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    Predefinito ll ritardo economico del Mezzogiorno: una storia infinita

    l ritardo economico del Mezzogiorno: una storia infinita
    di Francesco Pigliaru


    Sul Mezzogiorno si continuano a dire cose molto imprecise, e su queste cose imprecise si continuano a costruire politiche inefficaci. E' il caso di fermarsi almeno un attimo per fare il punto su ciò che sappiamo. Soprattutto, quali sono i problemi e perché si dimostrano così gravi e persistenti?

    A fine novembre la Banca d'Italia discuterà pubblicamente, in presenza del Governatore Draghi, i risultati di una sua lunga fase di ricerca sull'economia meridionale ("Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia", Roma, 26 novembre 2009).

    Il contributo della Banca d'Italia è importante perché fornisce nuovi dati e nuove ipotesi sulla "questione economica meridionale". Soprattutto, la colloca in una prospettiva ampia, dimostrando tra l'altro che:


    • il ritardo economico del Mezzogiorno non dipende dall'insufficienza di risorse investite per combatterlo

    • il ritardo economico del Mezzogiorno non ha eguali in Europa, né per ampiezza né per persistenza






    Da cosa dipende allora questa sorta di invarianza che il ritardo meridionale mostra rispetto a politiche di molti tipi e molto finanziate? Nei mesi scorsi ho avuto occasione di discutere a fondo con gli economisti della Banca d'Italia i risultati delle loro ricerche. Per quanto mi riguarda, quel confronto mi ha aiutato a sviluppare il punto di vista espresso nell'articolo che potete scaricare qui (v. il file allegato in fondo), e che è stato pubblicato in settembre dalla rivista QA. E' un articolo non troppo tecnico: spero sia leggibile anche per chi non ha mai fatto un esame di economia... (Chi poi volesse leggere direttamente la sintesi dei lavori della Banca d'Italia clicchi qui).

    Il punto di partenza del ragionamento è il grafico che vedete in questa pagina, che mostra l'andamento storico del divario tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord in termini di prodotto interno lordo pro-capite.

    L’inizio (il 1861) della lunga linea rappresentata grafico riflette ciò che si riscontra, più o meno in quegli stessi decenni, in gran parte del mondo: uniformità nella povertà pre-industriale. Anche i molti decenni successivi ripercorrono percorsi noti e diffusi nel mondo: una lunga divergenza, nella quale si crea il divario tra chi è in grado di creare la manifattura e chi ancora no. Questa lunga fase di divergenza finisce nel 1951, quando il Pil pro capite del Mezzogiorno rappresenta appena il 47% di quello del resto d’Italia.

    Nel 1951 inizia una importante fase di convergenza. Il successo industriale del Nord comincia a diffondere effetti positivi anche al resto del paese, che impara da chi è più avanti ad adottare tecnologie via via più avanzate. La fase positiva continua fino alla prima metà degli anni ’70, quando l’indicatore raggiunge il 66-67%, con un guadagno di circa un punto percentuale all’anno rispetto al 1951.

    Com’è evidente dal grafico, qui la rincorsa tra il Mezzogiorno e il resto del paese si interrompe. Si interrompe in Italia ma non altrove. Nelle altre nazioni con divari regionali le cose vanno molto meglio: la rincorsa delle regioni povere prosegue fino a ridurre significativamente il ritardo iniziale. Da noi il sentiero "virtuoso" – che prolungherebbe la convergenza degli anni ’50-’70 fino a riportare il divario al valore iniziale del 1860, l’unità – è stato per qualche motivo abbandonato, e al suo posto emerge un sentiero “stazionario” nel quale il divario ha oscillato intorno al 60%.

    A cosa si deve la rottura del processo di convergenza? Si tratta di un incidente di percorso, per quanto lungo, o del segnale di meccanismi persistenti che rendono difficile per il Mezzogiorno superare definitivamente un divario di 40 punti percentuali? Esistono casi analoghi in altri paesi avanzati? E se il divario è persistente, quali sono le determinanti di questa persistenza? E infine: che impatto potrà avere il federalismo fiscale in un quadro così incerto su ciò che tiene in vita da molti dcenni una divisione drammatica tra le due parti del Paese? (Sul federalismo fiscale rimando anche a un precedente intervento, che potete leggere cliccando qui.) A queste domande è dedicato l'articolo che potete leggere nel file in fondo a questa pagina. La sua sintesi è questa:
    Fino a metà degli anni ’70 le regioni meridionali hanno seguito un percorso di divergenza prima e poi di convergenza poi coerente con quanto avvenuto in molti altri casi analoghi. La caratteristica del caso Mezzogiorno è però che la fase di convergenza ha condotto a uno stato stazionario particolarmente sfavorevole. Di fronte alla persistenza di questo stato e alla sua invarianza nei confronti di molte e molto finanziate politiche di sviluppo, suggerisco che l’inefficacia di queste ultime è dovuta anche alla diffusa minore qualità istituzionale presente in tutte le regioni meridionali. Nella seconda parte dell’articolo discuto recenti contributi che associano questo fallimento delle istituzioni locali alla scarsità delle dotazioni di capitale sociale, e che spiegano la persistenza di questa scarsità con la presenza di meccanismi di trasmissione intergenerazionale di valori e di norme che cambiano molto lentamente nel tempo. Infine, nella parte finale dell’articolo discuto brevemente il ruolo della politica economica in presenza di meccanismi di questa natura.



    Il testo del Professor Francersco Pigliaru è tratto dal sito inSardegna.eu

    Collegandovi alla pagina contenenete l'articolo potrete scaricare il file doc allegato

    "Il ritardo economico del Mezzogiorno" del professor Pigliaru.
    Ultima modifica di x_alfo_x; 24-11-09 alle 21:00

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    Predefinito Rif: ll ritardo economico del Mezzogiorno: una storia infinita

    Citazione Originariamente Scritto da x_alfo_x Visualizza Messaggio
    l ritardo economico del Mezzogiorno: una storia infinita
    di Francesco Pigliaru


    Sul Mezzogiorno si continuano a dire cose molto imprecise, e su queste cose imprecise si continuano a costruire politiche inefficaci. E' il caso di fermarsi almeno un attimo per fare il punto su ciò che sappiamo. Soprattutto, quali sono i problemi e perché si dimostrano così gravi e persistenti?

    A fine novembre la Banca d'Italia discuterà pubblicamente, in presenza del Governatore Draghi, i risultati di una sua lunga fase di ricerca sull'economia meridionale ("Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia", Roma, 26 novembre 2009).

    Il contributo della Banca d'Italia è importante perché fornisce nuovi dati e nuove ipotesi sulla "questione economica meridionale". Soprattutto, la colloca in una prospettiva ampia, dimostrando tra l'altro che:


    • il ritardo economico del Mezzogiorno non dipende dall'insufficienza di risorse investite per combatterlo

    • il ritardo economico del Mezzogiorno non ha eguali in Europa, né per ampiezza né per persistenza






    Da cosa dipende allora questa sorta di invarianza che il ritardo meridionale mostra rispetto a politiche di molti tipi e molto finanziate? Nei mesi scorsi ho avuto occasione di discutere a fondo con gli economisti della Banca d'Italia i risultati delle loro ricerche. Per quanto mi riguarda, quel confronto mi ha aiutato a sviluppare il punto di vista espresso nell'articolo che potete scaricare qui (v. il file allegato in fondo), e che è stato pubblicato in settembre dalla rivista QA. E' un articolo non troppo tecnico: spero sia leggibile anche per chi non ha mai fatto un esame di economia... (Chi poi volesse leggere direttamente la sintesi dei lavori della Banca d'Italia clicchi qui).

    Il punto di partenza del ragionamento è il grafico che vedete in questa pagina, che mostra l'andamento storico del divario tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord in termini di prodotto interno lordo pro-capite.

    L’inizio (il 1861) della lunga linea rappresentata grafico riflette ciò che si riscontra, più o meno in quegli stessi decenni, in gran parte del mondo: uniformità nella povertà pre-industriale. Anche i molti decenni successivi ripercorrono percorsi noti e diffusi nel mondo: una lunga divergenza, nella quale si crea il divario tra chi è in grado di creare la manifattura e chi ancora no. Questa lunga fase di divergenza finisce nel 1951, quando il Pil pro capite del Mezzogiorno rappresenta appena il 47% di quello del resto d’Italia.

    Nel 1951 inizia una importante fase di convergenza. Il successo industriale del Nord comincia a diffondere effetti positivi anche al resto del paese, che impara da chi è più avanti ad adottare tecnologie via via più avanzate. La fase positiva continua fino alla prima metà degli anni ’70, quando l’indicatore raggiunge il 66-67%, con un guadagno di circa un punto percentuale all’anno rispetto al 1951.

    Com’è evidente dal grafico, qui la rincorsa tra il Mezzogiorno e il resto del paese si interrompe. Si interrompe in Italia ma non altrove. Nelle altre nazioni con divari regionali le cose vanno molto meglio: la rincorsa delle regioni povere prosegue fino a ridurre significativamente il ritardo iniziale. Da noi il sentiero "virtuoso" – che prolungherebbe la convergenza degli anni ’50-’70 fino a riportare il divario al valore iniziale del 1860, l’unità – è stato per qualche motivo abbandonato, e al suo posto emerge un sentiero “stazionario” nel quale il divario ha oscillato intorno al 60%.

    A cosa si deve la rottura del processo di convergenza? Si tratta di un incidente di percorso, per quanto lungo, o del segnale di meccanismi persistenti che rendono difficile per il Mezzogiorno superare definitivamente un divario di 40 punti percentuali? Esistono casi analoghi in altri paesi avanzati? E se il divario è persistente, quali sono le determinanti di questa persistenza? E infine: che impatto potrà avere il federalismo fiscale in un quadro così incerto su ciò che tiene in vita da molti dcenni una divisione drammatica tra le due parti del Paese? (Sul federalismo fiscale rimando anche a un precedente intervento, che potete leggere cliccando qui.) A queste domande è dedicato l'articolo che potete leggere nel file in fondo a questa pagina. La sua sintesi è questa:



    Il testo del Professor Francersco Pigliaru è tratto dal sito inSardegna.eu

    Collegandovi alla pagina contenenete l'articolo potrete scaricare il file doc allegato

    "Il ritardo economico del Mezzogiorno" del professor Pigliaru.
    dunque questa la ragione principale
    è dovuta anche alla diffusa minore qualità istituzionale presente in tutte le regioni meridionali. Nella seconda parte dell’articolo discuto recenti contributi che associano questo fallimento delle istituzioni locali

    Ora lo dice anche la banca d'italia.
    Per cui lo stato italiano non può che fare una sola cosa: buttare giù l'intera classe dirigente meridionale.
    Ma non lo farà mai : per cui non rimane altro - per via di logica - che sia lo stato italiano ad auto-implodere

 

 

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