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http://www.liberazione.it/giornale/050410/R_APRE.asp

Gemma Contin
Riuscirà la crisalide a trasformarsi in farfalla? e sarà capace di prendere il volo, e di volare alto?
Uno guarda Nichi Vendola, che ha parlato ieri subito dopo Fausto Bertinotti alla prima assemblea del "parlamentino" di Rifondazione Comunista, acclamato dalla sobria un po' ruvida affettuosità dei compagni e delle compagne del Cipienne, e capisce che la risposta è sì.

Vendola parla di un Mezzogiorno «architrave di un nuovo modo di guardare al Sud e a quello che succede nel Mediterraneo» e, nel raccontare con emozione e ritrosia del suo successo, ma non altrettanto pieno e soddisfacente per Rifondazione Comunista, afferma: «Il nostro problema non è aver osato troppo, ma avere ancora un partito chiuso dentro un bozzolo che non gli consente di correre sul territorio», con quella forza innovativa e propositiva che il territorio si aspetta e di cui ha bisogno.

Sì, volare. Averne la forza, la voglia, la capacità, la fiducia. In mezzo a un mare di difficoltà che cominciano adesso, di impegni cruciali con l'Unione, di appuntamenti e di conti da fare con il corpaccione malato del Paese, della sua economia stremata, della sua classe operaia decimata, dei ceti medi storditi, dei giovani precari, dei pensionati sotto la soglia di povertà, delle popolazioni meridionali disilluse, che con il voto, con questo voto, «hanno chiesto alla politica un segno forte di cambiamento».

Bertinotti non nasconde né minimizza nessuno dei problemi che il partito ha e avrà di fronte, nella sua lunga relazione introduttiva, svolta ieri davanti ai 260 membri del nuovo organismo del Partito, eletti a conclusione del congresso di Venezia, appena un mese fa. E sembra già il tempo infinito del "prima".

E' questo infatti il primo Comitato politico nazionale dopo il congresso, il primo dopo le elezioni del 3 e 4 aprile. Tantissimi giovani, soprattutto quadri delle regioni del Sud; tante le donne: attorno al 35%, ma che arrivano al 40-45% in alcune componenti e realtà territoriali, come ad esempio Roma; età media, per quello che si vede nel parterre affollatissimo: a occhio e croce ben sotto i quarant'anni. E anche questa è una piccola rivoluzione, se raffrontata ai vecchi partiti tradizionali, a cominciare dal Pci, in cui la selezione e la cooptazione dei gruppi dirigenti aveva bisogno di lunghi rodaggi ed estenuanti prove di fedeltà.

Il segretario parte proprio dalla «domanda prepotente di politica, enfatizzata da una crescente denuncia di un tratto caratteristico del tempo che stiamo vivendo: la precarietà. Denuncia che parla anche, nella narrazione elettorale del Paese di oggi, dell'incertezza, della solitudine, di un vuoto di futuro e, assieme, della domanda di un nuovo insediamento dei poteri locali - di cui la Puglia è un caso emblematico ma non un'eccezione - per dare vita e luogo a un'elaborazione politica che se ne faccia carico».

In questo quadro, e in questo clima, è maturata una domanda a Rifondazione Comunista di «messa in opera della sua elaborazione contro la precarietà, la legge 30, la legge sull'immigrazione, e per il salario sociale e la redistribuzione della ricchezza sui redditi, a partire dai contratti del pubblico impiego e dei metalmeccanici»; ma è maturata anche la domanda di un cambio di registro politico intercettato dal centrosinistra e che ha corrisposto alla formazione in progress dell'Unione, vale a dire di un soggetto politico nuovo in grado al tempo stesso di imprimere un cambiamento globale a partire da un nuovo radicamento locale.

Le elezioni sono state appunto questo, almeno nella percezione degli elettori, e hanno pagato con la conquista di 11 regioni su 13, provocando una crisi irreversibile nel centrodestra, che «continua a governare senza consenso, con questioni gravissime tutte aperte», dice Bertinotti, a partire dalla guerra in Iraq, cui le truppe italiane continuano a partecipare, e dalla riforma della Costituzione, su cui dovrà innestarsi la battaglia per il referendum abrogativo. Più ancora, con la contesa aperta sulla situazione economica e produttiva, in una dimensione nazionale ed europea, in cui l'appuntamento della prossima Finanziaria rischia di diventare esplosivo.

Ed è proprio sul rischio di implosione del Paese che il segretario affronta la questione della «correttezza istituzionale, in rispetto anche della natura del voto» per cui non vengono chieste le dimissioni del governo, in quanto «gli interessi di classe e la domanda di cambiamento si incardinano sulla contemporanea salvezza del Paese».

Saranno queste, assieme al radicamento del partito che non è riuscito a intercettare pienamente il voto locale, rimasto in molte aree al di sotto delle aspettative, le questioni più spesso e più fortemente sollevate e dibattute nello svolgimento degli interventi che sono seguiti. Almeno trenta fino al momento in cui scriviamo, di dirigenti locali e segretari delle federazioni e delle regioni dove più forte è stato l'impegno per il cambiamento: da Caserta, riconquistata al centrosinistra, alla Puglia appunto, da Roma a Napoli, e dai compagni e dalle compagne della Lombardia, della Toscana, dell'Umbria, della Calabria. Di tutti "Liberazione" darà conto e spazio nei prossimi giorni.

Vanno qui ricondotte invece le questioni più forti, poste soprattutto negli interventi di Salvatore Cannavò e di Marco Ferrando, di Francesco Bellotti e in molti interventi dei compagni e delle compagne dell'area dell'"Ernesto" che hanno presentato un documento in cui, assieme all'analisi sul dato elettorale, sulle ragioni della "sconfitta del berlusconismo" e sul risultato del Prc, valutato molto negativamente, si fa risalire «la perdita di consensi a due ordini di cause: un'insufficiente caratterizzazione della presenza di Rifondazione nell'ambito dell'Unione, rendendone evidente l'azione di condizionamento.

E aver condotto il confronto anteponendo l'entrata nell'alleanza alla discussione sui programmi, a cui si è sommato il grave deficit di radicamento del Partito... quanto mai essenziale nel rapporto con il territorio, i luoghi concreti del conflitto, le soggettività reali presenti nel Paese».

Marco Ferrando, che si è detto d'accordo sull'analisi politica circa «la fine dell'era berlusconiana», tuttavia chiede e si chiede: «Con quale processo ed egemonia politica noi oggi capitalizziamo la crisi del berlusconismo? Non l'alternativa, ma l'alternanza. Il centro liberale dell'Unione, vero motore delle elezioni, sta già raggruppando attorno a sé - afferma il professore ligure - il grosso dei poteri forti del Paese, e sta offrendo loro una rappresentanza politica centrale attraverso l'unificazione del liberalismo italiano».

Per Ferrando, «Prodi non solo non chiede le dimissioni di Berlusconi, ma addirittura gli chiede di completare il lavoro sporco sul terreno del risanamento finanziario, perché è interessato a ereditare a proprio vantaggio nel governo di domani l'azione di sfondamento antipopolare di oggi». Ed è su questo che l'esponente trozkista chiede «una riflessione di fondo sulla linea del partito, che non solo «non premia elettoralmente, ma addirittura arretra in una parte larga del Paese e si piega all'alternanza liberale che intanto si va rafforzando e subordinando i movimenti». Occorre dunque cambiare rotta, sostiene Ferrando, «in direzione di una rottura con il centro dell'Unione attorno a un programma di mobilitazione del movimento operaio e dei movimenti».

Per Salvatore Cannavò, che ha dichiarato di voler lanciare lo sguardo oltre il congresso per proiettarsi nel futuro prossimo, invece: «La soddisfazione per la sconfitta delle destre riunisce tutto il partito, che si è impegnato a fondo, come dimostrano i risultati, anche se la relazione del segretario sottovaluta la generale avanzata dell'Unione sul fronte moderato, come riaffermano le ultime interviste di Fassino e Rutelli, che rivendicano il loro primato sulla coalizione puntando a un "riassorbimento" di Rifondazione».

Cannavò, a nome dell'area "Erre", teme che ci si trovi di fronte a «un'operazione neocentrista che investe anche la Cgil, da cui si esce con un grado di mobilitazione popolare che provochi la fine anticipata della legislatura». Dispiace, dice, per il «risultato deludente del partito, benché compensato dalla bella vittoria di Nichi, che sconta lo schiacciamento sull'Ulivo e la mancanza di radicamento sociale. Un dato questo che riguarda tutti, maggioranza e minoranze del partito, e che andrebbe affrontato - conclude il vicedirettore di questo giornale - con un nuovo clima interno, più inclusivo e meno conflittuale verso le opposizioni».

Gemma Contin