Sette giorni «Caro Marco, caro Romano», intesa vietata L'accordo impossibile tra il leader dell'Udc e il responsabile dell'Unione
ROMA - Silvio Berlusconi può attendersi di tutto da Marco Follini, tranne che approdi nell’Unione e si leghi a Romano Prodi. Perché è sincero il leader dell’Udc quando dice di non voler consegnare Palazzo Chigi al Professore. Da anni i due hanno ingaggiato un confronto culturale e politico acceso quanto discreto, scandito da un riservatissimo scambio epistolare. In verità, quando ritiene che la misura sia veramente colma, il leader del centrosinistra prende il telefono per protestare ad alta voce. Dicono sia accaduto spesso, anche di recente. Ma sono soprattutto le lettere, brevi e puntute, a testimoniare la distanza che li separa. All’indomani del tragico G8 di Genova, per esempio, Prodi intervenne nel dibattito sui no global, e Follini lo riprese perché l’allora presidente della Commissione europea gli era parso ambiguo sull’anti-americanismo della sinistra radicale. Piccato, il Professore gli inviò una missiva, cui fece seguito una replica del segretario centrista. Ed è proprio in questi scritti, solo all’apparenza cordiali, che si avverte l’unico punto in comune dei due: l’origine democristiana.
«Carissimo Marco», esordiva il Professore richiamandosi al «livello di amicizia che ci unisce, assieme a molte sintonie che ci legano»: «Volevo precisarti che non ho condiviso le critiche dei no global». E dopo aver invitato Follini «sul metodo» a «discutere senza secondi fini», aggiungeva che «nel merito» bisognava «riconoscere che è finito un periodo storico: quello delle certezze acritiche». Correva l’anno Duemilauno, e malgrado il centrodestra fosse appena giunto a palazzo Chigi, Prodi già pensava alla sfida elettorale con Berlusconi. Lo s’intuisce da come - persino in quella lettera privata - si proponeva come interlocutore della sinistra arcobaleno: «Un’intera generazione si sente smarrita, ed è necessario costruire una risposta. Le mie riflessioni saranno incomplete e forse ingenue, ma io ho provato a farle».
Non era certo ingenua quella epistola, infatti Follini iniziò la risposta con un «carissimo Romano», tranne avvisarlo che il seguito avrebbe contenuto «un briciolo di asprezza». Asprezza. Proprio il vocabolo con cui ha anticipato la guerra di queste ore al Cavaliere. «Anch’io - esordiva Follini - vorrei cambiare le storture», ma la realpolitik impone «la difesa di alcune ragioni»: tra queste c’è «la salvaguardia di quel poco di Palazzo che rimane». Insomma, il segretario dell’Udc rimproverava al massimo rappresentante delle istituzioni europee una difesa debole del ruolo delle istituzioni. Ed evidenziava poi come «le critiche troppo forti dei no global sono solo verso l’Occidente». «Ecco perché - concludeva - pur pensandola in modo assai simile, ci ritroviamo a stare su posizioni opposte». Nel congedo non c’era la brutalità verbale che caratterizza lo scontro tra il capo dei centristi e il premier, ma tanto basta per capire che il segretario dell’Udc e Prodi non si prendono nè si prenderanno. Berlusconi dunque stia tranquillo: Follini nell’Unione non approderà mai. Per il resto può attendersi di tutto.
Francesco Verderami


Rispondi Citando


