1.1 L’Antico Testamento
John Boswell[1] sostiene che «l’influenza del Cristianesimo sull'atteggiamento verso l'omosessualità fu probabilmente meno importante di quanto comunemente si pensi e certamente fu più complessa e varia di quanto sia stato finora riconosciuto»[2].A questo riguardo, l'esegesi della tradizione scritturale, cioè degli scritti tramandati o direttamente compilati dalla prima generazione di dirigenti cristiani, riveste un ruolo molto importante. Fino a pochi anni fa, alcuni passi del Vecchio Testamento venivano interpretati come delle dure condanne del comportamento omosessuale. Di questi, il più conosciuto, e certamente il più influente, era quello della narrazione di Sodoma e Gomorra in Genesi 19. Come sappiamo, infatti, Sodoma diede il suo nome alle relazioni omosessuali nella lingua latina, e per tutto il Medioevo il termine più vicino a “omosessuale”, in latino come nelle lingue volgari da esso derivate, era “sodomita”.
Basandosi esclusivamente sul testo biblico, Boswell ipotizza quattro possibili interpretazioni della distruzione di Sodoma: 1. i Sodomiti furono puniti a causa della perversione dilagante che aveva spinto il Signore a mandare nella città gli angeli per indagare; 2. la città fu distrutta perché il popolo di Sodoma aveva cercato di far violenza agli angeli; 3. la città fu distrutta perché gli uomini di Sodoma avevano cercato di avere rapporti sessuali con gli angeli (questa ipotesi è diversa da quella del punto 2: la violenza e il rapporto omosessuale sono infrazioni punibili separatamente nella legge giudaica); 4. la città fu distrutta per il trattamento inospitale nei confronti dei visitatori mandati dal Signore.[3]
Dal 1955, gli studiosi moderni, soprattutto Bailey,[4]hanno sempre più favorito l'interpretazione del punto 4, insistendo sul fatto che i riferimenti sessuali nella storia sono secondari, se presenti, e che l'originale significato del passo riguardava l'ospitalità[5]. La tesi sostenuta da questo gruppo di studiosi è che Lot aveva violato le abitudini di Sodoma (di cui non era cittadino ma “straniero residente”) ricevendo ospiti sconosciuti all'interno delle mura cittadine, di notte, senza ottenere il permesso degli anziani della città. Quando gli uomini di Sodoma si riunirono per esigere che gli stranieri fossero condotti a loro, affinché potessero “conoscerli”, essi non intendevano conoscerli sessualmente, ma sapere semplicemente chi fossero. Di conseguenza, la città fu distrutta non per immoralità sessuale, ma per il peccato di inospitalità verso gli stranieri.
Numerose considerazioni forniscono credibilità a questa argomentazione. Come fa notare Bailey[6] il verbo ebraico yâdha‘, “conoscere” è usato molto raramente in accezione sessuale nella Bibbia: nell'Antico Testamento in soli 10 passi su 943 ha il significato di conoscenza carnale. Il passo su Sodoma è l'unico dell'Antico Testamento che generalmente si ritiene riferito a relazioni omosessuali, benché il vocabolo usato nel Vecchio Testamento per il coito omosessuale e per il coito con animali sia shâkhabh.
Boswell cita numerosi altri riferimenti a Sodoma e al suo destino contenuti nell’Antico Testamento. Questa città era diventata un simbolo del male in dozzine di passi, ma in nessun punto questi peccati vengono esplicitamente identificati con il comportamento omosessuale[7]. Isaia sottolinea la mancanza di giustizia, Geremia ricorda la lassitudine morale ed etica. I libri deuteronomici identificano normalmente il peccato come superbia e inospitalità (ad es. Sapienza 19,13-14). L’Ecclesiaste 16,8 dice che Dio odiava i Sodomiti per il loro orgoglio e Ezechiele 16,48-49 ne elenca i peccati:
Ecco questa fu l’iniquità di tua sorella Sodoma: essa e le sue figlie avevano superbia, ingordigia, ozio dolente, ma non stesero la mano al povero e all’indigente; insuperbirono e commisero ciò che è abominevole dinanzi a me: io le vidi e le eliminai.
Unicamente nel Nuovo Testamento (Pietro 2; Giuda) viene sostenuto che il peccato di Sodoma è connesso in tutti i sensi con le pratiche omosessuali. Ma queste parti più recenti del Nuovo Testamento sembrano indicare il peccato come una “trasgressione di ordini” tra esseri umani e angelici[8].
Sembrerebbe quindi corretto dire che il peccato di Sodoma ai tempi biblici era interpretato anzitutto come peccato di inospitalità.
C’è un argomento, però, che potrebbe dimostrare qualche desiderio sessuale da parte dei Sodomiti: l’offerta che fa Lot delle sue figlie agli uomini sembra un invito a concedersi soddisfazione eterosessuale piuttosto che omosessuale, in modo da dirigere le bramosie dei Sodomiti per canali meno disordinati. Bailey sostiene che questo episodio può essere ragionevolmente interpretato nel semplice senso che Lot abbia offerto la contropartita più appetitosa anche con lo scopo di calmare sul momento una folla ostile[9]. Boswell aggiunge che questa azione era conforme allo status estremamente inferiore delle figlie femmine di quell’epoca e cita dalla Bible de Jérusalem che «l’onore di una donna aveva allora meno valore del dovere sacro dell’ospitalità»[10]. Inoltre, porta come ulteriore riprova dell’assenza di interesse sessuale il passo parallelo in Giudici 19,22-28, evidentemente influenzato, se non modellato, su Genesi 19. In questa storia, ad un vecchio ger (“straniero residente” come Lot) viene intimato dagli uomini di Gàbaa di far uscire l’uomo che stava ospitando perché volevano “conoscerlo”, e anche il vecchio offre sua figlia. Anzi la storia, a differenza di Genesi 19, ha un seguito: lo straniero dà la propria donna alla folla che abusa sessualmente di lei a tal punto che lo straniero la rinviene al mattino morta sulla soglia. Successivamente, egli dichiara che gli uomini di Gàbaa avevano circondato la casa di colui che lo ospitava con l’intento di ucciderlo. Da questa storia Boswell ricava che neanche qui ci sono riferimenti omosessuali e che il diritto dell’ospitalità è molto più importante dell’abuso sessuale.
A questo riguardo, invece, McNeill assume un’altra posizione: siccome il vocabolo ebraico yâdha‘ torna nuovamente ad essere usato da Lot quando egli offre le sue figlie ai Sodomiti, risulta «chiaro e senza alcuna possibilità di dubbio che l’offerta implica la conoscenza carnale»[11]. Infatti, anche se fosse solamente una proposta di scambio, l’intento sessuale rimarrebbe comunque chiaro. Anche i LXX nella loro versione della Bibbia, riferendosi agli angeli, usano un’espressione greca che significa semplicemente “fare la conoscenza di”, “diventare conoscenti di”: suggenwmeJa autoiV; mentre per le figlie di Lot usano verbi (egnwsan e crhsasJe) che chiaramente si riferiscono a un comportamento sessuale[12]. Resta comunque possibile, continua McNeill, che l’autore biblico intendesse giocare deliberatamente sull’ambiguità del termine, facendone uso nei due diversi significati.
Possiamo quindi concludere che forse Bailey e Boswell hanno un po’ esagerato nel sostenere che non vi è alcuna allusione ad abusi sessuali in relazione agli stranieri, ma che le loro argomentazioni riguardo al peccato di inospitalità di Sodoma sono convincenti .
Nell’Antico Testamento l’unico luogo dove vengono nominati atti omosessuali in sé è il Levitico:
18,22: «Non avrai con maschio relazioni come si hanno con donna: è abominio».
20,13: «Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di essi».
Boswell, commentando questi due versetti, dice che il termine ebraico toevah, qui tradotto con “abominio”, di solito non significa qualcosa di cattivo in sé, come la violenza o il furto (trattati altrove nel Levitico), ma qualcosa che, secondo il rito, è impuro, come mangiare maiale o avere rapporti sessuali durante il periodo mestruale[13]. In tutto l’Antico Testamento il termine è usato per indicare quei peccati degli ebrei che implicano contaminazioni etniche o idolatria e molto spesso compare come parte dell’espressione toevah ha-goyim, “l’impurità dei gentili” (2Re 16,3). Per esempio, nella condanna della prostituzione sacra[14] che implica l’idolatria viene usato toevah (1Re 14,24), mentre nella proibizione della prostituzione in generale appare un termine diverso, zimah (Lv 19,29). Spesso toevah significa specificamente “idolo”[15] e la sua connessione con l’idolatria, secondo Boswell, è evidente anche nel contesto dei passi che abbiamo citato riguardanti atti omosessuali. Infatti, nel Levitico il capitolo 18 sembra avere lo scopo di fare una distinzione fra gli ebrei e i pagani come si può leggere nelle osservazioni iniziali: «Non farete come si fa nel paese d’Egitto dove avete abitato, né farete come si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, né imiterete i loro costumi» (versetto 3). Inoltre Boswell fa notare che la proibizione di atti omosessuali (18,22) segue immediatamente la proibizione di una pratica pagana di sessualità idolatra: «Non lascerai sacrificare alcuno dei tuoi figli a Moloch e non profanerai il nome del tuo Dio ...» (18,21)[16]. Con questo Boswell vuole dimostrare che, siccome il Levitico proibisce agli ebrei di seguire i costumi dei pagani perché idolatrici, il versetto 22 non sarebbe altro che la proibizione di un comportamento, quello omosessuale, tipico dei pagani e ritualmente impuro. Dunque, essendo un atteggiamento che viola la purezza rituale e il culto monoteistico, non è ritenuto in se stesso un male.
Boswell ritiene che anche il capitolo 20 del Levitico, come il 18, abbia lo scopo manifesto di fondare un sistema di “purezza” rituale per mezzo del quale gli ebrei si sarebbero distinti dai popoli vicini[17]. Egli dice che, «anche se entrambi i capitoli contengono proibizioni (ad es. contro l’incesto e l’adulterio) che potrebbero discendere da assoluti morali, la loro funzione, nel contesto di Levitico 18 e 20, sembra essere quella di simboli della specificità giudaica»[18].
Anche Bailey ipotizza che le prescrizioni contenute nel Levitico fossero volte più a prevenire eventuali contaminazioni degli Ebrei con i costumi dei pagani piuttosto che ad estirpare i vizi già presenti. Questa idea, però, presuppone che le nazioni con cui gli Ebrei erano a contatto si concedessero alle pratiche omosessuali a tal punto che la loro influenza potesse diventare pericolosa[19]. Bailey indaga sulle testimonianze riguardanti i popoli in questione e giunge alla conclusione che l’omosessualità, di solito, non era molto diffusa fra gli Ebrei, come del resto non lo era fra i Canaaniti e gli Egiziani[20]. Questo, tuttavia, continua Bailey, non attenua i toni che il testo biblico usa nella condanna delle pratiche omosessuali.
1.2 Il Nuovo Testamento
Ci sono tre passi negli scritti di S. Paolo che è pensato possano riguardare le relazioni omosessuali:
Rm 1,26-27: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami: le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni verso gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento».
1 Cor 6,9-10: «[...] Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati (malakoi — Vulg. molles), né sodomiti (arsenokoitai — Vulg. masculorum concubinatores), né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio».
1 Tm 1,9-10: «[...] sono convinto che la legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli [...] per i pervertiti (arsenokoitai — Vulg. masculorum concubinatores) [...] e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina».
Da Rm 1,26-27 deriva la maggiore argomentazione del Nuovo Testamento contro l’omosessualità in quanto intrensecamente immorale.
Herman van de Spijker[21] ha osservato che il significato del passo sta nella sua connessione con l’idolatria; cioè, S. Paolo censura il comportamento sessuale dei Romani perché lo associa con i riti orgiastici pagani in onore di false divinità. Secondo Boswell, questa teoria si dimostra inadeguata perché è chiaro che per S. Paolo il comportamento sessuale è biasimevole in se stesso e non solamente per le sue associazioni[22]. Inoltre, S. Paolo non descrive atti freddamente premeditati e privi di passionalità compiuti secondo il rito o la cerimonia: dice molto chiaramente che quanti erano coinvolti «si sono accesi di passione gli uni per gli altri». Osserva, dunque, Boswell che «È irragionevole concludere da questo passo che vi fosse qualche motivo diverso dal desiderio sessuale»[23].
McNeill e Boswell concordano nel ritenere che le persone che S. Paolo condanna non sono omosessuali: ciò che egli scredita sono gli atti omosessuali commessi da persone senza dubbio eterosessuali. Il punto centrale di Rm 1, infatti, consiste nello stigmatizzare persone che hanno rifiutato la chiamata e si sono allontanate dalla retta via che una volta seguivano. La causa del peccato presso i Romani era non che essi mancassero delle inclinazioni proprie, ma che le avessero: possedevano la verità, ma «nell’ingiustizia» (v. 18), perché «non furono capaci di tenere Dio nella loro mente» (v. 28).
Tuttavia, entrambi questi studiosi ritengono che nel passo in questione non ci sia una chiara condanna degli atti omosessuali. L’espressione “contro natura” è l’espressione equivalente della frase greca di S. Paolo para jusin, che fu usata per la prima volta in questo contesto da Platone. Dall’esame che McNeill ha condotto sull’uso della parola jusiV negli scritti di S. Paolo, si può comprendere con quale significato egli la utilizzasse[24]. Benché sia molto probabile che S. Paolo prendesse la frase dalla popolare filosofia stoica allora corrente, egli non specifica successivamente una natura o una essenza intrinseche in senso filosofico. Per lui “natura” non era un problema di legge universale o di verità, ma piuttosto la questione del carattere di alcune persone o gruppi di persone, un carattere che Boswell dice «largamente etnico e completamente umano: gli ebrei sono ebrei “per natura” (Ga 2,15), proprio come i gentili sono incirconcisi “per natura» (Rm 2,27)[25]. “Natura” non è una forza morale per S. Paolo: gli uomini possono essere buoni o cattivi “per natura” in conseguenza della propria indole. Negli scritti di S. Paolo non c’è “natura” in astratto, ma è sempre “natura” di qualcuno, dei giudei, dei gentili o degli dei pagani. Quindi, “natura” in Rm 1,26-27 si dovrebbe intendere come la natura personale dei pagani in questione.
Inoltre, “contro” è una traduzione un po’ sviante della preposizione para. Nel Nuovo Testamento significa non “in opposizione a” (espresso da kata), ma, piuttosto, “più che”, “oltre a” o anche “al posto di”.
In conclusione, “contro natura” indica piuttosto un comportamento imprevisto, insolito o differente da ciò che ci si aspetterebbe secondo il normale ordine delle cose: “al di là della natura” forse, ma non “immorale”, non c’è nessuna violazione sottintesa della “legge naturale”[26].
Quindi, S. Paolo credeva che i gentili conoscessero la verità di Dio, ma la rifiutassero come avevano rifiutato la loro stessa natura nei confronti dei loro desideri sessuali, andando al di là di ciò che era “naturale” per loro e di ciò che era approvato dai giudei[27].
Gli altri due passi di S. Paolo che abbiamo preso in esame risentono di cattive traduzioni. Due termini greci (malakoi e arsenokoitai) in 1 Cor 6,9-10 e uno (arsenokoitai) in 1 Tm1,9-10 sono stati usati, almeno dall’inizio del Novecento, per indicare che gli omosessuali saranno esclusi dal regno dei cieli[28]. Il primo dei due, (malakoV) “morbido”, è una parola greca estremamente comune; si trova in altri passi del Nuovo Testamento con il significato di “malato” (Mt 4,23; 11,8) e negli scritti patristici con significati diversi come “liquido”, “codardo”, “raffinato”, “di debole volontà”, “delicato”, “nobile” e “depravato”. In un contesto morale specifico significa molto spesso “licenzioso”, “dissoluto” o “privo di autocontrollo”[29]. A livello più ampio, viene spesso tradotto con “incontinente” o “dissoluto”, ma Boswell è del parere che l’attribuzione di entrambi questi significati necessariamente ai «gay» sia completamente gratuita[30]
Il punto fondamentale è che l’unanime tradizione della Chiesa dopo la Riforma, e del Cattolicesimo fino a tutto il XX secolo, ha applicato questo termine a colui che è dedito alla masturbazione. Questa era l’interpretazione di molti teologi che contribuirono a stigmatizzare l’omosessualità: almeno dal tempo di San Tommaso in poi, tutti i teologi morali definirono la masturbazione con il corrispondente latino di malacia, cioè con mollitia o mollities[31]. Da ciò deriva l’attribuzione del concetto di “effeminatezza” agli omosessuali.
Il secondo termine, arsenokoitai, è rarissimo; S. Paolo sembra essere stato il primo autore ad usarlo, e fu veramente poco frequente dopo di lui. I traduttori biblici spesso hanno reso questa parola con “sodomita” e gli autori della maggior parte dei lessici hanno ripreso questa traduzione. L’applicazione specifica del termine all’omosessualità è più comprensibile; tuttavia le maggiori testimonianze sostengono con prove sicure che per S. Paolo o per i suoi contemporanei non significava “omosessuale”, ma “prostituta-maschio” almeno a tutto il IV secolo, dopo di che si confuse con una varietà di termini che disapprovano le attività sessuali e spesso venne equiparato all’omosessualità[32].
In conclusione, il Nuovo Testamento non sostiene posizioni dimostrabili sull’omosessualità. «Affermare che i riferimenti di S. Paolo agli eccessi dell’incontinenza sessuale implicanti comportamento omosessuale indichino una posizione generale contraria all’erotismo omosessuale è tanto infondato quanto il ritenere che la sua condanna dell’ubriachezza implichi il divieto di bere vino. Al massimo, l’effetto delle Scritture cristiane sull’atteggiamento verso l’omosessualità potrebbe essere definito dubbio»[33].
1.3 La tradizione teologica
Il pensiero degli asceti cristiani ebbe una notevole influenza sull’atteggiamento della Chiesa primitiva verso l’omosessualità. Infatti, furono proprio le loro idee a fornire di volta in volta la giustificazione ufficiale all’oppressione dei gay in molti stati cristiani.
Il primo e più influente di tutti gli argomenti usati dai teologi cristiani che s’opponevano al comportamento omosessuale fu quello derivato dal comportamento animale. L’epistola di Barnaba, probabilmente composta nel I secolo d. C., è ora considerata apocrifa, ma era accettata come Sacra Scrittura dai primi cristiani. L’autore dell’opera mette in parallelo la proibizione mosaica di mangiare determinati animali con diversi peccati di natura sessuale:
[Mosè disse] non mangerai la lepre [cfr. Lv 11,5]. Perché? Per non diventare, egli disse, un molestatore di ragazzi, e per non essere trasformato in questa. Infatti alla lepre cresce ogni anno una nuova apertura anale, cosicché quanti anni essa ha vissuto, tanti buchi anali possiede.
Neppure mangerai la iena, egli disse, per non diventare un adultero o un seduttore, né per diventare come loro. Perché? Perché questo animale cambia il sesso ogni anno e un anno è maschio e l’altro è femmina.
Ed egli giustamente disprezzava anche la donnola [cfr. Lv 11,29]. Non diventerai, egli disse, come questa che noi sentiamo commettere atti impuri con la bocca, né ti congiungerai con quelle donne che hanno commesso atti illeciti con la bocca impura. Infatti, quest’animale concepisce attraverso la bocca.
Nonostante contenga molte incomprensioni e interpretazioni errate della tradizione zoologica precedente[34], questo testo ebbe un’influenza decisiva su molti cristiani che ne ampliarono i pregiudizi. Queste argomentazioni animali di Barnaba furono adottate da Clemente di Alessandria come fondamento delle proprie contro l’omosessualità nel Paedagogus, nonostante egli fosse uno dei primi teologi cristiani ad invocare la “regola alessandrina” (i rapporti sessuali per essere moralmente giusti devono essere indirizzati alla procreazione).
La diffusione di tale tradizione fu poi assicurata dall’inserimento di queste considerazioni sulla sessualità animale nell’opera di scienze naturali più popolare del Medioevo: il Physiologus. Esso conteneva, tra l’altro, descrizioni di animali in cui la morale cristiana scaturiva dai vari aspetti del comportamento animale. Apparve per la prima volta in greco poco dopo l’epistola di Barnaba e presto fu tradotto in latino, mentre si diffondevano decine di versioni diverse. Successivamente venne tradotto in quasi tutte le lingue volgari e la sua influenza fu incalcolabile soprattutto nell’Alto Medioevo. Anche il nostro Pier Damiani ha scritto un “bestiario”, contenuto nell’opuscolo LII, in cui descrive, tra gli altri, il comportamento della donnola e della iena[35].
«Certamente la donnola, come affermano gli studiosi della natura, concepisce, è vero, con la bocca, ma partorisce con l’orecchio».
« [...] da uomo quale era stato, si trasforma per così dire in una donnicciuola. E giustamente lo si paragona alla iena che talora da maschio si cambia in femmina, talora da femmina in maschio, e perciò se ne parla come di un animale immondo, e a motivo di ciò non è ammessa come cibo per l’uomo [...]»[36].
È interessante notare che Damiani non parla di questi due animali con lo scopo di redarguire un comportamento sessuale pervertito, ma, nel primo caso, per parlare del digiuno e, nel secondo, per definire chiunque sia diventato “guasto o fetido”. Infatti, riferendosi a certi fratelli che non sono molto pronti a digiunare ma che ubbidiscono con umiltà, dice: «[...] il concepimento per mezzo della bocca va inteso nel senso di cibi, [...] il parto per mezzo dell’orecchio sta invece ad indicare l’obbedienza»[37]. Il passo della iena, invece, è riferito a coloro che vengono vomitati dal corpo di Cristo perché diventati “tiepidi”, cioè morti alla fede e alle buone azioni, e che così, per la perdita del calore, si trasformano da uomo a donna.
È certamente significativo che Damiani dimostri di conoscere queste leggende sulla sessualità animale ma che non le usi, né qui né nel LG, per condannare l’omosessualità.
Oltre che da questi accenni alla sessualità animale, l’opinione degli scrittori cristiani riguardo all’omosessualità fu influenzata anche dalla sua associazione con le molestie sui bambini, cioè dalla confusione fra omosessualità e pederastia[38]. Già la Didaché e l’epistola di Barnaba contengono l’ingiunzione: «Non corromperai i ragazzi», mentre Giovanni Crisostomo, in uno dei suoi sermoni, inveisce contro i pederasti che vengono in Chiesa per osservare con sguardo libidinoso i ragazzi[39]. Anche l’associazione con il paganesimo o con la sessualità edonistica può aver destato sospetti contro il comportamento omosessuale[40].
Secondo McNeill, un altro fattore che svolse un ruolo importante nella tradizione cristiana occidentale fu l’influenza dello stoicismo e, in particolare, la sua interpretazione della legge di natura per quanto riguarda l’etica sessuale[41].
L’assioma fondamentale degli stoici era di “vivere secondo natura”, cioè sottomessi all’ordine del mondo predisposto da Dio, il quale era inteso come ragione e logos diffusi attraverso il cosmo. La ragione, come “anima del mondo”, aveva una precisa interpretazione biologica e la legge di natura era identificata con le leggi biologiche che formano l’universo fisico. Quindi, siccome il mondo doveva essere governato dalla ragione, quelle cose che non avevano un motivo razionale che le giustificasse erano da ritenersi erronee. Fra queste c’era anche l’omosessualità, poiché l’unico motivo “razionale” per avere un rapporto sessuale era la procreazione.
Boswell, invece, ritiene assolutamente errato dedurre che tali concezioni di “natura” fossero determinanti nel formare l’etica sessuale cristiana o che i cristiani sottoscrivessero le premesse filosofiche e teologiche concernenti la “moralità naturale” che casualmente citavano[42]. La conseguenza principale che avrebbero avuto queste filosofie sul pensiero cristiano sarebbe stata semplicemente quella di eliminare ogni concezione di “natura ideale” dalla filosofia cristiana, almeno fino al XIII secolo. Frammenti di filosofie naturali entrarono a più riprese nel pensiero cristiano, ma le difficoltà insite nel tentativo di conciliare il concetto di “natura” con la dottrina del Nuovo Testamento o con le basi filosofiche della “moralità naturale” precludevano ai cristiani qualunque richiamo generale o sistematico alla “natura”[43]. Nella prima teologia cristiana quando si parla di “natura” non si fa riferimento ad un’idea astratta: per S. Agostino come per S. Paolo, “natura” riguarda sempre le caratteristiche di individui o cose.
Comunque, in S. Agostino, si trovano spesso sia considerazioni morali che presentano strette somiglianze con le argomentazioni stoiche sulla “natura”, sia locuzioni quali “uso naturale” o “contro natura” che, in seguito, fornirono popolarità alla “sessualità naturale”. Boswell però ritiene, forse con troppa enfasi, che in fondo Agostino non facesse riferimento alla “natura” in se stessa ma a qualcosa di “naturale” cioè di “caratteristico”, “innato” e “normale”. Dunque, egli avrebbe definito il comportamento omosessuale contra mores hominum, solo perché non era caratteristico della sessualità umana a lui familiare, mentre avrebbe usato l’espressione contra naturam riferendosi esclusivamente alle nature individuali delle persone coinvolte in tali attività.
Al di là di queste obiezioni, più o meno credibili, ritengo non si possa negare che l’associazione dell’omosessualità con la violazione del concetto di “moralità naturale” (da cui la sua definizione di contra naturam) abbia rivestito un ruolo determinante nella condanna di tale comportamento.
http://islab.dico.unimi.it/phmae/IZ/scritture_omos.htm




Rispondi Citando