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Con il radicale anticlericale...MAI!In origine postato da iproscritti
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NIHIL DIFFICILE VOLENTI


Storace ha aperto il suo intervento a Ballarò esultando per il nuovo Papa, il reazionario Ratzinger, e litigando con Bertinotti che aveva messo in discussione l'integrità della sua fedeIn origine postato da Gianmario
Protestantesimo e romanità
Insistiamo sul fatto che la predicazione originaria di Gesù in se stessa non mirava affatto a costituire una nuova forma di vita associativa od anche di religione. Essa aveva un carattere prettamente anarchico, antisociale, disfattistico, sovvertitore di ogni ordine razionale di cose. Una sola preoccupazione la pervadeva, ossessivamente: la salvezza dell'«anima» dei singoli individui dinnanzi all'avvento, dichiarato imminente del «Regno».
Ma quando la prospettiva del «Regno» indietreggiò e scomparve, le forze tesesi nella speranza ricaddero su se stesse; e dal suo aspetto bolscevico-individualistico il cristianesimo passò al suo aspetto socialistico.
L'ecclesia, la comunità, la vita associativa dei fedeli intesa come un medium impersonale e mistico fatto di reciproco bisogno - bisogno di amare, bisogno di servire, bisogno di comunicare, bisogno di reciproca conferma e di reciproca dipendenza di vite ciascuna insufficiente a sé medesima - sostituì nelle anime la realtà, veniente meno, del «Regno di Dio».
Bisogna distinguere nettamente l’«ecclesia», di cui ora parliamo, da ciò che poi fu l'organizzazione chiesastica cattolica. Cotesta organizzazione dell'ecclesia nel senso primitivo, di cui in una certa misura tradì lo spinto a favore di un residuo di imperialità esteriormente rituale e gerarchica, secondo il compromesso sopra rilevato. Importa invece comprendere nella sua realtà originaria l’ecclesia delle prime comunità cristiane venute su al cessare dell'influenza diretta di Gesù e all'impallidire del senso di imminenza del «Regno». Allora noi troviamo il primo germe di ciò che dovrà condurre al tipo della società moderna euro-americana.
Nell'Impero il principio era: gerarchia, investitura, dall'alto. Nell'ecclesia cristiana esso fu: eguaglianza, fratellanza. Nell'Impero esistevano dei rapporti di dipendenza personalizzati: esistevano dei signori ed esistevano degli schiavi. bell'ecclesia tali rapporti si spersonalizzarono: fu un legame di esseri uguali, senza capi, senza distinzione di classe o di tradizione, tenuti insieme unicamente dal reciproco dipendere e dall'identico bisogno dell'anima. Nacque, in altre parole, la socialità, la forma di un puro vivere associati, di uno stare insieme in qualcosa di collettivo, in una solidarietà egualitaria.
Ed ora scendiamo giù, sino alla Riforma. La Riforma fu il ritorno del cristianesimo primitivo di contro ad un limite di paganizzazione raggiunto, con l'umanesimo, dalla Chiesa cattolica. L'intransigenza protestante pose fine al compromesso cattolico, e con ciò condusse a fondo la direzione dell'anti-Impero. Rivoluzione della coscienza religiosa, essa determinò un profondo rivolgimento dell'idea politica. Svincolando le coscienze da Roma, immanentizzò e socializzò la Chiesa e rese in atto in una realtà politica la forma dell'ecclesia primitiva. Al luogo della gerarchla dall'alto, attraverso la Riforma si sostituì la libera associazione dei credenti emancipati dal vincolo dell'autorità, divenuti anarchicamente ognuno arbitro a se stesso nel medesimo tempo che uguale a ciascun altro. Fu, in altre parole, il principio della decadenza liberal-democratica europea: di contro ad ogni forma imperiale, la rivoluzione protestante ha aperto la via al modo di una organizzazione poggiata non su capi, ma sulla somma dei singoli individui, di una organizzazione veniente dal basso ed esaurentesi in un legame impersonale, in una realtà puramente collettiva autogovernantesi ed autogiustificantesi.
Questa direzione ha assorbito rapidamente i Paesi anglosassoni, ed oggi tende anch'essa al compimento di una sua «cattolicità», antitetica a quella che fu propria a Roma pagana e che sopravvisse, in forma spenta, nella Chiesa: come all'interno delle singole nazioni essa, accumunandoli, cancella la differenza degli individui nel puro vincolo sociale, così essa tende anche a cancellare le differenze e i privilegi delle singole nazioni mettendole tutte ad uno stesso rango nell'anonimo universalismo dell'ideale di una «Società o Sindacato delle Nazioni». Nel contempo, la religiosità si umanizza sempre di più, tende sempre più ad identificarsi con la socialità. I nuovissimi orientamenti verso una «religione del servigio sociale», verso una «religione del lavoro», e la preponderanza crescente dell'interesse e dell'intransigenza moralistica su qualsiasi altro interesse ideale e metafisico nei paesi protestanti, lo provano.
In conclusione: dalla Riforma sorge una posizione coerente, che separa dal nucleo cristiano-pagano presentato dai Paesi cattolici l'aspetto cristiano (nella sua forma moderata di ideale di una mera vita associata) e realizza un tipo distinto di Stato: lo Stato democratico, l'antimpero, l'autogoverno della massa sovrana a se stessa con livellamento dei singoli in un solidarismo anarchico, acefalo, con parvenze di governatori servi dei servi in quanto meri «rappresentanti» dipendenti e responsabili rispetto alle masse - anziché queste essere responsabili rispetto a loro e loro, come capi, rispetto a nessuno.
I Paesi latini in una carta misura sono rimasti immuni dal male protestante. Ma con ciò sono anche rimasti nel compromesso. Peggio fra tutti, l'Italia. Quasi cullandosi nel ricordo dell'Impero parodiato dalla Chiesa, essa non ha avuto la forza per far la rivoluzione ne in un senso ne nell'altro.
E così da una parte il male democratico si è andato infiltrando sottilmente nella sua compagine politica, dall'altra parte sussiste la grandiosa superstruttura inerte e puramente simbolica della Chiesa cattolica, che ne opprime la realtà nazionale, a cui tuttavia si mantiene ambiguamente estranea.
Ma questo stato di cose non può durare. Sarà questione di tempo – ma i Paesi latini, e l'Italia per prima, sono tenuti a decidersi: o essi subiranno di fatto il protestantesimo con l'organizzarsi sul tipo delle società anglosassoni scalzando via via la Chiesa con una religione immanente della socialità; ovvero sono tenuti a reagire e ad imporsi con una rivoluzione nell’altro senso, con cui mettere in piedi V altra forma possibile di Stato - quella testimoniata dall'imperialità pagana e mediterranea, che i cristiani si vantarono di aver distrutta.
La rivoluzione che può salvare l'Italia dal pericolo protestante, dal pericolo euro-americano, è la rivoluzione anticristiana, la rivoluzione pagana. L'unica via per salvare la tradizione latina non in vuote rettoriche di letterati, ma nella concretezza stessa di una compagine sociale, è questa. Chi ha coraggio, capisca. Chi non ha coraggio, non capisca.
Come la rivoluzione protestante superò il compromesso cattolico e cristianizzò l'Occidente nella struttura e nel valore della società democratica, noi, contro la Riforma, dobbiamo superare lo stesso compromesso, ma per affermare l'altra alternativa possibile, se pur non ancora esistente. Sulla base di una restaurazione pagana noi dobbiamo creare una società retta dai valori di gerarchia, di organizzazione dall'alto, di aristocrazia, di dominio e di sapienza, cioè da quei valori imperiali di cui la Chiesa contraddittoriamente si improntò, e che dopo lo scacco della Chiesa stessa nel corso di un esperimento bimillenario, vanno affermati crudi, nudi, netti di qualsiasi attenuazione e di qualsiasi maschera da parte di persone che non si vergognino di discendere dalla più grande realtà mediterranea esistita, e che quindi, osino finalmente, come noi, dichiararsi pagani.
Giulio Cesare Andrea Evola - Imperialismo Pagano
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