Chi mi parla ancora della Bossi-Fini, qualcuno lo fulmini!![]()
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Il deputato europeo Giusto Catania ha visitato il Cpt di Fellah, a Tripoli. "Dalle porte escono grida e invocazioni di aiuto"
«Ho visto l'orrore dei lager in Libia
dove l'Italia deporta i migranti»
Maria R. Calderoni
Ci vorrebbe Salgado, il fotografo degli ultimi della terra, la visita
a questo Cpt libico potrebbe essere materia per il suo obiettivo
accusatore. Ci chiama Giusto Catania da Bruxelles, vuole
informare "Liberazione" sulla sua visita laggiù. Come membro del
Parlamento europeo, insieme ad altri nove deputati (nell'ambito della
delegazione per i rapporti coi Paesi del Maghreb, ivi compresa la
Libia) martedì scorso ha potuto metter piede in quel luogo. Dopo
molta insistenza, dopo molto tergiversare. Il suo racconto di
testimone ufficiale non è bello. E più che un racconto, è una
drammatica denuncia.
«Il Centro è praticamente situato nel cuore di Tripoli, in mezzo alla
città, nella zona di Fellah, e Fellah si chiama anche lo stesso
campo. Siamo arrivati in modo del tutto ufficiale e formale,
accompagnati dalle autorità libiche. Impressione inquietante a prima
vista. E' un campo blindato, tenuto sotto stretto controllo da uomini
in divisa e armati, non so se poliziotti o militari».
Un edificio squadrato, rettangolare; attraverso il cancello di ferro
i nove visitatori vengono fatti entrare in un atrio dalle dimensioni
di un campo di pallavolo, intorno al quale ci sono le celle.
«Le celle di un carcere vero e proprio. Con le porte di ferro e lo
sportellino ad altezza d'uomo, le finestre alte e sbarrate,
l'oscurità garantita dalle pesanti ante. In questo luogo finiscono
gli immigrati clandestini sorpresi in territorio libico; in un luogo
come questo finiscono anche quelli sbarcati a Lampedusa e
rispediti "a casa". Questo campo - cioè lager, uso la parola giusta -
è l'approdo obbligato del clandestino africano sorpreso in Italia
e "rimpatriato", come ipocritamente dicono. Lo voglio affermare.
Nella mia attività politica ne ho visto tanti di cosidetti centri di
accoglienza in Italia, ma questo è assolutamente il peggiore. In
tutto e per tutto è un carcere. Un vero carcere».
Clamori, grida, invocazioni di aiuto, oggetti che sbattono contro le
porte, disperati sguardi dietro i pertugi sbarrati. La presenza della
delegazione fa scattare la protesta collettiva e clamorosa.
«Nelle celle non ci hanno permesso di entrare, l'agitazione è
fortissima e le guardie hanno temuto il peggio. Ma ci siamo resi
conto: in venti, trenta rinchiusi insieme, in un camerone senza aria
e senza servizi igienici, le grida ci raggiungono: "stiamo male,
fateci uscire da qui, aiutateci, vogliamo tornare a casa, qui non ci
danno da mangiare". Ma i nostri accompagnatori ufficiali non si
impressionano. "Raccontano bugie, non gli facciamo mancare né cibo,
né cure, vogliono solo fare baccano per attirare la vostra
attenzione". Però ciò che vediamo e sentiamo - qui, adesso, davanti a
noi - purtroppo li smentisce».
Dentro questo carcere-sorvegliato speciale alle soglie del deserto,
sono rinchiusi, al momento della visita dei nove parlamentari
europei, 105 disgraziati esseri umani. Tutti immigrati clandestini
sorpresi e arrestati in Libia, nessuno tuttavvia proveniente dai
rimpatri made in Italy. Tutti africani.
«Lo dicono, lo gridano mentre fanno cadere suppellettili e tappetini
da qualche sportello divelto: vengono dal Sudan, dalla Nigeria, dalla
Liberia, dall'Etiopia, dal Ghana, dal Congo, dalla Somalia. Sono
tutti giovani, tutti al di sotto dei trent'anni, hanno attraversato
il deserto, centinaia di chilometri in auto e spesso a piedi,
fuggendo dai loro paesi in guerra. In gran parte sono perseguitati,
scappati in cerca di asilo, come rifugiati politici».
Asilo che non gli è concesso. Secondo Catania, qui c'è il nodo - e
anche lo scandalo - della drammatica odissea degli immigrati in
Libia. «Anche a questo proposito, le autorità libiche smentiscono:
qui non ci sono rifugiati politici, dicono, ci sono solo immigrati
illegali arrivati in cerca di un lavoro, di una sistemazione
qualsiasi. Clandestini e basta, clandestini fuori-legge. Ma il punto
è proprio questo: in Libia non esiste, non è riconosciuto, lo status
di rifugiato politico e nessuno dei prigionieri rinchiusi in posti
come il Fellah, può nemmeno richiederlo. Ciò perchè la Libia non ha
firmato la Convenzione di Ginevra».
E nemmeno ha intenzione di firmarla? «E' così, nemmeno ha intenzione
di firmarla. E qui si pongono due diverse questioni politiche non da
poco. La prima discende dal fatto che questi centri, e tutto
l'insieme della politica in tema di immigrazione in territorio
libico, sono gestiti e finanziati coi soldi della Comunità europea (e
particolarmente dell'Italia: lo stesso funzionario libico che ci
accompagna afferma che il nostro governo fornisce alla Libia aerei,
elicotteri, imbarcazioni destinati al controllo delle frontiere).
Tutto questo alla luce del sole, tutto in base agli accordi
sottoscritti. E proprio qui nasce la seconda questione. Perchè questi
accordi sono sottoscritti, e finanziati, "nonostante", appunto, la
Libia non riconosca e non abbia firmato la Convenzione di Ginevra sui
diritti del rifugiato politico. In sostanza, accordi che non
brillano, alla luce del diritto internazionale».
Con la conclamata complicità della civile Europa. «E' l'Acnur (Alto
commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) a denunciare di
non avere alcun genere di rapporto con il governo di Gheddafi.
Diventa quindi addirittura paradossale che l'Ue (e l'Italia) abbiano
così intensi rapporti politici ed economici, in tema di immigrazione,
con un Paese che per legge impedisce persino di poter accedere alla
stessa richiesta di status di rifugiato. Scandaloso, anche sullo
stesso piano, ripeto, del diritto internazionale».
La Libia come guardiano delle preziose coste occidentali. Di
fatto, «uno stato-cuscinetto, che funziona in base ad accordi-
capestro di riammissione, ufficialmente voluti e finanziati
dall'Europa».
Muoiono, dobbiamo saperlo, sotto questi accordi con marchio Ue.
Muoiono nel deserto - di fame, di sete, di stenti - quando coi nostri
voli charter li rimpatriamo (che eufemismo) via Libia. Muoiono nel
deserto, di abbandono. Il nostro.
Ultime grida, dal Fellah. «Ci raggiungono anche pianti di donne,
scopriamo adesso che rinchiuse tra loro ci sono anche due bambine
egiziane, anni 14-15. Lo scopriamo, ma dobbiamo lasciarle lì».
http://www.liberazione.it/giornale/050422/archdef.asp




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