LE ELEZIONI ANTICIPATE
Converrebbero anche a Berlusconi
di ANGELO PANEBIANCO
Alla fine non se ne farà nulla, soprattutto perché Silvio Berlusconi non si è probabilmente accorto della paradossale circostanza che si è determinata: il fatto che le elezioni anticipate (possibili solo a giugno, sia chiaro. A ottobre non si vota mai in Italia) convengono sia a lui che al Paese. Il paradosso è che questa coincidenza di interessi, di Berlusconi e del Paese, resterebbe intatta quale che fosse l'esito di tali elezioni. Vediamo perché, cominciando dall'interesse di Berlusconi. A lui le elezioni anticipate convengono, in primo luogo, perché non può essere escluso che finisca per vincerle, magari per un'incollatura, sul filo di lana: i due milioni di voti perduti dal centrodestra (tra astensioni, travasi e dispersione del voto) potrebbero ancora essere recuperati in uno scontro frontale fra destra e sinistra per il governo del Paese. Ma gli convengono anche nel caso di sconfitta.
Cadrebbe in piedi, con in mano ancora il bastone del comando, leader di una coalizione del 45 e rotti per cento dei suffragi. E cadendo in piedi gli resterebbe il privilegio più importante: quello di scegliere il proprio successore. Assicurando così un futuro alla sua creatura, il centrodestra. Nella storia è questo che fa tutta la differenza: fra il condottiero che fonda una dinastia e quello che scompare lasciando dietro di sé solo rovine e nessuna eredità. Se le elezioni anticipate non ci fossero (come è probabile, se non certo), il copione sarebbe già scritto: al Berlusconi politico sarebbe riservato un anno di dolorosissima agonia. Il «si salvi chi può» diventerebbe la regola nel centrodestra. Tutti i topi che possono permetterselo salterebbero, uno dopo l'altro, dalla barca che affonda (alcuni hanno già cominciato).
Berlusconi diventerebbe alla fine un leader puramente nominale, in balìa di alleati interessati solo a salvare se stessi e non più una coalizione ormai data per spacciata. Sia l'Italia che conta, l'Italia dell' establishment , sia la comunità internazionale, per tutto l'ultimo anno della legislatura, guarderebbero a Berlusconi come a un leader ormai finito e a Romano Prodi come all'astro emergente, il leader in pectore , il solo possibile punto di riferimento. Berlusconi si troverebbe, mese dopo mese, con un'immagine pubblica sempre più logorata, sempre meno in sintonia con l'opinione pubblica, sempre più solo e disperato. Uno scenario, insomma, da ultimi giorni nel bunker. Alla fine, le elezioni sancirebbero l'inevitabile: una sconfitta campale del centrodestra, il disfacimento irreversibile della coalizione per effetto della fine politica del suo inventore e federatore. Ed è qui che entra in gioco anche l'interesse del Paese. Al quale andrebbero risparmiate le convulsioni di un anno di agonia del governo e, ancora di più, la scomparsa del centrodestra, oggi come maggioranza e domani come credibile opposizione.
Poiché la democrazia, come è ovvio, necessita sia di una forte sinistra sia di una forte destra. E quest'ultima, se Berlusconi esce di scena in malo modo, in modo rovinoso, forse non esisterà più per chissà quanti anni a venire. Sono da sempre convinto che gli odi feroci che Berlusconi si è attirato da quando è entrato in politica siano dipesi solo in parte dai suoi molti e indiscutibili demeriti: dal conflitto di interessi alla faciloneria con cui ha sempre fatto promesse irrealizzabili. No, gli odi feroci Berlusconi se li è attirati soprattutto per i suoi meriti (che gli storici del futuro gli riconosceranno). Il merito, in primo luogo, di avere creato, dalla sera alla mattina (fondando Forza Italia, sdoganando l'Msi e la Lega, dando accoglienza ai naufraghi della Dc e del Psi), ciò che non era mai esistito in precedenza, ossia una destra di governo. Il merito, in secondo luogo, di avere dato a questa destra un'ideologia spendibile contro la sinistra e anch’essa inedita: quella che al moralistico piagnisteo anti-mercato (vera e propria cifra della Prima Repubblica), contrappose la visione dinamica e ottimista di chi scommette sul liberalismo economico, sulle virtù dell'individualismo, sulla moralità del profitto, sulla centralità, civile e non solo economica, dell'impresa e del mercato.
Tutto questo è oggi a rischio. Se Berlusconi uscirà di scena malamente, dopo un anno di calvario, sperperando il suo intero patrimonio politico, e trovandosi nell'impossibilità, dopo la sconfitta, di pilotare la propria successione, non ci sarà rimedio: la destra di governo si scioglierà come neve al sole, lasciando dietro di sé solo piccoli gruppi politici, divisi, rissosi e impotenti. E gli stessi meriti di Berlusconi verranno in prospettiva ridimensionati a causa del modo in cui sarà tramontata la sua stella (Craxi, ad esempio, era un grande leader ma peserà sempre, nel giudizio storico su di lui, il modo in cui si concluse la sua avventura umana e politica). La storia giudicherà Berlusconi assai diversamente a seconda di ciò che egli avrà fatto nella fase conclusiva del suo ciclo politico, a seconda della eredità che avrà o non avrà lasciato al Paese. Berlusconi è un grande giocatore d'azzardo. Ma avrà la forza e il coraggio di giocare questa partita?
10 aprile 2005


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