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    VICARIATO DI ROMA

    CELEBRAZIONI PROMOSSE DALLA DIOCESI DI ROMA,
    PARTICOLARMENTE NELLA BASILICA DI S.GIOVANNI IN LATERANO
    "PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE"


    Domenica 17 aprile 2005

    Ore 10,00: Nella Basilica di S. Giovanni in Laterano, S.Messa Capitolare nella IV Domenica di Pasqua con canto del Veni Creator e preghiera "Pro Eligendo Romano Pontifice"

    L'Adorazione Eucaristica quotidiana sarà ogni giorno, fino all'elezione del Sommo Pontefice, occasione di pregare "Pro Eligendo Romano Pontifice". Anche le altre SS.Messe d'orario saranno celebrate "Pro Eligendo Romano Pontifice"

    Lunedì 18 aprile 2005

    Tutti i sacerdoti e fedeli della Diocesi di Roma sono invitati a partecipare, alle ore 10,00, alla S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" nella Basilica di San Pietro in Vaticano

    Martedì 19 aprile 2005

    Ore 8,00: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Giovanni Canestri, del Titolo di S.Andrea della Valle, Arcivescovo emerito di Genova

    Ore 16,30: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Jozef Tomko, del Titolo di S .Sabina, Prefetto emerito della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli

    Mercoledì 20 aprile 2005

    Ore 8,00: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Ersilio Tonini, del Titolo del SS. mo Redentore a Val Melaina, Arcivescovo emerito di Ravenna-Cervia

    Ore 16,30: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Jorge Maria Mejia, Diacono di S Girolamo della Carità, Archivista e Bibliotecario emerito di S.R.C.

    Giovedì 21 aprile 2005

    Ore 8,00: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Georges Marie Martin Cottier, O.P., Diacono dei SS. Domenico e Sisto

    Ore 16,30: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Luigi Moretti, Vice gerente di Roma

    Venerdì 22 aprile 2005

    Ore 8,00: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Rino Fisichella, Vescovo Ausiliare di Roma, Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense

    Ore 16,30: S.Messa "Pro Eligendo Romano Pontifice" presieduta da S.E. Rev.ma il Signor Cardinale Carlo Furno, Diacono del S. Cuore di Cristo Re, Arciprete emerito della Patriarcale Basilica Liberiana di S.Maria Maggiore

    A tutte le parrocchie e chiese di Roma sarà inviato un testo di preghiere dei fedeli da introdurre nella celebrazione delle SS.Messe "Pro Eligendo Romano Pontifice" durante i giorni del Conclave, con l'invito a cantare il Veni Creator (o altro Inno allo Spirito Santo) e a recitare la preghiera "Pro Eligendo Romano Pontifice".

    Si chiederà che almeno una S.Messa in ogni chiesa di Roma sia celebrata "Pro Eligendo Romano Pontifice" durante tutti i giorni a partire da lunedì 18 fino al giorno dell'elezione del Santo Padre e che siano organizzate ore di Adorazione Eucaristica, Veglie di preghiera, recite del Santo Rosario ecc. "Pro Eligendo Romano Pontifice".

    Ai parroci e rettori di chiese titolari si chiederà di favorire, domenica mattina, la celebrazione della S.Messa con il canto del Veni Creator (o altro Inno allo Spirito Santo) ed una speciale preghiera "Pro Eligendo Pontifice", presieduta dal Cardinale titolare se egli è disponibile.

    Inviteremo tutti i responsabili delle parrocchie e chiese di Roma a suonare le campane nel momento dell'elezione del nuovo Papa, dopo che ne sarà dato l'annuncio dalla Loggia delle Benedizioni della Basilica Vaticana.

  2. #2
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    UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
    DEL SOMMO PONTEFICE

    NOTIFICAZIONE

    CAPPELLA PAPALE

    SANTA MESSA
    «PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE»


    Lunedì 18 aprile 2005 alle ore 10 nella Basilica Vaticana, secondo quanto disposto dalla Congregazione generale dei Cardinali, sarà celebrata la Santa Messa «per l'elezione del Romano Pontefice».

    La Messa sarà concelebrata dai Signori Cardinali elettori e presieduta dal Signor Cardinale Joseph Ratzinger, Decano del Collegio Cardinalizio.

    Gli Em.mi Cardinali che concelebrano, indossando la veste rossa, il rocchetto e la mozzetta, portando con sé la mitra bianca damascata, sono pregati di trovarsi per le ore 9.30 nella Cappella di San Sebastiano per rivestire le vesti sacre.

    ***

    Per manifestare la comunione nella preghiera da parte di tutta la Chiesa in un momento tanto importante, sono vivamente invitati a partecipare alla Celebrazione anche i Cardinali non elettori, i Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i membri degli Istituti di Vita consacrata e delle Società di Vita apostolica, nonché i fedeli laici di tutto il popolo di Dio presenti a Roma.

    La Chiesa tutta spiritualmente unita con Maria, Madre di Gesù, chiamata a perseverare unanime nell'orazione, sull'esempio della prima comunità cristiana, eleva umili ed insistenti preghiere al Signore, affinché illumini le menti degli Elettori e li renda concordi onde ottenere una sollecita e unanime elezione del nuovo Papa.

    ***

    Tutti coloro che, in conformità al Motu Proprio Pontificalis Domus compongono la Cappella Pontificia e desiderano partecipare alla celebrazione liturgica, sono pregati di trovarsi alle ore 9.30 presso l'Altare della Confessione per occupare il posto che verrà loro indicato.

    Quanto all'abito, i partecipanti si regoleranno nel modo seguente:

    - i Signori Cardinali, gli Arcivescovi ed i Vescovi sulla veste propria indosseranno il rocchetto e la mozzetta;

    - i Patriarchi, gli Arcivescovi e Vescovi delle Chiese Orientali: il proprio abito corale;

    - gli Abati e i Religiosi: il proprio abito corale;

    - i Prelati: il rocchetto e la mantelletta, o la cotta, sopra la veste paonazzacon fascia paonazza, a seconda del proprio grado;

    - i Cappellani di Sua Santità: la cotta sopra la talare filettata con fascia paonazza;

    - i Parroci di Roma: la cotta e la stola rossa.

    Città del Vaticano, 7 aprile 2005

    Per mandato del Collegio Cardinalizio

    † PIERO MARINI
    Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie

  3. #3
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    CAPPELLA PAPALE

    MISSA PRO ELIGENDO ROMANO PONTIFICE

    OMELIA DEL CARDINALE JOSEPH RATZINGER
    DECANO DEL COLLEGIO CARDINALIZIO

    Patriarcale Basilica di San Pietro
    Lunedì 18 aprile 2005


    Is 61, 1 - 3a. 6a. 8b - 9
    Ef 4, 11 - 16
    Gv 15, 9 - 17

    In quest’ora di grande responsabilità, ascoltiamo con particolare attenzione quanto il Signore ci dice con le sue stesse parole. Dalle tre letture vorrei scegliere solo qualche passo, che ci riguarda direttamente in un momento come questo.

    La prima lettura offre un ritratto profetico della figura del Messia – un ritratto che riceve tutto il suo significato dal momento in cui Gesù legge questo testo nella sinagoga di Nazareth, quando dice: “Oggi si è adempiuta questa scrittura” (Lc 4, 21). Al centro del testo profetico troviamo una parola che – almeno a prima vista – appare contraddittoria. Il Messia, parlando di sé, dice di essere mandato “a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio.” (Is 61, 2). Ascoltiamo, con gioia, l’annuncio dell’anno di misericordia: la misericordia divina pone un limite al male - ci ha detto il Santo Padre. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona: incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Il mandato di Cristo è divenuto mandato nostro attraverso l’unzione sacerdotale; siamo chiamati a promulgare – non solo a parole ma con la vita, e con i segni efficaci dei sacramenti, “l’anno di misericordia del Signore”. Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia il “giorno della vendetta per il nostro Dio”? Gesù, a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha pronunciato queste parole – ha concluso annunciando l’anno della misericordia. É stato forse questo il motivo dello scandalo realizzatosi dopo la sua predica? Non lo sappiamo. In ogni caso il Signore ha offerto il suo commento autentico a queste parole con la morte di croce. “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce…”, dice San Pietro (1 Pt 2, 24). E San Paolo scrive ai Galati: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno, perché in Cristo Gesù la benedizione di Abramo passasse alle genti e noi ricevessimo la promessa dello Spirito mediante la fede” (Gal 3, 13s).

    La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e sulla sua anima tutto il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio: egli stesso, nella persona del Figlio, soffre per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diveniamo disponibili a completare nella nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1, 24).

    Passiamo alla seconda lettura, alla lettera agli Efesini. Qui si tratta in sostanza di tre cose: in primo luogo, dei ministeri e dei carismi nella Chiesa, come doni del Signore risorto ed asceso al cielo; quindi, della maturazione della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, come condizione e contenuto dell’unità nel corpo di Cristo; ed, infine, della comune partecipazione alla crescita del corpo di Cristo, cioè della trasformazione del mondo nella comunione col Signore.

    Soffermiamoci solo su due punti. Il primo è il cammino verso “la maturità di Cristo”; così dice, un po’ semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della “misura della pienezza di Cristo”, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l’essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (Ef 4, 14). Una descrizione molto attuale!

    Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

    Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell’esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come “un cembalo che tintinna” (1 Cor 13, 1).

    Veniamo ora al Vangelo, dalla cui ricchezza vorrei estrarre solo due piccole osservazioni. Il Signore ci rivolge queste meravigliose parole: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici” (Gv 15, 15). Tante volte sentiamo di essere - come è vero - soltanto servi inutili (cf Lc 17, 10). E, ciò nonostante, il Signore ci chiama amici, ci fa suoi amici, ci dona la sua amicizia. Il Signore definisce l’amicizia in un duplice modo. Non ci sono segreti tra amici: Cristo ci dice tutto quanto ascolta dal Padre; ci dona la sua piena fiducia e, con la fiducia, anche la conoscenza. Ci rivela il suo volto, il suo cuore. Ci mostra la sua tenerezza per noi, il suo amore appassionato che va fino alla follia della croce. Si affida a noi, ci dà il potere di parlare con il suo io: “questo è il mio corpo...”, “io ti assolvo...”. Affida il suo corpo, la Chiesa, a noi. Affida alle nostre deboli menti, alle nostre deboli mani la sua verità – il mistero del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo; il mistero del Dio che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Ci ha reso suoi amici – e noi come rispondiamo?

    Il secondo elemento, con cui Gesù definisce l’amicizia, è la comunione delle volontà. “Idem velle – idem nolle”, era anche per i Romani la definizione di amicizia. “Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando” (Gv 15, 14). L’amicizia con Cristo coincide con quanto esprime la terza domanda del Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Nell’ora del Getsemani Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ha sofferto tutto il dramma della nostra autonomia – e proprio portando la nostra volontà nelle mani di Dio, ci dona la vera libertà: “Non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 21, 39). In questa comunione delle volontà si realizza la nostra redenzione: essere amici di Gesù, diventare amici di Dio. Quanto più amiamo Gesù, quanto più lo conosciamo, tanto più cresce la nostra vera libertà, cresce la gioia di essere redenti. Grazie Gesù, per la tua amicizia!

    L’altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto: “Vi ho costituito perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). Appare qui il dinamismo dell’esistenza del cristiano, dell’apostolo: vi ho costituito perché andiate… Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l’inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. In verità, l’amore, l’amicizia di Dio ci è stata data perché arrivi anche agli altri. Abbiamo ricevuto la fede per donarla ad altri – siamo sacerdoti per servire altri. E dobbiamo portare un frutto che rimanga. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono; i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, più o meno lungo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa, che rimane in eterno, è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane – l’amore, la conoscenza; il gesto capace di toccare il cuore; la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora andiamo e preghiamo il Signore, perché ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra viene cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio.

    Ritorniamo infine, ancora una volta, alla lettera agli Efesini. La lettera dice - con le parole del Salmo 68 - che Cristo, ascendendo in cielo, “ha distribuito doni agli uomini” (Ef 4, 8). Il vincitore distribuisce doni. E questi doni sono apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri. Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo – il mondo nuovo. Viviamo il nostro ministero così, come dono di Cristo agli uomini! Ma in questa ora, soprattutto, preghiamo con insistenza il Signore, perché dopo il grande dono di Papa Giovanni Paolo II, ci doni di nuovo un pastore secondo il suo cuore, un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia. Amen.


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    Predefinito Missa pro eligendo Pontifice - 18 aprile 2005



    I Cardinali celebranti


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    Via al conclave, lode all'ortodossia. Ratzinger bolla il pensiero libero

    Il conclave si apre nel segno di Jospeh Ratzinger, il custode della dottrina. L’omelia del decano austriaco del collegio cardinalizio, nel corso della messa pro eligendo Pontefice, è un inno all’ortodossia. Ratzinger snocciola uno ad uno i pericoli che nel secolo passato hanno insidiato il pensiero del buon cattolico. «Marxismo, liberalismo, libertinismo, collettivismo, individualismo radicale, vago misticismo religioso, agnosticismo, sincretismo» e «così via». Tutto da buttare, evidentemente.

    «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero – si lamenta il cardinale, considerato uno dei principali papabili – La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all'altro».

    Una vera e propria condanna della modernità. Un tentativo di condizionare la rotta futura della Chiesa? Questo lo deciderà il conclave. Di sicuro Ratzinger non usa parole scontate. E dal pulpito lancia un monito a tutti i cattolici: «Il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». Questo non va bene, così come non va bene l’idea per cui, «avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa viene spesso etichettato come fondamentalismo».

    Questione di fede, ma non solo: I cristiani di oggi, prosegue il cardinale decano «rischiano di «rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità». Ecco allora l’invocazione di un papa – nocchiero, capace di portare la nave della Chiesa fuori dalla tempesta, «un pastore che ci guidi alla conoscenza di Cristo, al suo amore, alla vera gioia». L’omelia si chiude con un lungo applauso.

    Fonte: L'Unità

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    Il cardinali Carlo Maria Martini, durante la solenne messa pro eligendo pontifice, che apre i riti del conclave per l'elezione del successore di Giovanni Paolo II (Ansa)

    Il cardinale celebrante Joseph Ratzinger



    I cardinali Giovan Battista Re, Angelo Sodano e Joseph Ratzinger, durante la solenne messa pro eligendo pontifice, che apre i riti del conclave per l'elezione del successore di Giovanni Paolo II (Ansa)

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    Tra i fedeli presenti alla messa in basilica, da sinistra, Clemente Mastella, segretario dei Popolari-Udeur, Marco Follini vicepremier e, ultimo a destra, Ferdinando Casini, presidente della Camera dei Deputati




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    19 aprile 2005

    L'omelia del decano del Vaticano prima del Conclave

    Ratzinger, un manifesto con tanti no
    Nessuna apertura ai temi dei suoi avversari La denuncia dell’individualismo e del relativismo «che ci sbatte di qua e di là».


    Joseph Ratzinger ha un gesto con la mano sinistra verso il chierico, che tira fuori dalla tasca i suoi occhiali cerchiati d’oro e glieli porge. Per celebrare, il cardinale decano non ne ha bisogno; recita a memoria. Gli occhiali servono per leggere l’omelia, scritta in un italiano che pare tradotto dal latino. Sono le ultime parole pubbliche di un cardinale prima del Conclave. D’ora in poi i porporati parleranno solo per segni: litanie, giuramenti, fumate, campane.

    Ma le parole di Ratzinger non sono da decano. Neppure da candidato alla successione di Wojtyla, come pure è, sia pure non per sua volontà. Non è un’omelia generica in cui tutti possano riconoscersi, né una concessione a temi vicini alla sensibilità dei suoi avversari (la collegialità, il Terzo Mondo, le istanze sociali, la pace). E’ una sintesi di ventitré anni di lavoro al fianco di Wojtyla come custode del deposito della fede, una dichiarazione di identità, una denuncia di pericoli imminenti, un manifesto per il prossimo Papa, chiunque sia. Qualcosa che neanche gli altri cardinali, che pure lo conoscono bene e ne riconoscono la primazia intellettuale, si attendevano.

    E infatti quando Ratzinger mette in guardia dalla «dittatura del relativismo» e pronuncia una serie di condanne, nessuna delle quali rappresenta in sé uno sconvolgimento ma che tutte insieme fanno di un discorso di rito un intervento storico, i colleghi che lo ascoltano seduti hanno come un sobbalzo. Sostenitori, avversari, indecisi: nessuno resta indifferente. No al marxismo e al liberalismo spinto al libertinismo, dice il decano, e Ruini si curva ancora di più. No al collettivismo e all’individualismo radicale, e Martini afferra il pomo del bastone. No ai «venti di dottrina» e alle «mode del pensiero», e l’indiano Dias si passa una mano sulla fronte.

    No alle nuove sette, no all’ateismo e all’agnosticismo, no al sincretismo e al «vago misticismo religioso» dell’era new age. «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le proprie voglie!». Gli stessi collaboratori antichi e nuovi di Ratzinger appaiono sorpresi: Lopez Trujillo, accreditato come il suo ambasciatore tra gli ispanici, aggrotta le sopracciglia cespugliose, gonfia le gote Schönborn allievo dissenziente, resta impassibile Bertone, già suo segretario presso la Congregazione per la dottrina della fede, mentre l’ex segretario privato Clemens guadagna la prima fila tra i vescovi. L’unico a sorridere largo è Biffi, che non ha mai nascosto di trovarsi in sintonia con Ratzinger più ancora che con Wojtyla e nelle riunioni preconclave ha detto chiaramente: «Voi sapete a chi andrà il mio voto».

    Lui stesso, mentre parla con il suo italiano dall’accento tedesco (kvando, cioia, morte di croce) eppure dolce, avverte la tensione e l’emozione: «Avere una fede chiara secondo il Credo della Chiesa viene spesso etichettato come fondamentalismo», un colpo di tosse, «noi abbiamo un’altra misura, il Figlio di Dio, il vero uomo», un rivolo di sudore. Alla fine il pubblico che gremisce la basilica (e aveva accolto i cardinali in un turbine di flash, videocamere e telefonini) ha applaudito a lungo; e quando Ratzinger, deterso il sudore e restituiti gli occhiali al chierico, ha fatto cenno di voler proseguire, è riecheggiato sotto la volta il battimano della piazza. All’ingresso erano stati molto applauditi anche l’honduregno Rodriguez Maradiaga, il più sorridente e portato al contatto con le folle, che non a caso ha risposto con ampi gesti delle braccia, e Martini, imperturbabile.

    L’arcivescovo emerito di Milano non gradisce che il suo immenso prestigio diventi una leva per fermare Ratzinger, cui è legato, oltre che da consuetudine di colleghi, da stima e sintonia di studiosi. L’edizione delle lettere di San Pietro che Wojtyla regalò ai porporati per il suo venticinquesimo anno di pontificato è curata da Martini e prefata da Ratzinger. Hannah Arendt, di cui anche ieri il decano - come già celebrando la Via Crucis con gli stessi toni allarmati - ha citato la «banalità del male», è cara a entrambi. Ma erano stati proprio Ratzinger e Martini i protagonisti dello storico Sinodo per l’Europa convocato da Giovanni Paolo II alla fine del ’91; e mentre Martini parlò di evangelizzazione, di alleanza con le altre confessioni cristiane, di unificazione dell’Europa, Ratzinger obiettò che «abbiamo parlato troppo di problemi economici, sociali, politici, troppo di noi, e troppo poco di Dio».

    Quell’antico confronto si ripropone oggi, contro la volontà dei protagonisti. Sorridono come sollevati Silvestrini ed Etchegaray: sono tra i cardinali che per aver superato gli ottant’anni non entreranno in Conclave, oggi portano un peso minore. A Ratzinger invece, che fu grande elettore e primo sostegno di Wojtyla, è toccato ora seppellirlo e guidare il rito che porterà alla successione. Dopo il pranzo in Santa Marta e il riposo, alle 16 i cardinali si incamminano a gruppetti verso l’aula delle benedizioni, da cui partirà il corteo solenne. Ma qualcuno si sbaglia, attratto forse dalla magnificenza di Michelangelo (o dallo scrupolo del cardinale Nicora, primo per statura ma ultimo per gerarchia, che per paura di sbagliare sta provando la chiusura della porta), gira a destra anziché a sinistra e si affaccia nella Sistina. Ratzinger lo richiama: dove andate? Per di qui! Nella Sistina il decano entra per ultimo e giura per primo. «Giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del romano Pontefice...».

    E’ l’apoteosi della segretezza e della sacralità del più antico rito elettivo d’Europa, che la novità delle telecamere non svela ma enfatizza. «Promettiamo di non violare in alcun modo questo segreto sia durante sia dopo l’elezione del nuovo Pontefice, a meno che non ne sia stata concessa esplicita autorizzazione dallo stesso Pontefice...». L’«extra omnes» di monsignor Marini più che un imperio è un sussurro. Escono gli uomini della comunicazione vaticana: Agnes, Scelso, Navarro. Poi, non ripreso dalle telecamere, esce lo stesso Marini insieme con il cardinale anziano Spidlik, che ha tenuto la meditazione. Nicora chiude il portone, meglio che nelle prove. Le agenzie diffondono le foto della casa natale di Ratzinger: Marktl am Inn, 16 aprile 1927.

    In piazza i fedeli, tra cui il governatore della Banca d’Italia, aguzzano gli occhi ma è difficile scorgere il fumo sullo sfondo del sole al tramonto, poi delle nuvole scure; la fumata pare grigia, al cronista del Tg1 quasi bianca, invece è nera. Probabilmente il decano non sarà il prossimo Papa; certo farà in modo che un po’ assomigli a lui. Al Celio si inaugura l’installazione di un artista napoletano dedicata al conclave: 115 pastorali con un volto di cardinale, tutti uguali, ispirati, pare, a San Gennaro; ma il mecenate cardinale Law li ha trovati precisi a Ratzinger.

    Aldo Cazzullo

    Fonte: Corriere della Sera

 

 

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