Il fallimento papale
SLAVOJ ZIZEK
L'ambigua reazione di Karol Wojtyla nei confronti di Passion, il film di Mel
Gibson, è ben nota. Subito dopo averlo visto, profondamente commosso, ha
mormorato: «È proprio come avvenne in realtà!», dichiarazione poi velocemente
ritrattata dai portavoce ufficiali del Vaticano. La reazione spontanea del papa
è stata dunque immediatamente sostituita dalla posizione neutra «ufficiale»,
emendata in modo da non ferire nessuno. Con questa ritrattazione, con questa
concessione alla sensibilità liberale, il papa ha tradito ciò che di meglio
c'era in lui, la sua intrattabile posizione etica. Oggi, in un'epoca di
ipersensibilità verso il rischio di essere molestati dall'Altro, sta diventando
un atteggiamento sempre più diffuso lamentarsi della «violenza etica» e
criticare quegli imperativi etici che ci «terrorizzano» con le loro brutali
imposizioni. L'ideale normativo di questa critica è un'«etica senza violenza»,
che (ri)negozia perennemente le sue norme: la critica culturale più alta
incontra qui inaspettatamente la psicologia pop più bassa.
Durante una serie degli «Oprah Winfrey shows» John Gray, l'autore di Gli uomini
vengono da Marte, le donne da Venere, ha spinto questa posizione all'estremo:
dato che, in fin dei conti, «siamo» le storie che raccontiamo a noi stessi su
noi stessi, la soluzione a un'impasse psichica sta nella riscrittura «positiva»,
creativa, del nostro passato. Gray non aveva in mente semplicemente le comuni
terapie cognitive che mirano a trasformare le «false credenze» negative su se
stessi in un atteggiamento più positivo, nella certezza di essere amati dagli
altri e capaci di risultati creativi, quanto piuttosto un'idea più «radicale»,
pseudo-freudiana, di regressione fino alla scena della ferita traumatica
primordiale. Gray accetta la nozione psicoanalitica secondo cui un'esperienza
traumatica nella prima infanzia può segnare per sempre lo sviluppo futuro del
soggetto facendolo virare in senso patologico, ma propone che il soggetto, sotto
la guida del terapeuta, dopo essere regredito fino alla sua scena traumatica
originaria ed averla così rivissuta direttamente, «riscriva» questa scena,
questa struttura ultima del suo universo di significato, rendendola più
«positiva», benigna e produttiva. Se, ad esempio, la scena traumatica
primordiale che grava sul nostro inconscio deformando e inibendo la nostra
creatività è quella di nostro padre che ci gridava «Non vali niente! Ti
disprezzo! Non combinerai niente di buono!», noi dovremmo riscriverla ottenendo
così una nuova scena con un padre benevolo che ci sorride affettuosamente
dicendoci: «Sei in gamba! Mi fido pienamente di te!»
New Age cristiano
Per portare questo gioco fino alle estreme conseguenze, quando Wolfman, nel
famoso caso clinico di Freud, «regredisce» fino alla scena traumatica che aveva
determinato il suo sviluppo psichico successivo (il coitus a tergo dei genitori
cui aveva assistito) la soluzione non sarebbe forse riscrivere la scena? In
questo modo egli avrebbe visto solamente i suoi genitori stesi sul letto e
intenti a leggere, il padre un giornale e la madre un romanzo sentimentale.
Il problema è che quanto viene qui evocato come esagerazione satirica, oggi sta
succedendo veramente. Si pensi a come le minoranze etniche, sessuali ecc.
riscrivono il loro passato in chiave più positiva, di autoaffermazione: gli
afro-americani sostengono che molto prima della modernità europea, gli antichi
imperi africani possedevano già un alto livello di sviluppo nella scienza e
nella tecnologia, ecc.
Su questa falsariga, possiamo immaginare una riscrittura dello stesso Decalogo.
Qualche comandamento è troppo severo? Regrediamo fino alla scena sul Monte Sinai
e riscriviamola! «Tu non commetterai adulterio, a meno che esso non sia
emotivamente sincero e non serva alla tua realizzazione profonda...»
Che cosa va perduto, in questa totale apertura del passato alla sua successiva
riscrittura? Esemplare è qui The Hidden Jesus di Donald Spoto, una lettura
«liberal» del cristianesimo contaminata dalla New Age, in cui a proposito del
divorzio possiamo leggere: «Gesù ha chiaramente condannato il divorzio e il
nuovo matrimonio. (...) Ma Gesù non è andato oltre, non ha detto che il
matrimonio non può essere rotto (...). Da nessun'altra parte, nel suo
insegnamento, c'è una situazione in cui egli incateni per sempre le persone alle
conseguenze del suo peccato. Tutto il suo approccio nei confronti delle persone
era liberarle, non legiferare (...). È del tutto evidente che di fatto alcuni
matrimoni semplicemente crollano, che gli impegni vengono abbandonati, che le
promesse vengono violate e l'amore tradito».
Il rovescio del diritto
Queste righe, per quanto comprensibili e «liberal», implicano una confusione
fatale tra alti e bassi emotivi, e un impegno simbolico incondizionato che deve
resistere proprio quando non è più supportato da emozioni dirette: «Tu non
divorzierai, tranne quando il tuo matrimonio `di fatto' crolla, quando diventa
un peso emotivo insopportabile che frustra tutta la tua vita». In breve, tranne
quando la proibizione di divorziare avrebbe guadagnato il suo pieno significato
(giacché chi divorzierebbe quando il suo matrimonio è ancora vitale?). È così
che oggi tendiamo a stabilire un collegamento negativo tra il Decalogo (i
comandamenti divini imposti traumaticamente) e i diritti umani, sebbene in
ultima analisi il tema moderno dei diritti umani sia radicato nella nozione
ebraica dell'amore per il vicino. Ossia, all'interno della nostra società
liberal-permissiva, post-politica, in fondo i diritti umani sono semplicemente
il diritto di violare i dieci comandamenti. «Il diritto alla privacy»: il
diritto all'adulterio, commesso in segreto, quando nessuno mi vede o ha il
diritto di intromettersi nella mia vita. «Il diritto di cercare la felicità e di
possedere la proprietà privata»: il diritto di rubare (o sfruttare gli altri).
«La libertà di stampa e la libertà di esprimere la propria opinione»: il diritto
di mentire. «Il diritto dei liberi cittadini di possedere armi»: il diritto di
uccidere. E, infine, «la libertà di fede religiosa»: il diritto di adorare falsi
dei.
Quando, dunque, ci liberiamo di questo meccanismo? L'estrema ironia postmoderna
è lo strano scambio tra Europa e Asia: nel momento stesso in cui, a livello
dell'«infrastruttura economica», la tecnologia e il capitalismo «europei» stanno
trionfando in tutto il mondo, a livello della «sovrastruttura ideologica»
l'eredità giudaico-cristiana è minacciata nello stesso spazio europeo
dall'assalto del pensiero «asiatico» New Age. Quest'ultimo, nelle sue diverse
guise che vanno dal «buddismo occidentale» (odierno contrappunto al marxismo
occidentale, in contrapposizione al marxismo-leninismo «asiatico») ai diversi
«Tao», si sta affermando come l'ideologia egemonica del capitalismo globale. In
questo risiede la più alta identità speculativa degli opposti nella civiltà
globale di oggi: pur presentandosi come un rimedio contro la tensione e lo
stress della dinamica capitalistica che ci consente di liberare e mantenere la
nostra pace interiore, la Gelassenheit, in realtà il «buddismo occidentale»
funge da perfetta appendice ideologica a questo tipo di dinamica. Dobbiamo qui
menzionare il tema ben noto del «future shock», ossia di come oggi,
psicologicamente, le persone non riescono più a tenere testa al ritmo
abbacinante dello sviluppo tecnologico e dei cambiamenti sociali che lo
accompagnano. Semplicemente, le cose si muovono troppo in fretta: prima che
abbiamo il tempo di abituarci a un'invenzione, questa è già soppiantata da
un'altra, sicché siamo sempre più privi della più elementare «mappa cognitiva».
Il ricorso al taoismo o al buddismo offre un'uscita da questa situazione,
decisamente più efficace della fuga disperata nelle vecchie tradizioni: invece
di sforzarci di stare al passo con il ritmo in accelerazione del progresso
tecnologico e dei cambiamenti sociali, dovremmo piuttosto rinunciare al
tentativo di mantenere il controllo su ciò che avviene, rifiutandolo in quanto
espressione della moderna logica del dominio. Dovremmo invece «lasciarci
andare», vivere alla giornata, opponendo una distanza interiore e un
atteggiamento di indifferenza alla danza folle del processo di accelerazione:
una distanza basata sulla nozione che tutto questo sconvolgimento sociale e
tecnologico è in fin dei conti solo un proliferare non sostanziale di sembianze
che non riguardano il nocciolo più recondito del nostro essere... Si è quasi
tentati di resuscitare qui il vecchio, famigerato cliché marxista della
religione come «oppio dei popoli», come appendice immaginaria della miseria
terrestre: la posizione meditativa «buddista occidentale» è probabilmente il
modo più efficace, per noi, di partecipare pienamente alla dinamica
capitalistica conservando allo stesso tempo l'apparenza della sanità mentale. Se
oggi fosse vivo, Max Weber scriverebbe senz'altro un supplemento al suo L'etica
protestante e lo spirito del capitalismo intitolato L'etica taoista e lo spirito
del capitalismo globale.
continua...


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