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    Predefinito Lusia, sessant'anni fa l'inutile strage

    I bombardieri alleati distrussero il paese credendo erroneamente che vi si nascondessero i tedeschi in fuga

    Un'inutile strage di innocenti. Una follia bellica che nulla tolse all'esito scontato di una guerra che durava da cinque anni e che si sarebbe conclusa dopo meno di una settimana. Un atto strategico - fu la giustificazione dei comandi militari - che neppure servì a ostacolare una ritirata ormai convulsa e dispersa.

    Sarebbe bastato qualche preciso colpo di cannone e il ponte di Lusia sull'Adige, l'antico ponte di legno vicino al quale era ancorato l'altrettanto antico mulino a pala, sarebbe diventato inutilizzabile anche da quelle truppe in divisa grigia nel loro ultimo disperato tentativo di attraversare la barriera naturale del fiume. Invece fu l'inferno. E 74 vite di civili inermi sacrificate, 74 croci sull'altare del "supremo abominio" umano, sette per corpi mai ritrovati.

    Di quegli avvenimenti, ancora impressi nella memoria dei pochi superstiti, ma sempre vivi nell'intera comunità di Lusia, si è iniziata la commemorazione ieri mattina nel paese in riva all'Adige, con le autorità, in testa il sindaco Sergio Vignaga, e numerosi cittadini. Le manifestazioni continueranno fino a mercoledì prossimo.

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    Predefinito Tonino Quadrelli: «Tra i 74 morti c'era anche il mio fratellino Bruno»

    Il 19 aprile 1945 mancavano solo sei giorni alla mattina della Liberazione. E di settimane di guerra il Paese ne aveva già sofferte 254. L'esito del conflitto? Scontato. La vittoria alleata? Ineluttabile. Che ci facevano allora quegli stormi di bombardieri alle 11.15 sul cielo di Lusia? Cosa voleva dire quella fumata bianca dell'aereo di testa? E quei grappoli scuri che precipitavano al suolo? La comunità lusiana fu chiamata a tributo di sangue inspiegabile persino dalla "logica" di guerra. Perché, se i combattimenti erano all'epilogo? Perché proprio lì?

    Quante volte queste domande avranno ingombrato la mente e i ricordi di Tonino Quadrelli, l'ultimo testimone del bombardamento di Lusia. Un paese raso al suolo da un'incursione aerea di nove squadriglie di bombardieri, durata 50 maledetti minuti per abbattere un malandato ponte di legno.

    Il racconto di Quadrelli, che nella tragedia perse la mamma Maria Zeminian, la nonna Giovanna, la zia Ada e il fratellino Bruno di sette anni, parte proprio dal mattino del 19 aprile. Ha 17 anni Tonino quell'aprile del '45. Sta correndo lungo l'argine verso il ponte spinto da tutta l'inconscienza della sua età. Le scuole sono state chiuse a tempo indeterminato per l'apprensione del momento con le truppe di Hitler in ritirata che risalgono da sud e gli alleati che premono per stringerli in una sacca contro l'Adige. Tonino ha promesso al fratellino Bruno di andargli a prendere le schegge esplose dei bengala lanciati durante la notte dai ricognitori angloamericani. Quel gesto imprudente sarà la sua salvezza. Il giorno precedente a metà pomeriggio, al terzo passaggio di un aereo alleato su Lusia, dal torrino del castello Morosini erano partite alcune fucilate di moschetto. Il presidio delle Brigate nere era lì e durante la notte quando i bengala illuminarono a giorno l'abitato, ancora dalla terrazza del castello erano partite raffiche di mitraglia.

    Il segnale che gli alleati aspettavano. La zona del ponte era difesa. Di lì sarebbe passata la ritirata. Bisognava distruggere quell'ultimo baluardo e abbattere il ponte. Lusia e i suoi abitanti? Un puntino insignificante sulla topografia di una vittoria.

    «Prima sentii il rumore poi alzai gli occhi - racconta Quadrelli - Ero ormai ai piedi della scarpata sotto il ponte. Vidi la fumata bianca. Era il via al bombardamento. La prima scarica di bombe troncò le travate che reggevano l'impalcato. Dal fondo del fiume si alzò una colonna d'acqua e fango mista a sassi, legno e schegge di metallo infuocato. Dopo furono altre otto le ondate di bombardieri che sganciarono il loro carico».

    Si chiamava Philips il comandante delle operazioni su Lusia. Nel suo rapporto indicò: «Lanciate mille tonnellate di bombe rdx. Incontrato pesante ma impreciso fuoco antiaereo. Un solo apparecchio danneggiato. Successo della missione: 91,9 per cento».

    Quella che si presentò a Tonino Quadrelli, quando uscì dal provvidenziale rifugio e risalì fino al culmine quell'argine per riaffacciarsi sulla sua Lusia, fu l'immagine di un paese che non c'era più. Non solo bombardata, sventrata, ferita.Lusia era semplicemente scomparsa.Solo il "troncone" della torre del castello Morosini emergerà dalle macerie. Sarà l'emblema della tragedia e darà il nome all'associazione delle famiglie della vittime. Proprio quella delle famiglie distrutte diventerà la pagina più struggente e crudele della catastrofe. «La mia era una famiglia numerosa come tutte le famiglie di quel tempo - racconta Quadrelli -. Perirono soprattutto le donne che erano rimaste in casa. Si salvarono invece mio padre Vittorio, gli zii Giuseppe, Giovanni, Italo e Fortunato, e i miei fratelli Dino e Timoteo».

    Se si scorrono i 74 caduti riportati sulla stele alla memoria impressionano il ripetersi di cognomi uguali. Interi nuclei familiari (Vallini, Braggion, Seno, Zeminian, Zeggio) scomparsi sotto le bombe. Il più alto prezzo di morti civili pagato sull'ultimo fronte italiano.

    Franco Pavan

 

 

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