Il distretto parallelo a Prato del pronto moda

Due miliardi che ogni anno sfuggono a qualsiasi controllo, un'economia parallela che si è trasformata in un modello di strategia. Il distretto parallelo cinese del pronto moda a Prato è ora raccontato in un libro di Silvia Pieraccini "L'assedio cinese", edito da Il Sole-24 Ore.

Diciotto anni fa, quando nel distretto tessile di Prato gli immigrati cinesi aprirono i primi laboratori per cucire abiti di bassa qualità, pochi se ne curarono. Oggi quest'area-simbolo del manifatturiero europeo si ritrova "in casa" un vero e proprio distretto cinese di abbigliamento "pronto moda", che lavora e cresce a ritmi inimmaginabili per l'economia italiana. Tutto questo grazie soprattutto al fatto di poter contare su manodopera clandestina e al mancato rispetto delle norme che regolano l'attività d'impresa.
È un polo produttivo che non conosce programmazione né marketing, e che si mantiene "parallelo" al distretto tradizionale pur operando nella stessa filiera e ha ormai raggiunto numeri da capogiro, ricostruiti nel libro-inchiesta di Silvia Pieraccini attraverso confronti di dati e incastri di testimonianze: 2.700 aziende, 17.000 addetti, 1,8 miliardi di giro d'affari, per oltre la metà sommerso.
Un "paradiso" fiscale che fa invidia al Liechtenstein e a San Marino, e che ora rischia di diffondere il virus dell'illegalità al tessuto imprenditoriale locale. Il distretto cinese di Prato è «l'esempio più eclatante e più sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali», scrive Pieraccini ed è la fabbrica più portentosa di moda "Made in Italy" fatta dai cinesi.
Nel distretto "parallelo" cinese di Prato non ci si infortuna (nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state due); non ci si iscrive come lavoratori al sindacato (Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale) né, come imprese, alle associazioni di categoria (un solo iscritto all'Unione Industriale, poche decine alle associazioni artigiane); si lavora alle dipendenze dei laoban (i proprietari) solo per pochi mesi (appena il 7% dei contratti dura più di due anni) e si interrompe il rapporto sempre per dimissioni volontarie, anche quando l'azienda chiude i battenti, avvenimento quest'ultimo molto frequente: sei imprese su dieci muoiono nell'arco di un anno, facendo schizzare il tasso di turn over delle aziende cinesi al 60% (quello delle imprese italiane è del 15,7%).
Le imprese tessili pratesi non hanno rapporti di affari, salvo casi sporadici, con le confezioni cinesi, perché le tipologie produttive sono molto diverse; le imprese cinesi lavorano solo per i connazionali. E una comunità così intraprendente ed attiva, potenziale risorsa della città, è invece un corpo estraneo.

Silvia PieracciniL'autrice
Silvia Pieraccini, 40 anni, laurea in giurisprudenza, giornalista professionista dal 1995, collabora da 12 anni con Il Sole 24 Ore. Ha scritto per Repubblica Firenze, Tirreno, Ansa, Reuters, Radiocor. Vive e lavora a Prato, dove ha visto nascere e crescere il primo distretto cinese d'Italia.

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L'ex sindaco: «Mai chiesto aiuto ai cinesi»

Ma davvero fu il sindaco di Prato - negli ultimi anni Ottanta - a chiedere aiuto alla comunità cinese per salvare il tessile in crisi?
Alla tesi espressa dal Console Generale cinese Gu Honglin davanti alle nostre telecamere risponde il primo cittadino di allora.
«Non so a cosa si riferisca. Di certo nel periodo in cui io sono stato sindaco di Prato, da Pasqua 1988 fino al 1995, i fatti a cui fa riferimento il console cinese non sono mai accaduti», dice Claudio Martini, attuale Presidente della Regione Toscana.
Dunque, nessuna richiesta di aiuto arrivò dal sindaco di Prato in quegli anni alla comunità cinese per salvare un settore in difficoltà.

Il Console Gu Honglin ha raccontato ai nostri inviati (vedi il video "Ci avete chiamato voi") che l'allora primo cittadino di Prato alla fine degli anni Ottanta «si recò a Firenze a parlare con i cinesi residenti in città e li fece trasferire a Prato, offrendo loro condizioni molto favorevoli». Per Martini i fatti a cui si fa riferimento, quando lui era sindaco, non sono mai accaduti.

L'ex sindaco: «Mai chiesto aiuto ai cinesi» - Il Sole 24 ORE

I volti e i luoghi dell'inchiesta

I luoghi che abbiamo filmato:

I laboratori della Chinatown
Occupano gran parte dei capannoni limitrofi alla chinatown pratese. All'interno, intercapedini appositamente costruite, nascondono locali dormitorio dove vengono ospitati numerosi clandestini che in questi spazi vivono e lavorano. Sono residenza di intere famiglie, che lavorano soprattutto nelle ore notturne, nella speranza di evitare così i controlli da parte delle forze dell'ordine. Sono in grado di cucire migliaia di capi nel giro di 24-48 ore.




Iolo
Il "distretto parallelo" di produzione e vendita del pronto moda delle imprese cinesi. Da Iolo partono i tessuti già tagliati che saranno confezionati nei laboratori della chinatown di Prato per poi tornare nell'area del distretto parallelo e essere venduti all'ingrosso ad ambulanti e commercianti. In 2.700 aziende, lavorano 17mila addetti, molti clandestini. Silvia Pieraccini che ha pubblicato il libro "L'assedio cinese" ha stimato un giro d'affari annuo di 1,8 miliardi. La quasi totalità della merce - Made in Italy - viene venduta in nero.


Euroingro
È il nome del capannone industriale di 10 mila metri quadrati, sede fino a due anni fa del lanificio Nello Gori, dove 100 stand (tutti cinesi, uno solo italiano) espongono abbigliamento, scarpe, borse, accessori, bigiotteria. È un centro espositivo, non di vendita: è possibile effettuare ordini, non acquistare direttamente la merce, custodita in un capannone a pochi metri di distanza. Ma gran parte delle aziende presenti vendono sul posto senza rilasciare alcuna fattura. Poco il made in Italy presente, quasi tutti i capi arrivano dalla Cina. È aperto 7 giorni su 7.



I personaggi intervistati:

Gu Honglin
Console Generale Repubblica Popolare di Cina in Firenze
Laureato in lingua italiana all'Università di Shanghai, ha ricoperto diversi incarichi nel Dipartimento Internazionale del comitato centrale del Partito Comunista cinese. Prima come capo della Sezione italiana, poi come vice direttore, quindi quale direttore generale dell'Ufficio dell'Europa occidentale. Ha lavorato nell'Ambasciata della Cina a Roma a partire dal 1982, fino a diventare primo segretario. È stato nominato console generale cinese a Firenze nel marzo 2007


Andrea Frattani
Assessore alla multiculturalità del Comune di Prato

Iscritto al Partito della Rifondazione Comunista viene eletto consigliere della circoscrizione Prato Sud nella legislatura 1995-1999 ed è nominato presidente della commissione Lavori Pubblici. Nel 2000 esce dal Prc e nel 2001 si iscrive al Partito dei Comunisti italiani e viene eletto segretario del Pdci pratese. Nel 2002 entra nella giunta comunale: il Sindaco gli affida la delega per la Città multietnica e multiculturale.


Marco Defila
Comandante provinciale Guardia di Finanza Prato
Ufficiale nella Guardia di Finanza, ha frequentato i corsi ordinari dell' Accademia della G.d.F. a Roma e Bergamo. Successivamente ha prestato servizio presso le sedi di Benevento, Caserta, Napoli, Lucca, Milano.Già delegato Cocer e membro del tavolo tecnico presso l'Alto Commissario per la lotta alla contraffazione nonchè consulente della 3°Commissione del Senato della Repubblica, è Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Prato.



Domenico Savi
Questore di Prato
Inizia la sua carriera negli anni del terrorismo: è a Milano tra il 1976 e il 1981 e a Bergamo quando viene smantellata Prima Linea. Successivamente è nominato vicario della Questura di Lecco e poi della Questura di Genova, poi diventa dirigente superiore con l'assegnazione all'ufficio centrale ispettivo del dipartimento della Pubblica Sicurezza. Nel settembre 2007 la nomina alla Questura di Prato. Tra le sue priorità l'incremento del rapporto di fiducia con i cittadini.


Manuele Marigolli
Segretario Camera del Lavoro di Prato
Operaio tessile , diventa dirigente del sindacato di categoria nel comune di Montemurlo. Successivamente è eletto segreatrio provinciale dei lavoratori tessili iscritti alla Cgil, poi assume la carica di segretario regionale. Dal 2005 è segretario della Camera del Lavoro di Prato.




Luigi Caroppo
Responsabile La Nazione della redazione di Prato
Giornalista professionista dal 1996, è consigliere dell'Ordine dei giornalisti della Toscana al terzo mandato. Laureato in Scienze politiche alla facoltà Cesare Alfieri dell'Università degli Studi di Firenze ha scritto il libro "Cefalonia, doppia strage", è stato coautore di "Antognoni, Firenze e il suo campione" e di "Attentato a Firenze".




Beatrice Fineschi
Presidente Antonio Fineschi SpA
Gestisce l'azienda di famiglia, fondata dal padre, Antonio Fineschi, nel 1954. La ditta, da individuale, si è trasformata in società per azioni nel 1985 e ora conta due grandi sedi concessionarie Merceds a Prato. Ma Beatrice Fineschi è anche un'affermata pittrice e la sua prima personale è del 1983. Ha svolto un'intensa attività artistica negli Stati Uniti. Suoi oli su tela fanno parte di importanti collezioni private.

I volti e i luoghi dell'inchiesta - Il Sole 24 ORE

Il lato oscuro del commercio
a cura di Sara Bianchi e Massimo Esposti

Per molte famiglie il mondo è costituito dalle mura di un laboratorio-casa, dove si lavora, si mangia, si dorme e si vive: male.
È questa una delle realtà spesso messe in luce per parlare di una parte della comunità cinese a Prato. Ma i nostri inviati sono andati oltre, scavando in quella che non è solo un'economia parallela, ma negli anni si è trasformata in un modello di strategia riassumibile in un solo dato: due miliardi di euro all'anno che sfuggono in gran parte a qualunque controllo. Dove vanno, per cosa vengono utilizzati e come vengono spesi?
Sotto mentite spoglie di commercianti, i nostri giornalisti hanno acquistato merce dove non avrebbero potuto. I risultati sono sconcertanti. Un lato oscuro che viene affrontato ogni giorno dalla Forze dell'Ordine e dalle istituzioni alla ricerca di una integrazione, una strada difficile che vede impegnato anche il Console cinese il quale, senza mezzi termini, racconta la sua verità sui cinesi a Prato.

Immagini e montaggio di Placido Losacco

Sara.Bianchi@ilsole24ore.com

Massimo.Esposti@ilsole24ore.com

Il lato oscuro del commercio - Il Sole 24 ORE

Prato, un'impresa su otto è controllata dai cinesi

«Il nostro distretto come laboratorio europeo per l'inserimento degli imprenditori stranieri». Riccardo Marini, presidente dell'Unione industriale pratese, è preoccupato: «In questo momento i cinesi non rappresentano un'opportunità ma un problema, spero che possano diventare un'occasione di crescita per l'economia del territorio, ma la discriminante è che comincino a rispettare le regole».
Marini ha parlato in occasione della presentazione del libro-denuncia di Silvia Pieraccini dal titolo significativo: «L'assedio cinese. Il distretto parallelo del pronto moda di Prato», Il Sole 24 Ore editore. Un lavoro di scavo, di analisi dei dati disponibili e di elaborazione di statistiche inedite sul fenomeno dell'insediamento cinese iniziato nei primi anni 90. La fotografia che ne emerge è impressionante.
Le aziende che fanno capo a imprenditori con gli occhi a mandorla a fine 2007 erano 3.528 (+17% sul 2006), di cui 2.440 nel comparto delle confezioni e 215 in quello tessile. A Prato, un'azienda ogni otto parla cinese (12,5%). Queste imprese hanno un turnover del 60% contro il 15,7% delle italiane (cioè muoiono e rinascono velocemente). Il loro giro d'affari è di 1,8 miliardi, ma un miliardo viene realizzato in nero. L'export è il 70% del fatturato, perchè il pronto moda cinese di Prato rifornisce buona parte dell'Europa. Sono 360 milioni i capi d'abbigliamento che questo distretto parallelo sforna ogni anno. Senza avere punti di contatto con il tradizionale distretto italiano.
I cinesi comprano tessuti non pratesi (costo e qualità sono troppo elevati), in prevalenza importano dalla stessa Cina (negli ultimi dieci anni l'import cinese è aumentato di oltre i 3mila%), e sempre più si organizzano autonomamente anche per quanto riguarda la logistica e i trasporti. Il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) quale risulta dai bilanci delle aziende cinesi è del 42,7% contro il 73,2% del distretto tessile ufficiale. Nessun lavoratore cinese è iscritto al sindacato. E il 46% dei contratti di lavoro, nelle imprese cinesi del pronto moda, dura meno di sei mesi. Quando un'azienda chiude, tutti i dipendenti si dimettono. Le regole sono un optional (il livello di evasione della tassa sui rifiuti, per esempio, è dell'80%).
Pieraccini parla di «paradiso fiscale, in cui almeno un miliardo di euro di giro d'affari è realizzato in nero». Confindustria mette in guardia dai rischi di possibili tensioni sociali: «Il distretto tessile pratese, quello ufficiale che quotidianamente combatte per riuscire a competere sui mercati internazionali, non ha punti di contatto sostanziale con il distretto parallelo dei cinesi – spiega Marini –: qualità e tipologia di prodotto sono diversi. Ma la coesistenza, gomito a gomito, con chi le regole non le rispetta e grazie a questo si arricchisce, potrebbe portare a distorsioni economiche e alzare il livello di allarme sociale». Anche perché, come spiega l'autrice del libro, «il denaro accumulato deve essere reinvestito».
Solo nel 2007, i cinesi di Prato hanno inviato in patria 384 milioni attraverso i money transfer. All'appello, però, mancano almeno 6-700 milioni. Dove sono finiti? «Ci vorrebbe un coordinamento più stretto tra le istituzioni nella fase dei controlli», dicono Pieraccini e Marini. Le maglie invece sono troppo larghe.

Prato, un'impresa su otto è controllata dai cinesi - Il Sole 24 ORE

Officina Italia - Cina

Vestirsi con sei euro soltanto, per un abito o un paio di scarpe comprati in un mercato rionale senza rinunciare allo stile è sempre più facile. Ma come è possibile riuscire a mantenere prezzi così contenuti? In altre parole: da dove arriva la gran parte di questi prodotti? Ce lo siamo chiesti e, stimolati dalle ricerche condotte da Silvia Pieraccini (che ha appena pubblicato "L'assedio cinese") siamo partiti per Prato, dove ha sede il centro di produzione e commercio all'ingrosso di pronto moda della più grande comunità cinese d'Europa.
Nel distretto parallelo di Iolo abbiamo visitato numerose aziende tra le 2.700 presenti che occupano 17.000 addetti, molti dei quali clandestini. E abbiamo scoperto che nei capannoni di quest'area vengono utilizzate stoffe provenienti dalla Cina al costo di 1 euro, in alcuni casi 50 centesimi al metro, quando il prezzo di tessuti prodotti a Prato arrivava a 8 euro al metro. A Iolo le stoffe vengono tagliate per poi essere cucite a pochi chilometri di distanza, nei laboratori della chinatown pratese. Gli abiti pronti tornano nel giro di 24/48 ore nelle stesse aziende dove sono stati tagliati per essere venduti ad ambulanti e negozianti provenienti soprattutto dalla Germania e dalla Polonia, ma anche dall'Italia. Tutti i passaggi avvengono senza l'emissione di alcuna fattura.
Poco diversa la situazione a Euroingro, che dista solo alcune centinaia di metri da Iolo: è un centro espositivo che ospita 100 stand cinesi, dove si vendono prodotti confezionati in Cina, dunque privi - a differenza di Iolo - del marchio Made in Italy. A Euroingro è possibile solo fare ordini, la merce deve essere ritirata just in time in un altro capannone vicino. Ma in realtà le aziende presenti vendono direttamente sul posto e anche loro lavorano in gran parte senza fatturare.
La comunità cinese di Prato che conta ufficialmente 18mila persone, cresce con l'aumentare del lavoro, quando clandestini provenienti da tutta Europa arrivano in questa zona come manodopera.
Ma con il crescere della comunità gli illeciti sono aumentati e la popolazione pratese ha mostrato i primi segnali di insofferenza. Le rimesse da Prato verso la Cina attraverso money transfer sono cresciute del 600% nell'ultimo anno, toccando quota 384 milioni di euro nel 2007 e lasciando senza risposta una domanda inquietante: da dove arriva tutto questo denaro?
I controlli da parte delle forze dell'ordine si sono fatti più intensi. E il tentativo delle istituzioni che operano per l'integrazione, Comune in testa, è quello di arrivare in tempi ridotti a una buona quota di emersione, sia del lavoro che della produzione. Per ottenere questo risultato è decisivo il rapporto con la seconda e con la terza generazione di immigrati, la prima è considerata perduta, proiettata solo al rientro in patria dopo aver ottenuto buoni guadagni.
Insomma Prato è davvero un laboratorio per i processi di integrazione (produttivi e non) con una comunità che tende più di altre alla chiusura entro il suo stretto perimetro, territoriale e culturale.

Officina Italia - Cina - Il Sole 24 ORE