Quando Paolo Prodi parlava male del Papa...


GIULIO FERRARI
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Roma val bene un funerale e più imponente è la cerimonia più la capitale guadagna in prestigio mentre i suoi amministratori crescono in statura. È per questo che il sindaco capitolino Walter Veltroni ha definito «una meraviglia» esequie come quelle di Giovanni Paolo II. Che saranno un avvenimento eccezionale (capitano infatti a ogni morte di Papa) ma si tratta pur sempre dell’interramento di un uomo, evento ben poco meraviglioso. Indicati l’abito scuro, mesto contegno e le mani giunte. Del tutto fuori luogo e pertanto burino come tutto quanto sa di inadatto alle circostanze, pavoneggiarsi per il bel funerale, gridare alla finestra che «l’intero Paese, l’Italia intera deve essere orgogliosa della sua capitale». E che, dopo così splendida rappresentazione, «non sarà più tollerata alcuna offesa nei confronti di Roma e dei romani». Siamo quelli che hanno messo sotto terra Wojtyla il grande, che diamine.
Appunto, Veltroni, che diamine: un po’ di rispetto. Ma non tanto di Roma e dei romani, che nessuno ha mai insultato come tali, quanto piuttosto del Papa, le cui spoglie non possono essere sventolate come un trofeo capitolino. Non è nuova del resto la disinvoltura con cui a sinistra si passa sopra i cadaveri. In questi giorni è giunto nelle redazioni un comunicato di certi “teologi” del Nord Italia che ripropongono un datato tormentone di accuse, si fa per dire, dottrinali contro Giovanni Paolo II. Non hanno aspettato neppure che il Papa venisse sepolto, per rimproverargli chiusure, autoritarismi e persino la “cattiveria” di essere morto senza aver chiesto prima scusa ai preti sposati e agli altri inascoltati ribelli alla dottrina cattolica.
Gli autori dell’intempestiva iniziativa rimandavano a un nutrito elenco di firme, cioè al cosiddetto Documento dei sessantatre, teologi e professori di varia natura che nel 1989 hanno sottoscritto la versione italiana della Dichiarazione di Colonia, atto di contestazione dell’autorità del Papa e soprattutto di Karol Wojtyla. Tra questi figura un insegnante di Storia dell’Università di Bologna, Paolo Prodi, fratello del più noto Romano. Entrambi cattolici, almeno sino a un certo punto.
Nel caso del capo dell’Unione, ciò che conta è la realpolitik in salsa rossa, l’intesa con Bertinotti a cui si può sacrificare anche la difesa della vita embrionale. Romano Prodi non si è fatto troppi scrupoli nel mandare a quel paese il presidente della Cei, Camillo Ruini, che esortava i credenti a non partecipare al referendum sulla procreazione artificiale. Il fratello, Paolo, anche lui cattolicissimo, ha invece consacrato la sua levatura di intellettuale à la page entrando nell’autorevole lista dei critici del Papa. Altro che oppio dei popoli, a sinistra la religione è una manna...


[Data pubblicazione: 10/04/2005]