In sa Nuova de deris

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Daniele Bonamore, studioso di idiomi minoritari, interviene sulla questione della lingua
“MEZZU SU SARDU PERDEU”
“Non serve inventare niente, usiamo ciò che c’è”

di Daniele Bonamore
Nel recente convegno tenutosi ad Ozieri il 12 marzo e avente per tema «Quale sardo scegliere per
i sardi?» ho parlato dell'esperienza friulana sulla base di precisi dati legislativi e dei testi normativi. Vorrei ritornare su quel mio intervento per chiarire meglio ciò che è stato riportato dalla «Nuova Sardegna» in un suo resoconto.
Nell'articolo 2 della Legge 15 dicembre 1999, n 482. sia il friulano sia il sardo sono ricompresi nel secondo gruppo («e quelle parlanti)» di lingue tutelate. Legislativamente, dunque, friulano e sardo sono lingue. Ma lo sono anche linguisticamente. Se qualche sparuto dubbio è stato in passato
avanzato per il «friulano», nessuno degli addetti ai lavori ha mai contestato natura e dignità di lingua al «sardo», principalmente per l'autorità dei Meyer-Lubke, Rohlfs, Wagner.
È del pari nozione comune, anche per chi non pratica laboratori di fonologia, che una lingua, proprio in quanto tale, congloba in sé una pluralità di varianti o dialetti, che dir si voglia.
Non poteva certo far eccezione il friulano. Vi si distinguono, da sempre, il furlan alt, centrai, bas, cjargnel, gurizan, bisiàc. Li caratterizzano differenze fonetiche, lessicali, d’intonazione . In previsione dell'entrata in vigore della legge di tutela, gli esperti furono mossi da un'unica preoccupazione e, cioè, quella di fissare una «grafie uficiài de lenghe furlane» (art. 13, Legge Friu-
li-Venezia Giulia 22 marzo 1996) che è la «La grafie furlane normalizade» nel testo elaborato dal professor Xavier Lamuela, approvata con deliberazione del Consiglio provinciale di Udine del 15/7/1986.
Si tratta dell'introduzione nel sistema segnico di alcuni digrammi non presenti nell’ italiano come cj (ad. es. cjan. = cane) e gj (ad es. gjat = gatto) e di pochi tratti diacritici quali che indica l'allungamento delle vocali (daûr, uficiâl. chês, inserît), che rende il suono palatale (çus = gufo, çate = zampa). Come è intuitivo, la «grafie normalizade» non modifica in nulla il modo di pronunciarè i grafemi caratteristici di ogni variante. Ciascun parlante li leggerà secondo le sue specifiche attitudini fonatorie.
E ciò che accade in tutte le lingue. In tedesco, la ch ich varia dalla Baviera alla Sassonia; in italiano si pensi allo lo scempiamento delle consonanti al Nord e del raddoppiamento a Sud.
Come è facile intendere, «la grafie normalizade» non hanno nulla a che vedere con una
«lingua di riferimento». Meno che meno con l'idea, sostenuta da quasi tutti gli intervenuti al convegno di Ozieri, di dar vita ad una «limba de mesania» da «inventare» per opera di un: «Comitau abbia a unu sardu comunu». II che equivarrebbe ad un assurdo, tanto sotto il profilo speculativo quanto sotto quello pratico. «Quale sardo scegliere: per i sardi?» Il sardo, parbleu!
Il citato articolo 2 della Legge 482/1999 assume a tutela, oltre al sardo, ben undici altre lingue. Si prenda l'occitano: in Italia i suoi attuali parlanti sono dislocati in vallate parallele separate dalle montagne delle Alpi sud-occidentali e nel comune calabro (CS) di Guardia Piemontese, staccati da
molti secoli dai territori in cui vivono i loro connazionali. O, peggio ancora, gli albanesi, non quelli dei gommoni e delle carrette di mare, bensì quelli venuti nel Mezzogiorno d'Italia al seguito di Giorgio Castriota Skandeberg (1430 —1468) e, soprattutto, dopo la sua morte. Costituisce la più
numerosa comunità allogena «diffusa», stanziata in ben sette regioni della Repubblica (dall'Abruzzo alla Sicilia). Quale koinè dovrebbero ricercare costoro quando nella stessa madrepatria esistono da
sempre due dialetti o varianti, il ghego e il tosco?
Ma, significativo al massimo è il caso del romancio che l'articolo 116 della Costituzione
svizzera (CH) eleva a lingua nazionale, al pari del tedesco, del francese, dell'italiano. È parlato da qualche migliaio di abitanti del Cantone dei Grigioni: «cinque lingue scritte, manca una koinè. Nel '500, quando il romancio ha trovato la sua forma scritta, era già germanizzata, perciò veniva a mancare un centro economico-politico dove sarebbe stata possibile l'unificazione dei diversi idiomi. Dunque sono rimaste queste cinque varianti» (C.Pult). Forse che la mancanza di una koinè ha impedito alla Confederazione elvetica di elevare il romancio a rango e dignità di lingua? Nemmeno per sogno.
Nel mio intervento ad Ozieri ho sostenuto che la pretesa di individuare «un sardo per i sardi» è «assurda», sia giuridicamente sia linguisticamente.
La Repubblica italiana, dopo ben 51 anni dall'entrata in vigore dell'articolo 6 della Costituzione, ha finalmente riconosciuto che il «sardo», insieme con le altre undici di cui all'articolo 2 Legge 482/1999, è lingua. Dovrebbero essere i sardi a contestare che lo sia, giacché mancherebbe una koinè, la mitica «limba de mesania»? Glottologicamente, come si ricordava, la sua qualità di lingua e stata riconosciuta da tutti gli addetti ai lavori fin dall'inizio degli studi sulla filologia romanza. Gli unici a contestarlo sembrano essere stati i sardi: anni fa, nella collana linguistica diretta da Carlo Tagliavini (Patron Editore), uscì un testo del pur valido collega Massimo Pittau, dal titolo «Grammatica del sardo nuorese». Forse che il legislatore, normando sulle «lingue minoritarie», avrebbe dovuto, arrivato al «sarde», porre al posto del singolare il numero plurale: «sardi»? Sardo di Cagliari, sardo di Thiesi, sardo dell'Ogliastra, sardo del Sulcis? Ancora più paradossale appare la pretesa di dar vita ad una koinè («limba de mesania») a priori. Le koinai, se e quando esistono (può benissimo anche non accadere, come si è visto), si formano spontaneamente e a posteriori. Emblematico e straordinariamente significante quello che accadde nella Grecia classica, dove la koinè venne ad esistenza solo in età ellenistica, a distanza di secoli dalla fioritura della grande letteratura (Omero, Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, Alceo e Saffo, Terpandro ed Alcrnane, ecc.).
Quanto sia inlnfluente l'esistenza a priori di una koinè è comprovato proprio dall'italiano, la cui koinè è stata, per oltre un secolo dopo l'unità (1861), quella della Gazzetta Ufficiale.
Si da il caso che una koinè possa anche essere promulgata dalla legge. Ma perché ciò avvenga deve già esistere, non essere «fabbricata» ad arte. Il dialetto tranciano, tipico dell'Ile-de-France, venne imposto come la sola «lingua ufficiale» del regno con l'editto di Villers-Cotteréts, vale a dire con la forza. Per contro, le lingue, i dialetti, le varianti hanno, come gli uomini di cui costituiscono il modo di essere distintivo rispetto a tutte le altre forme di vita, natura «animale-sociale». Nascono e muoiono per procedimenti naturali.
Eccezionalmente possono anche essere prodotte in laboratorio, ma rimangono pur sempre degli ibridi, delle costruzioni artificiali, quali l'esperanto e un po' meno, perché ricostruito sull'antica lingua delle scritture, l'ebraico dello Stato d'Israele.
Tutto questo è stato da me esposto e argomentato nel libro «Lingue minoritarie, lingue nazionali, lingue ufficiali nella Legge 482A999» (Franco Angeli Editore), e negli atti dei convegni di Sassari (Quaderni Istituto Bellieni, n° 2, 2004), di Galanoli e di Bono, di poco posteriori.
Se speculativamente l'idea di una koinè a priori è assurda, dal punto di vista pratico si configura addirittura masochistica, se non addirittura suicida.
Ho affermato più volte, in precedenti, autorevoli pubblicazioni in tema di lingue minoritarie, che i loro parlanti sono soggiogati dal «complesso d'inferiorità» e, per converso, affascinati dal complesso di superiorità» che suscitano le lingue maggioritarie o di prestigio nelle realtà statuali di cui fanno entrambe parte.
Il fenomeno colpisce fra gli altri, salvo eccezioni, il sardo e i sardi. Non solamente prima che fossero emanate la Legge regionale 15 ottobre 1997, n° 26 e la Legge ordinaria 482A999;
purtroppo, anche dopo. Lo si è dimostrato inconfutabilmente negli scritti sopra citati. La
legge 482A999, imposta all'Italia dalla ratificata normativa supernazionale, assicura una
parvenza di tutela, inficiata com'è da inestirpabili condizionamenti sciovinistici.
Detto in termini colloquiali, tanto fumo e pochissimo arrosto.
Eppure, malgrado il legislatore, la normativa entrata in vigore lascia sufficienti pertugi perché le lingue minoritarie esistenti in Italia possano, laddove consentito, rinvigorire il proprio stato di salute, passare dalle bombole d'ossigeno alla respirazione a bocca aperta.
Basterebbe che i «mèmbri dei consigli comunali e degli altri organi a struttura collegiale dell'amministrazione», usino, «nell'attività degli organismi medesimi, la lingua ammessa a tutela» (art. 6, L.482A999), nella fattispecie il sardo.
Ovvero, che nei Comuni di lingua minoritaria si provvedesse alla pubblicazione, nella lingua ammessa a tutela, di atti ufficiali dello Stato, delle regioni e degli enti locali, nonché di enti pubblici non territoriali» (art. 8).
Occorrerebbe che Comuni, Province, Regioni in cui si parlano una o più lingue (è il caso del Trentino-Alto Adige, del Friuli-Venezia Giulia, della Val d'Aosta, del Piemonte, della Sardegna e di quasi tutte le Regioni meridionali) emanino «gli atti destinati ad uso pubblico» (art. 7) in forma bilingue, trilingue (Alghero, Alto Adige) o quadrilingue (italiano, friulano, sloveno, tedesco, in riuli-Venezia Giulia; italiano, albanese, greco, franco-provenzale in Puglia). A cominciare dagli Statuti comunali in materia anagrafica, urbanistica, sanitaria.
Sarebbe necessario che tutti i parlanti (qui, i sardi) s'avvalessero del diritto all'«uso orale e scritto — negli uffici delle amministrazioni pubbliche — della lingua ammessa a tutela» (art. 9, n° 1); che chi agisce o è convenuto, per motivi di giustizia, davanti al Giudice di pace (per ora), si avvalga della facoltà (= potere-dovere) di difendersi e/o di farsi difendere in lingua sarda (art. 9, n" 3); che
tutti i cittadini di nazionalità sarda chiedano il ripristino dei cognomi originar! (art. 11); che egualmente procedano i Comuni interessati a riattivare i toponimi «conformi alle tradizioni e agli usi locali» (art. 10). La legge regionale di tutela è del 1997, quella statuale del 1999. Ebbene, non risulta che in Sardegna siano state esperite, molto o poco, le possibilità offerte dalle leggi di tutela. Perché? Forse perché a otto e sei anni di distanza si continua a discutere in quale lingua esercitare quei diritti? Sono trascorsi 51 anni prima che lo Stato italiano riconoscesse legislativamente le lin-
gue minoritarie in esso esistenti. Dovrà trascorrere ancora mezzo secolo perché i sardi si mettano d'accordo su quale sardo sia «il sardo»? Ammesso che ci si metta d'accordo, superando i pregiudizi tribali o campanilistici che minano alla base certe operazioni, e si pervenga alla creazione di una
limba de mesania, che cosa dovrebbe accadere? Che i sardi, soprattutto quelli eruditi che o non lo conoscono o non lo parlano (è accaduto anche ad Ozieri), imparino una nuova lingua e si mettano
a parlarla e predicarla, come gli Apostoli dopo la discesa su di loro dello Spirito Santo? E i pastori della Barbagia, i pescatori di Cabras, i boscaioli del Limbara, che invece lo parlano, dove l'impareranno la limba de mesania? Su Internet? O con i «messaggini» dei cellulari? Quanti decenni o secoli dovranno ancora passare perché i sardi comincino a parlare un sardo posticcio in luogo di
quello ruvido ed essenziale che ciascuno ha appreso dalla bocca della madre o nei luoghi nativi e con il quale ha sempre corrisposto con i suoi connazionali senza ricorrere agli uffici dell'interprete, come pretenderebbe qualche snob di provincia? Problema serio, per contro, è quello della «grafia unitaria», necessaria a fissare fonemi diversi da quelli delle altre lingue neolatine. Lo si risolve in brevissimo tempo, senza Ricorrere a commissioni pletoriche, ad esperti lautamente pagati, a consulenze in località turistiche. Dopodichè ognuno continuerà a parlare, a scrivere, a insegnare il sardo che conosce. Se dall’uso quotidiano nascerà una koinè o “limba de mesania” sarà la storia linguistica del sardo a registrarlo. Purchè il sardo viva.

TUTTI I LIMITI DI UN LINGUAGGIO
Soru deve evitare gli usi artificiosi e discutibili del sardo

Di Antonello Mattone.

Nel 1827 l'aiuto chirurgo cagliaritano Elisio Nonnis pubblicava un manualetto di ostetricia in sardo-campidanese, dal titolo Brevis lezionis de ostetricia pò usu de is llevadoras de su Regnu,per il corso pubblico delle levatrici. L'operetta, che aveva finalità essenzialmente divulgative, è scritta in uno stile brioso ed efficace e si serve di una terminologia assai semplice per descrivere i vari stati in
cui passa il feto nei primi mesi dello sviluppo. Nonnis evita però di dare una definizione in lingua sarda degli organi sessuali femminili perché i termini che aveva a disposizione —come può intendere il lettore — suonavano sconveniente, se non addirittura volgari.
Nel suo intervento del 17 aprile alla cerimonia conclusiva del Premio Ozieri, Renato Soru, constatando che «la lingua sarda è la lingua della confidenza» cioè del parlare quotidiano e corrivo, e non «la lingua della comunicazione», ruolo ormai assolto dalla lingua italiana, ha auspicato l'uso di una sola lingua sarda in uscita della pubblica amministrazione regionale». L'uso del sardo (ma quale sardo?) nelle leggi e nelle ordinanze della Regione autonoma della Sardegna potrebbe dunque, secondo il governatore, diventare possibile.
Non dobbiamo dimenticare che un tempo il sardo veniva utilizzato nella legislazione.
Gli statuti di Sassari, promulgati nel XIII secolo in latino, vennero tradotti in volgare sardo e promulgati nel 1316 dal podestà genovese Cavallino de Honestis. Gli statuti di Castelgenovese (Castelsardo), anch'essi in sardo logudorese, furono concessi intorno al 1334 dal signore della Rocca, Galeotto Doria. n Giudicato d'Arborea utilizzò ampiamente il sardo (il cosiddetto "sardo arborense") nella compilazione delle leggi, e, soprattutto, la Carta de Logu di Eleonora, promulgata tra il 1390 e il 1392. La Carta de Logu, che dal 1421 divenne la "legge generale" delle campagne sarde, rimase in vigore, pur con tutte le modifiche linguistiche dovute all'uso quotidiano. sino al 1827.
Nell'età spagnola gli spazi del sardo nel campo della normativa si ridussero notevolmente. Nell'età sabauda il primo pregone viceregio in italiano è del 5 marzo 1762. Il primo provvedimento bilingue italiano/sardo sono le istruzioni per le amministrazioni locali dei Monti frumentari del 20 giugno 1771. È evidente il disegno di utilizzare il sardo per far penetrare l'uso dell'italiano nelle campagne, solo che stavolta si trattava del sardo-campidanese, la variante parlata nei villaggi vicini alla apitale del Regno.
Comprendo l'obiettivo di Soru: tentare di ridare al sardo (ma quale sardo?) la dignità di lingua delle istituzioni che aveva una volta, mostrando all'Europa che la Regione ripristina, nel quadro della valorizzazione delle minoranze linguistiche, un idioma un tempo illustre ma ora ridotto a metalinguaggio. Ma innanzitutto sorge il problema: quale sardo adottare? Bisogna evitare un sardo artificiale creato (o inventato?) dai linguisti. Giovanni Spano nella sua Ortographia sarda nationale (1840) aveva costruito un sardo totalmente latinizzato. Sino a pochi anni il sardo veniva scritto con
tante di quelle kappa che sembrava la lingua degli ittiti. Ha senso dire "Su compiuteru"? Anni fa in un bar del Goceano un conoscente mi disse: «A ti lu bufiàsa unu Pedru Bonekampinu?» (tè lo bevi un Petrus Boonekamp, noto amaro olandese).
Le costruzioni delle lingue "ufficiali" sono sempre laboriose. Pensiamo alle norme unificate del catalano, elaborate da Pompeu Fabra nel 1913 o all'unificazione lessicale dell'ebraico nello stato d'Israele nel 1948. Si rischierebbe di creare un sardo artificiale che i bambini nelle scuole ovrebbero
imparare come il latino o l'inglese. D'altra parte, come dimostrano i romanzi Sos sinnos di Michelangelo Pira, scritto in sardo-bittese, oPocantuBiddanoa di Benvenuto Lobina, scritto nella parlata di Villanovatulo, la vitalità del sardo vero, quello adoperato nella vita quotidiana, dimostra che non c'è affatto bisogno di affrontare una lingua artificiale.
E allora? Bisogna tenere cono che il sardo ha mantenuto margini espressivi limitati a un mondo di poche cose e si è soprattutto identificato con la realtà agropastorale dell'isola.
Se fossi in Soru starei attento ad emanare leggi la cui non piena accessibilità potrebbe dare origini a controversie legali.
Dvviamente non è il caso di legiferare in sardo sul sistema informatico regionale o sulla legge salva-coste. Meglio sperimentare sa limba nella prossima ordinanza regionale antincendi — magari col testo italiano a fronte come nei bandi settecenteschi — che almeno si riallaccerebbe agli antichi Ordinamentos defogli della Carta di Eleonora. Ma quale sardo?
Senza dubbio il logudorese o il barbaricino, che hanno alle spalle una tradizione giuridica e letteraria. Condivido le preoccupazioni di Marcelle Fois. Un sardo (e l'identità) sono stati
manipolati dalla globalizzazione. La soap-opera ha sostituito i Contos de Voghile. I neonati si
chiamano Samantha, Jessica, Christian, Jonathan e non più Bonaria,. Monserrata, Elisio, Gavino. È una lingua «di confidenza» (cioè metalinguaggio) perché ha perso aderenza con la vita vera e con i «segni» della quotidianità. Ridare dignità al sardo è un processo lungo che non si esaurisce in un atto amministrativo. Per troppo tempo la scuola dell'obbligo ha ignorato la storia, la letteratura, l'arte, le tradizioni locali. Ricostruire un'identità storica e culturale è un'impresa complessa che non s'improvvisa.
Non dimentichiamo che Antonio Granisci desiderava che la «lingua» sarda fosse insegnata ai bambini, ma al tempo stesso riconosceva nel «dialetto» i limiti di un'espressività allora vincolata al mondo subalterno. L'identità ha bisogno di aperture e di confronti con l'«altro» e con il vasto mondo, non di autoappaganti (ma perdenti) chiusure in noi stessi.


DIETRO LA LINGUA SARDA C’è UNA CULTURA VERAMENTE CREATIVA

Di Nicola Tanda

So che tanti lettori della "Nuova " si so no chiesti le ragioni per cui il presidente Soru, nella replica al discorso col quale avevo introdotto la giornata conclusiva del Premio Ozieri, si sia dichiarato confuso.
Vorrei spiegarne il perché. Soru nel 2002 fu premiato all'Ozieri insieme al presidente Cossiga, in un momento in cui come modello di imprenditore della new economy sembrava essere capace di aprire ai giovani un futuro che fosse però nutrito dalle proverbiali virtù degli avi, per far uscire l'isola dalla sua annosa crisi politica, sociale e culturale.
Giunto a Ozieri domenica scorsa, fiducioso di raccogliere i frutti del consenso di allora, ha invece trovato una platea di poeti, scrittori e intellettuali più critici e disincantati. Poeti figli ed eredi della nobilissima tradizione letteraria che negli anni Cinquanta e Sessanta aveva prodotto una poesia in grado di coinvolgere gli strati sociali alti e quelli più umili. Poeti colti, dunque, e poeti che la tradizione orale inizialmente aveva alimentato. Fu, quella di allora, un'operazione di grande significato che rimise m discussione il modello culturale che la società degli anni Sessanta e perfino i "Novissimi" contestavano: la monocultura industriale e l'omologazione. Il vero "Progetto Sardegna", dunque, era quello di poeti, intellettuali ed artisti che avevano saputo leggere con intelligenza l'anima e i linguaggi del nostro popolo.
Oggi, purtroppo, non si riesce ancora a comprendere che la cultura sarda è il risultato della produzione creativa e comunicativa dei linguaggi, verbali e non verbali, che la lingua sarda ha veicolato nel tempo. Poesia, canto, musica, artigianato, architettura, paesaggio, cibo "sono" lingua sarda; espressioni del sistema dei segni comune a tutti i sardi. Il popolo che è cresciuto alla scuola dell'Ozieri e dei premi sorti su quel modello nell'Isola e fuori, ha di tutto ciò vera consapevolezza. La stessa che ha ispirato la Carta europea delle lingue e dei saperi, la legge regionale 26 del 1997, la
legge nazionale 482 del 1999, che costituiscono la linea portante di un progetto di sviluppo culturale dell'Unione Europea volto alla valorizzazione delle specializzazioni culturali e dei saperi che i vari
popoli, con e senza Stato, hanno maturato in un percorso millenario Un immenso patrimonio destinato a dare un nuovo orizzonte di senso alle azioni individuali, creative e produttive, di ogni pur piccola comunità.
Queste conclusioni poggiano le fondamenta sugli orientamenti del pensiero e della ricerca che hanno attraversato tutto il Novecento. La diffusione delle nuove teorie linguistiche, antropologiche ed estetiche ha contribuito a far emergere una rappresentazione della Sardegna profondamente diversa da quella dei secoli precedenti. La lingua sarda su cui insiste l'asse semiotico della nostra cultura plurilingue costituisce, dal punto di vista simbolico, un motivo che legittima in quanto minoranza storico linguistica una visibilità nuova della Sardegna fra le regioni dell'Unione Europea.
Tanti maitres a penser e scrittori che circondano il Presidente hanno opinioni diverse da queste ma, secondo pratiche note e tanto desuete da far sorridere, fanno di tutto per far apparire le proprie come le uniche e le più titolate. Indottrinato da fonti ostili alla dottrina predicata dal Premio, ma informato ad Ozieri che Dante nel canto VI del Purgatorio è sarcastico con chi non chiamato corre alla politica e si sobbarca il "comune incarico" e spregiando verità e giustizia genera divisioni insanabili, era naturale che Soru fosse almeno confuso. Il sardo non va solo parlato. Va anche valorizzato e tutelato. E questo lo devono fare i politici.
"Si no b'hat ornine", se non c'è consapevolezza del modo di essere e di comunicare proprio della società sarda, non si può affrontare con animo fiducioso il futuro. Mi auguro che il Presidente capisca che i suoi consiglieri culturali rischiano di affossare la cultura sarda. Essi dovrebbero usa-
re un linguaggio più prudente nel polemizzare. Chi si assume il compito di governare deve, come scrive Dante, distaccarsi dai rancori delle parti. Specie se si tratta di un bene quale l'avvenire dei nostri figli.