L'entità sionista ha premiato con un'alta onoreficenza il criminale che ha trucidato una ragazzina palestinese tredicenne che stava andando a scuola!

http://www.ipc.gov.ps/ipc_new/engli...s.asp?name=3998



Ecco cosa era accaduto:


Una tredicenne palestinese trucidata. I soldati che accusano il superiore: ha sparato a sangue freddo

«Comandante assassino». E la brigata Givati si ribellò

Ivan Bonfanti

Liberazione 12 ottobre 2004


Una tredicenne palestinese trucidata. I soldati che accusano il superiore: ha sparato a sangue freddo «Comandante assassino». E la brigata Givati si ribellò Ivan Bonfanti Liberazione 12 ottobre 2004 «Confermare la morte». Nello slang dei militari israeliani significa assicurarsi che i miliziani palestinesi, una volta colpiti e già a terra, «non rappresentino più un pericolo». In sostanza vuol dire ammazzarli anche quando sono feriti e giacciono al suolo. E' una pratica illegale, contraria anche alle norme formali che regolano l'ingaggio nell'esercito di Israele (Idf - Israeli defence forces). Eppure. Iman Alhanas stava andando a scuola, il 5 ottobre. Era mattino presto e nel quartiere di Tel el Sultan - uno dei vicinati che compongono il grande campo profughi di Rafah, confine tra Striscia di Gaza e l'Egitto - qualche scaramuccia tra M-16 e kalashnikov annunciava l'ennesima giornata di scontri. Iman, 13 anni, morirà pochi minuti prima delle nove. Percorreva in compagnia di due amiche un campo di terra in prossimità di un avamposto dell'Idf che i palestinesi chiamano Tel Zuarub, ad Ovest di Rafah. «L'ho colpita perché pensavamo fosse una terrorista e che avesse dell'esplosivo nello zaino» dichiarò dopo la morte l'ufficiale che le aveva sparato intervistato dal Canale 2 della tv israeliana: «poi ho fatto fuoco ancora per confermare la morte». Mentiva. Perché non c'erano bombe, ma libri di scuola nello zainetto di Iman Alhanas. Dentro l'avamposto israeliano c'erano invece parecchi giovani militari dell'unità Shaked (mandorla), reparto speciale della brigata Givati («i collinari» - una delle tre unità di fanteria dell'Idf). Dopo aver assistito alla morte di Iman, anzi al suo «assassinio a sangue freddo», hanno preferito violare la solidarietà e l'omertà che spesso prevalgono all'interno dei corpi armati e sono corsi a raccontare tutto ai giornalisti. Accusando il proprio comandante di aver commesso, «deliberatamente», un barbaro omicidio. «Abbiamo visto la ragazza a circa 70 metri durante una sparatoria» ha spiegato un giovane di leva ai microfoni della prima tv nazionale. «La giovane è stata colpita dall'interno dell'avamposto, poi è caduta in terra ferita». Iman era al suolo, riversa, probabilmente ferita, forse già morta; per i soldati avrebbe anche potuto fingere. Ma si trovava comunque a 70 metri dalla postazione «quando il comandante è uscito dall'avamposto arrivandole accanto». «Le ha sparato due colpi in testa da distanza ravvicinata», hanno confermato gli altri soldati presenti. «Poi, ignorando le nostre obiezioni al walkie-talkie, è tornato accanto al corpo e le ha svuotato il caricatore addosso». «Non potevamo credere a quello che stava accadendo, il nostro cuore è in pezzi. Era solo una bimba di 13 anni». Ora la procura militare israeliana ha aperto un'inchiesta affidandola al colonnello Avi Peled, comandante della brigata regionale dell'Idf nel Sud di Gaza. Le ipotesi sono ancora aperte, anche se il racconto degli altri militari non lascia troppi dubbi e per il comandante incriminato dovrebbero aprirsi le porte di una prigione militare e poi dell'espulsione da Tsahal (l'acronimo di Tsva Haganà le Israel - Idf in ebraico). Chi non si è commosso è stato il generale Moshe Ayalon, capo di Stato maggiore, che sabato nella riunione di gabinetto ha accusato i militanti palestinesi di mandare i ragazzini intorno alle postazioni dell'esercito per indurre i militari ad uscire allo scoperto ed essere così esposti al tiro dei cecchini palestinesi. «La ragazza era molto distante dalla strada usata dagli scolari e si trovava ad oltre cento metri dalla casa più vicina, questo ha indotto i militari a pensare si trattasse di un attacco». Ma la vicenda ha assunto toni drammatici per la ribellione dei soldati, membri tra l'altro di una unità leggendaria nella storia dell'esercito israeliano, armata popolare che ha sempre rivendicato una moralità fuori dal comune. Sfiduciati e sfiancati da un'offensiva militare che in nove giorni ha ucciso quasi cento persone, i palestinesi non sembrano nutrire troppe speranze sull'inchiesta aperta dall'Idf per la vicenda di Tel el Sultan. «I soldati hanno sparato a Iman in modo deliberato» accusa il fratello più grande, Ihab Alhamas. «Chiunque conosca anche una piccola parte delle regole che governano la società palestinese sa che l'uso di una donna per propositi militari è un completo taboo, figuriamoci una ragazzina». «Sono tutte scuse per nascondere la verità, ovvero che oggi ai soldati israeliani viene insegnato l'odio cieco per i palestinesi. Non hanno pietà per gli anziani, adesso che hanno ucciso mia sorella in quel modo sono certo che non hanno pietà neanche per i bambini». Anche Hamas ne ha approfittato per gettare benzina sul fuoco, firmando un comunicato provocatorio dove si accusano i militari israeliani di «avere coraggio solo per sparare alle bambine» e respingendo le accuse secondo le quali i militanti palestinesi usano i ragazzi per "stanare" i soldati israeliani.