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    Der Wehrwolf

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    Predefinito

    LE "RADIOSE GIORNATE" DELLA PRIMAVERA DEL '45
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    ASSASSINII DI CESENATI AD OPERA DEI PARTIGIANI 1945/46
    Piero Pasini


    Giampaolo Pansa nella prefazione del suo libro «Il gladio e l'alloro» scrive: «Non ho fatto il partigiano. E neppure il fascista repubblicano di Salò. Non sono riuscito a fare né l'uno né l'altro perché all'8 settembre 1943 dovevo ancora compiere 8 anni... Ma se avessi avuto l'età giusta, avrei fatto o il partigiano o il fascista repubblicano... Proprio così, avrei potuto dirigermi dall'una o dall'altra parte. E forse sarebbe bastato un niente a decidere la mia sorte: l'esempio di un amico, l'incontro con un professore, un libro letto al momento giusto».
    A molti successe quello che semplicemente il Pansa può ipotizzare della sua vita. Qualunque fosse la scelta, convinta o no, tutti meritavano rispetto; agli sconfitti, se non altro, bisognava riconoscere il coraggio di una scelta che in tutti i casi non sarebbe stata vincente.
    Questo non avvenne, il delitto, la delazione, la violenza, lo spregio dell'essere umano trionfarono per lungo tempo, nel cesenate come in altri luoghi, al termine delle ostilità. La mano assassina colpiva indiscriminatamente giovani, vecchi, ricchi, poveri, tutti accomunati dal loro passato di fascisti, oppure testimoni inconsapevoli di delitti abnormi.
    Anno 1945, termina la seconda guerra mondiale. Nelle strade italiane si festeggiavano i 25 eserciti alleati, nemici prima, amici adesso. Dai filmati d'epoca si vedono sfilare colonne interminabili di partigiani armati; sono tanti che marciano impettiti, talmente tanti che ci si chiede come mai, per battere il fascismo, sia stato necessario il sostegno degli Alleati. In realtà le truppe partigiane furono sempre numericamente esigue, capaci solo di dare punture di spillo all'esercito tedesco e a quello della RSI. Il contributo dato agli Alleati fu talmente scarso, che, ad un certo punto, il generale Alexander decise di non fornire più armi ai resistenti. Ad onor del vero fra essi non mancavano gli uomini ideologicamente coerenti, da sempre antifascisti, anche se poveri di numero: a loro va il rispetto che sempre si deve a chi non deroga, nella buona e nella cattiva sorte, dai propri principi. Il resto che apparve sulle strade non era altro che «sudicia truppa senza onore pronta a servire ovunque ci sia da saccheggiare o da uccidere senza correre rischi».
    Cessate le ostilità si scatenò la «sudicia truppa». Comincia la mattanza. Il 6 maggio 1945 Nuti Enrico, soldato della RSI, tornando dal nord, fornito di regolare lasciapassare dal CLN, si fermò a Capocolle di Bertinoro per rassettarsi prima di arrivare a casa. Si sparge la notizia: un gruppo di venti partigiani lo cattura. Portato a Fratta di Bertinoro fu passato per le armi e sepolto sommariamente in un castagneto. La moglie cercò da sola a lungo il cadavare, nessuno l'aiutò. Trovatolo, lo adagiò su un carretto e, accompagnata dai figli, lo portò al cimitero per una cristiana sepoltura. Il Nuti aveva 53 anni ed era operaio dell'Arrigoni, industria alimentare del cesenate.
    Il 9 maggio 1945 nelle carceri di Cesena situate nella Rocca malatestiana, in un'unica cella ci sono circa 20 persone, nessuno recluso per reati comuni. Nella notte tutti vengono soppressi a colpi di mitra. Si conoscono solo i nomi di nove vittime: Azioli Rodolfo, Baiardi Primo, Foschi Urbano, Gasperoni Renato, Pieri Ferdinando, Ceccaroni Sergio, Semprini Francesco, Righini Sergio, Zamagni Guglielmo. Solo di alcupi è possibile tracciare una breve biografia.
    Righini Sergio, anni 25, aveva aderito alla RSI. Dopo il passaggio del fronte viveva tranquillamente nella propria abitazione a Torre del Moro di Cesena assieme alla moglie e alla figlioletta di 13 mesi. A chi gli consigliava di nascondersi, ricordava di non avere nulla da temere da parte di nessuno. Elementi partigiani lo prelevarono la sera del 9 maggio, poche ore dopo fu soppresso.
    Gasperoni Renato, anni 23. Soldato della RSI, aveva prestato servizio a Vercelli. Rientrato a Cesena il 7 maggio 1945 venne arrestato dai partigiani il giorno 8 e dopo ventiquattro ore assassinato. Aveva un bimbo di tre mesi. Il Gasperoni rientrò assieme a Romagnoli Sergio, pure lui prelevato dai partigiani, assassinato e sepolto in località sconosciuta.
    Zamagni Guglielmo, sergente autiere della R.S.I. Combattendo in Africa, aveva contratto la malaria. In servizio a Forlì, trascorreva in malattia molti giorni a casa. Dopo il passaggio del fronte ogni mattina veniva prelevato e portato a scavare ghiaia nel fiume Marecchia. Il 5 Maggio 1945 fu arrestato dai carabinieri. I corpi dei soppressi alla Rocca di Cesena vennero scaricati come quarti di buoi nel cimitero urbano, ove potè avvenire un parziale riconoscimento. Per quanto riguarda i senza nome si può pensare che i loro corpi fossero talmente straziati da impedire un riconoscimento certo, oppure che non fossero di Cesena. Nella stessa giornata vennero scaricati da un camion i corpi di quattro sconosciuti assassinati a Pievesestina di Cesena. Per rendere più completa la giornata, si dovette registrare un caso di linciaggio pubblico.
    Gridelli Aurada aveva da poco passato i venti anni e proveniva da una famiglia poverissima di Portafiume. Accusata di essere «spia dei fascisti», prima del passaggio del fronte aveva seguito il suo uomo al nord. Rientrata, incinta, al termine delle ostilità fu subito riconosciuta e linciata. Per questo fatto esiste la testimonianza di Montesi Maria: «Mi trovavo a passeggiare nel parco della Rocca assieme al mio fratellino ... non ho mai dimenticato la scena. Una giovane donna giaceva supina sull'erba ... Era crivellata da minuscole ferite, come se le avessero sparato anche con pallini da caccia ... attorno a lei c'era una decina di giovani armati e non, che discutevano animatamente ... uno voltandosi verso l'uccisa le sputò in faccia ... anche gli altri presero a sputare ripetutamente su quei miseri resti ... un militare alleato, forse inglese, si tolse di tasca il fazzoletto e lo pose sul volto dell'uccisa». Il 8 luglio 1945 fu la volta di Mazzotti Enrico, fattore di anni 47. Questo caso lo si può ritenere di criminalità comune. Il Mazzotti non aveva mai simpatizzato per il fascismo, tuttavia in casa aveva una grossa somma, frutto di una vendita di bestiame. Due giovani partigiani bussarono alla sua porta chiedendogli centomila lire. Il fattore chiuse subito l'uscio, ma venne freddato da una serie di colpi di pistola che passarono il legno. In casa c'era la moglie che allattava il bimbo. Gli assassini subirono vari processi che li mandarono definitivamente liberi.
    Sempre in questo periodo, ma in data sconosciuta, fu ucciso Sintoni Ofelio, che venne rinvenuto a S. Vittore di Cesena sepolto fino alle spalle; Babbi Zelindo, soldato della RSI catturato dai partigiani, derubato e ucciso da un colpo alla testa a S. Carlo di Cesena. Scomparve pure Fabbri Sergio, di cui non si conosce il luogo della sepoltura, che si più ipotizzare in un castagneto tra Monte Bora e Ardiano. Figlio di una guardia, si era vantato di aver sparato contro i partigiani, tuttavia nessuno l'aveva mai visto armato e non venne mai segnalata alcuna sua partecipazione ad azioni contro i resistenti.
    Magnani Amedeo, padre di quattro figli, abitante a Roversano di Cesena. Dipendente dello zuccherificio, essendo uno dei pochi della zona che sapesse leggere e scrivere, fu nominato fiduciario del fascio. Prima del passaggio del fronte si rifugiò al nord. Di lui non si hanno più tracce. Notizie giunte alla famiglia lo dicono ucciso a Lugo di Romagna, mentre rientrava e sepolto in Giudecca presso il fiume Santerno. La famiglia dovette smettere le ricerche della salma per ripetute minacce.
    Foschi Primo di 47 anni. Scomparso senza lasciare traccia. Soldato repubblicano, si ritiene soppresso assieme ad altri sei cesenati di Diegaro, Borgo Paglia, Ronta, San Vittore, mentre rientravano dopo il 25 Aprile. Molto probabilmente catturato a Lugo di Romagna e sepolto alla Giovecca sul Santerno.
    Campana Primo detto "Sabin" di anni 36, falegname. Rincasando probabilmente dal Lago di Garda, scomparve; si ritiene pure lui a Lugo di Romagna e sepolto alla sepolto alla Giovecca.
    Il 24 ottobre 1990 in questa località venne scoperta una fossa comune con sette scheletri; tre crani presentavano tracce di proiettili, mentre gli altri quattro tracce di sfondamento. Due scheletri recuperati parzialmente, secondo il medico legale erano di adolescenti: Fiamme Bianche?
    Verso la fine del 1945 fu la volta di Foiera Amedeo di anni 44 padre di quattro figli. Era colono in località Torre del Moro. Fascista da sempre con un fratello morto sotto i bombardamenti. Non fuggì, in quanto non aveva mai ricoperto cariche politiche. Prelevato da elementi partigiani, si incamminò con essi lungo il Rio di Torre del Moro. Insistendo sulla sua innocenza, fu alla fine lasciato andare e mitragliato alla schiena. Non morì subito, durante la notte riuscì a trascinarsi presso una casa colonica; soccorso dal padre morì in ospedale. Dopo aver sparato i partigiani si dileguarono, comunque in un noto locale da ballo qualcuno si vantava di aver dato una lezione ad uno sporco fascista. Nell'anno 1946 si registrano altri efferati delitti.
    Benini Ferdinando di anni 45, abitante a Case Finali di Cesena, un figlio prigioniero in Africa. Fascista, durante il regime si era sempre adoperato per proteggere i giovani accusati di azioni antifasciste.
    Il Marzo 1946 venne prelevato dai partigiani per essere portato nel Commissariato di Cesena... Caricato sul veicolo di un vicino, giunto presso la caserma dei carabinieri, forse presagendo qualcosa disse all'autista di entrarvi. Col mitra un partigiano glielo impedì, poi sparò alcuni colpi che ferirono il Benini. I carabinieri, al rumore degli spari non si mossero. Ricoverato in ospedale, operato, la stessa sera venne soppresso a colpi di pistola mentre riposava in corsia.
    Caporali Giovanni e Papi Olga, contadini. Coltivavano una golena lungo le rive del fiume Savio. Probabilmente notarono alcuni partigiani intenti alla sepoltura di cadaveri. In seguito a minacce si chiusero nel silenzio e non si recarono più al lavoro. Questo non bastò, il 6 giugno 1946 i partigiani sfondarono la porta della loro abitazione, dove vivevano assieme ai figli e ad un fratello del marito. Questi si presentò dichiarando di essere l'unico fascista della casa, ma a loro il fascista non interessava; i due coniugi vennero uccisi a raffiche di mitra davanti ai figli. Gli assassini, una volta riconosciuti, subirono brevi pene e poco dopo amnistiati. Il capo della banda fu aiutato a fuggire in Jugoslavia.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito VOLANTINO DEI PARTIGIANI

    Compagno propagandista, tu sei uno dei più validi strumenti. Perchè l'opera tua sia più efficace, eccoti una breve guida per il tuo lavoro. Ricorda sempre che il nostro compito è bolscevizzare l'Europa tutta a qualunque costo, in qualunque modo. Tuo compito è bolscevizzare il tuo ambiente. Bolscevizzare significa, come tu sai, liberare l'umanità dalla schiavitù che secoli di barbarie cristiana hanno creato. Liberare l'umanità dal concetto di religione, di autorità nazionale, di proprietà privata. Per ora il tuo compito è più limitato. Ecco un decalogo.
    1) Non manifestare ai compagni non maturi lo scopo del nostro lavoro: comprometteresti tutto.

    2) Lottare contro quanto, specie gli ipocriti preti, vanno dicendo di meno vero sui nostri scopi: Negare recisamente quanto essi affermano, negare recisamente che noi non vogliamo la religione, la patria, la famiglia.

    3) Mostrare con scherzi, sarcasmi o con condotta piacevole, contenta, che tu sei più libero senza le pastoie della religione, anzi si vive meglio se si è più liberi.

    4) Specialmente è tuo compito distruggere la morale insegnando agli inesperti, creando un ambiente saturo di quello che i pudichi chiamano immoralità. Questo è tuo supremo dovere, distruggere la moralità.

    5) Allontana sempre dalla Chiesa i tuoi compagni con tutti i mezzi, specialmente mettendo in cattiva luce i preti, i vescovi, ecc. Calunniare, falsare, sarà opportuno prendere qualche scandalo antico o recente e buttarlo in faccia ai tuoi compagni.

    6) Altro grande ostacolo al nostro lavoro: la famiglia cristiana. Distruggerla seminando idee di libertà di matrimonio, eccitare i giovani e le ragazze quanto più si può, creare l'indifferenza nelle famiglie, nello stabilimento, nello Stato; staccare i giovani dalla famiglia.

    7) Portare l'operaio ad amare il disordine, la forza brutale e la vendetta: e non avere paura del sangue.

    8) Battere molto sul concetto che l'operaio è vittima del capitalismo e dei suoi amici: autorità e preti.

    9) Sii all'avanguardia nel fare piccoli servizi ai tuoi compagni, parla molto forte, fatti sentire. Il bene che fanno i cattolici nascondilo e falo tuo. Sii all'avanguardia di tutti i movimenti.

    10) Lotta, lotta, lotta contro i preti e la morale cattolica. Da all'operaio l'illusione che solo noi siamo liberi e solo noi li possiamo liberare. Non avere paura, quando anche dovessimo rimanere nascosti tre o cinque anni. L'opera nostra continua sempre perchè i cattolici sono ignoranti, paurosi, inattivi.

    Vinceremo noi ! Sii una cellula comunista ! Domina il tuo ambiente ! Questo foglio non darlo in mano ai preti, nè a gente non matura alla nostra idea.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Questo è un articolo tratto da "L'ultima Crociata" del 1998, di Augusto Pastore. La tragedia della famiglia Ugazio vien voglia di scriverla con l'inchiostro rosso. Un rosso sangue. E ci vorrebbero anche le tonalità espressive di Eschilo per rendere con chiarezza l'atmosfera allucinante nella quale venne consumata una strage orribile che lascia increduli, inorriditi.

    Le malvagità della sporca bestia umana toccano vertici sconosciuti alla bestia stessa. certo che al cospetto del calvario di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio la più maledetta iena proverebbe un moto di sgomento.
    Galliate è un grosso centro agricolo-industriale, posto ad una decina di chilometri da Novara. Si allunga a levante, fino alle rive del Ticino.
    In questo pezzo di valle padana l'inverno è rigido, umido: una cappa pesante di nebbia avvolge tutto. D'estate l'afa, stagnante e le zanzare fanno attendere il calare del sole come una benedizione del Padreterno. Allora la gente esce di casa e si siede sui gradini. Aspetta il ristoro di un filo d'aria.
    Anche la sera del 28 agosto 1944, dopo una giornata arroventata, a Galliate si aspettava il sollievo del tramonto.
    Giuseppe Ugazio, un brav'uomo di 43 anni, segretario del Fascio locale, si intratteneva con alcuni amici presso la trattoria S. Carlo. Discuteva della guerra, delle terrificanti incursioni sul ponte del Ticino spaccato in due dalle bornbe inglesi.
    Cornelia, la figlia di 21 anni, simpatica e bella studentessa in medicina, si era recata da conoscenti che l'avevano pregata per alcune iniezioni.
    Mirka, l'ultima creatura di Giuseppe Ugazio, era saltata sulla bicicletta e si divertiva a pedalare forte con la gioia innocente dei 13 anni!
    Ma in quella sera del 28 agosto 1944, il destino di Mirka, Cornelia e Giuseppe Ugazio si compie. Un gruppo di partigiani, usciti dalla boscaglia, come lupi famelici attendono i tre.
    Con un pretesto qualsiasi distolgono Giuseppe Ugazio dalla compagnia degli amici, poi, camuffati da militi della R.S.I. in borghese, fermano Cornelia. Mirka, la dolce bambina di 13 anni con le trecce avvolte sulla nuca e il vestitino bianco a fioroni rosa, viene spinta dalla camionetta in corsa sul bordo della strada. La raccolgono in fretta, senza dare nell'occhio, accorti come una banda di bucanieri. Una sporca e nodosa mano le comprime la bocca mentre l'automezzo si rimette in marcia. Il tragico appuntamento per le tre vittime è fissato presso la tenuta «Negrina», un cascinale isolato a mezza strada tra Galliate e Novara. Sono le 21 della sera del 28 agosto 1944, un cielo calmo, dolce, pieno di stelle. Dalle risaie si alza il concerto gracidante delle rane: alla tenuta «Negrina» incomincia invece la sarabanda, la macabra giostra. I partigiani, una ventina circa, hanno tanta fame e sete, ma per fortuna il pollaio è portata di mano e la cantina a due passi. Un festino in piena regola per tutti quanti ad eccezione dei tre prigionieri. Mirka piange ed invoca la madre. Cornelia, dignitosa come la donna di Roma, sfida con gli occhi quel banchetto di forsennati. Papà Ugazio è cereo in viso: avverte la tragedia immane che pesa nell'aria. Avanti, è ora. Il vino ha raggiunto l'effetto e a calci e a pugni la turba di delinquenti spinge Giuseppe Ugazio nel boschetto adiacente la tenuta. Lo legano ad un fusto, gli spengono i mozziconi di sigarette sulle carni e, sotto gli occhi terrorizzati di Mirka e di Cornelia, lo finiscono a pugni in faccia e pedate nel basso ventre. Il calvario dura più del previsto perché la fibra fisica dell'Ugazio resiste. La gragnuola di pugni infittisce, i calci si fanno più decisi. Ora si ode soltanto il rantolo: «Ciao Mirka, ciao Cornelia» e Giuseppe Ugazio spira.
    Adesso inizia l'ignobile. Sono venti uomini avvinazzati su due corpi indifesi. Mirka è una bambina e non conosce ancora le brutture degli uomini degeneri. Dapprima non comprende, non sa, poi tenta un'inutile resistenza. Cornelia si difende ma è sopraffatta. Sette ore di violenze ancestrali, sette ore di schifo e di urla. Poi l'alba. Mirka e Cornelia non respirano più. Conviene togliere di mezzo i cadaveri e ritornare nella boscaglia. Si scavano venti centimetri di terra e si buttano le vittime. Le zolle fredde al contatto delle carni riaccendono un barlume di vita e i due corpi sussultano ancora. Ma è questione di un momento per i partigiani: a Cornelia spaccano il cranio con il calcio del mitra e sul collo di Mirka, la bambina, si abbatte uno scarpone che la strozza. La tragedia è finita.

    Sull'orizzonte si alza il sole, il sole insanguinato del 29 agosto 1944, a soli otto mesi dalla "liberazione".

    A mamma Maria Ugazio, il giornalista chiede di fargli vedere un ricordo personale di Mirka. Allora gli fu mostrato un album di famiglia un poco ingiallito dal tempo. Sul retro di una foto scattata nei giardini dell'Isola Bella la mano infantile di Mirka aveva scritto nel 1943 queste parole: «Al mio papalone che mi ha portato a fare questa bella gita, la sua Mirka».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Per i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto pericolosi. Avevano confessionali in cui sapere anche la verità sulla violenza rossa che, fuori, nessuno osava dire.
    Avevano pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti. Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e nelle case del popolo:

    «Se dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino il padrone, il problema sarebbe già risolto».

    E non è vero che ad ogni don Camillo rispondesse un Peppone. I primi furono tanti, dei secondi in questo amaro viaggio di triangolo della morte non vi è traccia. Non c'è parroco che non abbiano intimidito, isolato. Tantissimi furono scherniti, derubati, rapinati. Ora io vi racconterò di quelli che, dopo aver già tanto sofferto in tempo di guerra da tedeschi, fascisti e partigiani rossi, sono stati martirizzati in tempo di pace dalla violenza comunista. Nell'allora folto branco di parroci può magari scapparci, che so, lo scapestrato, il disattento, l'arricchito. Non però tra le decine uccisi.
    Ogni assassinato è perbene. E tra i più attivi, equilibrati, generosi, attenti alla propria gente. E' seguito, amato, perciò un maledetto nemico del popolo, dunque va soppresso, distrutto e che ogni assassinato sia esempio per gli altri, che tengano la bocca chiusa. E c'è un motivo, più d'ogni altro: essi hanno in sé e con sé Dio.
    Il 25 aprile è la Liberazione, la fine della guerra, e da adesso i parroci dell'Emilia Romagna, ma anche delle regioni vicine, ogni sera, nell'ultimo segno della croce, non sanno se rivedranno l'alba o se capiteranno in casa gli assassini, come accade la sera del 16 gennaio '46 a don Francesco Venturelli, arciprete di Fossoli, nel Modenese vicino Carpi.
    E' stato cappellano nel campo di concentramento della sua parrocchia, è un tipo che non chiede che tessera politica hai, che assiste tutti quanti, inglesi, fascisti, partigiani, collaborazionisti. E' uno che dopo la Liberazione detesta la brutalità e gli eccidi che si ripetono nel Carpigiano contro fascisti e presunti fascisti.
    E dunque è sera, uno sconosciuto lo chiama fuori di canonica chiedendo di accorrere per un incidente mortale sulla provinciale. Don Francesco corre e si trova invece davanti a un plotone di rossi che lo falcia col mitra.
    Invece don Gianni Domenico, trentenne, celebra messa ai giovani soldati repubblichini. Il 24 aprile '45 all'arrivo degli alleati corre tra la sua gente a San Vitale di Reno: in chiesa lo stanno aspettando i partigiani comunisti, lo gettano in un porcile, lo denudano, lo violentano. Ci sono anche donne tra loro, e una in particolare, è la più ardente nel seviziarlo. Il lungo martirio si conclude a colpi di mitra e ai parrocchiani si impedisce per giorni di seppellire il martirizzato.
    Don Giuseppe Tarozzi è parroco a Riolo di Castelfranco, diocesi di Bologna, severissimo nell'amministrare un'opera pia fa il diavolo a quattro per tener lontano da essa la politica e ladri. Notte del 25 maggio '45: i commandos comunisti fracassano a colpi di scure la porta della canonica, lo strappano dal letto, lo pestano, poi lo trascinano via in camicia da notte. La gente vede un'ombra bianca sospinta fuori a calci, il suo cadavere non sarà mai più ritrovato.
    Ancora diocesi di Bologna: don Giuseppe Rasori, sessantenne a San Martino Casola ha solo due parrocchiani non iscritti al Pci. Sberleffi, minacce, assalti alla chiesa. Vive nella paura ma resta. Nel pomeriggio del 2 luglio '46 in canonica, dove in guerra ha nascosto tanti partigiani, lo ammazzano con un colpo di pistola al collo. Il suo successore poco tempo dopo in chiesa parlando della passione di Gesù accenna allo straccio rosso con cui fu coperto per derisione. Deve fare ripetute e pubbliche scuse, i comunisti l'hanno presa come ingiuria alla loro bandiera.
    Don Alfonso Reggiani, parroco di Anzola di Piano, Bologna, il 5 dicembre '45 sta pedalando di ritorno da una visita ai suoi ammalati, lo fermano in due, l'ammazzano a raffiche di mitra, se ne vanno sulle biciclette. Una cigola e gli assassini dicono: «L'ungeremo a casa, adesso che abbiamo ammazzato il maiale». Al funerale di don Alfonso, reo di battute umoristiche sui comunisti, ci sono solo cinque bambini e qualche donna.
    Un prete semplice, conciliante, don Enrico Donati, ma è parroco a Lorenzatico, Bologna, della famiglia del sindacalista bianco Giuseppe Fanin, che sarà massacrato, nel '48 a colpi di spranga dai comunisti. Il 13 maggio '45 quattro compagni con la scusa di portare don Donati al comando partigiano per formalità, lo feriscono a colpi di mitra, gli legano le mani, lo infilano in un sacco e lo gettano con due sassi per zavorra in un macero colmo d'acqua.
    La sera del 25 luglio '45 un altro comando chiama don Achille Filippi, parroco di Maiola, sull'uscio della chiesa e l'uccide: cancellando anni ed anni di lavoro e bontà per la gente, le colonie per i bambini, la povertà degli anziani. Ma il gran farabutto in chiesa biasimava le violenze e i soprusi dei comunisti; a morte.
    Già un altro era stato condannato a morte un mese prima della Liberazione a Santa Maria in Duno per aver rinfacciato ai partigiani rossi efferatezza durante la guerriglia: il primo marzo '45 si presentano due armati travestiti da tedeschi, irrompono in canonica con due donne anch'esse armate, dicono di essere di un comitato, legano Don Corrado Bortolini, rubacchiano e poi lo portano via in motocicletta. Mai più trovato, anche se tutti sanno che è stato torturato, strangolato, gettato in una fossa. Al suo successore c'è chi ammonisce di non interessarsene: «Tanto don Corrado dorme in un campo di fiori».

    Don Tino Galletti, nella chiesa di Spazzate Sassatelli, a Imola, è un altro che non parla bene dei comunisti in una parrocchia rossa, non più di sei persone alla messa domenicale. Il 9 maggio '45 è ucciso a colpi di pistola e per non mandarlo via da solo ammazzano anche tre dei suoi sei fedeli. Non un cane ai funerali.
    Implora pietà invece don Luigi Lenzini, parroco di Crocetta di Pavullo, nel Modenese, la notte in cui un gruppo di comunisti, gente del paese, lo trascina in camicia da notte dalla canonica alla vigna e qui lo seviziano da stramaledetti e poi gli spaccano la testa: ha condannato il metodo di «far fuori la gente» dei comunisti.
    Freddati a pistolettate il parroco di Mocogno e di Montalto, cioè il canonico Giovanni Guizzardi e don Giuseppe Preci, nel Modenese. Morte lenta per l'anziano don Ernesto Talè, parroco di Castellino delle Formiche, modenese, e per la donna che stava accompagnandolo da un ammalato, «quella carogna non voleva morire ... », dirà al bar, vantandosi con gli amici, uno dei "coraggiosi partigiani" torturatori del prete.
    Nel Reggiano non ammettono gli eccessi disumani di chi, partigiano comunista, scredita il movimento di Resistenza e sono freddati col mitra don Giuseppe Lemmi, cappellano di Felina e don Luigi Manfredi, parroco di Budrio.
    E' il 14 settembre '45, l'assassino che spacca il cranio a don Tebaldo Dapporto, parroco di Casalfiumanese di Imola, corre alla Camera del Lavoro a vantarsi d'aver fatto fuori il suo prete-padrone.
    Don Carlo Terenziani, prevosto di Ventosa, la mattina del 29 aprile '45 è preso dai partigiani rossi che lo fanno girare per le strade come un Cristo schernito, sputato, ingozzato di vino all'osteria, battuto e infine fucilato a sera.
    Don Giuseppe Pessina, parroco di San Martino di Correggio, piange diciannove parrocchiani assassinati dai comunisti e sa troppe cose: ucciso a colpi di mitra mentre la sera del 18 giugno '46 rintocca l'Ave Maria...
    Purtroppo, l'elenco delle vittime delle radiose giornate non finisce qui,
    tanti preti martiri in Emilia, tanti Toscana e in altre regioni...
    Tutto questo orrore non vi è bastato? Credete ancora alla favola dei partigiani combattenti per democrazia e per la libertà?
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Sorpresi nel sonno, avvelenati, torturati ed infine tagliati a pezzi. Fu questo il tragico destino di ben dodici giovani Carabinieri, catturati dai partigiani alle Cave dei Predil, nell'alto Friuli.

    I Carabinieri costituivano un presidio a difesa della centrale idroelettrica di Bretto. Il 23 Marzo 1945 i partigiani presero in ostaggio il Vicebrigadiere Dino PERPIGNANO, comandate dei presidio che stava rientrando negli alloggiamenti, sotto la minaccia delle armi, lo costrinsero a pronunciare la parola d'ordine e, con facilità, una volta entrati nel presidio, catturarono tutti i Carabinieri, già in parte addormentati.

    Dopo il saccheggio, i dodici militari furono deportati nella Valle Bausizza e rinchiusi in un fienile ove fu loro servito un pasto nel quale era stata inglobata soda caustica e sale nero. Affamati, inconsciamente mangiarono quanto gli era stato servito, ma, dopo poco, le urla e le implorazioni furono raccapriccianti e tremende. Erano stati avvelenati e la loro agonia si protrasse fra atroci dolori per ore ed ore.

    Stremati e consumati dalla febbre, Pasquale RUGGIERO, Domenico DEL VECCHIO, Lino BERTOGLI, Antonio FERRO, Adelmino ZILIO, Fernando FERRETTI, Ridolfo CALZI, Pietro TOGNAZZO, Michele CASTELLANO, Primo AMENICI, Attilio FRANZON, quasi tutti ventenni (e mai impiegati in altri servizi tranne quello a guardia della centrale, cui erano stati sempre preposti), furono costretti a marciare fra inesorabili ed inenarrabili sofferenze ed insopportabili sacrifici fino a Malga Sala ove li attendeva una fine orribile.
    Il Vicebrigadiere PERPIGNANO fu preso e spogliato; gli venne conficcato un legno ad uncino nel nervo posteriore dei calcagno ed issato a testa in giù, legato ad una trave; poi furono incaprettati.

    A quel punto, i macellai partigiani, cominciarono a colpire tutti con i picconi: a qualcuno vennero asportati i genitali e conficcati in bocca, a qualche altro fu aperto a picconate il cuore o frantumati gli occhi.

    All'AMICI venne conficcata nel cuore la fotografia dei suoi cinque figli mentre il PERPIGNANO veniva finito a pedate in faccia ed in testa.
    La "mattanza" terminava con i corpi dei malcapitati legati col fai di ferro e trascinati, a mo' di bestie, sotto un grosso masso.

    Ora le misere spoglie di questi Carabinieri Martiri/eroi riposano, dimenticati dagli uomini, dalla storia e dalle Istituzioni, in una torre medievale di Tarvisio le cui chiavi sono pietosamente conservate da alcune suore di un vicino convento.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    ... Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni di S. Domenico di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l'università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i comuni dell'Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo "L'Istria Rossa" (Terra rossa per la bauxite). Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa (espropriazione proletaria). Entrarono perfino nelle camere, sparando sopra i letti per spaventare le persone.Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nella ex caserma dei Carabinieri di Visignano dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive, se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto, la rinchiusero nella ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici tra i quali Eugenio Cossetto, Antonio Posar, Antonio Ferrarin, Ada Riosa vedova Mechis in Sciortino, Maria Valenti, Urnberto Zotter ed altri, tutti di San Domenico, Castellier, Ghedda, Villanova e Parenzo. Dopo una sosta di un paio di giorni, vennero tutti trasferiti durante la notte e trasportati con un carnion nella scuola di Antignana, dove Norma iniziò il suo vero martirio. Fissata ad un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi e esaltati, quindi gettata nuda nella Foiba poco distante, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani. Una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera, appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udí, distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà...

    ... Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, recuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite d'arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri". Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti. Un'altra deposizione aggiunge i seguenti particolari: "Cossetto Norma, rinchiusa da partigiani nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana, fu fissata ad un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da diciassette aguzzini. Venne poi gettata nella Foiba.

    ... La salma di Norma fu composta nella piccola cappella mortuaria del cimitero di Castellerier. Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l'ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, alla luce tremolante di due ceri, nel fetore acre della decomposizione di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell'attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all'alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra ...."
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Questa agghiacciante testimonianza è stata tratta da
    "Carità e Tormento" - memorie di una Crocerossina -
    di Antonia Setti Carraro - Mursia editore 1982 -


    Torino - primi di maggio 1945.
    "Accanto al reparto dei feriti e congelati della divisione, vi era una
    stanzetta dove un Tenente della X Mas, ferito alla colonna vertebrale e
    completamente paralizzato dalla vita in giù, se ne stava isolato assieme
    alla madre. Era di Trieste e la madre lo curava già da parecchio tempo. Non
    aveva che quel figliolo. Un pomeriggio che ricorderò sempre come un incubo,
    quattro partigiani armati irruppero in quella stanzetta, afferrarono quel povero
    corpo martoriato, lo presero due per le ascelle e due per i piedi e
    cercarono di portarlo fuori dal locale.


    Nessun medico, nessun infermiere, nessuna sorella cercò di fermarli. La
    madre intuì ogni cosa e si gettò, urlando sul figlio e con la forza della
    disperazione lottò per stapparlo a quei violenti. Dritta sulla soglia della
    stanzetta, a braccia aperte, tentava di impedire il passaggio del corpo del
    figlio picchiando a pugni chiusi chi lo trasportava, difendendo disperata la
    sua creatura. Era tremendamente sola. La colpirono con un pugno tra gli
    occhi ed egualmente la donna, perdendo sangue dal naso, si batteva con la
    forza di un leone; a quel punto si gettò a terra tra le gambe di quegli
    uomini e allora uno di questi la prese per i capelli e la trascinò per la
    corsia. La donna perdeva ciocche di capelli, ma continuava a dibattersi non
    cessando mai di invocare aiuto. Poi rialzatasi di colpo, si getto nuovamente
    sul corpo del figlio che veniva continuamente strattonato qua e là ed era
    ormai seminudo, con le medicazioni pendenti dalla ferita riaperta. Il
    tenente non aprì mai la bocca, solo allungò una mano e strinse quella della
    madre ricoperta di sangue. Sempre silenziosamente prese ad accarezzare
    quella povera mano e poi se la portò alle labbra. Trovava ancora la forza di
    tacere. Fu trascinato davanti ai letti dei soldati (...).

    Ora gli urli della donna non avevano più nulla di umano. Il triste corteo passò il cortile
    seguito dagli occhi di decine di persone senza che nessuno intervenisse o
    sbarrasse il passo a chi trasportava quel ferito. All'uscita
    dell'ospedale un gruppo di persone fece cerchio attorno a quei quattro
    che ora cercavano invano di far entrare il ferito in un camioncino sporco ed
    ingombro di oggetti. Ma non vi riuscivano.

    ...PIETA', PIETA' PER MIO FIGLIO!

    Allora con un moto di stizza e di
    rabbia buttarono a terra quel corpo martoriato e scaricarono su di lui i
    loro mitra. Spararono tutti e quattro assieme.

    Per ore nelle nostre orecchie
    risuonò martellante l'urlo della povera madre:

    "MALEDETTI, MALEDETTI ASSASSINI"
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Nil admirari, nimium ne crede colori...

    Nos nostraque debemus morti..."

    Questa storia, tratta da "Il Triangolo della Morte" Ed. Mursia, di Giorgio e Paolo Pisanò, ripercorre una delle tante eroiche imprese della Brigata Partigiana per eccellenza: "La Brigata Garibaldi" ovvero il nucleo partigiano che ha combattuto con tenacia e sprezzo del pericolo per la libertà e la democrazia.

    Ines Gozzi, una bella ventiquattrenne di Castelnuovo Rangone (MO), è una studentessa universitaria, laureanda in lettere. Conoscendo la lingua tedesca è diventata l'nterprete del locale Comando Germanico. Ciò ha significato la salvezza del paese quando i partigiani hanno ucciso due soldati tedeschi nella zona e questi volevano distruggere l'abitato. E' stata proprio Ines Gozzi a interporsi e a battersi perchè la rappresaglia fosse evitata. Così, da quel giorno, tutti gli abitanti di Castelnuovo Rangone lo sanno e gliene sono grati. Ma tutti sanno anche che la ragazza è fidanzata con un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana e questa è una colpa imperdonabile agli occhi dei "partigiani assassini -salvatori della patria- ed eroi coraggiosi pluridecorati"! La notte del 21 gennaio 1945 una squadra di partigiani della brigata "Garibaldi" fa irruzione in casa Gozzi prelevando Ines e suo padre.

    I due vengono portati in un casolare in aperta campagna e qui, davanti al genitore legato, la ragazza subisce le più atroci sevizie e le violenze più indicibili da tutti i "coraggiosi" componenti dell'"onorata" Brigata Garibaldi. I partigiani garibaldini ubriachi la posseggono a turno, la picchiano, gli sputano addosso, le tagliano le unghie fino alla carne, gli spengono dei mozziconi di sigaretta negli occhi, poi le urinano addosso. Tutto questo orrore davanti al padre legato, costretto ad assistere al martirio di quell'unica figlia nell'impotenza e nella consapevolezza che non ne sarebbero usciti vivi. Dopo essersi accaniti contro la povera Ines, i partigiani infieriscono su quel padre che oramai non si rendeva più conto di cosa stesse accadendo tanto era il dolore che gli avevano provocato quei porci stramaledetti!

    All'alba del 22 gennaio 1945, dopo la lunga notte di baldoria, i "coraggiosi partigiani garibaldini" finiscono padre e figlia con numerosi colpi di pistola alla testa. Verranno ritrovati e riesumati alcuni giorni dopo. Il corpo della ragazza è tanto straziato, tanto sfigurato da dover essere nascosto agli occhi della madre. Sui muri di Castelnuovo Rangone qualcuno scrive: "Bestie, avete ucciso la nostra salvatrice".

    Nessuno sarà incriminato per questo orrendo duplice delitto nè tantomeno la famigerata ed onorata "Brigata Partigiana Garibaldi" che con sprezzo del pericolo ha liberato l'italia dal nazifascismo!

    Il fatto sarà classificato ed archiviato come "coraggiosa azione di guerra".
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    Der Wehrwolf

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    Era una notte calda e umida a Bastiglia (MO) quando la sera del 27 aprile 1945 alcuni partigiani (Brigata Garibaldi) si introdussero nell'abitazione di Walter Ascari, lo derubarono, fecero razzia di carni e salumi; lo prelevarono e lo trasportarono in aperta campagna. Ascari non era fascista ma neanche comunista, era un benestante e questa era una grandissima colpa durante le "Radiose Giornate" quindi colpendo Walter Ascari avrebbero colpito lo "Stato Borghese".

    Giunti in località Montefiorino alcuni partigiani estrassero dei bastoni e cominciarono a colpire il malcapitato come dei forsennati; altri con l'ausilio di una canna di bambù lo seviziarono fino a rompergli l'ano e parte dell'intestino. Ma era ancora ben poca cosa, una fine orrenda attendeva il povero Walter Ascari. "A morte!" "A morte!" Urlavano gli assassini... Per la sua mattanza finale, i gloriosi e pluridecorati eroi garibaldini pensano a qualcosa di diverso dalla solita raffica di mitra... Qualcosa di speciale... Qualcosa che soltanto la loro mente perversa e assassina poteva immaginare, qualcosa che va aldilà dell'umana cattiveria.

    Lo appesero per i polsi ad un grosso ramo in modo che il corpo del moribondo fosse ben teso assicurandolo per i piedi al terreno con una corda. Poi, con una grossa sega da boscaiolo a quattro mani, lo tagliarono in due! Da vivo! Il suo corpo fu gettato in seguito in una porcilaia. Quando lo ritrovarono, ben poco era rimasto di quel pover'uomo.

    Queste storie maledette di partigiani assassini, li pubblico affinchè cada, dopo oltre 50 anni, il muro di omertà che ha avvolto la storia della repubblica, la storia dei falsi liberatori, la storia d'Italia. Parecchi ex partigiani sono ancora viventi, vale a dire che parecchi assassini sono ancora in libertà. Saranno vecchi, forse decrepiti, ma l'età non li ha migliorati di certo.

    Essi credono fermamente nei valori in cui credevano durante la guerra, non esiterebbero ad uccidere pur di soddisfare la loro cattiveria, perchè si tratta solo ed esclusivamente di cattiveria fine a se stessa, nient'altro. Ci sono ex partigiani, anzi io li definirei partigiani a tutti gli effetti, che ancora oggi intimoriscono le popolazioni locali dei luoghi dove si verificarono queste orrende vicende. Raccontati oggi, questi episodi terribili sembrano venire da un altro mondo, forse da un'altra galassia, tanto sono pieni di inspiegabile ferocia, di paurosi istinti animaleschi.

    Come nella grande tradizione del C.L.N., anche questo fatto sarà classificato ed archiviato come "coraggiosa azione di guerra" e gli esecutori di questa orribile mattanza rimarranno impuniti, anzi, premiati con medaglie al valore!
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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