La nuova Guerra Fredda

La guerra "calda" tace o - almeno - rimane confinata nelle sabbie irachene, con lo stillicidio d'attentati ed azioni armate: nel silenzio mediatico sulle questioni internazionali, catalizzato dalla crisi politica e dalla morte del Pontefice, è "sfuggita" la notizia che gli americani avevano respinto un attacco in forze della guerriglia al carcere di Abu-Ghraib.
Se la polveriera irachena inghiotte dollari e uomini, non possiamo dimenticare che la vittoria nella partita medio orientale di Bush non può prescindere da ulteriori atti di forza, Iran e Siria in testa.
La palude irachena assomiglia sempre di più ad un Vietnam, dove una guerra infinita fatta d'imboscate, attentati e ritorsioni non consente di "sganciare" le forze USA dal territorio, non consente di cancellare la voce "Iraq" dal sempre più indebitato bilancio americano.
A sua volta, per ottenere la "pacificazione" dell'Iraq, Washington dovrebbe impedire l'afflusso di combattenti e mezzi dai paesi confinanti. Per ottenere il risultato Bush ha a disposizione due soluzioni, entrambe inapplicabili: "blindare" le frontiere (e con quali mezzi?), oppure attaccare e distruggere i regimi avversari (e come, se non riescono nemmeno a controllare le strade irachene?).
La vicenda lascia spazi politici e strategici ad una Russia che torna ad affacciarsi nell'area, conscia di dover replicare all' aggressività statunitense ed alla pacifica espansione cinese in Asia centrale. Paradosso dei paradossi: mentre USA e Russia competono a suon di basi militari nelle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, i cinesi costruiscono strade ed oleodotti per collegarle il Sinkiang cinese.
Putin non può competere con l'inarrestabile crescita cinese e nemmeno con lo strapotere militare americano, ed allora il judoka che regna al Cremlino attua in pieno i principi del Bushido - il codice dei guerrieri nipponici - laddove si raccomanda, qualora non si possa vincere, di non combattere e d'accrescere le proprie forze in prospettiva futura.
Detto fatto. Putin ha incrementato del 50% gli stanziamenti per la ricerca militare, ed ha potuto consegnare ai siriani i nuovi missili SS-26 Iskander-E, che non sono intercettabili dai sistemi anti-missile israeliani e che possono colpire la centrale nucleare di Dimona, il "centro" delle attività nucleari (civili e militari) di Tel Aviv.
All'Iran (ed alla Cina) - invece - Mosca ha venduto i nuovissimi 3M-82 Moskit, un missile antinave d'ultimissima generazione che consente a Teheran di controllare il Golfo Persico, giacché nessuna nave militare americana possiede sistemi missilistici in grado d'intercettarli: né il sistema l'AEGIS degli incrociatori, né il cannone a tiro rapido Vulcan-Phalanx possono nulla contro missili progettati e costruiti vent'anni dopo, e pensati appositamente per ingannare i sistemi americani.
Qual è la morale? Se riflettiamo che l'URSS vendeva agli alleati solo sistemi d'arma di seconda linea, tenendo per sé le ultime generazioni della tecnologia militare, c'è un evidente cambio di rotta. A quel tempo Mosca non si fidava molto degli alleati, e preferiva mantenere un "gap" anche nei loro confronti. La mutata situazione pone Mosca nelle condizioni di dover giocare d'azzardo: il che, riflette in pieno la mentalità di Putin.
Con la vendita di sistemi d'arma modernissimi, il Cremlino gioca la carta del controllo politico su alcuni paesi come Siria ed Iran, ma non dimentichiamo che anche cinesi ed indiani dipendono tuttora dalla tecnologia russa, e dovranno passare ancora dei decenni prima che riescano a produrre autonomamente armi moderne.
La "palude" irachena concede spazi inattesi per chi può vendere armi ai regimi che temono l'espandersi della "democrazia" a stelle e strisce nell'area, ed ormai il gioco è fatto di rischi calcolati (come il ritiro siriano dal Libano, che potrebbe essere il prodromo di un nuovo Iraq) o di repentine chiusure, come l'affermazione iraniana di continuare imperterrita nel suo programma nucleare.
Questa spiega - almeno in parte - la stasi nella politica estera americana, impegnata in una difficile partita a scacchi che va dal Mediterraneo alla Cina. Sembra, però, che i russi giochino a scacchi con maggiore esperienza.

Carlo Bertani bertani137@libero.it