a cura dell'Associazione Islamica "Imam Mahdi" (aj)
"E’ il coordinamento tra la Resistenza e l’esercito che dissuade Israele dall’aggredirci”
Colloquio con Seyyed Hassan Nasrallah, Segretario Generale di Hizbullah
Innanzitutto, noi siamo del tutto pronti a discutere di tutti i temi con i partiti libanesi, compreso il tema delle armi della Resistenza islamica – braccio armato di Hizbullah-. Noi non portiamo le armi per piacere o per passatempo. Noi siamo un grande partito politico con degli eletti al Parlamento e in molti municipi libanesi e con numerose attività culturali e sociali. La resistenza non è per noi una professione e, senza essa, non saremmo 'disoccupati'.
In tutti i modi, i Siriani avrebbero lasciato il paese un giorno o l’altro. Il modo in cui ciò è avvenuto avrebbe potuto essere estremamente pericoloso per il Libano se noi, e le altre formazioni politiche, non avessimo svolto importanti sforzi per la stabilità e la sicurezza nazionale. Il Libano non ha alcun interesse ad intrattenere delle relazioni ostili con la Siria. Oggi dobbiamo esser coinvolti più che mai nella vita politica libanese. Le forze siriane erano diventate il polo centrale della vita nazionale. Tutte le comunità e le parti politiche dialogavano con esse. Quando due comunità o due formazioni politiche non si parlavano direttamente, esse passavano dalla mediazione siriana per aiutarsi a trovare un compromesso. Sul piano della sicurezza, la loro presenza, per i gruppi dediti alle azioni destabilizzatici, era dissuasiva. Qualcuno doveva riflettere due volte prima di tentare quel che sia.
La loro partenza crea un vuoto politico che tutti noi dobbiamo provare a colmare. Dobbiamo assolutamente costruire un reale consenso nazionale e ciò perché le responsabilità interne di Hezbollah sono ben più grandi di prima. Per preservare la sicurezza e la stabilità del Libano, ci sono due condizioni: mantenere il consenso nazionale intorno all’esercito libanese, poiché tutte le divisioni interne possono lederlo mentre non ledeva le forze siriane; occorre che tutte le forze politiche libanesi assumano chiaramente ed effettivamente il loro impegno a rispettare la pace civile.
Prima di tutto dovete sapere che Israele viola quasi tutti i giorni con i suoi elicotteri, aerei di ricognizione e da combattimento i nostri spazi aerei nazionali. Al tal punto che le Nazioni Unite se ne sono recentemente dichiarate “preoccupate”. Checché se ne dica, noi pensiamo che il Libano resti nella mira degli Israeliani, ed è nostro dovere nazionale di assicurare la protezione del nostro paese.
La Resistenza è altra cosa dell’esercito. E’ il coordinamento tra i due che, creando una nuova equazione di sicurezza, dissuade Israele di far scattare delle nuove aggressioni e gli impedisce di condurre delle operazioni terrestri sul nostro territorio. E’ una questione di margine di manovra. Gli Israeliani sanno che la Resistenza è indipendente dall’esercito come dalle decisioni del governo. Quando la Resistenza reagisce – sia chiaro, con le armi – ad un’aggressione israeliana, Israele concentra la sua risposta contro essa, contro le sua posizioni e i suoi comandanti. Se la Resistenza diventa una semplice brigata dell’esercito nazionale, alla prima scaramuccia, il nemico bombarderebbe le sue posizioni, colpendone il suo quartiere generale e le infrastrutture del paese. Il giorno in cui la Resistenza prenderà gli ordini dal governo, la sua efficacia sul terreno sarà nulla. Se qualcuno ha una migliore formula per difendere il paese efficacemente, noi siamo pronti ad ascoltare. Tutte le formule sono discutibili.
Qualcuno, anche all’epoca in cui Israele occupava tutto il sud del Libano e la periferia di Beirut, si era già opposto alla Resistenza. Malgrado le accuse contrarie che non sono mai state provate, l’azione della Resistenza è sempre limitata nel solo territorio nazionale. Contrariamente a ciò che affermano le Nazioni Unite, che non hanno neanche voluto aprire un’inchiesta sulla cosa, resta una zona territoriale libanese sempre occupata da Israele, le fattorie di Shebaa, per le quali numerosi Libanesi dispongono dei titoli di proprietà e che la Siria stessa, proprietaria della regione secondo l’Onu, riconosce come libanese.
La zona in questione non costituisce un fronte che potrebbe far scattare una guerra. Dopo il maggio del 2000, la Resistenza islamica è impiegata tutto lungo il confine – con Israele – e non ha mai lanciato la più piccola offensiva militare anti-israeliana nella Palestina occupata – gli Hezbollah non riconoscono la legittimità d’Israele ritenendo che l’insieme della Palestina mandataria da prima del 1948, costituisce la “Palestina occupata”, NDLR -. Noi effettuiamo nella zona di Shebaa un’operazione ogni sei o sette mesi. E’ una sorta di punzecchiatura come costante ricordo agli Israeliani che si trovano sempre nel nostro territorio, ed ai Libanesi che non si dimentichino che che una parte del loro territorio nazionale resta da liberare. Ciò detto, permettetevi di segnalarvi che la questione delle fattorie è un particolare di fondo. Anche se gli Israeliani uscissero dalla zona domani, la questione del mantenimento della Resistenza ed il suo ruolo dissuasivo rimarrebbe, poiché rimarrebbero le minacce israeliane strategiche. E’ uno stato militare, fondato sulla violenza, il terrore e l’espropiazione di un popolo, che non mantiene le sue promesse. Che la zona di Shebaa sia occupata o meno, la Resistenza è anzitutto difensiva.
Israele farà sempre di tutto per impedire la nascita di uno Stato palestinese duraturo. La Palestina è troppo piccola perché sopporti due Stati separati. L’impasse permanente delle negoziazioni con Israele viene da lì: non si possono metter due persone nello stesso pantalone. Ma noi non diciamo che bisogna gettare la gente a mare. Riflettiamo piuttosto su un solo Stato nel quale giudei, cristiani e musulmani vivano insieme, in un sistema democratico in cui ognuno avrebbe gli stessi diritti. E’ il nostro parere. Come Yasser Arafat, Mahmud Abbas è stato democraticamente eletto presidente dell’Autorità palestinese solamente da una parte della Palestina, quella che vive nei territori occupati ed autonomi. Ma l’avvenire della Palestina non riguarda solo i “territori autonomi”. E’ l'intero destino palestinese che è in gioco. Due milioni di palestinesi della diaspora, di cui molte centinaia di migliaia di rifugiati qui in Libano, non sono stati consultati. Ci vorrebbe un referendum ed io non comprendo perché non è stato organizzato.
a cura dell'Associazione Islamica "Imam Mahdi" (aj)
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