Roma, 11 Aprile 2005. Il 7 aprile 2004 il governo italiano ha preso ha deciso di mandare un contingente di 220 militari - presumibilmente della Folgore - in Sudan, nel contesto della missione Onu per controllare l'applicazione del trattato di pace, firmato a Nairobi ai primi del 2005, tra il governo di Khartoum e i ribelli del Sudan People Liberation Army (Spla). Il fatto è particolarmente importante in quanto, per la prima volta, un governo occidentale si assume la responsabilità di intervenire con propri militari in modo diretto nel conflitto che dura ormai da venti anni e che ha mietuto decine di migliaia di vittime, oltre a provocare una delle più grandi tragedie umanitarie della storia moderna.

La responsabilità che si assume il governo italiano è di notevole portata, per molti motivi: innanzi tutto il teatro delle operazioni.

Il sud Sudan è il crocevia di una infinità di traffici illeciti che vanno dal commercio di diamanti fino al traffico di esseri umani, passando per il mercato clandestino dell'oro fino allo sfruttamento delle risorse petrolifere. È chiaro quindi che non da tutti può essere vista di buon occhio la presenza dei nostri militari. Oltre a ciò, la mancanza di vie di comunicazione, l'abbondanza di zone minate, l'assenza di rilevamenti topografici attendibili, la presenza attiva di vari gruppi di ribelli, tra cui quelli ugandesi di Joseph Kony e i vari gruppi fuoriusciti dal Spla, rendono il territorio particolarmente ostico da controllare.

A tutto questo, vanno poi aggiunte alcune considerazioni di non poco conto come la situazione politica in Sudan.

Infatti la decisione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di cercare e perseguire i responsabili del genocidio perpetuato in Darfur, demandando le applicazioni di tale risoluzione al Tribunale Penale Internazionale, hanno scatenato all'interno del governo di Al Bashir una serie di proteste condite da minacce che poco lasciano all'immaginazione, arrivando all'estremo con le dichiarazioni del ministro degli Esteri sudanese, Mustafa Uthman Isma'il, il quale sostiene, minacciando tra le righe, che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza potrebbe minare i processi di pace dell'area.

A questo si aggiungano le conseguenze della riunione pubblica del partito di opposizione Ummah, condotta dal suo leader Sadiq Al-Mahdi e non autorizzata dal governo di Bashir, che voleva portare sostegno alla risoluzione dell'Onu e che è sfociata in centinaia di arresti e percosse verso i dimostranti, alzando se è possibile il livello di tensione all'interno del paese. Per finire, la decisione del governo Ugandese di predisporre l'invio di propri militari, all'interno delle forze Onu, in Sudan; cosa estremamente pericolosa, visto il palese appoggio dato da Kampala negli anni scorsi ai ribelli del Spla, con conseguente altissimo rischio di pericolosi incontri tra l'esercito Ugandese e quello Sudanese.

Se a tutto questo aggiungiamo la precarietà dei rapporti tra lo Spla e i gruppi fuoriusciti - in particolare nella zona dei monti Nuba - è chiaro come la missione affidata ai nostri militari non sia di facile attuazione. Tuttavia, la storicità della decisione presa dal nostro governo, abbinata alla indiscussa capacità di pacificatori dei nostri militari, dovrebbe portare a dei risultati impensabili solo qualche settimana fa. I rischi purtroppo rimangono.

I nostri soldati si troveranno in un territorio di cui si conosce poco o niente, senza vie di comunicazione e con una situazione umanitaria ormai al collasso. Particolare preoccupazione destano le zone dei Monti Nuba, delle Titinka Hills e delle Acoli Mountains al confine con l'Uganda, dove presumibilmente saranno schierati proprio i nostri militari. Sono queste infatti le zone dove si concentra la maggior parte dei fuoriusciti dello Spla e dove si rifugiano i ribelli Ugandesi di Kony di ritorno dalle loro periodiche incursioni in nord Uganda. Sarà anche la zona controllata dal Updf, l'esercito Ugandese, che poco ha da spartire con gli obiettivi prettamente umanitari e di pacificazione dell'area che hanno i soldati italiani.

I militari italiani dovranno muoversi tra mille etnie diverse, mille tribù, intere aree minate, centinaia di migliaia di affamati e malati, trafficanti di ogni genere (anche europei), decine di violazioni dei diritti umani, uccisioni sommarie, difficoltà di trasferimento, difficoltà di comunicazione e probabilmente difficoltà di comunicazione verbale, in quanto pochi parlano inglese, preferendo spesso l'Acholi o il Bantù. Si troveranno in mezzo a diatribe territoriali per un pozzo d'acqua potabile oppure per il controllo di una parte di fiume fino a vere e proprie guerre per il controllo delle zone petrolifere.

Si troveranno a fronteggiare i trafficanti di uomini che da Numule spediscono i carichi umani verso il Nord, verso l'Europa, e anche se saranno benvoluti dalla grande maggioranza della popolazione, avranno sempre qualcuno disposto a remare contro.

Franco Londei
(*paginedidifesa)