Il Viceré
Dal ministero dell'Economia gestisce 50 miliardi di euro per il Sud. Nove sono destinati alla sua isola, dove comanda per Forza Italia. Circondato da molti amici. Chiacchierati
di Peter Gomez, Marco Lillo e Stefano Livadiotti
Sono le 15 e 33 minuti del 14 giugno 2001 quando il cellulare numero 335/5682... inizia a trillare. A comporre il numero è Mario Fecarotta, detto "l'ingegnere", arrestato il 5 giugno scorso con l'accusa di avere costituito una società occulta con Salvo Riina, figlio del grande capo della mafia Totò. A rispondere è un avvocato non ancora identificato, che usa un cellulare intestato alla Cisco Italia, azienda di facchinaggio proprietaria di alcuni bar a Roma. Il legale fa scivolare la conversazione sul progetto di un porto a Terracina. «Posso aiutarvi», afferma per tre volte Fecarotta. «Io vi posso dare una grandissima mano per tutto quello che comporta anche un eventuale parziale finanziamento pubblico...», garantisce. E aggiunge: «Perché ora, insomma Gianfranco Micciché è proprio messo a queste...».
Quando parla del potentissimo viceministro dell'Economia, "l'ingegnere" non millanta. Leggendo le carte dell'inchiesta sulle infiltrazioni mafiose negli appalti per il porto di Palermo, si trovano ben 38 contatti telefonici (compresi diversi tentativi di chiamata non andati a buon fine) tra Micciché e Fecarotta, che chiede ad esempio aiuto per risolvere un problema bancario, e saluta l'amico chiamandolo affettuosamente Gianfrancuccio.
Quarantott'anni, tarchiato e riccioluto, i modi spicci e una parlantina siculo-milanese, Giovanni Micciché detto Gianfranco è il coordinatore di Forza Italia in Sicilia, dove alle ultime elezioni politiche ha sgominato i concorrenti conquistando per il Polo 61 seggi su 61. Un trionfo che l'ex ragazzo di Lotta Continua al liceo classico Garibaldi di Palermo ha usato come trampolino per conquistare, da viceministro dell'Economia, la delega per il Sud. E quindi il controllo del dipartimento per le politiche di coesione e sviluppo di via XX Settembre, l'organismo incaricato di gestire i fondi strutturali europei destinati alle aree disagiate: oltre 40 mila miliardi abbondanti di vecchie lire entro il 2006, ai quali vanno sommati i finanziamenti nazionali. In tutto fa qualcosa come 98 mila miliardi di lire, 18 mila per la sola Sicilia.
Un'occasione irripetibile. Ma anche una partita delicata. Micciché lo sa. E adotta le cautele del caso. Un esempio per tutti. Quando l'altro viceministro Mario Baldassarri («Quel nano di An», lo chiama lui), d'accordo con Giulio Tremonti, ha tentato di imporre alla testa del dipartimento un uomo di Confindustria come Carlo Artusi, Micciché s'è infuriato con Berlusconi ottenendo la nomina del tecnico Fabrizio Barca, già in carica col centro-sinistra.
Seduto su un simile tesoro, il viceré Gianfranco è diventato una potenza. Oggi è l'unico a potersi permettere di apostrofare perfino il premier Berlusconi. È successo ancora poche settimane fa in un vertice a porte chiuse, quando è sbottato lasciando tutti di stucco: «Ma che minchia, Silvio, guarda che io me ne vado e fondo Forza Sicilia». Solo davanti a Marcello Dell'Utri, che chiama con deferenza "dottore", Micciché abbassa lo sguardo («Non prendo una decisione senza parlarne con lui», ha ammesso). Qualche tempo fa il coordinatore siciliano di Forza Italia è arrivato in maniche di camicia nell'albergo palermitano dove era in programma un convegno. Dell'Utri non gli ha risparmiato una pubblica lavata di testa: «Ti sembra il modo di presentarsi?».
Del resto, all'ideatore di Publitalia e poi della stessa Forza Italia Micciché deve tutto. A presentarglielo, tanti anni fa, quando sbarcava il lunario lavorando in banca, è stato Ferruccio Barbera, amico di Fecarotta. Dell'Utri se ne invaghì e lo nominò responsabile siciliano di Publitalia. Il fatturato passò da due a 14 miliardi. Così, venne messo alla prova a Brescia. E fece il bis. A quel punto si accorse di lui Berlusconi, che lo spedì a creare Forza Italia in Sicilia.
Da allora sono passati otto anni. Micciché non ha perso le abitudini di quand'era ragazzo. Adora tirar tardi la sera, e se passa una bella donna non risparmia i complimenti (una volta, al ristorante romano Camponeschi, rischiò la rissa con un cantante). Ora però si può fregiare dell'incarico di docente all'Università di Reggio Calabria, lui che ha collezionato due bocciature al liceo e non si è mai laureato. Ma soprattutto è riuscito a stendere una rete di rapporti che gli consente di tenere sotto un ferreo controllo l'intera isola. Ogni volta che cala nella casa-quartier generale di fronte al teatro Politeama, inizia la processione dei suoi uomini di fiducia. Sfila il braccio destro per gli affari, l'avvocato Gaetano Armao, ex allievo di Pintacuda che oggi può permettersi di parlare a nome di Micciché, e che così ha collezionato un'infinità di incarichi. Chiede udienza il consigliori per le questioni edilize, Nino Bevilacqua, sul cui yacht Micciché trascorre le vacanze. Va a rendere omaggio la longa manus nella gestione politica locale, Pippo Fallica, ex commerciante di biancheria che ora siede in Parlamento, e che ha curato la campagna elettorale nel quartiere ad alta densità mafiosa di Brancaccio. Si affaccia il sindaco Diego Cammarata, uno che ha scalato il municipio dopo essersi visto rifiutare la presidenza del Circolo tennis Palermo.
Ma chi è davvero l'uomo che in pochi anni è riuscito a conquistare un pezzo d'Italia? Micciché è stato costretto a ripercorrere il suo esordio come luogotenente di Berlusconi in Sicilia di recente, quando ha testimoniato a Palermo nel processo che vede Dell'Utri imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. In quell'occasione ha preso le distanze da una serie di mafiosi che, dopo aver fondato liste locali su ordine di Leoluca Bagarella (all'epoca capo di Cosa Nostra), fecero confluire i loro voti su Forza Italia. Così è tornato a fare capolino il nome di Tullio Cannella, factotum di Bagarella e oggi pentito. Micciché ha detto di aver saputo che era mafioso e di averlo perciò evitato. Risulta però a "L'Espresso" che proprio Cannella, nel luglio del 1997, parlò con gli inquirenti di Micciché. In particolare, dei presunti «rapporti tra il fratello del Micciché e i Graviano, in relazione a una movimentazione di capitali consentita dal Micciché, capitali destinati a finanziare l'organizzazione delle stragi del '93», si legge nel verbale secretato. E ancora: « In relazione a tale episodio», continua Cannella, «Bagarella mi disse che Gianfranco Micciché era persona da rispettare». Le indagini sui rapporti dei fratelli Micciché non hanno mai portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati. Però hanno messo in luce una serie di contatti con gli organizzatori delle stragi.
La storia è questa. Tutto parte dal tentativo del gruppo di fuoco di assicurarsi una base logistica a Viareggio. L'incarico di reperirla viene affidato all'industriale milanese Enrico Tosonotti (il quale, secondo il settimanale "Sette", ha presentato a Dell'Utri la futura moglie Miranda Ratti; lui ha però smentito). Intanto però servono assegni circolari per pagare l'affitto. Cercano di procurarseli Giuseppe Vasile, fantino e figlio di un uomo d'onore di Brancaccio, e Agostino Imperatore, proprietario di un'agenzia di scommesse ippiche. I due si rivolgono alla filiale 27 del Banco di Sicilia di Palermo, diretta da Guglielmo Micciché, fratello di Gianfranco (e neoconsigliere del Palermo Calcio). L'operazione va rapidamente in porto. Guglielmo, driver dilettante, è infatti in buoni rapporti coi due. Li chiama gli amici del trotto. Ma Vasile non è uno qualunque: nel suo villino a Santa Flavia, vicino a Palermo, si tenne il summit per pianificare gli attentati, presenti Bagarella, l'allora capo della mafia trapanese Matteo Messina Denaro (condannato per quattro dozzine di omicidi) e i fratelli Graviano, ufficiali di collegamento tra Cosa Nostra e il Nord d'Italia.
Il terzetto Vasile-Imperatore-Tosonotti non è solo una frequentazione del fratello del viceré. Lo stesso Gianfranco ammetterà di conoscere «abbastanza bene» Imperatore, e di averlo incontrato (lui dice forse accompagnato da Tosonotti) nel 1994, quand'era sottosegretario ai Trasporti. Il viceministro ha spiegato il singolare raduno con la richiesta di una raccomandazione. Anche se, interrogato lo scorso gennaio, aveva assicurato: « Non incontravo nessuno se prima non era stata fatta un'indagine per sapere chi fosse».
Le liaison tra la famiglia del viceministro e personaggi in odore di mafia rappresenta una sorta di fiume carsico che ogni tanto riemerge. Qualche volta solo nelle chiacchiere di imprenditori indagati per mafia come Giuseppe Leone, che così descrive il rapporto tra Gianfranco Micciché e il boss di Terrasini Salvatore D'Anna: «Salvatori è amicu i Micciché... minchia avissi potutu cuntari... ma chiddu chi è quotatu chi porta a Micciché, ma poi cu stu burdellu chi c'è chi fa nnd porta nt Micciché». Leone, secondo i magistrati, sta informando l'interlocutore della possibilità del boss di incontrare il politico, ma non in quel momento perché sono in corso indagini.
Un altro imprenditore siciliano, Lorenzo Rossano, metterà a verbale: «Circa il Micciché, ricordo che Pino Mandalari (massone e commercialista di fiducia dei corleonesi, condannato per mafia, ndr) non lo considerava granché e diceva testualmente: "È stato voluto da personaggi importanti, ma non vale niente". Quando parlo di personaggi importanti», specifica Rossano, «mi riferisco a personaggi di spessore mafioso». E ancora: «Ricordo di aver capito il peso di Micciché dalla deferenza con cui veniva trattato da persone del calibro di Franco Madonia, Onofrio Greco e Bino Catania». Vale la pena ricordare che lo stesso Micciché ha ammesso di essere stato portato dal fratello Guglielmo a pranzo con un Madonia, in seguito arrestato.
Qualche volta i punti di contatto con gli ambienti mafiosi sono più diretti, anche se mai riconducibili in prima persona al viceministro. Come nella vicenda del complesso alberghiero siciliano di Torre Makauda. La quota di maggioranza era intestata all'imprenditore Giuseppe Montalbano, figlio di un esponente di spicco dell'allora Pci. Secondo i magistrati, di fatto era nella piena di-sponibilità della mafia, che ci nascondeva i suoi latitanti (Salvatore Di Gangi, per esempio). Così, è scattato il sequestro. Ed è venuto fuori che un pacchetto di minoranza era all'epoca nelle mani di quella che sarebbe diventata la seconda signora Micciché e del di lei padre Roberto Merra.
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Saluti




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