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  1. #31
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    Predefinito Rif: Diffusione libraria "La Comune"

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Diffusione libraria "La Comune" lacomune-roma@libero.it





    Anonimo
    Io sono un black bloc
    Poesia pratica della sovversione
    pagg. 192 €9.3


    Il libro

    Le manifestazioni di contestazione al G8 di Genova nel luglio del 2001 hanno portato alla ribalta il fenomeno dei black bloc, i nuovi della guerriglia metropolitana. Le gesta delle «tute nere» hanno sorpreso tutti: forze di polizia, uomini politici, intellettuali, operatori dell’informazione, gran parte degli stessi manifestanti. Tutti ne hanno parlato moltissimo dimostrando di saperne però, in realtà, pochissimo. Le reazioni sono state quelle tipiche dell’ignoranza: banalità, panico, isterismo, demonizzazione, criminalizzazione. Eppure i black bloc sono stati una delle componenti più interne e importanti di tutte le tappe del movimento antiglobalizzazione, a partire dall’originaria rivolta di Seattle. Io sono un black bloc è un libro a più mani scritto all’interno di quella componente. I registri linguistici sono differenti tra di loro, ma tutti hanno in comune una forma di espressione direttamente partecipata, appassionata e persino poetica, capace di rendere in modo straordinariamente efficace lo stile, la pratica e l’immaginario di questi moderni ribelli metropolitani. Ne emerge un quadro molto più variegato e molto più interessante di quello prodotto dai media, che affronta con consapevolezza e lucidità i temi caldi del movimento no global: dall’uso della violenza (quasi esclusivamente sui simboli del potere e non sulle persone) al terrorismo, dalla militanza politica agli integralismi religiosi. Dal ritmo musicale di questa scrittura traspare in tutta evidenza la maturazione di una nuova rivolta esistenziale internazionale, che occorre conoscere nei suoi codici linguistici, per poter poi sperare di comprenderne seriamente pratiche, ragioni, finalità.

    un assaggio...
    I ragazzi in nero quel che trapela dai passamontagna neri varia la composizione di questo esercito in nero marciando con divise nere di foggia medievaleggiante non erano certo vestiti male anzi portavano scarpe firmate caschi in testa paragomiti maschere antigas una trentina di russi diciassettenni baschi o tedeschi inglesi spagnoli greci francesi inglesi americani e molti italiani palermitani e romani per sei ore si sono presi quattro quartieri della città aumentavano e diventavano trecento ragazzi dall’aspetto nordico soprattutto così un migliaio o poco più stanno sotto palazzi di sette piani certi signorini dall’animo troppo acceso guerriglieri vigliacchi qua e là gruppetti di ragazzi con il foulard nero al collo sono mascherati gridano le tute nere i teppisti del blocco nero gli scalmanati i teppisti i vigliacchi un movimento di codardi che si mascherano per non assumersi le loro responsabilità usano il corteo e i suoi partecipanti come scudi umani e la fanno franca pure con la polizia con i carabinieri e con i reparti antiterrorismo della guardia di finanza sotto gli occhi di chi guarda di chi racconta di chi riprende di chi fotografa i primi a darsi da fare sono i giovanissimi che girano nelle strade nelle piazze a caccia di armi improprie dalle impalcature rubano tubi di ferro e assi dai contenitori della spazzatura portano via le bottiglie un palo di ferro portato in spalla un ariete per sfondare con carrelli colmi persino con carrelli da supermercato con dentro pietre e bottiglie nascoste sotto i teli l’altra faccia del black bloc come l’anima nera del movimento militanti in nero cattivi e irragionevoli il blocco nero si schiera e prova a schiacciare sono sei ragazzi vestiti di nero il primo gruppo silenzioso e obbediente con caschi da motociclista seguendo l’onda e le note irreali di una loro banda musicale sormontati da una cresta che danno il tempo alla marcia martellando tamburi inscenano un carosello intorno escono rientrano si scambiano si muovono spingono e attaccano si scatenano si nascondono se un gruppo si ferma danno il segnale della carica da allora la violenza non si è più fermata a colpi di spranga cassonetti in fiamme rompono il selciato vetri infranti procurandosi sampietrini pezzi di cemento sassi applicando le tecniche della guerriglia un continuo scambio di informazioni rimanendo costantemente in movimento riempiono le bottiglie con la benzina di un distributore attacchi a sorpresa imboscate assalti di gruppi grandi e piccoli rompe una finestra e butta una molotov con mobili presi da un ufficio postale devastato il materiale atto a offendere lasciandosi dietro il fumo di auto in fiamme un mare di vetri in frantumi senza alcun freno una lunga tragica kermesse un bombardamento di pietre di bottiglie molotov sbarrano il sottopassaggio incendiano tutto i raid hanno ritmi frenetici sfondano l’ingresso auto incendiate bidoni della spazzatura in mezzo alla strada cabine e vetrine devastano un ufficio assaltano il supermarket un negozio di sport uno di elettronica altre banche incendiate altre concessionarie devastate danni per miliardi l’assalto al carcere e un’incursione nella zona hanno incendiato l’ufficio del direttore il portone d’ingresso e guastatori armati di piccone per ridurre in frantumi la targa di marmo hanno potuto distruggere incendiare devastare una lunga scia di negozi devastati bancomat assaltati automobili e cassonetti bruciati entrano ed escono rompono le vetrine urla feroci tentativi di aggressione mettono a ferro e fuoco che trasformano in terra da devastare battaglia guerriglia auto bruciate banche assaltate negozi distrutti portoni divelti sassi molotov bombe carta non riescono a controllarli macchine bruciate banche violate portoni abbattuti una furia che ha fatto danni per ottocento milioni scorazzano e spaccano a fuoco due agenzie alte le fiamme si alzano dai piani superiori il black bloc si mette in moto senza leader che guidassero il gruppo per istinto agiscono in microgruppi mobilissimi si muovono senza una guida senza un capo per ripulirsi dal fango dei media ormai a far parte della storia un senso di solidarietà imponente guardandosi le spalle l’un l’altro motivazioni ideologiche profonde passando il tempo a studiare la sua composizione cambia con uno stile elegante e raffinato con un tono da signori disponibile a cambiare in relazione ai contesti il black bloc è una cosa seria non può essere identificato banalmente esiste da anni elabora strategie e tattiche con intelligenza strategica con abilità consumata si sono allontanati senza che nessuno osasse alle alleanze agli obiettivi da perseguire una rete di gruppi di affinità da professionisti diffusi nell’europa e nel nord america poche centinaia salgono verso la collina inseguiti dalle camionette risalgono tranquillamente a gruppetti si spogliano delle tute nere e tornano indietro per confondersi sembra che nella notte le abbiano bruciate è notte ormai e i black bloc allegramente svaniti chissà dove ma forse è una leggenda metropolitana hanno vinto loro i neri sopravanzano corrono lungo il mare sulla spiaggia e si vedono tranquilli che si rifocillano e si leccano le ferite e lui con i suoi amici non riesce a credere a tanta libertà.
    Muntzer il Sopravvissuto

  2. #32
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Diffusione libraria "La Comune" lacomune-roma@libero.it





    Tiqqun
    La comunità terribile
    Sulla miseria dell'ambiente sovversivo
    pagg. 168 €11.5



    Il libro
    Una lucida analisi prende di mira l’ambiente antagonista e «sovversivo», la sua cultura, le sue ideologie, le sue pratiche. La sintesi è spietata: i tragici errori del passato novecentesco, lungi dall’essere stati superati, si riproducono inesorabilmente anche all’interno di quelle situazioni che si dichiarano critiche nei confronti dei poteri costituiti e che si pretenderebbero portatrici di forme di liberazione. È il potere, con i suoi meccanismi, la sua conservazione e riproduzione, che resta insuperato nelle relazioni umane prima che politiche. Leaderismo, personalismo, narcisismo, ruoli gerarchici, culto dell’appartenenza, del clan, della propria famiglia politica o della propria organizzazione fanno ancora inesorabilmente da base al sentire e operare di tutte le «comunità». Problema pratico, politico e filosofico, «il governo degli altri» resta ancora uno dei pesanti irrisolti delle forme del legame sociale. Un testo sintetico e provocatorio, un’invettiva contro comunità apparentemente nuove che portano con sé i nodi irrisolti del vecchio.

    Tiqqun
    Il collettivo redazionale Tiqqun corrisponde a un gruppo di intellettuali francesi che ha dato vita a un’omonima rivista di straordinaria vitalità. In Francia le tesi del gruppo hanno suscitato grande interesse e attenzione mediatica. In lingua italiana è disponibile anche La teoria della Jeune-Fille (Bollati Boringhieri, 2003).

    un assaggio...
    Ridefinire la conflittualità storica Di nuovo la sperimentazione, alla cieca, senza protocollo o quasi. Ci è stato trasmesso così poco; potrebbe essere una fortuna. Di nuovo l’azione diretta, la distruzione senza frasi, il nudo scontro, il rifiuto di ogni mediazione: quelli che non vogliono capire non avranno da noi alcuna spiegazione. Di nuovo il desiderio, il piano di consistenza di tutto ciò che era stato rimosso in vari decenni di contro-rivoluzione. Di nuovo l’autonomia, il punk, l’orgia, i tumulti, ma in un giorno inedito, maturo, pensato, sprovvisto degli orpelli del nuovo. A forza di arroganza, di operazioni di "polizia internazionale", di comunicati di vittoria permanente, un mondo che si presentava come l’unico possibile, il coronamento della civiltà, ha saputo rendersi violentemente detestabile. Un mondo che credeva di aver fatto il vuoto intorno a sé scopre il male nelle sue viscere, tra i suoi figli. Un mondo che ha celebrato un volgare capodanno come un capodanno millenario inizia a temere per il proprio millennio. Un mondo che si è collocato a lungo sotto il segno della catastrofe realizza controvoglia che il crollo del "blocco socialista" non inaugurava il suo trionfo, ma l’ineluttabilità del suo collasso. Un mondo che si è abbuffato dei motivetti della fine della Storia, del secolo americano e dello scacco del comunismo dovrà pagare la propria leggerezza. In questa paradossale congiuntura, questo mondo, ovvero in fondo la sua polizia, si ricompone un nemico su misura, folcloristico. Parla di «black bloc», di «terrorismo anarchico internazionale», di una vasta cospirazione contro la civiltà. Fa pensare alla Germania descritta da Von Salomon ne I proscritti, ossessionata dal fantasma di un’organizzazione segreta «che si espande come una nuvola piena di gas» e a cui si attribuiscono tutti gli abbagli di una realtà abbandonata alla guerra civile. «Una cattiva coscienza cerca di scongiurare la forza che la minaccia. Essa si crea un fantasma contro il quale imprecare a piacimento e crede così di garantire la propria sicurezza», non è così? Al di là delle elucubrazioni abituali della polizia imperiale, non c’è leggibilità strategica degli eventi in corso. Non c’è leggibilità strategica degli eventi in corso, perché questo presupporrebbe la costituzione di un comune, un minimo comune tra di noi. E questo, un comune, fa paura a tutti, fa fare marcia indietro al Bloom, provoca sudori e stupori poiché riporta univocità nel cuore delle nostre vite sospese. In ogni cosa ci siamo abituati ai contratti. Siamo fuggiti da tutto ciò che assomigliava a un patto, perché un patto non si può disdire; si rispetta o si tradisce. Ed è questo, in fondo, che è difficile da capire: è dalla positività di un comune che dipende l’impatto di una negazione; è il nostro modo di dire «io» a determinare il nostro modo di dire «no». Spesso ci stupiamo della rottura delle trasmissioni storiche, del fatto che da più di cinquant’anni nessun «genitore» sia più capace di raccontare la sua vita ai «propri» figli, di farne un racconto che non sia una discontinuità disseminata di aneddoti ridicoli. Ciò che si è perso, infatti, è la capacità di stabilire un rapporto comunicabile tra la nostra storia e la Storia. In fondo a ciò sta la convinzione che rinunciando all’esistenza singolare, abdicando al destino, ci si guadagni un po’ di pace. I Bloom hanno creduto che bastasse disertare il campo di battaglia per far finire la guerra. Ma così non è stato. La guerra non è cessata e quelli che rifiutavano di accettarlo ora si trovano solo un po’ più disarmati, un po’ più sfigurati degli altri. L’enorme magma di risentimento che oggi ribolle negli intestini del Bloom e che sfocia nel desiderio mai appagato di veder le teste cadere, di trovare colpevoli, di ottenere una sorta di pentimento generalizzato per tutta la storia trascorsa, sgorga da lì. Abbiamo bisogno di una ridefinizione della conflittualità storica, non dal punto di vista intellettuale, ma vitale.
    Muntzer il Sopravvissuto

  3. #33
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    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

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    Manifesto contro il lavoro
    Gruppo Krisis
    Manifesto contro il lavoro
    pagg. 144 €11


    Il libro
    Nella società del lavoro, il lavoro sta diventando raro come l’aria respirabile nelle città. Eppure questa società esige che chi vuole vivere deve lavorare. Ogni giorno inoltre vengono lanciate nuove proposte su come ritornare al pieno impiego, ma nessuna ha mai funzionato, né potrà mai funzionare. Né la licenza all’illimitato sfruttamento della forza-lavoro, né il tentativo di sottomettere il capitale globalizzato al controllo dello Stato riescono a invertire questa tendenza. Altri, preso atto dell’impossibilità di ricostituire la società del lavoro di una volta, cercano di salvare le condizioni di vita attuali anche per coloro che non trovano più lavoro. Quasi nessuno mette in dubbio il lavoro come principio fondante della società in cui viviamo. Cosa che fa invece nel Manifesto contro il lavoro il gruppo tedesco Krisis, che da quasi vent’anni, riunito intorno all’omonima rivista, sviluppa in Germania una delle critiche più articolate, innovatrici e radicali della società capitalistica contemporanea. Il manifesto è stato redatto da un gruppo di intellettuali tedeschi, tra i quali Robert Kurz, Ernst Lohoff, Norbert Trenkle. Completano il libro due saggi degli stessi autori: La dittatura del tempo astratto e Il superamento del lavoro.

    Gruppo Krisis
    Il Gruppo Krisis, riunito intorno all’omonima rivista, sta sviluppando da quasi vent’anni in Germania una delle critiche più articolate, innovatrici e radicali della società capitalistica contemporanea. Robert Kurz è l’autore più noto del gruppo, di cui in Italia è stato pubblicato La fine della politica e l'apoteosi del denaro (manifestolibri, 1997).

    un assaggio...
    Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca mondiale, Tony Blair e Jörg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro! Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare si rende facilmente conto che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana in una misura che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito. La vendita della merce "forza-lavoro" nel XXI secolo sarà tanto ricca di prospettive quanto nel XX la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato "superfluo" e finisce nelle discariche sociali. Chi non lavora non mangia! Questo cinico principio è tutt’oggi in vigore, anzi, oggi più che mai proprio perché sta diventando del tutto obsoleto. È assurdo: mai la società era stata una società del lavoro come in quest’epoca in cui il lavoro è stato reso superfluo. Proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di sé. Il lavoro determina il modo di pensare e di agire fin nelle minime pieghe della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche. Non ci si ferma dinanzi ad alcuno sforzo pur di allungare artificialmente la vita all’idolo "lavoro". L’ossessiva richiesta di "occupazione" giustifica quella distruzione delle condizioni naturali di vita di cui da tempo siamo consapevoli. Gli ultimi ostacoli alla totale commercializzazione di ogni relazione sociale possonoessere spazzati via senza remore se c’è in vista qualche misero "posto di lavoro". E l’idea che è meglio avere un lavoro "qualsiasi" piuttosto che non averne nessuno è ormai diventata una professione di fede imposta a tutti. Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine, tanto più violentemente questo fatto viene rimosso dalla coscienza collettiva. Per quanto diversi siano i metodi di rimozione, hanno pur sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando un fine in sé irrazionale e ormai obsoleto, viene ridefinito con ostinazione maniacale come il fallimento di individui, di imprese o di «siti produttivi». Il limite oggettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli esclusi. Se per gli uni la disoccupazione è la conseguenza di pretese eccessive, di scarso impegno e scarsa flessibilità, gli altri rimproverano ai «loro» manager e politici incapacità, corruzione, avidità o tradimento del «sito produttivo». (E in fin dei conti sono tutti d’accordo con l’ex Presidente tedesco Roman Herzog: «Occorre che, per così dire, una “scossa” attraversi il paese, come se si trattasse di dare nuovi stimoli a una squadra di calcio o nuove motivazioni a un gruppuscolo politico. Tutti devono “in qualche modo” remare più forte, anche se da tempo non ci sono più remi, tutti devono darsi da fare, anche se non c’è più niente da fare, e ormai ci si può dedicare soltanto ad attività insensate»). Il messaggio sottinteso di questa cattiva novella non si presta a equivoci: chi nonostante tutto non gode del favore dell’idolo «lavoro» se la deve prendere con se stesso, e può essere espulso o escluso senza scrupoli di coscienza.
    Muntzer il Sopravvissuto

  4. #34
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    Massimiliano Smeriglio
    Città comune
    Autogoverno e partecipazione nell'era globale
    pagg. 186 €15

    Il libro
    Cosa significa "governare" una città a fronte delle mille contraddizioni che la attraversano? Qual è il rapporto tra il singolo contesto territoriale e il mondo che lo circonda? È possibile immaginare una politica locale in radicale controtendenza a quella globale? Partendo da un'analisi storica sull'arte del governo della forma politica primaria, il libro tenta di rispondere a tali domane, focalizzandosi sulle recenti straordinarie esperienze del cosiddetto "municipalismo partecipativo". Al centro sta la delicata questione della partecipazione democratica alla gestione del bene pubblico. Dai municipi romani alle innumerevoli esperienze nel Sud del mondo che riecheggiano tra le pagine, il racconto è quello delle moltitudini in viaggio che nel protagonismo civico e nell'autogoverno tracciano un'ideale comunità di destino che ha come terra il conflitto e come cielo il progetto dell'altro mondo possibile.
    Presentazione di Alberto Magnaghi
    Postfazione di Fausto Bertinotti


    Massimiliano Smeriglio

    Massimiliano Smeriglio è da molti anni presidente del Municipio XI di Roma. È docente presso la facoltà di Scienze della formazione dell'Università Roma Tre e presso la facoltà di Scienze politiche della Libera Università S. Pio V. È autore di: Se Henry Ford avesse risposto al telefono e L'impresa sociale, l'anima e le forme - cooperazione, empowerement, territorio. Per le Edizioni Intra Moenia, in collaborazione con il settimanale "Carta", nel 2004 ha pubblicato Pillola rossa o pillola blu? Pratiche di Democrazia partecipativa nel Municipio Roma XI.

    un assaggio...

    È in questa ricerca del senso della città, perduto nelle periferie urbane e nelle conurbanizzazioni post-urbane, che si sono dati i più interessanti esperimenti di democrazia partecipativa: laddove l'atomizzazione, l'emarginazione, la dissoluzione degli spazi pubblici, la ripetizione seriale di case dormitorio, capannoni, parcheggi, supermercati, superstrade hanno prodotto gli effetti di disgregazione sociale più evidenti, le esperienze di partecipazione hanno avuto come tensione ideale la ricostruzione della comunità, dello spazio pubblico, dei diritti di cittadinanza, dello scambio solidale, divenendo "laboratori di democrazia". In questi laboratori l'identità collettiva si forma nella ricostruzione di relazioni fra individualità o gruppi nel prendersi cura dell'ambiente, dei luoghi dell'abitare e della loro qualità, nel ricostruire spazi e luoghi inclusivi dell'incontro fra differenze; nel ripercorrere una critica pratica alla società della merce attivando relazioni di mutuo soccorso, tessendo nel territorio microreti di attività produttive e di scambio a valenza etica e solidale. Questa società locale in formazione, questa cittadinanza insorgente costruisce nuove città, nuova civitas, in cui i nuovi amministratori/militanti edificano i Nuovi Municipi nel magma indistinto dei flussi metropolitani.
    In questo incontro fra amministratori che attivano politiche e spazi di relazione rivolti alla società locale e fermenti di comunità che crescono dal territorio, in altri termini in questo incontro a mezza strada fra politiche top down e bottom up, si profilano nuove figure e nuove forme dell'arte della politica a partire dalla sua espressione storicamente fondativa: la polis, il governo della città e del territorio, la centralità del locale.
    Muntzer il Sopravvissuto

  5. #35
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    Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di)
    Gli autonomi - volume I
    Le teorie, le lotte, la storia
    pagg. 464 €25




    Il libro
    «Estremisti», «violenti», «provocatori», «mestatori», «prevaricatori», «squadristi», «diciannovisti», «fiancheggiatori», «terroristi». Questi sono solo alcuni degli epiteti coniati nel corso degli anni Settanta da illustri opinionisti, intellettuali, dirigenti di partito e di sindacato per definire gli autonomi, una variegata area di rivoluzionari attivi in quegli anni nel nostro paese.
    Il giorno 7 aprile 1979 un’imponente iniziativa giudiziaria imputò a decine di dirigenti e militanti autonomi di essere a capo di tutte le organizzazioni armate attive in Italia e il cervello organizzativo di «un progetto di insurrezione armata contro i poteri dello Stato». L’accusa, dimostratasi col tempo del tutto infondata, fece da iniziale supporto a ulteriori arresti di massa, detenzioni preventive nei carceri speciali, processi durati anni e condanne a lunghe pene. Ma gli autonomi erano davvero solo un coacervo di estremismo irrazionale, violento e disperato? Per la prima volta in quest’opera si ripercorrono le tappe della costruzione del suo impianto teorico che ha radici nella nobile tradizione del pensiero «operaista», nelle riviste «Quaderni rossi» e «Classe» operaia», nell’esperienza militante di Potere operaio, Lotta continua, il Gruppo Gramsci. E, ancora, quali sono state le sue specificità rispetto alle organizzazioni extraparlamentari e quelle armate. Ma soprattutto cosa, in questa storia, vi è ancora di potentemente vivo e attuale.

    Interventi di: Daniele Adamo, Maria Rosa Belloli, Franco Berardi (Bifo), Sergio Bianchi, Guido Borio, Lanfranco Caminiti, Antonio Casano, Massimo Cervelli, Francesco Cirillo, Antimo De Santis, Valerio Evangelisti, Chicco Funaro, Davide Germani, Valerio Guizzardi (Guizzo), Nicola Latorre, Vincenzo Migliucci, Valerio Monteventi, Giorgio Moroni, Sirio Paccino, Bruno Paladini, Raffaele Paura, Daniele Pifano, Paolo Pozzi, Marco Scavino, Marcello Tarì, Pino Tripodi, Chiara Vozza.

    Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti (a cura di)
    I curatori

    Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti nel corso degli anni Settanta hanno vissuto dall'interno l'esperienza politica al centro del libro. Entrambi hanno curato per le nostre edizioni '77. La rivoluzione che viene.
    Muntzer il Sopravvissuto

  6. #36
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    A cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti
    Gli autonomi - volume II
    Le storie, le lotte, le teorie
    pagg. 480 €25



    Il libro

    Tra il 1973 il 1979 si concentrò la definizione dei paradigmi della produzione teorica e della sperimentazione pratica del progetto rivoluzionario dell’area dell’autonomia operaia. All’elaborazione di questo progetto, attraverso il crescendo di un dibattito sempre più serrato, parteciparono componenti politiche, sociali e territoriali assai diverse. Questo volume tenta di rendere conto di quel processo attraverso la raccolta antologica di parte dei documenti che alimentarono quell’originale laboratorio di sapere sovversivo. Una dettagliata cronologia dei principali eventi politici e sociali dell’epoca fa da guida a una contestualizzazione storica dei temi dibattuti.
    C’è poi una «sezione internazionale» con contributi di autori da diversi Paesi. Essa è nata intorno l’osservazione di un paradosso: mentre in Italia l’Autonomia operaia viene perseguitata, arrestata, incarcerata, dispersa, le sue teorie e le sue pratiche diventano terreno privilegiato di osservazione e riferimento per i movimenti di lotta nel mondo e per il pensiero critico. I suoi libri, le sue storie, i suoi autori vengono ormai tradotti in tutte le lingue. L’Autonomia diventa uno dei pochi «prodotti da esportazione» italiani, un po’ come la Vespa degli anni Cinquanta o l’Armani degli anni Ottanta. Dell’Italia degli anni Settanta non c’è molto altro da raccontare.
    Interventi di: César Altamira, Franco Berardi (Bifo), Martin Birkner, Lucio Castellano, Patrick Cuninghame, Silvia Federici, Robert Foltin, Felix Guattari, Michael Hardt, Roberto Lauricella, Vincenzo Miliucci, Primo Moroni, Toni Negri, Sirio Paccino, Daniele Pifano, Carlos Prieto del Campo, Alvaro Reyes, Suely Rolnik, Roberta Tomassini, Mario Tronti.
    Materiali da: «7 aprile», Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo, «A/traverso», Collettivi politici operai, Comitati autonomi operai, Comitato per il salario al lavoro domestico, Collettivi politici operai, «Comunismo», Gruppo Gramsci, «I Volsci», «Il corrispondente operaio», «Lavoro zero», «Linea di condotta», «Magazzino», Potere operaio, «Rivolta di classe», «Rosso», «Senza padroni. Giornale dell’Assemblea autonoma dell’Alfa Romeo», «Senza tregua».

    A cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti

    Sergio Bianchi ha curato i saggi La sinistra polpulista, L’orda d’oro e Settantasette. È autore del romanzo La gamba del Felice.

    Lanfranco Caminiti, saggista e scrittore, ha inventato e animato i periodici «Accattone» e «Il malepeggio».
    Muntzer il Sopravvissuto

  7. #37
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    a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti
    Gli autonomi – volume III
    Le storie, le lotte, le teorie
    pagg. 352 €25



    Il libro

    Con questo terzo volume si conclude la «saga» dell’autonomia operaia, un’area rivoluzionaria che ha svolto un ruolo da protagonista negli scenari politici e culturali del nostro paese nel decennio Settanta dello scorso secolo.
    Dopo il primo volume sulle «narrazioni» e il secondo sulle «teorie» questo terzo si concentra sui rapporti che gli autonomi hanno intrecciato con le culture: la tecnologia, l’editoria, la letteratura, il cinema, la fotografia, i fumetti, la musica, il marketing e la pubblicità…
    Il dvd allegato contiene centinaia di documenti d’archivio: schede e copertine di libri, riviste, giornali, opuscoli, saggi storici. Inoltre: decine di fumetti, vignette, scritte e slogan, manifesti, canzoni. Centinaia di fotografie.
    Abbiamo provato a raccogliere quanto più possibile i materiali di quegli anni e la ricchezza di quelle storie e di quelle teorie, di quelle vite. Di sicuro, tanto altro è rimasto fuori, tanto altro c’è ancora da dire, da interpretare. Ma noi non volevamo essere esaustivi e dire l’ultima parola, quanto piuttosto «rendere l’onore» all’autonomia operaia, dar conto della sua intelligenza, della sua creatività, della sua fantasia, della sua forza. Rendere l’onore alle migliaia di compagni incarcerati, alle centinaia di esiliati. A quelli che non ci sono più, che ci teniamo stretti.
    Interventi di: Archivio Primo Moroni, Nanni Balestrini, Franco Berardi (Bifo), Cesare Bermani, Sergio Bianchi, Lanfranco Caminiti, Lucio Castellano, Stefano Chiodi, Andrea Colombo, Andrea Cortellessa, Tano D’Amico, Renato Donati, Umberto Eco, Ida Faré, Chicco Funaro, Augusto Illuminati, Maurizio Lazzarato, Annamaria Licciardello, Pino Maio, Michele Mordente, Primo Moroni, Vincenzo Miliucci, Toni Negri, Franco Piperno, redazione di Radio Onda Rossa (Roma), Roberto Silvestri, Filippo Scòzzari, Stefano Tamburini, Mauro Trotta, Paolo Virno, Dario Zonta.

    a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti
    Sergio Bianchi ha curato i saggi La sinistra polpulista, L’orda d’oro e Settantasette. È autore del romanzo La gamba del Felice.

    Lanfranco Caminiti, saggista e scrittore, ha inventato e animato i periodici «Accattone» e «Il malepeggio».
    Muntzer il Sopravvissuto

  8. #38
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    Predefinito Rif: Diffusione libraria "La Comune"

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Diffusione libraria "La Comune" lacomune-roma@libero.it






    Dario Azzellini
    Il Venezuela di Chavez
    Una rivoluzione del XXI secolo?
    pagg. 288 €17


    Il libro

    Fino a qualche anno fa, il Venezuela era un paese poco conosciuto al di fuori dei propri confini. Era solo una macchia bianca sulla mappa geografica della sinistra europea che da sempre volge uno sguardo speranzosa verso l'America Latina. Hugo Chávez era considerato con scetticismo e i mezzi di informazione lo definivano "antidemocratico", un "nuovo Fidel" o semplicemente "pazzo". In questo modo si andava propagando l'opinione secondo la quale in Venezuela era in atto uno "smontaggio delle istituzioni liberali e democratiche", che avrebbe condotto a una "democrazia difettosa" e quindi a una "regressione autoritaria".
    Dalla vittoria di Hugo Chávez nel 1998 la situazione sembra completamente diversa e l'esperienza venezuelana appare anomala, tanto se paragonata agli altri paesi dell'America Latina, quanto sul piano mondiale. Questo libro descrive e analizza il processo di trasformazione avviato con l'elezione del presidente Chávez nel 1998, la politica del suo governo e dei settori a esso alleati o avversari e ne analizza le ricadute sia sul piano interno che su quello internazionale.
    L'allontanamento dalle politiche di stampo neoliberista, una diversa gestione delle risorse petrolifere, la riscoperta di un sistema di protezione sociale generalizzato e la radicale opposizione alle politiche statunitensi fanno del Venezuela un esempio pratico della reale alternativa ai modelli di governo oggi dominanti. Siamo di fronte a nuovo modello di rivoluzione del XXI secolo?
    A partire da questa domanda l'autore cerca di capire cosa è accaduto in quel paese negli ultimi anni e perché quella che sembrava l'ennesima "repubblica delle banane" si è invece rivelata un credibile modello di sviluppo e una strada praticabile verso un nuovo socialismo.

    Dario Azzellini
    Dario Azzellini è nato in Germania, da genitori italiani, dove vive e lavora. Giornalista free-lance, traduttore e documentarista, in Italia collabora con la rivista "Carta" e il quotidiano "il manifesto". È autore di numerosi reportage in diversi paesi dell'America Latina, continente nel quale ha vissuto a lungo. E' coautore del volume Azienda guerra (manifestolibri, 2006).
    Muntzer il Sopravvissuto

  9. #39
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    Walid Charara, Frederic Domont
    Hezbollah
    Storia del partito di Dio e geopolitica del Medio Oriente
    pagg. 160 €14


    Il libro
    Nato nel 1982, dopo l'invasione del Libano da parte dell'esercito israeliano, Hezbollah, letteralmente il Partito di Dio, è diventato nel corso degli anni il principale attore della resistenza nazionale contro Israele. Gli sviluppi intervenuti sul piano regionale (la fine della guerra civile libanese e del conflitto Iran-Iraq) hanno spinto Hezbollah a integrarsi nel sistema politico nazionale libanese, raccogliendo da più parti il consenso per la sua lotta all'occupazione israeliana. A poche settimane dalla fine dell'ennesima operazione militare scatenata da Israele contro "il paese dei cedri", questo assunto è quanto mai evidente.
    Questo libro è una storia politica di uno degli attori più rilevanti della scena mediorientale. Non è infatti possibile capire la nascita di Hezbollah, la sua attuale esistenza e il sostegno di cui gode anche presso fasce non musulmane della società libanese, senza ritornare alla guerra civile che ha sconvolto il Libano alla metà degli anni Ottanta. Senza ripercorrere gli ultimi cinquant'anni in una delle regioni più conflittuali del pianeta. Senza fare un'analisi economica e geopolitica che tenga insieme tanto le trasformazioni dei paesi arabo-musulmani vicini quanto il succedersi di nuovi protagonisti sulla scena politica internazionale.
    A questo proposito, la guerra dichiarata da Washington a tutto il mondo non allineato alle sue posizioni fa assumere al recente conflitto risvolti completamente diversi. Il Libano, un paese martoriato da una terribile guerra civile, che nel corso degli anni è riuscito a ripristinare una pacata convivenza interetnica e interconfessionale, viene di nuovo precipitato nel baratro dalla guerra contro l'"asse del male" e il terrorismo. Secondo Washington, di questo "asse del male" il Partito di Dio è parte integrante.
    Questo libro, scritto all'inizio del 2005 e aggiornato espressamente per l'edizione italiana fino allo scoppiare del recente conflitto, è insieme un'inchiesta giornalistica e un'analisi politica. Partendo dall'urgenza di capire il presente, cerca di contribuire a creare quelle condizioni comuni per un dialogo che renda possibile un'alternativa reale al conflitto e alle sue disastrose conseguenze.

    Walid Charara, Frederic Domont

    Walid Charara, giornalista libanese, si è laureato presso l'Università americana di Beirut. Svolge attività di ricerca in relazioni internazionali. Vive tra Beirut e Parigi.
    Frédéric Domont è corrispondente dal Libano per Radio France Internationale. Da quindici anni lavora in Medio Oriente.
    Muntzer il Sopravvissuto

  10. #40
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    Helmuth Plessner
    I limiti della comunità
    Per una critica del radicalismo sociale
    a cura di B. Accarino

    p. 180 eu 15,50


    In breve

    Nel 1924 Plessner presenta un testo di polemica contro il mito della comunità e contro le sue possibili degenerazioni illiberali e totalitarie. Attraverso un'originale analisi del rapporto comunità-società, Plessner afferma la necessità di metter mano a un'immagine etico-politica più equilibrata dell'individuo e del potere. Una riflessione sui problemi inerenti la costruzione dell'identità politica, elaborata negli anni della Repubblica di Weimar, ma ancora attuale di fronte al riemergere delle questioni etniche e dei dibattiti sull'identità nazionale.

    Indice

    Prefazione - I. Problema e metodo della critica - II. Tra morale potestativa e morale comunitaria - III. Sangue e impersonalità: possibilità della comunità - IV. La lotta per il volto autentico. Il rischio del ridicolo - V. Verso l’inattaccabilità: cerimoniale e prestigio - VI. La logica della diplomazia. L’igiene del tatto - VII. L’utopia della non-violenza e l’obbligo di potenza - Nota alla traduzione e riferimenti bibliografici - Nota alla traduzione - Riferimenti bibliografici - Postfazione - Le ragioni del mondo. L’anti-comunitarismo di Helmuth Plessner di Bruno Accarino

    Gemeinwesen
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