RUMSFELD (in segreto) IN AZERBAIJAN
di Maurizio Blondet
Donald Rumsfeld è volato a Baghdad dove ha pubblicamente rabbuffato il governo
iracheno collaborazionista per “corruzione”, predica esilarante da quel pulpito.
Ma subito dopo e per nulla pubblicamente, anzi nel più grande segreto, ha
proseguito il viaggio: fino a Baku, capitale dell’Azerbaijan (1).
Nessun comunicato ufficiale del Pentagono, la stampa Usa a bocca cucita.
Ma un giornale azero, “Echo”, ha sparato la notizia in prima pagina. “Rumsfeld è
interessato al petrolio”, e non è un titolo sorprendente: l’Azerbaijan
s’affaccia sul Caspio, giacimento ancora poco sfruttato di riserve che si
credono enormi.
E’ il terzo viaggio di Rumsfeld nel Paese in 15 mesi. In realtà, Rumsfeld è
andato a stringere accordi di tipo militare, quasi certamente in vista
dell’attacco all’Iran, previsto per giugno. Anche l’Iran si affaccia sul Caspio.
Infatti Ali Hasanov, portavoce presidenziale azero, ha detto alla tv locale ASN:
“lo scopo delle conversazioni (tra Rumsfeld e i capi azeri) è di discutere i
principi di cooperazione tra Usa e Azerbaijan nella sfera della sicurezza e
risolvere i problemi relativi”.
Hasanov ha esaltato il ruolo dell’Azerbaijan “nel programma Partnership for
Peace della Nato”; ruolo che Rumsfeld era venuto a rafforzare.
Il capo del Pentagono infatti s’è imbarcato in un gigantesco progetto di
“rilocazione” delle grandi basi militari Usa, specie di quelle nella Germania,
verso zone del mondo più ad Est, dove si situano oggi gli interessi strategici
americani.
Infatti, secondo l’analista azero Uzeyr Jafarov, gli incontri di Baku hanno
mirato alla creazione di una base Usa in Azerbaijan; la firma del trattato
dovrebbe avvenire nel corso dell’aprile. A che scopo tanta fretta?
La risposta indiretta è venuta da Jumshid Nuryev, già capo della polizia
doganale azera e uomo politico vicino al governo: “l’Azerbaijan”, ha messo le
mani avanti, “non accetterà mai di diventare una base per l’attacco all’Iran,
paese a cui ci uniscono tanti legami storici e culturali”.
Ma in realtà, è proprio quel che sta avvenendo.
Nella dottrina Rumsfeld per le nuove basi, del resto, si dice chiaramente che in
Asia centrale non s’intende porre tanto delle grandi basi permanenti, quanto
“siti avanzati” gestiti da un personale ridotto al minimo, e da espandere in
mezzi e uomini in caso di crisi.
L’11 aprile scorso il Wall Street Journal (2) rendeva noto che, a difesa della
zona petrolifera del Caspio, gli Usa stanno già costruendo dal 2003 una “rete di
forze di polizia e di unità speciali (commandos) nell’area per rispondere a
varie emergenze, compresi attacchi alle strutture petrolifere”. Questo grosso
progetto si chiama Caspian Guard e costerà almeno 100 miliardi di dollari nel
prossimo trentennio.
Il sistema Caspian Guard è centrato su “un centro di comando radar” americano
situato proprio a Baku, in Azerbaijan, e comprende ovviamente l’addestramento di
truppe dei paesi satelliti nell’area. Lo scopo strategico ultimo è di proteggere
il futuro oleodotto che dal Caspio porterà il greggio a Ceyhan, porto turco nel
Mediterraneo.
Questo petrolio, chiarisce il Wall Street Journal, sarà assorbito quasi tutto
dal mercato europeo; ma l’interesse Usa consiste nel sottrarlo alla Cina e alla
sua insaziabile fame energetica.
Dopotutto, anche così si evita “il rincaro della benzina alle pompe Usa”.
Quanto al governo dell’Azerbaijan, non è in grado di rifiutare “l’amicizia”
offertagli da Rumsfeld.
Il presidente locale Heydar Aliyev si è fatto succedere da suo figlio in
un’elezione del 2003 tutt’altro che regolare; la polizia azera continua detenere
senza motivo, a torturare e (almeno in quattro casi) ad uccidere dissidenti; la
libertà di stampa e di associazione sono severamente limitate.
Insomma, quella azera è una dittattura più brutale di quelle che gli Usa hanno
recentemente sostituito con “democrazie” in Georgia e Ucraina.
La famiglia Aliyev sa che, finché sarà utile a Rumsfeld, non dovrà temere
nessuna “spontanea” richiesta di “democrazia” che ne metta a rischio il potere.
*In foto: Donald Rumsfeld e Ilham Aliyev
di Maurizio Blondet




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