La democrazia mutante
di Franco Cardini
Diceva il vecchio Arthur Moeller van den Bruck: "Ciò che fa la democrazia non è la forma dello stato, ma la partecipazione del popolo allo stato". Che poi, gli piaccia o no, è quello che cantava anni fa l'ex-giovane Giorgio Gaber: "La libertà non è star sopra un albero / non è neanche avere un'opinione / la libertà non è uno spazio libero / Libertà è partecipazione".
Confrontando tra loro le massime di questi pur tanto differenti personaggi, ne risulterebbe che libertà e democrazia siano sinonimi. Il che non è, se non altro nella misura in cui una democrazia dovrebbe rappresentare una forma di equilibrio tra due valori fondamentali, quello della libertà e quello dell'uguaglianza. I quali, come è noto, tendono tanto a divergere che un prevalere dell'uno deprime di solito l'altro.
Da qui il principale pericolo della democrazia: la fragilità, fino alla possibile instabilità del suo equilibrio. D'altronde, è abbastanza patetico parlare di libertà e di uguaglianza come se fossero misure obiettive e assolute: esse vanno relativizzate e contestualizzate storicamente. Libertà, sì: ma di fare che? E da che cosa? E uguaglianza, certo, ma: in che senso? E a quanti e quali livelli?
La risposta corretta a domande di questo tipo va impostata tenendo presente che democrazia è un bel sostantivo, però non intelligibile se non lo si aggettiva adeguatamente: democrazia come? Storicamente ve ne sono state di liberal-aristocratiche, di liberal-censitarie, di liberal-parlamentari, di popolari, di plebiscitario-totalitarie.
Oggi, dagli Usa, dove i votanti non arrivano al 40% degli aventi diritto, a Israele, dove i cittadini non-ebrei subiscono alcune non lievi discriminazioni di fatto, all'Italia, dove vige il "voto di scambio" (che è quanto di più lontano si possa immaginare dal voto individuale, libero e segreto), pare che il cosiddetto Occidente si stia avviando verso sistemi definibili come "postdemocratici". Allora, con quale diritto che non sia quello antico e arcaico, la forza, noi pretendiamo d'imporre ad altre culture sistemi democratici che non appartengono alle loro tradizioni, non sono adatti alle loro strutture socioeconomiche e alle loro istituzioni politico-giuridiche e corrispondono a moduli per noi ormai desueti?
La democrazia liberal-parlamentare è d'altronde ormai oggetto di critiche di ogni provenienza. Non è un caso se in Italia, nel giro di pochi mesi, ne hanno scritto in modo piuttosto severo, da sponde che potrebbero definirsi "opposte" (ma non so quanto effettivamente lo siano, pur mantenendosi lontane fra loro), un cattolico liberalconservatore come Domenico Fisichella e un marx-leninista come Luciano Canfora, entrambi seri e autorevoli studiosi. Ma vorrei soprattutto richiamare l'attenzione sull'ultimo libro di un sociologo intelligente, Sabino Acquaviva, La democrazia impossibile. Monocrazia e globalizzazione della società (Marsilio, 2002), il quale fra l'altro sostiene che "l'involucro vuoto della democrazia continua e continuerà ad esistere. La democrazia muore ma gli individui restano liberi perché muore la libertà come fatto sociale ma non come evento individuale".
Personalmente sono meno ottimista di Acquaviva: la libertà sta morendo anche come fatto individuale, circondata, condizionata e svuotata dal di dentro dai mass media, dalle sollecitazioni esterne, dalla pubblicità, dall'imposizione di "mode"che diventano costumi, dallo smarrirsi generale del senso della tradizione, dello stato e del limite. Magari sarà eutanasia: ma sempre di morte si tratta. Il cittadino occidentale, ridotto a consumatore, praticamente abdica alla sua libertà politica - cioè al diritto-dovere di prendere parte alle decisioni pubbliche - rispetto alla quale si sente disinteressato, demotivato, alienato. Ma dal momento che non vi sono né partito unico né polizia politica né apparato propagandistico-repressivo a condizionarlo - poiché insomma non vede attorno a sé nessuno di quei segnali che, secondo la cultura media corrente sono quelli del totalitarismo e/o della mancanza di libertà - si sente libero. Il fatto è che i nostri parametri di libertà/non-libertà sono rimasti fermi o quasi al vecchio conflitto fra libertà demoliberale e demoparlamentare e totalitarismo nazista o comunista.
Abbiamo ancora difficoltà ad individuare i tratti del totalitarismo liberistico, espressione del quale sono "pensiero unico" e political correctness. La crisi degli stati e delle organizzazioni sovrastatali a vantaggio del "potere anonimo" delle multinazionali non ci tocca. Questa, sia detto in sintesi e con buona dose di rozzezza, la differenza di fondo tra postdemocrazia e non-democrazia: la postdemocrazia mantiene intatte le forme istituzionali democratiche e sposta i poteri effettivi altrove con un meccanismo invisibile (o quasi) e anestetico.
Ora, se assumiamo come riferimento di base del sistema democratico il criterio maggioritario (in opposizione per esempio a quello centralistico), il carattere effettivo di una democrazia si può misurare soltanto analizzando la costruzione del consenso: vale a dire come si articola e si struttura la decisione individuale, e se essa è davvero libera e criticamente sorvegliata. Una democrazia di cittadini condizionati non è una democrazia (e in questo senso ha forse ragione Acquaviva: è "impossibile" nella concreta realtà). Questa la differenza fra le non-democrazie e i sistemi ispirati a ideologie antidemocratiche (come in qualche misura erano esplicitamente fascismo, nazionalsocialismo, franchismo, salazarismo) e le postdemocrazie, che danno l'impressione di essere democrazie liberalparlamentari, perché le istituzioni formali e i caratteri apparenti della libertà d'espressione non vengono toccati. Nelle postdemocrazie l'elettorato passivo viene selezionato da rigide minoranze elitarie, esistono il voto di scambio e i vari sistemi di controllo del voto, le decisioni effettive vengono prese sempre più da enti e organi sottratti al controllo dell'elettorato attivo; e si verificano situazioni come quella statunitense, dove il presidente federale può essere eletto da meno della metà del corpo elettorale degli aventi diritto, in quanto l'altra metà non è interessata o è impossibilitata (da un sapiente meccanismo di esclusione punitiva) a esercitare il diritto di voto.
La democrazia moderna è notoriamente fondata sul trinomio libertà-uguaglianza-fratellanza: ma si tratta di una fondazione imperfetta. La democrazia occidentale, in realtà, non riposa solo sui presupposti della rivoluzione francese, ma anche su quelli (che per molti versi potremmo definire liberalconservatori) di quelle precedenti, la parlamentare inglese e l'indipendentista americana. Questa schizofrenia di fondo accentua il carattere contraddittorio del trinomio rivoluzionario francese: a parte la fratellanza, difficilissima a imporsi nella realtà (ed è possibile concepirla sul serio, concretamente, in termini universali?), la libertà e l'uguaglianza sono concettualmente opposte. Si tratta di valori che vanno di continuo confrontati e l'equilibrio dei quali ha costituito appunto, per due secoli, l'essenza della vita politica e della lotta politico-sociale. Tiziano Terzani richiama a una necessità inderogabile in tempi di postliberaldemocrazia: bisogna imparare a delegare sempre meno, a ri-assumersi quanto più sia possibile doveri e responsabilità in modo diretto. Oggi il punto è la partecipazione, che non può ridursi al solo momento elettorale, pena lo svuotamento definitivo della democrazia e il passaggio alla postdemocrazia che si risolve in un sistema mondiale di tipo oligarchico e nella sparizione progressiva degli organi di governo anche sopranazionali, sempre più egemonizzati da gruppi di potere incontrollabili come le multinazionali. Rinvio per questo a A. de Benoist, La democrazia: il problema (Arnaud, 1986) e a M. Gauchet, La démocratie contre elle-même (Gallimard, 2002).
Quanto alla situazione italiana, essa è coerente con un trend occidentale ben collaudato, anche se non ancora evidente in tutte le sue caratteristiche. I pur continui e serrati attacchi ai cardini della democrazia e ai poteri dello stato, che si registrano in Italia, sono più evidenti a causa dell'"effetto Berlusconi"; ma, nella sostanza, sono quelli tipici del passaggio un po' di tutto l'Occidente dalla democrazia liberalparlamentare (che gli occidentali, ingenuamente o perfidamente, vorrebbero imporre, quanto meno nelle sue forme, a tutto il resto del mondo) alla postdemocrazia dominata dai gruppi di pressione o di potere finanziari, economici, tecnologici, massmediali, coesi tra loro e tendenti ad appropriarsi dei poteri pubblici e a controllarli senza assumersi la responsabilità degli eventuali fallimenti. Per ora, in apparenza, solo la superpotenza statunitense rimane quale modello di "superstato forte", che può addirittura irridere alle istituzioni democratiche sopranazionali dell'Onu e disattendere le decisioni della Corte Internazionale. Ma in realtà, come dimostra il governo dei petrolieri Bush-Cheney-Rice, anche al vertice degli Usa è in corso il processo di "allodializzazione" dei pubblici poteri, invasi ed egemonizzati dalle corporations. Dinanzi a questo gravissimo problema , per ora inarrestabile e irreversibile (ma non "indisincantabile" né indenunziabile), gli abusi del governo Berlusconi diventano ridicoli.
Il punto è che - in Italia, ma credo in tutta la cosiddetta società occidentale (il che significa nelle élites politiche ed economico-tecnocratiche del mondo intero, profondamente "occidentalizzate" anche quando i popoli che esse controllano non lo sono) - i governi non sono per nulla peggiori delle società civili che essi rappresentano. Anzi, comincio a credere sia vero il contrario. Il governo e la maggioranza parlamentare italiana rispecchiano fedelmente (con molte eccezioni personali, questo va da sé) una società che ha quasi del tutto perduto l'identità - salvo i tentativi strumentali di riassumerla prendendosela con gli immigrati extracomunitari o con il presunto "pericolo musulmano" -, che sta dimenticando tutte le sue radici e le sue tradizioni, che ha fatto proprio il principio del primato dell'economia su tutto il resto, che ritiene che tutto sia mercificabile e monetizzabile, che vive immersa nei miti massmediali della bellezza, della ricchezza, del successo, della ricerca della felicità. Una società in realtà profondamente angosciata dalla pervasività del sentimento immanente e inconfessato della morte, che ha smarrito sotto ogni riguardo la "cultura del limite", che ha rinunziato a educare i figli e cerca di evitare anche di averne e di allevarne. Una società che blatera di pace e che poi accetta di fatto quasi supinamente al "guerra infinita" imposta dalla superpotenza statunitense e dalle multinazionali; che blatera di ambiente e di ecologismo e che poi non riesce a mantenere decentemente bassi i suoi consumi (in Italia produciamo mezza tonnellata di rifiuti a testa ogni anno) e nemmeno a usare correttamente gli strumenti d'igiene ambientale messi a sua diretta disposizione; che blatera di solidarietà e di principio di sussidiarietà e che poi è fatta di gente che, se investe qualcuno per strada, lo lascia agonizzante per terra pur di non avere seccature. È la società che va riconquistata alla civiltà, non le istituzioni: quelle verranno dopo, di conseguenza. Per questo le uniche vere speranze, oggi, vanno riposte nel volontariato, nelle organizzazioni non governative, in chi resiste all'avanzata del materialismo neoliberista nella vita concreta di ogni giorno.
Per questo ritengo sia importante, oggi, puntare sull'Europa e sull'unità effettiva europea: un'Europa che non sia più subalterna e funzionale al disegno imperialista statunitense, ma che sappia diventare - ora che è già un gigante economico, finanziario e tecnologico - un interlocutore forte anche dal punto di vista politico, diplomatico e militare (per questo la subalternità rispetto alla Nato è un problema che gli europei debbono al più presto risolvere). Un'Europa libera e unita che sappia contenere lo strapotere statunitense ed entrare in rapporto dialettico con esso magari in una funzione complementare rispetto ad esso (non sogno, quindi, una conflittualità, bensì un riequilibrio nell'amicizia e nella collaborazione) e nella quale il nucleo forte della democrazia, che sta nella partecipazione dei cittadini alle decisioni dei loro governi e al loro controllo costante su di essi, venga salvaguardato. Per questo il vero nemico non sono certo gli Stati Uniti, un grande paese che senza dubbio deve affrontare enormi problemi e che è affetto da molte malattie sociali e culturali, ma dispone di straordinarie risorse, anche morali. Il nemico è la spersonalizzazione dei meccanismi decisionali e il progresso, nell'animo di tutti e di ciascuno, di una visione della vita ispirata all'economicismo da un lato, all'egoismo individuale delle élites e al livellamento consumistico nonché alla proletarizzazione e all'omologazione culturale delle masse dall'altro.
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