno, nello spirito della dichiarazione ‘Nostra Aetate’ (sulle relazioni della Chiesa con le altre religioni non cristiane, ndr) già dal 1963. Giovanni Paolo II è stato il pastore che ha sostenuto questa posizione”. Il rabbino David Rosen, responsabile per gli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, rabbino capo d’Irlanda dal 1979 al 1985 e membro della delegazione israeliana per i rapporti con la Santa Sede, al Foglio dice che Wojtyla “ha tradotto in azione i principi della dichiarazione del concilio Vaticano II ‘Nostra Aetate’. Giovanni Paolo II è l’eroe della riconciliazione ebraico-cristiana. Non c’era mai stato un simile carisma papale. Aveva un potere visivo enorme, dalla visita alla sinagoga di Roma all’autentica sofferenza sul suo viso allo Yad Vashem (museo dell’Olocausto, ndr) a Gerusalemme”. Per Rosen, è stato il Papa che “al Muro del pianto ha riconosciuto i peccati dei cristiani sul popolo ebraico e ha compreso il suo diritto al ritorno in Terra Santa”. Su tutto è stato determinante l’impatto della Shoah: “L’ho incontrato 14 volte. Ad Assisi, nel 1993, quando ero a capo della delegazione ebraica, abbiamo parlato a lungo del significato universale dello sterminio ebraico”.


    "Così il pontefice sciolse il groviglio diplomatico di Gerusalmme":

    Roma. Fino al 13 aprile 1986, quando Giovanni Paolo II entra nella sinagoga di Roma a fianco del rabbino Elio Toaff, non tutto è chiaro tra cattolici ed ebrei. Soltanto il gesto – quel gesto – apre il sigillo della fiducia reciproca, crea la svolta. Cinque lunghi anni erano passati dal marzo 1981, quando il pontefice aveva fatto il primo passo verso la sinagoga, ma si era fermato nella parrocchia del ghetto, quasi fosse impedito. Entrato il pontefice in sinagoga, finalmente, Giacomo Saban, presidente della comunità di Roma gli dice: “Ritengo di dover manifestare l’aspirazione a veder cadere alcune reticenze nei confronti dello Stato d’Israele”. Il Papa non risponde, non nomina mai lo Stato di Israele. Quando gli viene presentato l’ambasciatore di Israele, Eytan Ronn, che ripete l’auspicio, sorride: “Speriamo”.
    Chi scriverà la storia del rapporto tra Giovanni Paolo II e Stato d’Israele avrà molte notizie da disseppellire. Dovrà scoprire anche come nel 1967, da cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla ha vissuto la violenta campagna antisemita che il regime comunista di Wladyslaw Gomulka scatena contro gli ebrei, dopo la guerra dei sei giorni. Il pontefice tocca allora con mano il legame intrinseco tra antisemitismo e antisionismo comunista, mentre in tutta la Polonia, con una campagna di massa, migliaia di studenti, centinaia di insegnanti, centinaia di ufficiali sono espulsi con disonore,
    soltanto perché ebrei: 25 mila figli dei superstiti di Auschwitz sono costretti a lasciare la Polonia.Dieci anni dopo, a Roma, l’intimo segreto che lega la storia della Polonia all’antisemitismo cristiano, parte del più grande mistero che porta alla Shoah, è palesemente in cima ai pensieri di Giovanni Paolo II. Di una visita in Israele si parla già nei primi mesi del pontificato, poi nel 1981, ma ci vorranno ben 22 anni perché Wojtyla possa infilare il suo biglietto nel Muro del Pianto con la parola pesante: “Perdono”. E’ molto più facile per il pontefice risolvere la questione vera – il rapporto della Chiesa con l’ebraismo – che quella che ne consegue, il rapporto diplomatico tra lo Stato Vaticano e lo Stato di Israele. Eppure la questione vera è enorme, perché è fatta di storia, di tanta storia. Ciò che Wojtyla vuole è ritornare a San Paolo, all’ebreo che polemizza con gli ebrei, fraternamente deluso, perché non riconoscono continuità tra la Legge che sente sua, da ebreo, e il Cristo. Wojtyla, appunto, chiama gli ebrei “fratelli maggiori”, come Paolo: stessa famiglia. Ma se gli è relativamente facile chiudere con l’antisemitismo teologico,
    è ben più vischioso concludere il riconoscimento dello Stato di Israele nei cui confronti la Santa Sede ha due vincoli: lo status di Gerusalemme e il destino dello Stato palestinese (la maggioranza dei cristiani che vive in Palestina è araba). Paolo VI, col suo viaggio in Palestina del 4 gennaio 1964, ha poi formalizzato una richiesta irrealistica su Gerusalemme che pesa e intralcia, perché ne ha chiesto uno “Statuto internazionalmente garantito”. Tre anni dopo dovrà comprendere che gli statuti di Gerusalemme si scrivono prima con le armi, poi con i trattati. La diffidenza, non priva di cascami antisemiti, continua così a segnare i rapporti della Santa Sede con Israele, tanto che nel 1976 il segretario di Stato del Vaticano, Agostino Casaroli, deve riparare a quella che Israele definisce giustamente “una guerra spirituale della Chiesa Cattolica contro gli ebrei”, quando l’Osservatore Romano pubblica un documento congiunto libico-vaticano che fa propria la definizione di “sionismo come forma di razzismo”. Né il rapporto tra Vaticano e Israele è poi aiutato dalle gerarchie cristiane palestinesi, con un patriarca latino, Michel Sabbah, sempre più sdraiato sulle posizioni più oltranziste di Yasser Arafat. Giovanni Paolo II anche qui segue allora la regola principe del suo pontificato: si occupa della storia lascia alla Curia la cronaca. Guarda avanti, cercando di capire come riformare anche il più delicato dei rapporti. Così, non appena Rabin e Arafat si stringono la mano, ordina al cardinale Angelo Sodano di concludere il riconoscimento reciproco, siglato il 30 dicembre 1993. Paradossalmente, da quel giorno in poi, sarà semmai Israele a sottovalutare l’importanza di quel rapporto. Soltanto la crisi della Basilica della Natività, nel maggio 2002, farà capire a Gerusalemme che è necessario essere in due, per parlarsi: la rappresentanza ebraica presso la Santa Sede viene allora potenziata e, discretamente, il Vaticano risponde al rinnovato interesse, spostando da posizioni cruciali i vescovi palestinesi più oltranzisti.
    "

    Shalom

  4. #4
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    La morte di Giovanni Paolo II: le reazioni in Israele

    A pagina 4 del quotidiano Il Riformista di oggi 5 aprile 2005, è pubblicato un articolo sulle reazioni in Israele alla morte di Papa Giovanni Paolo Il Grande...

    " «Amico Apifior addio Il popolo ebraico saluta un ish-shalom»



    Uomo di pace, «Ish-Shalom». Questo, niente più e niente meno, era Giovanni Paolo II per il popolo israeliano. «Gli ebrei di tutto il mondo ricorderanno Karol Wojtyla come un uomo di pace, un uomo che si è battuto coraggiosamente contro una lunga storia di ingiustizie, quando ha ufficialmente condannato i pregiudizi contro Israele», ha detto ieri il capo dello Stato Moshe Katzav. «Un amico di Israele», secondo Ariel Sharon, che incontrò Wojtyla nel 1999, quando era ministro degli Esteri e fu a Roma per invitare il pontefice a venire in visita ufficiale in Israele: «ricordo l’affetto, il calore e la simpatia innata del Papa verso il popolo ebraico e lo stato d’Israele». Wojtyla accettò l’invito e un anno dopo era a Gerusalemme: fu il primo Papa a incontrare le autorità israeliane, dalla nascita dello Stato ebraico. La stampa israeliana, specialmente quella popolare, non lascia spesso spazio alle altre religioni. Ieri, però, tutti i giornali locali erano pieni di fotografie di Karol Wjotyla.

    Il rotolo trafugato. Il «Maariv», il giornale più diffuso in israele, mostrava un’enorme fotografia del colonnato di San Pietro colmo di fedeli; nelle pagine interne, fotografia di Giovanni Paolo II: un Papa (o «Apifior», come lo chiamano qui) già anziano, che visitò il paese cinque anni fa, compiendo un gesto storico. Quella visita ha lasciato un segno profondo in Israele, come ha ricordato Sharon: «La dedizione del Papa alla tolleranza e al riavvicinamento tra i popoli dovrà guidarci nei prossimi anni. Con Karol Wojtyla, abbiamo perso una delle figure più importanti di questo secolo». Ma sono soprattutto i leader religiosi a esprimere la loro gratitudine per quanto il pontefice ha fatto per il popolo ebraico. A differenza dei cattolici, gli ebrei non hanno un leader supremo, e spesso i rabbini-capo delle diverse comunità nel mondo sono in disaccordo. Sul «Jerusalem Post», quotidiano conservatore molto vicino al rabbinato, ha scritto il rabbino capo d’Israele Yona Metzinger, massima figura religiosa del paese. Rav Metzinger si dice profondamente grato per il lavoro di Wojtyla e ricorda con affetto l’ultimo incontro, quando domandò al pontefice se si potesse fare qualcosa per restituire alle comunità ebraiche i beni perduti durante l’Olocausto. «Wojtyla mi sorrise, e mi disse che avrebbe fatto il possibile. Nel giro di pochissimi giorni mi telefonò un rabbino tedesco: un prete si era presentato in sinagoga con un rotolo della Torah, che era stato trafugato dai nazisti».

    Come Rabin. Sulle colonne di «Haaretz» David Rosen, rabbino capo d’Irlanda e responsabile delle relazioni con il Vaticano dell’Anti Defamation League, organizzazione internazionale che si batte contro l’antisemitismo nel mondo, ricorda così il Papa: «Quarant’anni fa, durante il Papato di Giovanni XXIII, la Chiesa cattolica ha determinato che gli ebrei non erano i responsabili della morte di Gesù, ma è stato Giovanni Paolo II il vero eroe della riconciliazione tra cristiani ed ebrei». Rav Rosen ripercorre le molte tappe della riconciliazione: la visita alla sinagoga di Roma nel 1986, il riconoscimento dello Stato ebraico nel 1993, e la visita in Israele di cinque anni fa, quando il Papa pregò al Muro del Pianto e rese omaggio alle vittime della Shoah nel memoriale di Yad Vashem. Rosen ricorda anche le tensioni tutt’ora esistenti tra ebrei e cristiani (il ruolo di Pio XII nel genocidio, la canonizzazione di Edith Stein, ebrea convertitasi al cattolicesimo, e la conversione forzata del bambino ebreo Edgardo Mortara alla fine dell’Ottocento). Più ancora delle parole dei rabbini, però, una piccola coincidenza ha colpito la popolazione israeliana, soprattutto quella laica: lo stessa notte in cui Karol Wojtyla moriva, veniva profanata la tomba di Yitzhak Rabin, quasi fosse ucciso una seconda volta il primo ministro assassinato da un estremista religioso nel 1994, durante una manifestazione per la pace. Giovanni Paolo II, come Rabin, aveva una dote cui l’ebraismo dà un valore profondo: era un «Ish-shalom».
    "


    Shalom!!!

  5. #5
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    da www.ebraismoedintorni.it

    " Le pietre miliari

    L’ambasciatore israeliano alla Santa Sede, Oded Ben Hur, è convinto che “in 26 anni di pontificato, Giovanni Paolo II abbia fissato quattro pietre miliari importanti nel cammino verso la riconciliazione tra il mondo cristiano e il mondo ebraico e lo Stato d’Israele.

    La prima è stata la visita ad Auschwitz nel 1979, la seconda quella alla grande sinagoga di Roma nel 1986. La terza è il fatto che sono stati allacciati rapporti diplomatici pieni tra Israele e la Santa Sede. La quarta è stata il pellegrinaggio in Terra Santa nell’anno del Giubileo. Il Papa ha anche incontrato il presidente d’Israele, un gesto di alto riconoscimento della sovranità israeliana”. Negli ultimi anni, però, la Santa Sede non ha esitato a criticare Gerusalemme per la costruzione della barriera difensiva, definita un muro da abbattere, per costruire ponti. “Nonostante i punti bassi e le critiche espresse dal Vaticano durante l’ultima Intifada contro Israele, il Santo Padre ha saputo conservare i rapporti di base, d’apprezzamento, di preghiera e di speranza per un cammino di pace in medio oriente.

    Il Papa ha condannato in diverse occasioni gli atti di terrorismo e l’uso della religione e del nome di Dio per uccidere innocenti. Il Santo Padre ha sempre continuato a incontrare rappresentanti del mondo ebraico e a portare avanti il dialogo interreligioso con i rabbini capi d’Israele, con cui si era da poco incontrato, per giungere alla positiva conclusione del negoziato finanziario e giuridico fra i due paesi”. Israele e il Vaticano per dodici anni non hanno però concluso il negoziato. Secondo Ben Hur, il fatto che il governo israeliano debba confrontarsi quotidianamente con questioni che riguardano la sicurezza dello Stato non lascia all’agenda nazionale spazio sufficiente per affrontare altre situazioni importanti. “Ammetto che esiste una reciproca ignoranza fra le due religioni, dovuta a una storia difficile di persecuzioni, inquisizione, antisemitismo, paure e sospetti, che ha creato anche in Israele una mancanza di conoscenza”.

    Per l’ambasciatore, non ci sono dubbi che Giovanni Paolo II abbia presentato un’idea chiara e determinante sulla necessità di riconciliazione con gli ebrei. Per quanto riguarda i rapporti con Israele, c’è stata “una svolta decisiva: relazioni che non esistevano prima, dalla fondazione dello Stato nel 1948”. Lo Stato del Vaticano e quello d’Israele si sono riavvicinati negli ultimi anni anche sulla questione dell’antisemitismo. “La posizione ufficiale della Chiesa, sostenuta anche dalle dichiarazioni più volte ripetute dalle massime autorità della Curia romana sono molto chiare nei confronti dell’antisemitismo e sul dovere di lottare contro qualsiasi manifestazione del fenomeno, nello spirito della dichiarazione ‘Nostra Aetate’ (sulle relazioni della Chiesa con le altre religioni non cristiane, ndr) già dal 1963. Giovanni Paolo II è stato il pastore che ha sostenuto questa posizione”.

    Il rabbino David Rosen, responsabile per gli affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, rabbino capo d’Irlanda dal 1979 al 1985 e membro della delegazione israeliana per i rapporti con la Santa Sede, al Foglio dice che Wojtyla “ha tradotto in azione i principi della dichiarazione del concilio Vaticano II ‘Nostra Aetate’. Giovanni Paolo II è l’eroe della riconciliazione ebraico-cristiana. Non c’era mai stato un simile carisma papale. Aveva un potere visivo enorme, dalla visita alla sinagoga di Roma all’autentica sofferenza sul suo viso allo Yad Vashem (museo dell’Olocausto, ndr) a Gerusalemme”. Per Rosen, è stato il Papa che “al Muro del pianto ha riconosciuto i peccati dei cristiani sul popolo ebraico e ha compreso il suo diritto al ritorno in Terra Santa”. Su tutto è stato determinante l’impatto della Shoah: “L’ho incontrato 14 volte. Ad Assisi, nel 1993, quando ero a capo della delegazione ebraica, abbiamo parlato a lungo del significato universale dello sterminio ebraico”.

    Fino al 13 aprile 1986, quando Giovanni Paolo II entra nella sinagoga di Roma a fianco del rabbino Elio Toaff, non tutto è chiaro tra cattolici ed ebrei. Soltanto il gesto – quel gesto – apre il sigillo della fiducia reciproca, crea la svolta. Cinque lunghi anni erano passati dal marzo 1981, quando il pontefice aveva fatto il primo passo verso la sinagoga, ma si era fermato nella parrocchia del ghetto, quasi fosse impedito. Entrato il pontefice in sinagoga, finalmente, Giacomo Saban, presidente della comunità di Roma gli dice: “Ritengo di dover manifestare l’aspirazione a veder cadere alcune reticenze nei confronti dello Stato d’Israele”. Il Papa non risponde, non nomina mai lo Stato di Israele. Quando gli viene presentato l’ambasciatore di Israele, Eytan Ronn, che ripete l’auspicio, sorride: “Speriamo”.


    Chi scriverà la storia del rapporto tra Giovanni Paolo II e Stato d’Israele avrà molte notizie da disseppellire. Dovrà scoprire anche come nel 1967, da cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla ha vissuto la violenta campagna antisemita che il regime comunista di Wladyslaw Gomulka scatena contro gli ebrei, dopo la guerra dei sei giorni. Il pontefice tocca allora con mano il legame intrinseco tra antisemitismo e antisionismo comunista, mentre in tutta la Polonia, con una campagna di massa, migliaia di studenti, centinaia di insegnanti, centinaia di ufficiali sono espulsi con disonore, soltanto perché ebrei: 25 mila figli dei superstiti di Auschwitz sono costretti a lasciare la Polonia.

    Dieci anni dopo, a Roma, l’intimo segreto che lega la storia della Polonia all’antisemitismo cristiano, parte del più grande mistero che porta alla Shoah, è palesemente in cima ai pensieri di Giovanni Paolo II. Di una visita in Israele si parla già nei primi mesi del pontificato, poi nel 1981, ma ci vorranno ben 22 anni perché Wojtyla possa infilare il suo biglietto nel Muro del Pianto con la parola pesante: “Perdono”. E’ molto più facile per il pontefice risolvere la questione vera – il rapporto della Chiesa con l’ebraismo – che quella che ne consegue, il rapporto diplomatico tra lo Stato Vaticano e lo Stato di Israele.

    Eppure la questione vera è enorme, perché è fatta di storia, di tanta storia. Ciò che Wojtyla vuole è ritornare a San Paolo, all’ebreo che polemizza con gli ebrei, fraternamente deluso, perché non riconoscono continuità tra la Legge che sente sua, da ebreo, e il Cristo. Wojtyla, appunto, chiama gli ebrei “fratelli maggiori”, come Paolo: stessa famiglia. Ma se gli è relativamente facile chiudere con l’antisemitismo teologico, è ben più vischioso concludere il riconoscimento dello Stato di Israele nei cui confronti la Santa Sede ha due vincoli: lo status di Gerusalemme e il destino dello Stato palestinese (la maggioranza dei cristiani che vive in Palestina è araba).

    Paolo VI, col suo viaggio in Palestina del 4 gennaio 1964, ha poi formalizzato una richiesta irrealistica su Gerusalemme che pesa e intralcia, perché ne ha chiesto uno “Statuto internazionalmente garantito”. Tre anni dopo dovrà comprendere che gli statuti di Gerusalemme si scrivono prima con le armi, poi con i trattati. La diffidenza, non priva di cascami antisemiti, continua così a segnare i rapporti della Santa Sede con Israele, tanto che nel 1976 il segretario di Stato del Vaticano, Agostino Casaroli, deve riparare a quella che Israele definisce giustamente “una guerra spirituale della Chiesa Cattolica contro gli ebrei”, quando l’Osservatore Romano pubblica un documento congiunto libico-vaticano che fa propria la definizione di “sionismo come forma di razzismo”. Né il rapporto tra Vaticano e Israele è poi aiutato dalle gerarchie cristiane palestinesi, con un patriarca latino, Michel Sabbah, sempre più sdraiato sulle posizioni più oltranziste di Yasser Arafat. Giovanni Paolo II anche qui segue allora la regola principe del suo pontificato: si occupa della storia lascia alla Curia la cronaca. Guarda avanti, cercando di capire come riformare anche il più delicato dei rapporti. Così, non appena Rabin e Arafat si stringono la mano, ordina al cardinale Angelo Sodano di concludere il riconoscimento reciproco, siglato il 30 dicembre 1993. Paradossalmente, da quel giorno in poi, sarà semmai Israele a sottovalutare l’importanza di quel rapporto. Soltanto la crisi della Basilica della Natività, nel maggio 2002, farà capire a Gerusalemme che è necessario essere in due, per parlarsi: la rappresentanza ebraica presso la Santa Sede viene allora potenziata e, discretamente, il Vaticano risponde al rinnovato interesse, spostando da posizioni cruciali i vescovi palestinesi più oltranzisti.
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    Shalom

 

 

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