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  1. #1
    anticomunista
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    Predefinito il mito della resistenza

    La fine del 25 Aprile

    Sessant’anni di liturgia resistenziale e di mistica antifascista non sono bastati a fare di questa data il simbolo dell’identità italiana, che forse vale la pena di fondare altrove

    di Angelo Crespi

    La questione è spinosa e va affrontata con cautela. Due circostanze concomitanti inducono però a provarci. Primo: nei giorni scorsi, con qualche polemica per via dei ritardi, sono stati approvati i fondi per i festeggiamenti del sessantesimo anniversario della Liberazione. Secondo: al Senato è fermo un disegno legge (proposto da An) con cui si vorrebbe concedere lo status di militari belligeranti ai soldati della Repubblica sociale italiana, di fatto equiparandoli ai combattenti partigiani. È ovvio che entrambe le circostanze riguardino, prima facie, il problema dell’identità italiana e della memoria condivisa. E, in maniera meno immediata, alla persistenza di una egemonia culturale in Italia di origine comunista.
    In un articolo di trent’anni fa (Il Giornale, 21 ottobre 1975), Renato Mieli, con rara chiarezza, prendendo spunto dalle osservazioni di Augusto Del Noce, aveva già svelato in modo compiuto dove stava il problema e perché la questione Resistenza/antifascismo attenesse sostanzialmente al fenomeno dell’egemonia culturale. Poiché la rivoluzione marxista programmata dopo la guerra tardava a venire (e fallirà anche col Sessantotto e il terrorismo), l’attenzione del Pci si spostò sul “periodo di transizione”, cioè su come creare le condizioni per l’avvento del sistema socialista in una società matura occidentale. Per questo motivo si scartò Lenin e si adottò Gramsci come maître à penser.

    Gramsci e Togliatti
    E perché proprio Gramsci? Comprendendo l’importanza del consenso di massa come fattore decisivo nelle trasformazioni rivoluzionarie possibili in Occidente, Gramsci aveva partorito il concetto di egemonia culturale, nel doppio senso di dominazione sui nemici, con mezzi coercitivi, e direzione dei seguaci, con mezzi persuasivi. Concetto che sarà poi alla base della politica di Togliatti e Berlinguer. In sostanza gli intellettuali, una volta cooptati, spezzando il blocco della borghesia e costituendo un nuovo blocco col proletariato, avrebbero conquistato la società civile, fornendo quel consenso delle masse imprescindibile per la futura rivoluzione. Il Partito comunista – secondo la tesi di Augusto Del Noce – applicando alla perfezione il pensiero di Gramsci, si appropriò dunque degli strumenti di formazione del consenso (scuole, case editrici, mezzi di comunicazione di massa), cioè degli intellettuali non come individui, ma come operatori culturali inseriti attivamente nell’organismo sociale.

    E qui si arriva al punto decisivo che varrebbe la pena fare oggetto di serio dibattito in tema di egemonia culturale. Ovvero: come furono convinti dal Pci gli intellettuali? Non certo facendo leva sulla dottrina marxista che suscitava infinite complicazioni e separazioni. Bensì in nome di un valore etico come l’antifascismo, staccato dal contesto storico e innalzato a simbolo di bene assoluto, e per questo indiscutibile a priori. La mistica antifascista sarebbe quindi nata funzionale a un progetto di presa del potere da parte del Pci, e non come valore unificante del popolo italiano.
    Orbene, tenuto conto di questa interpretazione, dopo sessant’anni è giusto fare alcune riflessioni.

    Il tentativo della storiografia comunista e azionista di appropriarsi della Resistenza è iniziato presto e presto ha raggiunto l’obiettivo. Già nel 1954, paradossalmente sul bimestrale dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, Piero Pieri evidenziava gli intenti di quella Storia della Resistenza italiana di Roberto Battaglia, pubblicata da Einaudi l’anno prima, che avrebbe avuto grande influenza all’interno e all’esterno del Pci: una lettura che interpretava l’insurrezione nazionale della classe operaia come «folgorante punto di arrivo» della lotta di liberazione e avverarsi del Risorgimento.
    In pratica, per motivi politici ed egemonici, si consolidava quella endiade antifascismo/Resistenza oggi così difficile da districare. Come bene sintetizza Giuseppe Parlato (Breve Corso di Storia patria, Cidas e Leonardo Facco editore, 2004) la Resistenza doveva diventare l’anima del nuovo Stato, e l’antifascismo, come valore politico e morale, doveva diventare il cemento con il quale costruire la Nuova Italia. Da qui, come ovvia conseguenza, l’invenzione (soprattutto dalla storiografia azionista) di quella liturgia della Resistenza e di quella mistica antifascista che assurgeranno poi a mito fondante della Prima Repubblica.

    Giustizia e libertà
    Ma come si arrivò alla liturgizzazione della Resistenza? Per rispondere prendiamo ancora spunto dal saggio di Parlato, per sottolineare che se da un lato fu il Pci nel dopoguerra a giocare la carta Resistenza in un continuo tira e molla, includendo ed escludendo via via i potenziali alleati (si veda a questo proposito lo studio di Ugo Finetti, La Resistenza cancellata, Ares 2003), dall’altro lato spettò a Giustizia e Libertà incaricarsi di difenderne il messaggio più profondo in chiave morale, soprattutto enfatizzando la netta distinzione tra bene assoluto (la Resistenza) e male assoluto (il “nazifascismo”).

    E per far questo si adottarono diverse strategie: 1) un uso strumentale e pedagogico della storia che prevedeva la gestione monopolistica della documentazione del periodo resistenziale; 2) un’enfatizzazione dell’impegno civile come base fondante del movimento partigiano; 3) un’enfatizzazione della frattura tra l’Italia fascista e quella democratica, con l’idea appunto che la Resistenza fosse l’indiscutibile inverarsi del Risorgimento e il fascismo solo una parentesi nella nostra storia; 4) il rifiuto del pregiudizio anticomunista, cioè in sostanza la cancellazione della categoria del totalitarismo come chiave interpretativa del dilemma tra democrazia e regimi totalitari, perché altrimenti si sarebbe dovuto equiparare “nazifascismo” e comunismo.

    Espulsi dalla storia
    Questi dunque i quattro vizi che condurranno in seguito a una visione storica non includente e quindi non identitaria né condivisa da tutto il popolo italiano.
    Brevemente le distorsioni più vistose: avere in sostanza espulso dalla storia patria, senza appello, tutti quanti aderirono al fascismo, fin negli anni più bui della Repubblica sociale; dover minimizzare il consenso di massa che il fascismo ebbe; dover sottacere l’acquiescenza al regime fascista di molti intellettuali e uomini politici che poi saranno le colonne portanti del nuovo corso; aver espulso dalla storia della Liberazione tutti quei fenomeni resistenziali non allineati con la volgata azionista/marxista e cioè l’apporto delle formazioni cattoliche, liberali, socialiste e monarchiche, nonché la prima resistenza dell’esercito regio (per esempio a Cefalonia) o dei militari internati nei lager.

    E poi a cascata: dover inventare una Resistenza di massa che non ci fu, o meglio se ci fu mobilitazione ampia a sostegno della Resistenza fu, in primis, quella del popolo cattolico contadino del Nord che mantenne le formazioni militari e pagò il prezzo delle ritorsioni, ma i cui meriti si fatica ancora a riconoscere; minimizzare le velleità rivoluzionarie in chiave internazionale che ebbe Togliatti, pronto a immolare porzioni d’Italia sull’altare della palingenesi comunista; nascondere per quarant’anni le vendette partigiane dopo il 25 aprile, proseguite fino al 1948, che costarono la vita ad almeno 15mila persone.

    E poi, in cerchi sempre più ampi: negare i crimini del comunismo, quelli vicini come le foibe e quelli lontani come le purghe staliniste; considerare il “nazifascismo” appunto come il male assoluto, mentre il comunismo come una grande e buona idea, seppur macchiata (però solo in modo contingente) da una perversa applicazione storica; ipotizzare una divisione netta tra bene e male, negando quella zona grigia che invece è tipica dell’uomo in generale e si ritrova anche in quegli uomini che, usciti dal fascismo, si adoperarono per ricostruire l’Italia; mantenere il pregiudizio che esista una élite (militare, politica, giudiziaria) democratica a cui un supremo destino ha assegnato il compito di condurre il popolo.

    E infine: perpetrare l’idea che solo quanti incarnano il mito della Resistenza possano essere annoverati tra i democratici, mentre gli altri debbano essere considerati fascisti tout court; aver voluto costruire una nazione su un valore in negativo, appunto l’antifascismo, e quindi essere stati costretti a tener in vita per sessant’anni il fascismo, o peggio a inventarsi una categoria ontologica ed eterna come l’“ur-fascismo” per tenere in vita il suo contrario. Tutto ciò con la perversa idea che ancora oggi non si possa realizzare una vera alternanza, perché da un lato stanno i democratici e dall’altro i distruttori della democrazia.

    Un’altra data
    La riduzione della Resistenza a sineddoche della più ampia rivoluzione marxista (con tutti i vizi sopra esposti) e l’utilizzo dell’antifascismo come strumento per instaurare un’egemonia utile alla rivoluzione contrastano ovviamente con l’idea che il 25 Aprile possa essere celebrazione fondante dell’identità nazionale.
    Nonostante gli sforzi e i soldi impegnati per oltre mezzo secolo, tesi alla ricostruzione forzata di una artificiosa memoria comune secondo le procedure che abbiamo fin qui accennato, la data resta fonte di forti divisioni. Non certo per revanchismo della destra. Al contrario, perché è stata fin da principio piegata a interessi di parte.
    Prendere coscienza di ciò sarebbe un primo passo.

    Il secondo, scandaloso ma coerente, sarebbe non sostenere con soldi pubblici “i centri di produzione del consenso”. Poiché l’antifascismo è assurto a dogma fondativo della patria per il disegno egemonico comunista (e ancora oggi in questo senso se ne fa uso), tanto vale inaridire le fonti da cui scaturisce questa distorsione interpretativa che è – si badi – di tipo politico e non storico. Sul piano storico negli ultimi tempi un sano revisionismo da entrambe le parti ha invece prodotto effetti positivi.

    Terzo, varrebbe la pena di sforzarsi a trovare per il futuro una ricorrenza meno conflittuale del 25 Aprile. Compito difficile, considerata la storia del nostro paese, ma indispensabile per non radicare all’infinito inutili divisioni. D’altronde, ha ricordato Andrea Ungari sull’ultimo numero di Nuova Storia Contemporanea, l’identità italiana esiste a dispetto del fascismo, di due guerre mondiali, di un disastroso armistizio, di una guerra civile durata due anni. E pure a dispetto della mistica antifascista.
    Esiste, c’è, significa che si fonda su valori ulteriori o non sempre coincidenti con quelli fin qui maneggiati dalla sinistra comunista e postcomunista.

    http://www.ildomenicale.it/approfond...ofondimento=14

  2. #2
    anticomunista
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    Predefinito

    25 Aprile: una data strumentalizzata. Che non può fondare una nazione

    Come e perché la Resistenza perse i connotati storici e assunse quelli liturgici di un fenomeno che doveva diventare il mito fondatore del nuovo Stato. Il ruolo politico del Partito Comunista e quello moralizzatore di Giustizia e Libertà

    di Giuseppe Parlato

    Prima di analizzare, per sommi capi e in termini assolutamente sintetici e divulgativi, la questione della Resistenza – dopo sessant’anni, una sorta di “nervo scoperto” della cultura, della politica e della storia del Novecento italiano – analizzandone soprattutto l’aspetto fattuale, senza potere e dovere dimenticare di corredare i fatti di una buona dose di spiegazione circa i motivi, le ragioni che hanno consentito che i medesimi si svolgessero in quei termini, occorre fare una puntualizzazione, insieme semantica e di merito, su alcuni aspetti preliminari alla questione.

    Si può partire, nella interpretazione del fenomeno resistenziale, dalla riflessione di Claudio Pavone circa l’esistenza di tre guerre tra il 1943 e il 1945: la guerra patriottica, combattuta dai partigiani per cacciare l’invasore tedesco; la guerra civile che contrappose partigiani e fascisti, e infine la guerra sociale, quella combattuta dalle formazioni comuniste contro il fascismo e contro tutti coloro, anche partigiani, che in qualche modo erano ritenuti elementi reazionari e che in diversa misura avrebbero potuto impedire il radicale rinnovamento della società italiana (1). La lettura di Pavone è interessante essenzialmente per due motivi. Da un lato è il primo studioso, a sinistra, ad utilizzare il termine di “guerra civile”: è noto infatti che la definizione di guerra civile – con la quale Pisanò titolò i tre volumi di una delle più documentate e interessanti letture da destra della guerra civile (2) – risultava inaccettabile ad una interpretazione militante e mitica del fenomeno resistenziale, in quanto poteva indurre a porre in qualche modo sullo stesso piano, come combattenti e come italiani, sia fascisti che partigiani (3). Dall’altro perché Pavone fa luce su uno dei tabù più radicati nell’ambito della memorialistica partigiana: le vendette e gli scontri interni alla resistenza, spesso condotti per portare a termine un disegno ideologico di stampo comunista, sul quale altre correnti della resistenza (badogliani, cattolici, ecc.) non potevano essere certamente d’accordo.

    Un altro elemento sul quale andrebbe compiuta una riflessione è la consueta e consolidata identità tra antifascismo e Resistenza, termini spesso sovrapposti e confusi. Vi sono, in realtà, elementi comuni e fattori di diversità fra i due momenti dell’opposizione al fascismo. L’antifascismo è molteplice e sostanzialmente equilibrato nella sua molteplicità; nell’antifascismo forte è la componente prefascista, una componente per lo più moderata, di tradizione liberale e democratica, legata al messaggio risorgimentale, con forti perplessità sugli obiettivi del Partito Comunista; anche nella emigrazione politica a Parigi, all’interno della Concentrazione, i rapporti fra questo antifascismo e il Pci non furono mai idilliaci e soltanto con la guerra di Spagna si verificò un avvicinamento tattico; lo stesso antifascismo democratico imputava al Pci la disinvoltura con la quale intratteneva rapporti con esponenti del fascismo di sinistra attraverso gli “appelli ai fratelli in camicia nera”.

    La Resistenza appare immediatamente un fenomeno diverso: è un movimento organizzato, dotato di una forte struttura territoriale, anch’esso composito tra le varie “anime” politiche ma la prevalenza militare, organizzativa, ideologica e infine anche numerica delle Brigate Garibaldi sulle altre formazioni fu sempre e costantemente evidente e decisivo ai fini dell’esito della guerra civile. Se si possono individuare due elementi comuni – l’assenza, in entrambi, di una comune base ideologica, prevalendo l’elemento “anti” su quello propositivo; il fatto di essere, entrambi, fenomeni di élite, non avendo mai raggiunto, se non dopo il 25 aprile, le dimensioni di massa – un terzo elemento è, a nostro avviso, decisivo per stabilire una non sempre evidente continuità fra antifascismo e Resistenza. Se coloro che animarono l’antifascismo, sia durante l’avvento del regime di Mussolini, sia negli anni del fuoriuscitismo, erano, lo si è già detto, anagraficamente e culturalmente di formazione prefascista, coloro i quali, invece, parteciparono alla Resistenza erano in buona misura giovani di leva, per sfuggire alla quale si erano rifugiati sulle montagne. Costoro avevano avuto un’educazione sostanzialmente fascista e i più preparati di loro erano passati attraverso i Gruppi universitari fascisti (Guf), attraverso le Scuole di preparazione politica del Pnf o addirittura attraverso i corsi della Scuola di Mistica fascista.

    In altri termini, costoro si erano preparati alla politica attraverso le strutture fasciste negli anni successivi alla guerra di Etiopia e avevano percorso, ciascuno, il proprio “lungo viaggio” attraverso il fascismo, viaggio che partiva, generalmente, dalle rive della sinistra fascista per giungere al Pci: ciò che caratterizzava tale trasmigrazione considerata frettolosamente, da parte fascista, frutto di mero opportunismo e di calcolo, fu proprio la comune propensione per la svolta totalitaria che accomunava fascisti di sinistra e comunisti. Nonostante la guerra civile, fu la sinistra fascista – dopo e nonostante Salò – a fornire alla struttura organizzativa e culturale del Pci la maggior parte della classe dirigente (4).

    In questa essenziale e non trascurabile trasmutazione genetica dell’antifascismo – da democratico a totalitario, con l’immissione dei giovani ex fascisti – sta una delle chiavi di lettura della evoluzione della storia dell’Italia postbellica, della centralità rivoluzionaria acquisita dalla Resistenza, interpretata sempre più in chiave palingenetica e morale, e, infine, della questione circa la continuità o la discontinuità dello Stato italiano tra fascismo e postfascismo.

    Il ruolo della Resistenza
    Vi sono alcuni dati che apparvero acquisiti nel cinquantennio repubblicano a proposito del rapporto fra l’antifascismo e la caduta del regime. Significativa, a tale proposito, la funzione determinante, secondo molti storici a cominciare da Paolo Spriano (5), degli scioperi del 1943 per segnare e determinare la fine del regime. I fatti sono noti. A Torino e a Milano, tra il marzo e l’aprile 1943, in molte fabbriche si determinarono interruzioni dal lavoro: un fatto certamente inusuale e clamoroso, perché, come è altrettanto noto, il regime proibiva sia lo sciopero che la serrata. Pochi comunisti, organizzati in termini elementari ed embrionali, riuscirono a mettere in scacco quel che restava del sistema produttivo fascista e a costringere il regime a concedere quegli aumenti salariali che erano già stati promessi dal regime alla fine del 1942, in occasione del Ventennale della Marcia su Roma. Questo episodio, enfatizzato dalla storiografia di scuola marxista, avrebbe determinato la stessa caduta del regime, trasformando l’adesione allo sciopero in protesta attiva contro la guerra e il fascismo.

    In questa ricostruzione tuttavia qualcosa non funziona: intanto gli scioperi non si svolsero soltanto a Torino e a Milano ma si estesero a molte microaziende, da Palermo a Viareggio, dall’Emilia al triangolo industriale (Novara, Vercelli, ecc.). Gli scioperi si verificarono, cioè, anche in zone diverse da quelle dove l’attivismo comunista era operante, mentre in una città dove i nuclei comunisti erano forti, Genova, grazie ad una politica di aumenti salariali operata dalla Ansaldo, l’astensione dal lavoro non si verificò (6).

    In realtà, si trattò di scioperi di carattere essenzialmente economico che ebbero una importante valenza politica per almeno tre ragioni: perché mettevano in evidenza la crisi di struttura del regime, incapace di fare fronte allo stillicidio dei bombardamenti delle aziende e alla conseguente insicurezza dei lavoratori; perché furono i primi scioperi da vent’anni, dopo che il regime aveva dimostrato che era possibile realizzare una certa dinamica sociale anche senza il ricorso allo sciopero; perché i nuclei comunisti si inserirono in questa situazione e la sfruttarono alla meglio per dimostrare come un pugno di uomini determinati fosse riuscito a “preparare” la caduta del regime. Evidentemente non riuscirono a trasformare quell’episodio nella spallata finale al regime agonizzante, perché il crollo del fascismo si verificò tre mesi più tardi e del tutto indipendentemente dalle pressioni popolari, meno che mai riconducibili agli scioperi. Tuttavia, per molti anni, la tesi “ufficiale” di buona parte della storiografia ha messo in stretta relazione le astensioni dal lavoro con la fine del regime, sottacendo – o riducendo di importanza – il ruolo dei militari, del Sovrano e degli ambienti di corte nella caduta di Mussolini.
    Si ponevano così le basi, per la storiografia marxista, di un progetto di ricostruzione storica degli eventi finali del regime nel quale non già il Palazzo con i militari e con il Re avevano fatto cadere il Duce, bensì la spinta popolare, la sollevazione della opinione pubblica, la nascita di un antifascismo preresistenziale che in realtà, avendo determinato la caduta del regime, poteva avanzare pretese e legittimazioni nel vedersi affidare il potere dopo la fine della guerra.

    La Resistenza, così, non era più un fatto isolato, ma si saldava con l’antifascismo fuoriuscito e con quello che contrastò il fascismo negli anni Venti, acquisendo piena giustificazione storica e morale. Nasceva, con l’episodio degli scioperi, il modello al quale si sarebbe stati abituati nel dopoguerra, di una Resistenza, cioè, liturgica e completamente saldata con la storia precedente, tendenzialmente operaistica.

    La necessità di valorizzare oltre misura gli scioperi del 1943 dipendeva anche da un altro fattore: le modalità con cui cadde il fascismo. Nonostante il progressivo scollamento del fronte interno, nonostante l’andamento sempre più disastroso del conflitto, nonostante il distacco sempre più evidente tra il regime e la popolazione, sottoposta a privazioni, a incursioni aeree, a mancanza di lavoro, il regime fascista non cadde su iniziativa popolare ma in seguito a una strategia seguita dagli ambienti militari e dalla corona finalizzata a liquidare Mussolini e fare uscire l’Italia dal conflitto. Trovato un appiglio costituzionale (il Gran Consiglio), il Re riuscì a fare leva sul sincero atteggiamento costruttivo di Grandi e di altri gerarchi fascisti, i quali volevano un fascismo moderato, conservatore, in grado di lasciarsi presto alle spalle dittatura, stato totalitario e partito unico, per avere soprattutto un fascismo senza Mussolini. Dopo la seduta del 24-25 luglio 1943, nella quale l’ordine del giorno Grandi – che prevedeva il ripristino delle prerogative statutarie e il ritorno al Re del comando delle forze armate – il Re liquidò Mussolini, facendolo arrestare a Villa Savoia, lo sostituì con Badoglio e gettò, nei 45 giorni, le basi per la capitolazione dell’8 settembre.

    In tutto ciò, il popolo, l’insurrezione popolare, lo sdegno di un popolo da vent’anni in catene non ci furono. Ci furono il giorno dopo, quando la folla si riversò nelle strade per manifestare soddisfazione per la fine della dittatura, ma soprattutto certezza che la guerra fosse agli sgoccioli. La volontà di pace si sommava alla sfiducia nel fascismo: che tuttavia quello del 25 luglio dovesse essere un passaggio costituzionale e non una camuffata insurrezione, era chiaro a Grandi che infatti si preoccupò non poco e capì che tutto era compromesso non appena gli giunsero le notizie delle prime manifestazioni di piazza e dei primi atti di giustizia sommaria nel confronti del fascisti (7).

    La stessa scelta a favore della Resistenza da parte di molti giovani è stata ampiamente mitizzata, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi. Ai trecentomila, “un popolo alla macchia” come titolava enfaticamente Luigi Longo, dell’aprile 1945, quando non era difficilissimo essere partigiano e ai cinquecentomila “brevettati” partigiani nei mesi successivi la Liberazione, quando era opportuno essere stato partigiano, corrispondevano “soltanto” 30 mila uomini in montagna nel marzo 1944 a far la scelta della clandestinità, quando, negli stessi mesi, erano arruolati nelle forze armate della Rsi 350 mila uomini. E’ impressionante considerare come in un mese, dal marzo all’aprile, i partigiani aumentino a 44 mila, mentre un mese dopo ancora, i primi di maggio, sono già diventati 82 mila (8). Tale vertiginoso aumento della forza partigiana fu determinato non tanto da un repentino e cospicuo mutar d’orientamento da parte della pubblica opinione, quanto più semplicemente dai bandi della Rsi e cioè da quella leva obbligatoria che Mussolini e Graziani imposero come elemento essenziale per potere configurare la Rsi come uno Stato nazionale a tutti gli effetti, contraddicendo le ipotesi di chi (Pavolini fra tutti, ma anche Borghese) avrebbero preferito puntare su un esercito di volontari, politico o no. E’ indubbio quindi che l’ingrossamento delle formazioni partigiane dipese, in buona misura, dalla coscrizione obbligatoria imposta da Salò. La tesi della “zona grigia”, formulata da De Felice, attiene anche a questo specifico aspetto: fascisti e partigiani furono due minoranze contrapposte, rispetto ad una popolazione che non voleva più saperne di combattere. Il Bando Graziani si abbattè sulla zona grigia, inducendo molti che non si erano ancora esposti o che non avevano fatto ancora una scelta chiara, a scegliere; e spesso furono proprio i bandi fascisti a determinare indicazioni di ordine etico-politico nella popolazione, soprattutto nei giovani.

    In termini qualitativi, va ricordato che la scelta di andare a Salò o in montagna, come lentamente inizia ad essere osservato da molti, dipese dai motivi più vari, non sempre riconducibili a ragioni di carattere politico. Oltre alla storiografia (9), anche nella letteratura di parte resistenziale si trovano accenni alla casualità di molte scelte, partigiane o fasciste. A tale proposito spesso viene citata solo una battuta di Calvino messa in bocca al partigiano Kim (“basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte”); tuttavia, ben più significativo è il più lungo brano riportato all’inizio del medesimo volume: “Per molti miei coetanei era stato solo il caso a decidere da che parte dovessero combattere; per molti le parti tutt’a un tratto si invertivano, da repubblicani diventavano partigiani e viceversa; da una parte e dall’altra si sparavano e si facevano sparare; solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile” (10).

    E, d’altra parte, non poteva essere diversamente se si pensa alla comune matrice politica della generazione della guerra civile – come già si è cercato di dimostrare – e se si pensa alla assoluta assenza di rapporti fra i primi fuorusciti che rientrano nel 1943 per provvedere alla costituzione di focolai di insurrezione e la base popolare, che della presenza di antifascisti operanti intorno e subito dopo il 25 luglio mai si era accorta, salvo i diretti interessati e le loro famiglie, ma non sempre. L’assenza, poi, nell’Italia settentrionale di strutture in qualche modo collegate col Regno del Sud rendeva particolarmente complessa la scelta tra andare in montagna con i partigiani o aderire ai bandi della Rsi. Per chi non avesse una personalità politica formata e strutturata o per chi non avesse avuto in casa un evento, un lutto politico che facesse pendere decisamente la scelta verso l’una o l’altra parte, si trattava comunque sempre di una scelta eversiva. Eversiva la scelta partigiana, per evidenti motivi anche logistici (l’andare in montagna) e per altrettanto evidenti motivi politici: la scelta rivoluzionaria, spesso comunista, la volontà di riedificare un’Italia nuova che rompesse i rapporti non solo col fascismo ma con i conservatori e i moderati di ogni tipo; ma eversiva anche la scelta a favore della Rsi, soprattutto se si pensa che difficilmente la popolazione era in grado di cogliere quelle linee di continuità tra l’Italia fino al 1943 e la Rsi, che oggi molti storici (ma non tutti) tendono a riconoscere. Eversiva, poi, la scelta per il fascismo repubblicano, nella misura in cui, anche visibilmente, rappresentava una rottura istituzionale con la continuità della storia d’Italia e della sua tradizione monarchica: si pensi, solo per fare qualche esempio significativo, alla sostituzione delle stellette con i gladi e alla dura polemica contro Vittorio Emanuele III e la casa “Savoja” (indicata così per sottolinearne in qualche modo l’origine “straniera”) o, nella versione più offensiva, “Saboia”.

    In sostanza, si può dire che l’unica scelta non eversiva, all’interno del movimento di resistenza al fascismo e al nazismo, fu effettivamente costituita dalle centinaia di migliaia di soldati che, sorpresi l’8 settembre dall’armistizio, scelsero di confermare, nonostante tutto, la scelta a favore della istituzione monarchica, in quanto continuità nella tradizione dello Stato: coloro che divennero IMI (Internati militari italiani) operarono, nel biennio della guerra civile, una resistenza della quale poco si è sinora parlato che fu svolta in condizioni di assoluta difficoltà, nei campi di internamento tedesco, e che non è mai stata considerata politicamente corretta perché non sostenuta dall’ideologia che invece caratterizzò la maggior parte degli aderenti al movimento partigiano (11). Inoltre, forte era la diffidenza della Resistenza (più quella azionista di Giustizia e Libertà, che quella comunista) nei confronti delle strutture del passato, a cominciare dall’esercito: gerarchica e conservatrice, pesantemente collusa col fascismo, istituzionalmente legalitaria, necessariamente apolitica, la struttura militare impediva quella libera espressione delle volontà politiche che GL poneva al centro dell’ “essere partigiano” (12).

    Quindi, casualità della scelta, in molti casi. La scelta dell’amico, la situazione territoriale nella quale chi doveva scegliere si veniva a trovare, l’avere assistito a eventi di sangue particolarmente efferati, fecero in molti casi pendere la bilancia verso una o l’altra soluzione. E ciò smentisce l’idea – che tradizionalmente è stata proposta – di un popolo compatto che non ha dubbi sulle scelte e che condanna, prima moralmente che politicamente, il fascismo per dare alla Resistenza in atto il senso di una rivolta rigeneratrice di tutta una popolazione, tesa a costruire un’Italia nuova, ovviamente comunista. Sicuramente, poi, la scelta della montagna fu determinata anche dalla forte struttura delle brigate Garibaldi, braccio armato del Pci, le quali meglio e più delle altre formazioni seppero attirare consensi e militanza, mostrando una efficienza, una disciplina e una ferrea metodologia di azione che apparivano le condizioni ottimali – anche per chi, almeno all’inizio, comunista non era – per giungere agli obiettivi che il movimento partigiano si era prefissato.

    Perché quindi la storiografia marxista (ma non soltanto questa), per decenni ha accreditato un’immagine diversa, monolitica, eroica, morale della Resistenza? Non soltanto per una necessità di partito: certamente, ebbe un ruolo anche l’orgoglio del Pci di essere non soltanto l’unico partito che seriamente era stato organizzato durante il regime, di essere il primo ad avere impostato un minimo tentativo (anche se fallito) di creare le condizioni per una insurrezione popolare, di essere, infine, il più efficiente soggetto una volta costituite le organizzazioni partigiane; e, ancora, di essere il più lucido progettualmente tra quelle forze politiche che avevano deciso di combattere il fascismo e il nazismo: perché, anche questo va detto, più o meno inconsapevolmente, le forze laiche (“Giustizia e Libertà”, in primo luogo, ma anche i cattolici e soprattutto i “badogliani”) si resero rapidamente conto che l’obiettivo, naturale e ovvio, di vincere la guerra civile poteva diventare in realtà la vittoria del solo Pci. In altri termini, abbastanza presto si pose il problema della unità delle forze della Resistenza che, reale – anche se con molte eccezioni – nella fase operativa della guerra civile, diventava problematica una volta che si dovesse stabilire chi avrebbe beneficiato politicamente della vittoria.

    Tornando alla domanda posta poc’anzi, la risposta va individuata anche e soprattutto dal punto di vista politico: l’immagine coesa, unitaria, monolitica della Resistenza era indispensabile affinché il fenomeno partigiano non si esaurisse nel volgere, breve o lungo che fosse, corso della guerra civile stessa. Se la Resistenza doveva diventare l’anima del nuovo Stato, se l’antifascismo come valore politico e morale doveva diventare il cemento col quale si poteva costruire la Nuova Italia, se il movimento partigiano non era soltanto sporadico ed occasionale soggetto combattente ma in realtà la nuova aristocrazia sulla quale si doveva basare la nuova classe dirigente nata, appunto, dalla Resistenza, allora la Resistenza doveva a poco a poco perdere i propri connotati storici ed assumere quelli liturgici di un fenomeno che doveva diventare il mito fondante del nuovo Stato (13).

    Tre esempi
    Vi sono tre episodi, drammatici e spaventosi, che in qualche modo sono diventati – giustamente – simbolici e paradigmatici per la portata umana dell’evento, per la tragicità dello svolgimento e, infine, per le conseguenze politiche che, in misura diversa, ebbero. L’economia del testo che qui si presenta, impedisce che si proceda a un’analisi dettagliata dei tre avvenimenti: ci si limita a presentarli e a discuterne le conclusioni alle quali la recente storiografia è pervenuta. Si tratta delle quattro giornate di Napoli (28 settembre – 1° ottobre 1943), dell’attentato di Via Rasella a Roma, che, com’è noto, ebbe come conseguenza le Fosse Ardeatine (23 marzo 1944) e la strage di Sant’Anna di Stazzema (12 agosto 1944). Se ne potrebbero prendere altri in considerazione, ma questi tre episodi rappresentano bene la costruzione del mito resistenziale, oltre e talvolta “contro” il metodo storico d’indagine.

    I tre eventi citati sono stati variamente interpretati dalla storiografia, e su questo torneremo, ma hanno un dato in comune: si tratta di eventi sui quali, sessant’anni dopo, non si è fatta ancora piena luce: contraddizioni, silenzi, difficoltà di reperire fonti. E quando, più sul versante giornalistico che da quello storico accademico, si è tentato, con diversi risultati, di fare ulteriore luce sugli avvenimenti, su tali tentativi è calata una spessa coltre di silenzio, quasi che di alcuni episodi non si possa ancora parlare appieno. Ovviamente, di questi tre drammatici episodi, resta la versione più o meno ufficiale, che comunque rientra nella logica della liturgizzazione della Resistenza, perché espunge tutti i nodi e tutte le difficoltà interpretative che ogni episodio porta inevitabilmente con sé. Ovviamente, questa, come già si è detto, non è la sede per una discussione approfondita delle tre questioni: e neppure chi scrive dichiara di consentire con tutto ciò che gli studi recenti su questi tre avvenimenti hanno fatto emergere, sia in termini di racconto storico, sia in termini interpretativi. Semplicemente, si vuole mettere in evidenza che talune tematiche appaiono coperte da una sorta di riserbo, per comprendere il quale basta fare riferimento, a mio avviso, alle modalità con le quali la Resistenza è stata costruita come mito fondante la nuova società (14). Ovviamente, è inutile andare a cercare le problematiche controverse su questi temi in pubblicazioni a scopo didattico, dove forse sarebbe necessario dare indicazioni non definitive, bensì aperte e criticamente aggiornate.

    Sulle giornate napoletane dal 28 settembre al 1° ottobre – giustamente celebrate come ricorrenze nazionali – il libro di Enzo Erra, Napoli 1943. Le quattro giornate che non ci furono, Longanesi, Milano 1993, rappresenta uno studio assai documentato che viene spesso citato, proprio a proposito delle sue parti documentarie, ma ne viene omessa curiosamente la tesi di fondo; la quale si può così sintetizzare: gli scontri a Napoli contro i tedeschi iniziarono il pomeriggio del 28 settembre e si conclusero la sera del 29, perché i tedeschi iniziarono la ritirata già dal 27 e il 28 erano rimasti a Napoli non più di 200 – 300 soldati tedeschi. Il deflusso continuò tra gli scontri, ma la mattina del 30 i tedeschi avevano già lasciato la città. Per cui, il 30 e il 1° ottobre – le ultime due giornate dell’insurrezione – i napoletani non avevano più da combattere contro i tedeschi, bensì contro i nuclei di fascisti contro i quali si accese una immediata caccia all’uomo.

    E’ significativo, aggiunge l’Autore, che nessun alto ufficiale tedesco, americano o inglese abbia mai parlato, nei propri memoriali, dell’avvenimento, quasi che potesse passare inosservato. Ma l’Autore aggiunge che anche i protagonisti non hanno mai avuto molta voglia di parlare dell’accaduto: il numero dei partecipanti è controverso, nelle fugaci testimonianze vi sono allarmanti errori di data, non esiste un diario degli avvenimenti (15).

    Secondo Erra, è sintomatico che si siano celebrate le giornate di Napoli della fine settembre, che avrebbero portato alla fuga dei tedeschi già in ritirata, mentre invece si è rimosso, passandolo sotto silenzio, il comportamento dell’esercito italiano che, regolarmente agli ordini dei propri comandanti, tra il 9 e l’11 settembre, tentò di sbarrare la via ai tedeschi che stavano entrando in città dopo la divulgazione della notizia dell’armistizio. In quel caso, non fu la tanto sospirata “insurrezione popolare” da mettere come suggello ad una Resistenza ipotizzata come momento insurrezionale di popolo, ma fu quell’esercito italiano, regolare e fedele al Re, che pur in assenza di ordini specifici, aveva deciso di impedire l’occupazione della città, reagendo, come il messaggio di Badoglio aveva chiarito, “ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Anche se in quella circostanza la partecipazione dei civili all’azione fu pressoché nulla e anche se, con ordini adeguati alla circostanza da parte degli alti comandi, si sarebbe potuto fare di più per impedire ai tedeschi la rapida conquista della città, pure tre giorni di lotta ci furono. I tedeschi non si impadronirono di Napoli senza colpo ferire, come avvenne in molte altre città italiane: per tre giorni i loro sforzi furono contenuti e bloccati. Il presidio di Napoli tenne la posizione e la teneva ancora quando, in tutto il resto d’Italia, la situazione era già abbondantemente compromessa (16).

    Del resto, lo stesso Roberto Battaglia, che sulla Resistenza ha scritto un volume ormai classico ma anche abbondantemente superato nelle interpretazioni, afferma che è praticamente impossibile ricostruire le giornate di Napoli nel dettaglio, a causa della estrema frammentarietà delle operazioni, sottolineando per altro l’esiguità del presidio superstite tedesco fin dal primo giorno dell’insurrezione (17).
    Consegnato alla leggenda, ma non ancora alla storia, l’episodio napoletano fu immediatamente considerato come il primo esempio di quello che poi accadde in altre parti d’Italia, sintomo e segno di un popolo che, dopo vent’anni di dittatura, solleva la testa e insorge contro l’odiato nemico. Funzionale, quindi, alla ricostruzione politica che se ne fece, secondo la quale il fascismo non era stato battuto essenzialmente dalle armi straniere ma dal popolo italiano (18).

    Il secondo episodio, sul quale non tanto la storia, quanto il cinema e i tribunali, si sono soffermati a lungo, è quello di Via Rasella a Roma. I fatti, in parte, sono noti: il 23 marzo 1944, XXV anniversario della fondazione a Milano dei fasci di combattimento, una delle feste “storiche” del fascismo, una carica di esplosivo viene collocata in un carretto per l’immondizia, lasciata in via Rasella, nel centro di Roma, e fatta esplodere nell’imminenza del passaggio, per quella via, di una colonna del Battaglione Bozen, formato da soldati italiani altoatesini, richiamati alle armi, al comando di ufficiali tedeschi. Muoiono 42 persone, di cui una trentina soldati e gli altri civili romani che casualmente si trovavano nei pressi della deflagrazione. 105 sono i feriti, alcuni dei quali moriranno, tempo dopo, per le ferite riportate. L’azione partigiana risultò essere un “ripiego” rispetto al progetto originario, che era quello di “ricordare” la ricorrenza fascista mettendo una bomba davanti all’uscita del cinema Adriano, in Piazza Cavour, dove si celebrava un comizio in ricordo dell’evento. Tale ipotesi fu quindi scartata a causa dell’imponente servizio d’ordine e pertanto si decise per un’azione dimostrativa che avrebbe provocato un’immediata reazione tedesca.

    Lo scopo politico di tale azione era evidente: creare un clima di guerra civile e provocare la prevedibile rappresaglia. In effetti, nonostante che fin dal 18 ottobre 1943, con l’uccisione del primo fascista nella capitale, la resistenza avesse tentato di creare un clima di tensione, la città era rimasta sostanzialmente estranea alla violenza che invece caratterizzava altre città del nord: anzi, proprio queste sporadiche azioni di guerra civile contro il singolo fascista finivano col danneggiare lo stesso movimento partigiano perché suscitavano nei romani soprattutto un senso di fastidio. Il Cln romano, ad esempio, diviso e incerto, non riusciva a prendere l’iniziativa politica nella città (19). In questo quadro, va poi tenuto presente il ruolo assolutamente minoritario del Pci. Il vario panorama della Resistenza romana presentava la componente monarchico-badogliana come la più forte politicamente, poi veniva quella azionista e infine quella legata al gruppo di Bandiera Rossa, un gruppo fortemente contrario all’egemonia del Pci a sinistra e molto ben strutturato sul territorio.

    L’azione ideata da Amendola ed eseguita dalla Capponi e da Bencivenga aveva quindi lo scopo di alzare il livello della tensione a Roma e, contemporaneamente, qualificare il Pci come una delle forze determinanti della Resistenza romana; indubbiamente lo scopo fu ampiamente raggiunto. Tuttavia, su questa azione, che fu il preludio alla orrenda strage delle Fosse Ardeatine, molte cose sono, dopo quasi sessant’anni, ancora stranamente oscure. Intanto quante e chi furono le vittime civili dell’azione partigiana; il numero esatto e i nomi dei partecipanti dei Gap all’azione; il vero ruolo di Giorgio Amendola; come morì l’uomo di Pietro Secchia, Tito Rezza, il cui nome è stato cancellato dall’albo d’oro della Resistenza. Inoltre, secondo alcune ipotesi, non si sono mai chiarite le collusioni tra la sinistra – soprattutto i socialisti – e gli ambienti della questura romana durante la Rsi (in particolare con il vicequestore Carretta, oggetto del linciaggio a liberazione di Roma avvenuta, e con la famigerata banda Koch, specializzata nella cattura degli azionisti) (20).

    Oltre a ciò risulterebbe interessante sapere qual è stato il ruolo del gruppo di Bandiera Rossa in tutta la vicenda; non è molto chiaro se vi fu connivenza o fu invece una sorta di trappola. Sta di fatto che il gruppo estremista romano pagò il prezzo più alto alle Fosse Ardeatine, in quanto ben 68 dei 335 massacrati nelle cave appartenevano a Bandiera Rossa, mentre 52 appartenevano al Partito d’Azione e 30 al Centro militare clandestino di orientamento monarchico (21).
    E’ indubbio che la rappresaglia tedesca mutò radicalmente il volto della Resistenza romana. Il Pci non soltanto si liberò di una pericolosa forza alla propria sinistra, che avrebbe potuto condizionarlo, ma si liberò contemporaneamente sia della forte componente azionista che ambiva a diventare il perno dell’antifascismo romano – con un forte legame col Risorgimento e sicuramente in posizione nettamente antimarxista – sia di quella badogliana, che aveva in Cordero di Montezemolo (anch’egli caduto alle Fosse Ardeatine) il personaggio più rilevante in assoluto, in grado di mantenere i rapporti con il Regno del Sud e soprattutto in grado di provvedere al coordinamento delle forze della resistenza a Roma non già sotto il controllo del Pci, bensì sotto quello del governo italiano.

    E’ significativo che, dopo quasi sessant’anni dagli avvenimenti, un evento così rilevante come la strage di via Rasella abbia ancora una serie così evidente di problemi, di dubbi e di contraddizioni. Ed è ancora più significativo che tali questioni non vengano che raramente affrontate in termini storici ma semplicemente sollevate da giornalisti che realizzano inchieste, più o meno esatte dal punto di vista della ricostruzione storica, e successivamente cadano nel silenzio.
    Il terzo ed ultimo caso è quello dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Anche in questo episodio emerge la ottusa e sanguinaria follia di chi volle e realizzò la rappresaglia verso una popolazione inerme; ma, anche in questo caso, soltanto una ricostruzione puntuale realizzata a 54 anni dagli avvenimenti, spiega in maniera dettagliata le modalità dell’evento, indicando altresì i veri colpevoli (22). Ma, oltre a ciò, il lavoro di Paoletti dà una serie di informazioni inedite, che spostano i termini del giudizio che precedentemente si era costruito sulla strage e rendono, anche in questo caso, più complessa e articolata la verità.

    In primo luogo l’Autore smentisce il primo caposaldo dalla interpretazione ufficiale della strage: la volontà tedesca di effettuare realmente terra bruciata attorno alla zona di Sant’Anna. Secondo Paoletti, i tedeschi non erano preparati per una strage di dimensioni enormi quale quella effettivamente realizzata, ma piuttosto di effettuare un ridispiegamento di forze nelle retrovie; e la conferma a ciò sarebbe data dal tipo di unità impiegate nell’azione e soprattutto nel tipo di armamento e di equipaggiamento, assolutamente inadatto per un’azione così complessa (23).
    In secondo luogo, Paoletti mette in rilievo il ruolo del movimento partigiano locale, il quale avrebbe coperto i manifesti con i quali i tedeschi invitavano la popolazione ad evacuare la zona con altri manifesti che incitavano la popolazione a restare nelle proprie case certi della difesa che ad essi avrebbero dato i partigiani stessi (24).

    Il massacro sarebbe avvenuto a causa di un accidentale colpo di fucile sparato da un civile e non per un piano programmato da Reder. La documentazione che Paoletti porta a conforto della propria tesi (che, tra l’altro, fu la prima ipotesi presa in considerazione “a caldo”, poi abbandonata per ragioni di carattere essenzialmente politico) è vasta e puntuale (25). E la conclusione è netta: “Allo scenario accreditato da tutti gli storici, per il quale l’eccidio è il risultato di un piano terroristico programmato dai vertici militari germanici ed eseguito dal maggiore Walter Reder, ne dobbiamo sostituire un altro, dove è il fato a segnare la sorte degli abitanti del villaggio di Sant’Anna e delle sue borgate” (26).
    Anche il – purtroppo marginale – conteggio dei morti a Sant’Anna pone dei problemi: la cifra di 560, ufficialmente proposta e universalmente acquisita, è in realtà difficilmente accettabile. Paoletti propone, invece, un nuovo conteggio delle vittime, sulla base di un raffronto fra i cadaveri e i nomi: 362 a Sant’Anna, 8 a Capezzano, 6 a La Mulina e 13 a Valdicastello (27). Infine l’Autore propone anche i nomi dei veri responsabili dell’eccidio, due ufficiali che, a causa della piega presa dalle inchieste, sono riusciti a sfuggire alla giustizia e sono morti tranquillamente nel proprio letto (28).

    La tesi prevalente ed ufficiale è stata quindi quella di scaricare su Reder l’intera responsabilità della vicenda; è chiaro che Paoletti non intende sminuire la responsabilità tedesca nella strage: la strage ci fu e fu spaventosa. Tuttavia, ciò che interessa ai fini del nostro discorso è che “da quel lontano 1945 sulla rappresaglia decisa a caldo è calato uno strano, inquietante silenzio. Secondo la verità costruita dagli organi di informazione e ripresa dalle autorità comunali e dall’opinione pubblica toscana e italiana c’era un solo colpevole, così sfuggente da essere scampato anche dalla giustizia militare. Riproporre la tesi del ferimento del soldato tedesco come scintilla per l’esplosione della rappresaglia è un fastidioso incomodo per la teoria di moda, quella di un Reder esecutore di ordini studiati a tavolino” (29).
    Con questi tre esempi di storia controversa non si vuole gettare fango sulla Resistenza, ma semplicemente ricordare quanti sono i casi nei quali la ricerca storica è carente. E’ evidente che uno Stato appena nato voglia legittimarsi agli occhi degli intellettuali e dei partiti e quindi si ponga in termini molto ideologizzati: e non voglia approfondire talune tematiche che, se risolte e scoperte, potrebbero gettare nuova luce e trasformare le ipotesi in elementi veritieri. Tuttavia, l’impressione è che dopo diversi decenni, tali preoccupazioni dovrebbero lasciare il posto ad una più serena e scientifica metodologia di approccio a momenti tra i più spaventosi che l’Italia abbia vissuto.

    Quale Resistenza?
    La lettura azionista della Resistenza ha comprensibili responsabilità sulla sua “liturgizzazione”. E ciò perché, mentre il Pci inizia già dalla fine del 1945 ad “aprire” ai fascisti, compresi quelli che erano andati a Salò, e, in particolare, ai sindacalisti fascisti, allo scopo evidente di costituire una forte classe dirigente con quegli elementi che l’avevano rappresentata nel ventennio precedente, “Giustizia e Libertà” ha l’incarico di difendere il messaggio più profondo della Resistenza. Per fare questo è disposta a rischiare anche la emarginazione politica, tanto è forte il messaggio, morale prima che politico, che essa vuole dare per la nuova Italia. Ciò era già evidente nell’autunno del 1944, quando Giorgio Agosti scriveva a Livio Bianco una lunga lettera, nella quale, tra l’altro, evidenziava le priorità strategiche del momento: “Lo scopo della impostazione politica della nostra guerra partigiana è la liquidazione, prima che del nazismo e dello stesso fascismo, di tutto quello sporco ammasso di interessi reazionari che sappiamo. I quali interessi cercano oggi disperatamente appigli in campo conservatore angloamericano e certo ne troveranno.

    A noi restano due cose: 1) creare il maggior numero possibile di fatti compiuti (liquidazione spietata di fascisti e di collaborazionisti, e liquidazione radicale di istituzioni e di posizioni); 2) non disarmare nell’immancabile fraterno abbraccio democratico della vittoria, ma tenere pronti gli animi e gli uomini e le armi. Questa è la grande carta che non avevamo il 26 luglio: sono questi dodici mesi di guerra partigiana, sono i nostri caduti, sono i contadini, gli operai, gli studenti che si sono affratellati e maturati nella lotta armata e in città e sui monti, sono le armi che abbiamo così stentatamente raccolte e così affettuosamente difeso e così strenuamente impiegate. Queste armi non dobbiamo lasciarcele togliere domani in nome di nessun immortale principio, né di destra né di sinistra: e non dobbiamo lasciare arrugginire quell’arma anche più forte che è la coscienza della forza popolare nata nella lotta partigiana” (30).

    Una difesa, dunque, che partiva dalla netta distinzione tra bene e male che era propria dell’insegnamento gobettiano e che animò tutta l’esperienza del Partito d’Azione. Fascismo e nazismo come male assoluto, come fine dell’umanità; quindi necessità che dalla lotta che gli azionisti avevano portato contro le due facce del male assoluto (comincia qui a diffondersi la categoria del “nazifascismo”) potesse emergere un’Italia nuova, completamente slegata da quei compromessi di potere che avevano dato implicitamente o esplicitamente vita al regime: la scelta tra conservazione e rivoluzione era morale prima che politica ed era anche inevitabile (31).
    Non a caso, proprio dalla parte politica che rivendicava la maggiore limpidezza nella lotta antifascista, emergevano i punti cardine dell’azione futura, che ci paiono fondamentali per comprendere l’evoluzione mitica e liturgica del fenomeno resistenziale.

    In primo luogo, emerge l’importanza della storia, quindi della conservazione della documentazione della Resistenza, affinché le forze reazionarie non potessero modificare ciò che era avvenuto: la storia, quindi, come momento fondamentale e pedagogico per la costruzione politica, affinché la Resistenza fosse inserita stabilmente nella storia d’Italia. Una storia che deve diventare tutt’uno con l’etica e con l’impegno morale assunto dal movimento partigiano nella trasformazione della società italiana; una storia, infine, che deve porsi in piena sintonia con la “coscienza civile” e che prepari quelle trasformazioni radicali necessarie alla nuova società italiana per chiudere i conti con il passato, dal Risorgimento dei compromessi al fascismo: una sorta di anno zero della politica e della storia italiane.
    In secondo luogo, occorreva che la storia del movimento partigiano chiarisse bene che esso non era nato dalla casualità ma un forte impegno civile: “L’8 settembre avvenne proprio così: i soldati, cioè i partigiani uscivano da ogni parte, perché qualcuno aveva battuto col piede la terra: ma non era stato un sovrano, re o principe che fosse, bensì una forza più alta e maestosa, quella che si chiama la coscienza civile (…) quella essenziale virtù insomma che, magari sotterranea e invisibile per lungo volgere di anni, erompe nei momenti decisivi e spinge un popolo a non mancare nell’ora del dovere storico” (32).

    In terzo luogo era indispensabile che nella ricostruzione storica della Resistenza emergesse chiara la frattura e non la continuità tra l’Italia fascista e l’Italia democratica. Una frattura, sancita dalla guerra civile, non solo nelle istituzioni e negli uomini, ma soprattutto “nelle teste”, nella mentalità, nell’animo, nel modo di intendere la politica e la società; la nuova unità antifascista di ceti diversi, realizzatasi nei mesi della Resistenza, stava a significare che la lotta contro la reazione e contro tedeschi e fascisti aveva creato qualcosa di diverso rispetto al passato: era, in sostanza, una variante della tesi di Gentile secondo la quale il fascismo prosegue, ampliandolo ed inverandolo, il Risorgimento, permettendo la partecipazione al processo unitario di tutte le classi della società e così facendo realizza una “rivoluzione”. Tale tesi viene applicata, con segno diverso, al postfascismo. Il problema, gobettiano e vociano, della rigenerazione morale della nazione, passa ora attraverso il mito dell’unità antifascista, l’unico in grado di unificare interessi e realtà sociali diverse; in questo modo, tuttavia, non solo unifica il paese in nome di valori diversi dal passato, ma soprattutto tende ad una riforma radicale della società. In questo senso l’azionismo mostrava volontà etica, desiderio di organicità nella società e soprattutto finalità pedagogiche di derivazione illuministico-giacobina.

    Tuttavia, sarà proprio la categoria del totalitarismo, intesa come chiave interpretativa del dilemma tra democrazia e regimi totalitari, ad essere espunta dal panorama azionista (e di conseguenza dal panorama complessivo delle forze che alla Resistenza si richiamano) proprio perché, accettandola, si sarebbero messi da una stessa parte nazismo, fascismo e comunismo, mentre dall’altra parte sarebbero rimaste le forze antitotalitarie liberali, cattoliche e socialiste. Poiché nei confronti del fascismo e del nazismo il giudizio morale e politico è, per gli azionisti, assai più severo che non quello nei confronti del comunismo, come conseguenza, si avrà necessariamente la creazione della categoria del “nazifascismo” come simbolo e mito del male nella storia. Come ricordava Norberto Bobbio alcuni anni or sono, nell’ambito di una polemica con De Felice che coinvolse anche alcuni aspetti della Resistenza, pur essendo gli azionisti ideologicamente lontani dal comunismo, non sarebbero mai diventati “anticomunisti” per non confondere la loro posizione nettamente democratica con quella di chi, con il pretesto dell’anticomunismo, avrebbe sostenuto tesi reazionarie o neofasciste (33).

    Infine, come quarto punto sul quale si andava formando la memoria e la gestione della Resistenza (e anche la sua eredità), emergeva il rifiuto del pregiudizio anticomunista. In un clima pervaso dallo scontro comunismo – anticomunismo, l’azionismo sceglieva, pur non accettando la logica e la metodologia del Pci, di non avere nemici a sinistra e di fare della Resistenza il punto di incontro di diverse culture senza discriminare l’apporto della componente comunista. Questa linea, che non sarà propria di tutto l’azionismo, condizionerà tuttavia l’immagine della Resistenza, nella quale il peso organizzativo e numerico del partito comunista finiva col diventare determinante (34).
    In questo complesso e articolato quadro di riferimento, la Resistenza “doveva” necessariamente perdere progressivamente le proprie caratteristiche storiche per assumere, in maniera sempre più rilevante, aspetti mitici e liturgici. Doveva apparire un “blocco” e quindi doveva nascondere la portata e l’ampiezza delle divisioni interne; doveva apparire sempre “morale” e positiva e quindi diventava necessario sorvolare sugli “incidenti di percorso”, e cioè su quella violenza gratuita e feroce che, come in tutti i movimenti rivoluzionari, non è stata assente neppure dalle file del movimento partigiano; doveva apparire infine un progetto politico compiuto, in grado di redimere l’Italia dopo secoli di reazione e di “trasformismo” immorale e conservatore. Se poi questo progetto politico fallì con la fine del governo Parri, e ancora di più fallì con la fine del Partito d’Azione come forza autonoma, allora occorreva rifarsi alla “Resistenza tradita”, al mito negativo in grado però di diventare la coscienza critica per l’Italia successiva, pronto ad essere agitato ogni volta che appariva imminente un “rigurgito neofascista”, reale o immaginario che fosse.

    Se questo è l’uso della Resistenza del quale ha avuto bisogno la politica italiana (e ne ha avuto bisogno), è chiaro che non è certamente alla Resistenza come fatto storico che si guarda, bensì alla Resistenza come apologia e come mito. Come ha affermato, ormai parecchi anni fa, Sergio Cotta in un volume che allora fece scalpore per le tesi tutt’altro che politicamente corrette, applicare alla Resistenza il modello del Cln, il quale cessa di essere un fatto storico per diventare un mito, significa far diventare anche la Resistenza un “mito”: “In questa linea – aggiungeva Cotta – è inevitabile che si assolutizzi un’immagine ideale, o piuttosto ideologica, della Resistenza, foggiata sulla base delle proprie istanze politiche ‘attuali’. Che se ne respingano o disconoscano aspetti non concordanti con tali istanze. Che, infine, la si presenti come ‘mancata’ o, meglio ancora, come ‘tradita’. Ciò significa cadere nell’errore (dal punto di vista storico), da cui metteva in guardia Garosci, di ‘vedere prefigurata nella Resistenza la futura società italiana’ e, aggiungo io, già risolti in essa i problemi della società in sviluppo. Fermo restando il suo valore di ‘archetipo’, la Resistenza si sottrae allora al ‘mito dell’origine’, finalizzato a legittimare l’ordine esistente per sua diretta filiazione da essa, ma per cadere nell’ambito del ‘mito dell’innovamento’, finalizzato a legittimare la rivoluzione, o, almeno, il mutamento radicale dell’ordine vigente, considerato frutto del ‘tradimento’. Ben diversi sono dunque il significato e l’indirizzo politici di questi due tipi di miti, ma ai fini storiografici il risultato è il medesimo. Entrambi ci offrono un’immagine della Resistenza come modello socio-politico e ideologico perfetto che non consente verace opera storiografica” (35).

    E questo è dunque il punto: la possibilità di poter fare, di potere costruire la storia della Resistenza senza obiettivi estranei alla ricerca storiografica che possano inficiare l’attendibilità delle interpretazioni. Fare la storia della Resistenza significa affrontare intanto il problema della “unicità” della lotta armata. Cotta, non a caso, ha molto insistito sulle Resistenze: da quella che si svolse nel Nord Italia, a quella che si svolse nel Regno del Sud, all’interno delle strutture statuali e militari istituzionali, a quella che si svolse nei Balcani da parte di reparti dell’esercito che, dopo l’8 settembre, prendono le armi contro i Tedeschi, a quella, infine, che si svolse nei campi di concentramento degli Internati Militari Italiani, che rifiutarono le lusinghe di aderire alla Rsi per potere tornare a casa e decisero di restare nei campi di prigionia per mantenere fede ad un giuramento (36). Pertanto la Resistenza è molteplice territorialmente parlando, così come è molteplice dal punto di vista ideologico: tale molteplicità diventa difficilmente spendibile allorquando si tende a porre la Resistenza come mito fondante il nuovo Stato, appunto perché si tratta di una sorta di “coalizione” strutturata, in alcuni territori, al solo fine della vittoria contro i fascisti e i tedeschi.

    Come ha rilevato Rusconi, proprio il dopoguerra ha posto in crisi il mito della unicità della Resistenza, allorché i vincoli di appartenenza partitici hanno inevitabilmente avuto il sopravvento rispetto al momento combattente, dove, anche se non in termini assoluti, l’elemento unificante era dato dalla lotta in corso. “Per uscire da questo impasse – sempre secondo Rusconi – inizia più o meno inconsciamente in molti (azionisti, soprattutto) un processo di depoliticizzazione o trasfigurazione etico-culturale del movimento resistenziale. La Resistenza diventa un evento carico di vissuto morale contrapposto alla politica”(37).

    Infine, fare la storia della Resistenza significa anche non avere pudori nell’affrontare pagine imbarazzanti, come oggi si incomincia a fare, sulle violenze operate dal movimento partigiano durante, ma soprattutto dopo la conclusione del conflitto. Non esistono praticamente notizie certe sul numero degli assassinati (fascisti e non) dopo il 25 aprile, così come non si è fatta luce su molti episodi che hanno scandito i mesi successivi la Liberazione (38); sembra quasi che trattare tali argomenti significhi immediatamente mettere in discussione i valori portanti della Resistenza: atteggiamento tipico di “leso mito”, mentre invece sarebbe tempo, passati quasi sessant’anni, di restituire la Resistenza ai canoni della storia e al rigore scientifico, sempre che si intenda la storia non come un giudice, bensì come un modo per comprendere i fatti del passato.

    NOTE:
    1 C. Pavone, La guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
    2 G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia, 3 voll., FPE ed., Milano 1965-1967
    3 Si veda a tale proposito le indicazioni storiche e metodologiche offerte da Guido Quazza nella introduzione al volume che raccoglie gli atti del Convegno di Belluno del 1988, durante il quale Pavone espose la tesi delle tre guerre, prima che uscisse il volume sulla guerra civile; in conclusione, Quazza affermò di preferire al termine “guerra civile”, quello di “guerra di religione” (cfr. G. Quazza, Introduzione a Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, a cura di M. Legnani e F. Vendramini, Franco Angeli, Milano 1990, pp. 13-22).
    4 Sul passaggio di molti giovani dai Guf alla Resistenza si vedano accenni in S. Cotta, La Resistenza. Come e perché, Bonacci, Roma 1994, pp. 69-70; sull’apporto della sinistra fascista alle strutture del Pci del dopoguerra manca ancora un’analisi complessiva: oltre al lavoro memorialistico di R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli, Milano 1962, si veda M. Serri, Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Germania nazista, Marsilio, Venezia 2002 e, per un’analisi più generale, P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948), Il Mulino, Bologna 1996 e G. Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Il Mulino, Bologna 2000.
    5 P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. La fine del fascismo. Dalla riscossa operaia alla lotta armata, Einaudi, Torino 1973, pp. 168 ss.
    6 Sull’interpretazione prevalentemente economica degli scioperi si veda R. De Felice, Mussolini l’alleato. L’Italia in guerra, 2, Crisi e agonia del regime, Einaudi, Torino 1990, pp. 923 ss.; R. Gobbi, Una revisione della Resistenza, Bompiani, Milano 1999, pp. 11 ss.; G. Parlato, Il sindacalismo fascista, II, Dalla “grande crisi” alla caduta del regime, Bonacci, Roma 1989, pp. 160 ss.
    7 D. Grandi, Pagine di diario del 1943, a cura di R. De Felice, in “Storia contemporanea”, dicembre 1983, pp. 1069-1070.
    8 R. De Felice, Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Baldini e Castoldi, Milano 1995, pp. 55 ss.
    9 Si veda soprattutto R. De Felice, Mussolini l’alleato. La guerra civile 1943-1945, Einaudi, Torino 1997, pp. 105 ss.; G.E. Rusconi, Per una revisione storica della Resistenza, in “Micromega”, 1991, n. 5, p. 33.
    10 I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 1964, rispettivamente alle pp. 146 e 16. Come ammette anche Giovanni De Luna nella bella introduzione al carteggio fra Giorgio Agosti e Livio Bianco, “le ‘scelte attive’ allora operate da Giorgio e Livio non possono assumersi come ‘rappresentative’ per la maggioranza degli italiani. Nel biennio 1943-45 molti non scelsero affatto; altri scelsero per paura; altri per calcolo” (G. De Luna, Introduzione a G. Agosti, L. Bianco, Un’amicizia partigiana. Lettere 1943-1945, Albert Meynier, Torino 1990, pp. 43-44). Ovviamente ciò non vuol dire, come ricorda ancora De Luna, “cancellare, rimuovere, dimenticare quei pochi che scelsero facendo proprio il motto vichiano del ‘Paion traversie e sono opportunità’?” (p. 43). Naturalmente, da una parte e dall’altra.
    11 Cfr. P. Nello, Guareschi, gli Internati Militari Italiani e il Diario clandestino, in Un “Candido” nell’Italia provvisoria. Giovannino Guareschi e l’Italia del “Mondo piccolo”, a cura di G. Parlato, Fondazione Ugo Spirito, Roma 2002, pp. 39 – 58.
    12 G. De Luna, Op. Cit., p. 37.
    13 Si veda a tale proposito la discussione tra Gian Enrico Rusconi e Renzo De Felice, sulle colonne de “La Stampa”, tra il 14 luglio 1993 e l’8 settembre successivo sul problema del rapporto tra antifascismo e Resistenza e soprattutto sulla interpretazione del fenomeno partigiano.
    14 Cfr. le osservazioni sulla fragilità e sulla ambiguità del mito della Resistenza in E. Galli della Loggia, Intervista sulla destra, a cura di L. Caracciolo, Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 115-116.
    15 E. Erra, Napoli 1943. Le quattro giornate che non ci furono, Longanesi, Milano 1993, pp. 122 ss.
    16 E. Erra, Op. cit., pp. 67 ss.
    17 R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1974, pp. 122 ss.
    18 Sull’amplificazione retorica delle giornate partenopee e sulla indeterminatezza della loro evoluzione, si vedano le osservazioni di G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Mondatori, Milano 1995, pp. 71-72.
    19 R. Battaglia, Op. cit., pp. 265-267; G. Bocca, Op. cit., pp. 282 ss.
    20 Se ne veda un breve accenno in G. Ranzato, Il linciaggio di Carretta. Roma 1944. Violenza politica e ordinaria violenza, Il Saggiatore, Milano 1997, pp. 104-105.
    21 Molti di questi interrogativi sono stati discussi in un volume-inchiesta, di sapore prettamente giornalistico, le cui osservazioni e le cui domande non hanno finora trovato risposta: P. Maurizio, Via Rasella, cinquant’anni di menzogne, Maurizio Edizioni, 1996. L’autore, ambiguamente oscillante tra le posizioni di Bandiera Rossa e certe tematiche del neofascismo (Pisanò), pone comunque alcune questioni che finora non sono state neppure affrontate dalla storiografia ufficiale. Sull’argomento si veda anche l’interessante saggio di M. Caprara, Rasella. Una strage cercata, in S. Bertelli, F. Bigazzi, PCI. La storia dimenticata, Mondadori, Milano 2001, pp. 283 ss.
    22 P. Paoletti, Sant’Anna di Stazzema. 1944: la strage impunita, Mursia, Milano 1998.
    23 Ivi, pp. 104 ss.
    24 Ivi, pp. 106-107.
    25 Si veda la ricostruzione dell’eccidio alle pp. 157 ss.: “Una compagnia scalcinata e male armata, sotto gli occhi di troppi collaborazionisti e trasportatori risparmiati, conduce un’azione piena di contraddizioni in un’area ristretta e la racconta in un bollettino ingannatore”: si tratta dei titoli dei vari paragrafi in cui si articola il capitolo nel quale l’Autore ricostruisce la strage che, letti di seguito, costituiscono il filo conduttore interpretativo dell’evento.
    26 Ivi, p. 123.
    27 Ivi, pp. 265 ss.
    28 Ivi, pp. 232 ss.
    29 Ivi, p. 126. Chi scrive si vide rifiutare, nel 1998, la recensione al volume in questione dalla edizione toscana di un noto quotidiano milanese, perché politicamente inopportuna.
    30 G. Agosti, L. Bianco, Un’amicizia partigiana, a cura di G. De Luna, cit., pp.235-236.
    31 G. De Luna, Op. Cit., p. 40.
    32 D.L. Bianco, Guerra partigiana, raccolta di scritti a cura di G. Agosti e F. Venturi, Einaudi, Torino 1954, pp.148-149.
    33 “Personalmente – affermava Bobbio – non sono mai stato comunista per ragioni ideali, ma non sono mai stato comunista per ragioni politiche, perché ci opponevamo, noi azionisti, all’egemonia della Democrazia Cristiana. Essendo laici e di sinistra, non potevamo essere d’accordo con un partito cattolico e conservatore. Dove altrimenti potevamo collocarci?”. Precedentemente, De Felice aveva sottolineato come il non anticomunismo azionista aveva di fatto avallato le posizioni del Pci in termini di egemonia culturale: “Ma siete stati voi, azionisti, che nell’Italia del dopoguerra al vino comunista avete dato il marchio di garanzia, il riconoscimento doc” (cfr. Bobbio - De Felice. La memoria divisa che ci fa essere anormali, a cura di G. Borsetti e P. Chessa, in “Reset”, n. 17, maggio 1995, pp. 19-20).
    34 Illuminante a tale proposito la posizione di Livio Bianco e di Aldo Agosti, quale emerge dal carteggio: cfr. G. De Luna, Op. cit., pp. 55-56.
    35 S. Cotta, Op. cit., pp. 39-40. Nelle citazioni si usa l’ultima edizione (1994), identica alla prima (Rusconi, Milano 1977) salvo in un capitolo introduttivo. La citazione di Garosci è relativa al saggio Recenti orientamenti della storiografia della Resistenza, in AA. VV., Dal 25 luglio alla Repubblica 1943-1946, a cura di G. Rossini, Torino 1966, p. 468.
    36 S. Cotta, Op. cit., pp. 74 ss.
    37 G.E. Rusconi, Resistenza e postfascismo, Il Mulino, Bologna 1995, pp. 137-138.
    38 Che forse si cominci ad assistere ad una timida inversione di tendenza, lo dimostrano i volumi su episodi locali apparsi recentemente. A mo’ di esempio, se ne ricordano tre: G. e P. Pisanò, Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, Mursia, Milano 1992; M. Lucioli, D. Sabatini, Roovetta 1945. Storia di una strage partigiana, Settimo Sigillo, Roma 2001; S. Morgan, Rappresaglie dopo la Resistenza. L’eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda, Bruno Mondadori, Milano 2002.

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    Perché l’Italia non può fondarsi sul mito della resistenza comunista

    Il motto tanto deprecato, dagli storici di sinistra post-gramsciani, “my country, right or wrong”, sarebbe invece un primo passo per ricostruire una identità nazionale comune che possa fare fronte ai dilemmi secessionisti e a quelli della globalizzazione

    Crisi dell’antifascismo e falsa coscienza
    In risposta al fervore moralistico di Sergio Luzzatto e alla sua interpretazione azionista della storia

    di Andrea Ungari

    Le riflessioni di Sergio Luzzatto contenute nel pamphlet La crisi dell’antifascismo (Einaudi 2004, pp.105, €7,00) pongono una serie di interrogativi più o meno rilevanti. Interrogativi che sembrano rispecchiare un “umore diffuso”, un chiacchiericcio storiografico attualmente ricorrente nei corridoi di alcune università e di alcuni istituti culturali. Le origini di questo chiacchiericcio, rinfrescato dalle “attuali” minaccie alla democrazia, risalgono, però, a un’interpretazione azionista della storia d’Italia che ha avuto e ha una certa fortuna nel campo della ricerca storiografica. Prendendo spunto, quindi, da una folta schiera di storici che negli ultimi anni ci hanno presentato o l’Italia come un “paese mancato”, o contrapposto le reali vicende della nostra esperienza repubblicana a un corso degli eventi che, secondo loro, avrebbe potuto e dovuto essere affatto differente, Luzzatto, con un fervore moralistico che lo accomuna ai suoi predecessori, lancia un grido d’allarme di fronte alla possibilità dell’attenuazione del valore dell’antifascismo come fondante dell’identità del nostro paese.

    A delineare tale pericolo opererebbero per Luzzatto una serie di fattori: da un lato l’estinzione fisica degli antifascisti che avevano dato il loro contributo alla lotta di liberazione, dall’altro una sorta di revisionismo storiografico “cattivo”, pendant del revisionismo politico berlusconiano, il cui scopo ultimo sarebbe sia quello di attenuare la portata “venefica” del Ventennio che di accomunare tutti i combattenti della “guerra civile italiana” in un unico e armonioso embrassons-nous, portando quindi a una ricostruzione “grigia” della storia d’Italia nella quale viene automaticamente disconosciuta la superiorità morale della resistenza e di coloro che per essa hanno combattuto.

    Premesso che sono generalmente sospettoso, probabilmente per un accentuato cinismo o, più verosimilmente, per un certo “apotismo”, nei confronti di quanti cercano di introdurre nella spiegazione dei fatti storici e, ancor di più, nelle relazioni tra Stati il concetto di “moralità”, concetto ambiguo e ambivalente, pronto ad essere sfruttato per compiere qualsiasi efferatezza, materiale e culturale, ritengo che il problema posto sul tappeto da Luzzatto sia non solo un “falso” problema, ma soprattutto che risponda a un’operazione politico-culturale di basso profilo.

    Prescindendo, infatti, dagli attacchi più o meno personali, più o meno diretti, alcuni di evidente cattivo gusto, contenuti nell’opuscolo, Luzzatto se la prende con un processo culturale e, perché no, anche politico, che tende a storicizzare l’esperienza dell’antifascismo e della resistenza consegnandola definitivamente alla storia, assieme alle bandiere dei garibaldini e a quelle delle truppe di Vittorio Veneto. Le “lamentele” di Luzzatto a tal riguardo ripropongono l’attualità delle critiche che, anni fa, Giorgio Almirante rivolgeva a Renzo De Felice per la sua opera su Mussolini: critiche, appunto, che si riferivano proprio alla “colpa” defeliciana di avere, mediante una ricostruzione delle vicende del regime e del suo duce supportata da una “positivistica” e approfondita analisi dei documenti, “ucciso” definitivamente il fascismo e il mussolinismo. La storicizzazione della resistenza, infatti, impedirebbe l’uso politico che di essa, a più riprese, nel corso degli anni si è fatto, e che Luzzatto continua a fare, consegnando l’avvenimento definitivamente alla storia e consentendone uno studio alieno da ogni ideologizzazione.

    Un falso problema
    In realtà il problema posto da Luzzatto è falso perché in questo paese non vi è in atto nessun tentativo di disconoscere il valore della resistenza né di equiparare quanti hanno combattutto e sono morti, più o meno in buona fede, per il ristabilimento delle libertà democratiche e quanti hanno lottato e sono caduti, più o meno in buona fede, per mantenere fede all’alleanza nazifascista.
    Più realisticamente, e credo che in tal senso vada inquadrato il settennato di Carlo Azeglio Ciampi, siamo di fronte a una ricerca di un’identità unitaria del nostro paese che, superando gli odi, i veti e certe intemperanze passate, possa attenuare quel clima di guelfi e di ghibellini, tanto caro a Luzzatto, che ha caratterizzato la nostra storia nazionale dai tempi dei Comuni. Il che non vuol dire avere una memoria necessariamente condivisa, ma cercare di possedere una visione della nostra storia nazionale come il percorso accidentato di un popolo che, con tutte le sue contraddizioni, è riuscito a darsi delle stabili e consolidate basi democratiche attraverso una serie di avvenimenti che, probabilmente, avrebbero condannato altri paesi a essere preda di ripetute convulsioni interne o di alzamienti.

    In un paese come l’Italia, nel quale il senso identitario, come ampiamente sviscerato dal dibattito storiografico dei primi anni novanta, è alquanto deficitario, ricercare e ricostruire un “senso unitario” alla nostra storia nazionale, il tanto deprecato da Luzzatto right or wrong, my country, potrebbe risultare un passo importante per il nostro paese di fronte sia alle pulsioni secessioniste interne sia alle sfide alla sovranità degli Stati attinenti al processo comunitario.
    Ma il problema di fondo, e il libello di Luzzatto lo dimostra, è che per la cultura azionista e, in parte, gramsciana accettare un simile principio metterebbe in discussione la propria ricostruzione della storia d’Italia che è disseminata più che dall’analisi degli avvenimenti, adeguatamente analizzati, da dei categorici “dover essere” di kantiana memoria o dalla constatazione del fallimento della classe dirigente, liberale, fascista, democristiana o anche comunista a seconda, di fronte a un’altra Italia che sembra rivivere, a seconda dei periodi, o nelle pulsioni dei democratici e dei repubblicani durante il processo risorgimentale, o nella cultura antigiolittiana, o nei fanti-contadini durante la Prima guerra mondiale, o nel fuoriuscitismo antifascista, o nell’azionismo del secondo dopoguerra, o nei “movimenti” degli anni ’70, o nella società civile degli anni ’90 o nei girotondini consule Berlusconi.

    Non solo. L’abbandono della vulgata azionista metterebbe in crisi il dogma principale, ossia che la resistenza e l’antifascismo sono i momenti identitari e fondanti della nostra storia nazionale. A tal riguardo, infatti, si sarebbe costretti, con una visione priva di presunzioni dottrinarie della nostra “vita” unitaria, a riconoscere come data fondante del nostro Stato non il venticinque aprile del 1945, bensì i plebisciti del 1861 o il venti settembre del 1870. Pare indubitabile, infatti, che la costruzione statuale italiana derivi dalla combinata azione piemontese-garibaldina. Ed è appena il caso di accennare che oltre alla raggiunta unità statuale, la classe dirigente liberale e la monarchia cercarono di dare al paese un’identità nazionale che, con tutti i suoi limiti, i suoi fallimenti e le sue incompletezze, sopportò due guerre mondiali, un ventennio di regime autoritario, un’armistizio disastroso e una guerra civile di due anni.

    È ovvio che piuttosto che riconsiderare la propria lettura azionista della storia d’Italia, Luzzatto preferisca utilizzare, ed è qui che la ricostruzione storica viene piegata alle esigenze politiche contingenti, il mito dell’antifascismo tradito o in via di tradimento come una clava concettuale sia per tenere desta l’attenzione di tutte le “forze democratiche” che per accusare il presidente del Consiglio di attentare, mediante le riforme costituzionali, alla democrazia di questo paese. Cercare di ricostruire una storia unitaria dell’Italia non vuol dire giustificare le scelte dei governanti quando portarono a conseguenze negative o disastrose per il paese; vuol dire cercare di espellere dalla competizione politica la categoria del nemico oggettivo o del male assoluto, per introdurvi quella dell’avversario politico che, pur schierandosi su posizioni opposte, fa parte dello stesso tessuto nazionale.

    Interrogativi e perplessità
    In un tale contesto ci si dovrebbe chiedere se l’attività dei tanti istituti della resistenza disseminati in ogni regione d’Italia, il lavoro dei quali Luzzatto si preoccupa di valorizzare, vada indirizzandosi a una ricerca storiografica scevra da preconcetti ideologici che, per esempio, cerchi di comprendere il periodo di transizione dal fascismo all’antifascismo, e quanto del fascismo sia travasato nelle istituzioni repubblicane, a livello istituzionale, politico e culturale, oppure sia ancora condizionata da dogmi storiografici che determinano sia una parcellizzazione della storia d’Italia (basti pensare ai lavori che da alcuni anni, sulla base di un’iniziale felice intuizione, si fanno sulle stragi naziste in Italia) che un retropensiero politico e una sovrastruttura concettuale che rischia non di rispecchiare la realtà, ma di alterarla, appunto, nel “dover essere” degli avvenimenti o di trasformare dei comprimari in protagonisti della storia nazionale.

    Le perplessità, poi, che alcune affermazioni in questo opuscolo suscitano sono ulteriori: così l’affermazione del carattere totalitario del fascismo, quando la storiografia ha ampiamente evidenziato come il fascismo sia stato un regime autoritario o, solo tendenzialmente, totalitario; oppure la sottolineatura della violenza come levatrice di progresso, che richiama alla mente funesti ricordi del nostro recente passato; o l’insistenza sullo scarso spessore culturale della destra; o l’equiparazione, pur con le opportune cautele, dell’Italia fascista a quella di Berlusconi; o la distinzione tra un revisionismo “buono” e uno “cattivo”; o la convinzione della volontà di voler minimizzare la durezza del regime fascista, asserzione che contrasta con tutto il lavoro storiografico di Renzo De Felice. Affermazioni che spesso richiamano alla mente più che le parole di uno storico, quelle di qualche agit prop comunista dei primi anni cinquanta.

    Ma la cosa davvero dolorosa di questo opuscolo è la banalizzazione di argomenti e di vicende personali nei confronti delle quali oggi si dovrebbe aver assunto un distacco tale da poterle rileggere all’interno di una storia unitaria dell’Italia. Vorrei che il rispetto invocato da Luzzatto per i combattenti della resistenza o per i suoi parenti discriminati dalle leggi razziali valesse anche per quanti combatterono durante la guerra e poi durante il periodo 1943-45: tutti costoro, infatti, lottarono, con pulsioni e ideali diversi, comunque per il proprio paese. Credo, insomma, che mio zio, Augusto Ungari, arruolato nella divisione Julia e morto nel corso del 1941 sul fronte greco-albanese, abbia diritto allo stesso rispetto e considerazione per le sue scelte di quanti caddero durante la lotta di resistenza.



    Revisionismo e consegna del silenzio
    Anche la democrazia censura gli intellettuali: il caso De Felice e le paure attuali degli storici che piegano la storia alla politica

    di Eugenio Di Rienzo

    Tra dicembre 1987 e gennaio 1988, Renzo De Felice, rilasciava due interviste al Corriere della Sera, su antifascismo e costituzione repubblicana, che molto rumore e scandalo destarono tra le vestali del mondo politico e intellettuale italiano. In margine a quelle polemiche, il 22 febbraio 1988, il suo intervistatore, Giuliano Ferrara, scriveva allo storico:

    Mi faccio vivo al ritorno di un viaggio per esprimerle, sia pure in ritardo, un sentimento di stima e di viva gratitudine. Lei è stato con me, da intervistato a intervistatore, di una correttezza assoluta ed esemplare. Ma molti, troppi, direi, l’avevano invitata, sin dal primo momento, a correggere il tiro, a prendere qualche distanza, a non offrire pretesti per una risibile campagna di insinuazioni, a proposito delle “indicazioni” politiche del redattore del Corriere al quale aveva concesso il discusso colloquio. La perfezione del suo comportamento e l’eleganza della sua scelta di replicare ai critici con una seconda intervista mi hanno sbalordito. È un caso di sicurezza di sé, di serenità d’animo e di fiducia delle idee, di cui ormai, purtroppo, è rarissimo trovare esempio nel mondo politico e in quello intellettuale. La ringrazio e spero che i nostri colloqui professionali abbiano un seguito intellettuale e professionale.

    Di quella “serenità d’animo”, di quella fiducia nelle proprie idee, ben altre prove aveva fornito De Felice per superare gli ostacoli – di natura editoriale ed istituzionale – che molti gli opposero anche solo per impedirgli di rendere di pubblico dominio la sua interpretazione della storia italiana. Noto è il linciaggio giornalistico che fece seguito all’apparire dell’Intervista sul fascismo, che provocò l’indignata reazione di Rosario Romeo. Nota è anche la resistenza portata avanti dagli ambienti azionisti della casa editrice Einaudi per ostacolare la pubblicazione del primo volume della biografia di Mussolini.

    Un caso di censura democratica
    Non ancora divulgato, invece, è l’episodio del suo rifiuto di collaborare ulteriormente alla stesura delle voci del Dizionario Biografico degli Italiani – di un’opera quindi di carattere pubblico, destinata istituzionalmente a fornire all’interno e fuori del nostro paese il sussidio scientifico primario e necessario ad ogni ricercatore – una volta accertato l’intervento di carattere censorio da parte del responsabile della sezione di storia contemporanea.

    In questo caso, la classica goccia destinata a far traboccare il vaso fu la decisione redazionale di intervenire pesantemente con tagli, che nessuna ragione scientifica giustificava, sulla voce “Arturo Bocchini”, redatta da Piero Melograni, dove erano riportati alcuni giudizi di esuli antifascisti sulla “correttezza amministrativa” del massimo responsabile dell’apparato poliziesco del regime. La voce, emendata d’autorità dagli elementi ritenuti “politicamente scorretti”, sarebbe stata pubblicata in forma anonima, a causa del rifiuto di Melograni di apporre la sua firma al testo manomesso. Questo fatto provocava la ferma reazione di De Felice, nella lettera indirizzata al direttore dell’opera Alberto Maria Ghisalberti il 19 dicembre 1969.

    A riscontro della Sua del 14 corrente e facendo seguito alle nostre due ultime conversazioni, Le confermo la mia intenzione di redigere la voce “Bolgeni”. Per le voci di storia contemporanea (e in particolare “Bombacci”, “Bottai” e “Buffarini Guidi”), come Le ho già detto, devo invece rifiutarle a causa della impossibilità di conciliare le mie idee su come trattare i problemi di storia contemporanea con i criteri di giudizio che animano la redazione competente per questo genere di voci (criteri che ho potuto riscontrare in occasione della nota vicenda relativa alla voce “Bocchini” redatta dal mio assistente dr. Melograni).

    Credo che questo e altri documenti, relativi alla censura “democratica” della prima Repubblica, potrebbero essere utilmente messi sotto gli occhi di chi (Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro), nel dibattitto giornalistico della scorsa estate, ha capziosamente negato l’esistenza di un’egemonia fortemente radicata nel panorama culturale del nostro paese. Quell’egemonia è al contrario esistita e, a ben vedere, non fu monopolio della sola sinistra ma arrivò, in certi periodi e per certi argomenti, ad essere esercitata, con le dovute eccezioni, dall’intero arco politico costituzionale, già a partire dai primi anni del secondo dopoguerra.

    Quell’egemonia, inoltre, non fu soltanto il prodotto di un generalizzato consenso. Non di rado, essa venne mantenuta in vita forzosamente, per il quarantennio successivo alla sua nascita, utilizzando molto spesso non le sole “armi della critica” ma anche una “critica delle armi”, limitatasi fortunatamente ad un occhiuto controllo sull’ortodossia storiografica italiana, ancora oggi in piena attività e che spesso è esercitato dalle stesse personalità, che furono attive in questo senso nella Prima Repubblica. Penso, in questo caso, all’abbondante e recentissima letteratura “anti-revisionista”, nel cui novero, un posto d’onore va riservato al volumetto di Sergio Luzzatto, comparso presso l’editore Einaudi, La crisi dell’antifascismo, che proprio dalle interviste concesse da De Felice a Giuliano Ferrara prende le mosse, per stigmatizzare il nefasto “assassinio” della memoria politica dell’antifascismo.

    Tale passaggio d’epoca, il maggiore storico del fascismo – Renzo De Felice – l’aveva visto arrivare per tempo, prima ancora del fatidico 1989: come aveva testimoniato una sua doppia intervista dell’anno prima sul Corriere della Sera, rilasciata a un neo-giornalista con tutto un passato da funzionario del Partito comunista italiano, Giuliano Ferrara. Si badi, aveva detto al Corriere l’illustre biografo di Mussolini, che la “vulgata” antifascista, dominante nel discorso storico e politico almeno dal 1960, andrà presto in soffitta, non foss’altro per un motivo generazionale: appunto nel momento in cui si faranno cittadini coloro i cui genitori sono nati già sotto la Repubblica. Una generazione allo sguardo della quale il fascismo si sarebbe presentato come faccenda ormai lontana, esperienza defunta piuttosto che esperienza vissuta. Da allora – aveva ammonito De Felice, con malcelata soddisfazione – il paradigma antifascista sopra cui si era fondata la repubblica “nata dalla Resistenza” non avrebbe più avuto ragione di essere riconosciuto come valido.

    L’autore di questa prosa (Sergio Luzzatto), ai cui argomenti lo stesso De Felice aveva già ampiamente replicato, è un reduce degli studi sulla rivoluzione francese, che di quel periodo storico, cui ha valorosamente dedicato la sua attenzione, pare aver soprattutto introiettato la tesi giacobina del “complotto”. E cioè l’abitudine a leggere ogni avvenimento della storia passata o contemporanea come una macchinazione alla cui base devono essere rintracciati precisi responsabili e possibilmente un “grande Vecchio”, ispiratore dell’intera operazione. Procedendo di questo passo, Sergio Luzzatto vede nella rilettura “revisionista” del fascismo e della resistenza una sorta di congiura messa in opera da elementi francamente reazionari che intendono in questo modo spazzare via la carta costituzionale del 1948, per sostituire ad essa un nuovo assetto istituzionale destinato a provocare un’immancabile involuzione autoritaria. Tra i foschi congiurati strettisi a patto per realizzare questo diabolico disegno, le massime cariche dello Stato, e uno stuolo sempre più numeroso di storici intenzionati a delegittimare il passato glorioso dell’antifascismo: tutti, con qualche eccezione, “discesi per li rami” dal magistero di Renzo De Felice, e tutti rei dell’imperdonabile colpa di affrontare quotidianamente l’ingrata fatica della ricerca archivistica, per diseppellire documenti inediti e in qualche caso “segretati” dal controllo della memoria che si è instaurato in Italia immediatamente dopo il 1945.

    I «reducismi» e la «memoria divisa»
    Ma torniamo ai contenuti delle interviste al Corriere della Sera, che ancora tanto scandalo destano in Sergio Luzzatto, ma che non molto si discostavano dalla presa di posizione di Leo Valiani, in un carteggio della metà degli anni ’60, intrattenuto proprio con De Felice. In quella corrispondenza, il vecchio dirigente azionista riconosceva l’impossibilità di fare storia del recente passato, basandosi sulla memoria appassionata dei protagonisti, sostenendo, insomma, che come Salvemini, autore della durissima requisitoria contro l’“uomo di Dronero”, non poteva essere storico attendibile dell’età giolittiana, l’interpretazione della guerra di liberazione non poteva fondarsi sulla visione mitologica elaborata da dirigenti partigiani e da reduci del regime di Salò. Da questo punto di vista, né il repubblichino Carlo Silvestri (Mussolini, Graziani e l’antifascismo, Longanesi, 1949), autore di una delle più famose storie fasciste della guerra civile, i cui contenuti sono stati recentemente sdoganati da Giampaolo Pansa, né il comunista Luigi Longo, estensore di un’altrettanto faziosa storia della resistenza (Sulla via dell’insurrezione nazionale, Roma, Editori Riuniti, 1974), né tantomeno l’azionista Giorgio Bocca, potevano essere credibili analisti di quella stagione.
    Come dire, che il “reducismo” di una parte e dell’altra, se era tutt’al più in grado di alimentare i fuochi fatui di una memoria divisa, alla quale Luzzatto tributa ancora oggi un nostalgico rimpianto, arrivando addirittura a tessere un neo-marinettiano “elogio della violenza”, risultava invece estraneo alla possibilità di fare storia, che certo mai potrà essere attività bipartisan ma che deontologicamente si deve sforzare di temperare l’ardore delle tendenze settarie nel bagno tonificante di una buona filologia.
    Secondo questa indicazione, anche la stagione della resistenza andava ripensata a freddo, concettualizzata dal lavoro dello storico, scomposta nelle sue molte varianti, alcune da accettare, altre da rifiutare decisamente e questa volta sul piano politico e civile. Allo stesso modo, si parva licet magnis componere, una consapevole rilettura storiografica della Rivoluzione francese ha dimostrato che quell’evento non poteva essere considerato come un “blocco”, secondo la famosa esortazione di Clemenceau, se veramente si voleva superarne una ricostruzione vulgata, strumentale e falsificante, unicamente spendibile sul piano della “politique politicienne”.
    Il che, mi pare, indicazione di buon metodo storiografico, ricca di un non disprezzabile plus-valore politico. Disaggregando la resistenza nelle sue diverse componenti, come benissimo aveva fatto Sergio Cotta in un volume di rara penetrazione che meriterebbe una rapida ristampa (La Resistenza come è perché, Roma, Bonacci, 1994) forse è possibile meglio cogliere, fuori da boatos polemici, il significato dell’esternazione del presidente del Senato Marcello Pera dello scorso dicembre, uno degli imputati eccellenti del libello di Luzzatto, che ha semplicemente sostenuto l’impossibilità di basare il patto fondativo della Repubblica sull’antifascismo comunista per le caratteristiche eminentemente totalitarie e antinazionali di quel movimento.
    Nello stesso modo, vorrei aggiungere, il riconoscimento condiviso dei valori della “Grande Rivoluzione” avvenne nella Francia della Terza Repubblica, tramite l’esclusione dell’episodio del Terrore, e quello delle Rivoluzioni del XVII secolo si configurò, in Inghilterra, come già Guizot aveva messo in luce, grazie all’accettazione dei contenuti liberali e di garanzia dell’assetto proprietario del 1689 e non della fase anarchica ed eversiva degli ordinamenti sociali del 1648.

    Un carteggio significativo
    Ma di più e meglio si potrebbe fare, per decontestualizzare l’intervento di Pera da un quadro tendenziosamente polemico, paragonandone i contenuti con quelli che emergono dalla lettura del carteggio tra Salvemini ed Ernesto Rossi degli anni 1944-1957, ora disponibile nella sua integrità, grazie all’edizione curata da Mimmo Franzinelli (Dall’esilio alla Repubblica. Lettere, 1944-1957, a cura di M. Franzinelli, Bollati Boringhieri, 2004), che sostituisce quella purgata, in ossequio ai dettami della “censura democratica”, dal comunista Alberto Merola nel 1967. E non voglio qui riferirmi alla critica liquidatoria di Rossi sulla resistenza e sull’antifascismo posteriore al 25 luglio, forse parzialmente ingiusta ma tale da contenere alcuni incontrovertibili elementi di verità, secondo la quale, la prima era stata composta nella gran massa da «disertori (fra i quali molte camicie nere, carabinieri, guardie carcerarie) o dagli operai che non volevano andare a lavorare in Germania», e il secondo era stato smisuratamente ingrossato dai molti che avevano “voltato gabbana”, poco prima del 25 aprile, «proprio nelle ultime settimane quando la partita era ormai perduta e che si presentano ora come ‘salvatori della patria’».

    Mi rifaccio, invece, ai giudizi sulla totale estraneità del comunismo, del socialismo di Nenni, dell’azionismo radicale nei confronti di un normale decorso della vita democratica italiana dopo la fine del secondo conflitto. Quelle valutazioni toccano uno dei loro momenti più significativi nella corrispondenza di Rossi del 13 febbraio 1945, dove era contenuta una violenta critica alla componente azionista del Cln, che aveva sostenuto, alla fine del 1944, il progetto di “democrazia progressiva” poi fatto proprio anche dal Pci.

    I nostri amici si sono messi in una strada estremamente pericolosa accettando di allargare il Cnl (in cui sono rappresentati pariteticamente i cinque partiti) con rappresentanti delle “organizzazioni di massa” (delle officine, dei partigiani, delle donne, dei giovani, degli impiegati ecc.), in cui verranno facilmente sommersi dai comunisti, i quali faranno nascere come funghi tali organizzazioni, in gran parte bluffistiche, e soli hanno i quadri per dirigerli con una disciplina unitaria; tendono a quel “dualismo di poteri” che rappresenta la condizione più favorevole per un’azione rivoluzionaria alla quale soli i comunisti sono veramente preparati; molti sono anche disposti a far propria la formula “tutto il potere ai Cnl”, che corrisponde alla formula “tutto il potere ai soviet” dei comunisti russi nel 1917.

    È questa una presa di posizione, che ritroviamo ampiamente ribadita nell’intero carteggio, nel quale a più riprese le forze di ispirazione marxista venivano considerate alla stregua di meri instrumenta regni dell’imperialismo sovietico, e il Pci in particolare identificato «come un partito nazionalista straniero, inassimilabile nella democrazia dei nostri paesi», a partire dall’atteggiamento antitaliano e filoslavo di «Togliatti e della banda stalinista italiana» sulla questione del confine orientale. Il servile ossequio del capo comunista alla Realpolitik moscovita era vigorosamente denunciato da Salvemini, già nel corso del 1944, e poi nel febbraio 1945, in replica ad un articolo comparso sull’Unità, smaccatamente favorevole all’annessione jugoslava di Gorizia, Trieste e dell’Istria occidentale.

    La soluzione del problema, secondo il giornale stalinista, deve essere “conforme alla volontà popolare” e ai bisogni del nuovo Stato jugoslavo. “Volontà popolare” di chi? Dei soli slavi? E da quando in qua i bisogni degli Stati nuovi o vecchi hanno acquistato il diritto di prevalere su la “volontà popolare”? I nazionalisti italiani dicevano che l’Italia aveva “bisogno” della Dalmazia e volevano prendersela. Da quando in qua il diritto dei bisogni è stato riconosciuto dalla Terza Internazionale? E che cosa avverrà agli italiani dei territori misti? Gli agenti americani della macchina stalinista, messi di fronte a questo problema, rispondono che esso sarà risolto col metodo di “trasferire” le popolazioni. Non dicono neanche “scambiare” le popolazioni che sarebbe già inumano. Dicono “trasferire” cioè “sloggiare” le popolazioni, deportarle in Siberia dalla Germania, buttarle a mare da Trieste. Sono anche capaci di dire “trasferirle con metodi umanitari”, quasi che si possa mai trovare un metodo umanitario per costringere gente che sta in una casa, in una bottega, in una fabbrica, in un pezzo di terra, a spulezzare e andarsene a casa del diavolo. Signori stalinisti italiani, che cosa farete degli italiani che stanno da secoli nelle zone miste italo-slave, anche in quelle dove sono maggioranza? Propugnerete anche per essi il “trasferimento con metodi umanitari”?

    Si trattava di affermazioni, che non venivano ad essere contraddette, come pure si è voluto sostenere, dalla necessità politica di riservarle, a guerra terminata, mentre si accendevano i fuochi della competizione elettorale, ad una ristretta cerchia di amici politicamente affidabili, per evitare l’instaurarsi in Italia di un’altra «repubblica di Salazar, dominata dai preti», secondo l’indicazione di Salvemini in una lettera ad Ernesto Rossi del dicembre 1946.

    “Dire la verità senza riguardi per nessuno”, come tu dici, non sarebbe una buona politica. Bisogna oggi domandarsi a chi serve dire certe verità. Se, ad esempio, dicessi quello che penso del regime e dei governi russi mi troverei senz’altro dalla parte degli anticomunisti, mentre sono convinto che non è possibile lavorare oggi per la democrazia senza andare d’accordo con loro: bisogna fare come quei liberali italiani che, nel ’48, facevano finta di credere nel liberalismo di Pio XI.

    Con queste parole si configurava un pericoloso atteggiamento mentale, destinato a radicarsi nella sinistra non comunista per l’intero cinquantennio a venire e forse anche ora non del tutto scomparso, sul piano della tattica politica e più ancora su quello della ricostruzione storiografica. Ragioni di opportunità di parte, e forse pure un’inesausta, quanto malintesa e indifferenziata, “voglia di antifascismo”, di cui Luzzatto appare oggi l’attardato epigono, spingevano alla pratica diffusa di una “dissimulazione” spontanea ma certo non “onesta”.

    Dall’inizio degli anni ’50, mentre alcuni intellettuali italiani ponevano le basi di un fermissimo “anticomunismo democratico” – da Ignazio Silone, a Carlo Antoni, a Federico Chabod, a Vittorio De Caprariis– altri chierici, come Franco Venturi, reduce da un soggiorno nell’Urss, dove gli era stato possibile apprezzare a pieno l’orrore e insieme l’insensatezza del sistema staliniano, preferivano tacere la loro testimonianza per tema di “fare il gioco dei reazionari italiani”.

    Dalla “servitù volontaria” di questa consegna del silenzio, almeno Venturi si sarebbe sottratto, senza equivoci, rapidamente e a “viso aperto”, con la sua radicale condanna dei fatti d’Ungheria, già nel 1956. Ad essa, invece sarebbe restato più a lungo – veramente troppo a lungo – fedele un altro esponente azionista, come Vittorio Foa, che solo molto recentemente ha trovato la forza di confessare le opacità e le rimozioni che contrassegnarono la livida stagione della guerra fredda, nella quale una colpevole astensione silenziosa sui crimini del comunismo internazionale apparve poter esser giustificata dalla «paura di essere occupato intellettualmente dagli americani». Altri, invece, mi pare, vorrebbero che questa consegna del silenzio venisse mantenuta, ancora oggi e sine die.

    5 febbraio 2005

    Storia di Alfredo Pizzoni, il leader cancellato
    Presiedeva il Comitato di liberazione nazionale in Alta Italia, eppure è stato estromesso dalla storiografia con risvolti imbarazzanti: i manuali l’ignorano, perfino chi ha pubblicato le sue memorie le ha in pratica occultate. Altro che “revisionismo”

    di Ugo Finetti

    Questa prima biografia dedicata al leader del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia dimostra quanto fuorviante sia la polemica condotta contro il “revisionismo”. Scrivendo Il banchiere della Resistenza. Alfredo Pizzoni, il protagonista cancellato della guerra di liberazione (Mondadori, Milano 2005, pp.306, €18,00), Tommaso Piffer non “revisiona”, perché purtroppo non c’è nulla da “revisionare” in quanto gli “antirevisionisti” nulla hanno scritto su Alfredo Pizzoni, leader del CLNAI. Siamo cioè di fronte non a giudizi da correggere, ma a vuoti da colmare, a una spietata cancellazione da parte dell’Accademia storiografica che ha dato vita a quella che De Felice definì come la «vulgata» della Resistenza.

    Il caso Pizzoni è particolarmente clamoroso: basti pensare alle traversie della pubblicazione delle sue memorie lasciate ai familiari: una vera e propria cancellazione-persecuzione. Dopo la sua scomparsa, avvenuta a soli 63 anni nel 1957, gli eredi trovarono in un cassetto il manoscritto con la disposizione di non pubblicarlo immediatamente. Quando venne a scadere il lasso di tempo voluto da Pizzoni, all’inizio degli anni ’90, si rivolsero “incautamente” – come scrisse lo storico Luciano Garibaldi – alla Einaudi che provvide non solo a mal pubblicarlo, ma anche a mal distribuirlo. Fu appunto Luciano Garibaldi nel gennaio 1995 a sollevare il caso su Studi cattolici. Il libro di Pizzoni con l’introduzione di Renzo De Felice – denunciò Garibaldi – «è presentato con un editing assolutamente indecente indegno di una struttura come quella dell’editrice torinese», senza note esplicative né indice dei nomi. «Ma la cosa più grave – rilevava ancora Garibaldi – è che il libro sia uscito in una edizione praticamente clandestina, tirato in pochissimi esemplari, subito nascosti in magazzino, dal momento che è praticamente impossibile trovarlo persino nelle più fornite librerie delle grandi città». Dopo la polemica suscitata da Studi cattolici, il libro uscì pochi mesi più tardi presso il Mulino (Alfredo Pizzoni, Alla guida del CLNAI) trovando destino decisamente migliore anche se accompagnato da un “assordante silenzio” da parte degli storici.

    Questa cancellazione di Pizzoni fa parte di una fotografia ritoccata della Resistenza, secondo un’alterazione dei ruoli, del significato politico e dello svolgimento storico dei fatti al fine di esaltare solo quanti sarebbero poi confluiti nel Fronte Popolare del 1948. La storiografia sulla Resistenza – dagli anni Cinquanta fino a tutti gli anni Novanta –, dal testo di Roberto Battaglia a quello di Claudio Pavone, ha infatti teso a rappresentare la Resistenza, in sostanza, come un grande scontro sociale, perpetuando quella lettura classista del Novecento che ha come categoria centrale il conflitto tra movimento operaio e capitalismo reazionario.

    Il saggio di Piffer riporta quindi la Resistenza alla sua veritiera dimensione storica: un movimento nazionale, frutto di varie componenti, che aveva come fine non una rivoluzione sociale, ma la cacciata dei tedeschi e la sostituzione del fascismo con un regime parlamentare pluripartitico di stampo occidentale. Un ruolo decisivo fu quello dei militari legittimisti, da Cadorna a Sogno e Montezemolo, e dei partigiani non solo cattolici e socialisti ma anche liberali: basti pensare ai partigiani della “Mauri” (oltre 10.000 uomini secondo lo stesso ex vicesegretario del PCI, Pietro Secchia). Rappresentare la Resistenza come movimento promosso dagli scioperi del marzo ’43 e imperniato sulla classe operaia emarginando l’antifascismo “borghese” e la popolazione contadina (quella che Salvemini definì invece come un vero e proprio “terzo esercito” a fianco di quelli rappresentati dagli Alleati e dalle formazioni partigiane del Corpo Volontari della Libertà) è una sostanziale falsificazione politica.

    Agiografia riprovevole
    Sin dall’inizio essa venne contestata anche a sinistra. Basti pensare alle reazioni polemiche che il testo del Battaglia suscitò in seno allo stesso comitato editoriale filo-comunista della Einaudi. In particolare gli si rimproverava “l’agiografia” del PCI: «La prova del tuo errore di impostazione – gli scriveva Franco Venturi, del comitato editoriale Einaudi nel settembre del 1952 – è data anche dalla tua interpretazione del 25 luglio. Può parere strano ma nel tuo libro si parla di tutto, dei capitalisti, degli scioperi, di Bonomi, ma non si mette al centro lo sbarco alleato in Sicilia. Benedetto Iddio: la causa fondamentale del 25 luglio è quello!». Altre critiche riguardavano la descrizione del ruolo dei non comunisti dalle formazioni di “Giustizia e Libertà” all’antifascismo “interno” che faceva capo a Benedetto Croce.

    Più recentemente anche il saggio di Claudio Pavone – indicato soprattutto nei manuali scolastici come il testo “definitivo” sulla guerra partigiana – è non meno fazioso e pieno di cancellazioni e omissioni. In particolare vanno ricordate le contestazioni che gli furono mosse da un lato da Renzo De Felice a proposito della cancellazione di Edgardo Sogno (di fronte alla quale Pavone cercò di correre ai ripari nell’edizione successiva con un’aggiunta che però distorceva a fini negativi l’unico episodio a lui riferito) e dall’altro da Galli della Loggia per l’omissione di qualsiasi riferimento ai fatti di Cefalonia. Perché in Italia, con già cinque decennali di celebrazioni tra convegni e libri, il nome di chi guidò il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia è assolutamente sconosciuto?

    Pizzoni è la dimostrazione storica di quanto siano arbitrarie la lettura classista e la raffigurazione della Resistenza come “coda” della Guerra di Spagna, e tutta la rappresentazione che inventa e propaganda un complotto anticomunista tra il ’43 ed il ’45 che mette insieme Hitler e Churchill: quello che il Battaglia definisce appunto il “poker d’assi” rappresentato dall’unità di intenti che egli vede tra a) i nazisti, b) i fascisti, c) gli anglo-americani, d) la destra del CLN. Siamo cioè di fronte a una letteratura sulla Resistenza che mette dalla stessa parte il colonnello Montezemolo e quel Kappler che lo fece fucilare alle Fosse Ardeatine. Anche se nessuno più si dichiara comunista, permane la lettura classista che espelle l’anticomunismo dall’antifascismo. In realtà l’antifascismo non comunista e non filosovietico fu una componente fondamentale della Resistenza italiana. Pizzoni ne è stato il principale esponente politico e per questo cancellato.

    Protagonista della liberazione
    Alfredo Pizzoni fu infatti il Presidente del Comitato Antifascista sorto a Milano, all’indomani della caduta di Mussolini a fine luglio 1943, con la partecipazione di liberali, democristiani, comunisti, socialisti e partito d’azione, che poi si trasformò, dopo l’8 settembre, in Comitato di Resistenza e quindi CLN lombardo fino ad assumere il 31 gennaio 1944 – sempre sotto la guida di Pizzoni – la denominazione di CLNAI. È stato con Pizzoni Presidente che il Comitato ha guadagnato l’autorità per assicurare «la conduzione concreta della lotta» e diventare il principale antagonista dei tedeschi e del governo di Mussolini, «contropotere rispetto alla potenza d’occupazione e della Repubblica Sociale Italiana». Fu quindi protagonista del movimento di liberazione fino al 27 aprile 1945, quando venne estromesso dal CLNAI in quanto possibile candidato alla guida del governo dell’Italia, spianando la strada al presidente del Comitato di Liberazione di Roma, Ivano Bonomi.

    Piffer ne ricostruisce l’azione mettendo in luce il suo ruolo chiave in almeno tre momenti decisivi della storia di quel periodo: la tenuta unitaria tra i sei partiti antifascisti, l’organizzazione dei finanziamenti ai partigiani, l’accordo con gli anglo-americani per il rilancio della Resistenza nell’inverno del ’44 facendo modificare la linea del precedente “Proclama Alexander”. In modo documentato il libro contraddice la lettura prevalente, ma strumentale, della Resistenza volta a dimostrare (come francamente aveva ammesso lo stesso presidente dell’INSMLI, Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, Giorgio Rochat, omaggiando il ruolo svolto dal suo predecessore negli studi patrocinati tra il 1972 e il 1996) la tesi della sostanziale identità di tutto ciò che si oppone al comunismo senza distinguere tra democrazia occidentale e fascismo e cioè «La sottolineatura della continuità della società e della politica italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso Mussolini: una continuità tra scelte moderate e nazionaliste, in cui la resistenza rappresenta un momento di rottura democratica».
    Una lettura purtroppo prevalente, soprattutto nel mondo dell’insegnamento, ma frutto essenzialmente di manipolazioni e di cancellazioni.


    24 aprile 2004

    Il vero 25 Aprile
    È quello dei militari italiani e Alleati che liberarono l’Italia e che oggi si fa fatica a ricordare. Siamo ancora prigionieri della menzogna resistenziale: che solo il PCI lavorò per la democrazia

    di Ugo Finetti

    De Gaulle – esule a Londra e al comando delle truppe francesi a fianco degli Alleati – quando ebbe la guida della Francia fu decisamente ostile ai britannici e agli americani. Forse influì il risentimento per quelli che considerò torti subiti durante la lotta contro tedeschi e collaborazionisti francesi: la censura dei suoi discorsi operata dalla BBC inglese e la preferenza accordata a suo danno dagli americani all’ammiraglio Francois Darlan. A capo della Francia pose il veto all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea, uscì dalla Nato, fece una “sua” politica verso l’Unione Sovietica e nel Mediterraneo. Eppure quando celebrava la Resistenza francese e la cacciata dei tedeschi, non mancava mai di coinvolgere le rappresentanze politico-diplomatico-militari di Londra e Washington esortando i francesi a rendere omaggio al tributo di sangue e all’apporto determinante dei soldati britannici e statunitensi.

    I cimiteri degli Alleati sul suolo francese sono terreno sacro e condiviso, parte integrante della memoria e della storia nazionale. In Italia no. Il ricordo della Liberazione dall’occupazione tedesca e dal regime collaborazionista di Salò non prevede celebrazioni per i soldati americani e britannici morti combattendo nazisti e fascisti. Si fatica persino a commemorare i militari italiani che fecero la guerra al loro fianco e perirono in quei 20 mesi di marcia verso la libertà. Ha prevalso e tuttora domina una retorica basata su una spregiudicata menzogna storica secondo cui la Liberazione sarebbe stata frutto di una insurrezione popolare, filiata da una Resistenza a sua volta animata prevalentemente dai comunisti e cresciuta nonostante e contro gli Alleati.

    Gli americani sono dipinti da storici alla Paul Ginsborg non come forza di liberazione, ma come forza di occupazione, con tinte che ricordano i proclami fascisti: «L’occupazione alleata della città (Napoli, ndr) fu un disastro assoluto. La città acquistò un aspetto di degradazione e di malessere quale non si conosceva dai tempi delle grandi epidemie del XVII secolo». «Il contatto con la civiltà americana, o meglio con i suoi aspetti più appariscenti (cioccolato, boogie-woogie, chewing gum) – incalza Giovanni De Luna – non risolvevano certo i gravi problemi di sopravvivenza degli italiani».

    La celebrazione della Resistenza è così diventata idealizzazione di un orgoglio antifascista, polemico nei confronti dell’alleanza occidentale e della democrazia che in quel quadro si consolidò, democrazia non a caso dipinta nel dopoguerra come “tradimento” degli ideali e degli obiettivi della lotta antifascista. Gli stessi organismi che si impongono oggi come depositari dei valori della Resistenza sono stati denominati a suo tempo dal PCI “Istituti di Storia del Movimento di Liberazione italiano” con la strumentale pretesa di evocare un parallelismo con i “movimenti di liberazione” antimperialisti, antiamericani e antioccidentali in Africa e Sud America.
    Ma come può sopravvivere ed essere ancora dominante questa impostazione, nonostante il comunismo sia ormai declinato? Di sicuro, perché in Italia è mancata non solo una radicale contestazione, ma anche un’effettiva rottura da parte della storiografia con l’impostazione organizzata dal PCI a partire da Un popolo alla macchia di Luigi Longo, vice segretario del PCI ed ex comandante delle Brigate Garibaldi, e continuata con la ricostruzione compiuta dal giornalista dell’Unità, Roberto Battaglia, nel saggio Storia della Resistenza italiana edito da Einaudi, primo titolo della collana di studi storici.

    Ancora oggi siamo di fronte a una filodrammatica di storici che blindano la Resistenza in sostanziale continuità da Battaglia a Spriano e Ragionieri, da Quazza, Rochat e Collotti fino a Pavone e Tranfaglia: per questo motivo il muro di Berlino nelle scuole italiane non è ancora caduto.
    In che senso? In che cosa consiste questo “comunismo senza i comunisti”? Nessuno storico infatti si dichiara ancora comunista o marxista. Si rimane però – nella ricostruzione e interpretazione dei fatti – nel solco del “materialismo storico” e sull’onda lunga della lettura classista del fascismo, dell’ antifascismo e della Resistenza. Siamo cioè di fronte al permanere nella storiografia italiana di una sorta di “storicismo marxista in un paese solo” che continua l’embargo culturale nei confronti degli studi e delle indicazioni di Furet, De Felice, Nolte, Pipes, Courtois e Conquest.

    La trita lettura classista
    Permane – nei principali luoghi di insegnamento della storia – quello che è ormai un irriducibile provincialismo culturale e cioè l’ostinazione della lettura del Novecento come teatro di scontro tra capitalismo reazionario e movimento operaio, tra schieramento borghese a deriva fascista da un lato e raggruppamento democratico in difesa delle classi sfruttate imperniato sui comunisti dall’altro. Così il fascismo è presentato come una montatura di capitalisti e agrari, l’antifascismo “borghese” come episodio secondario quando non controproducente.

    Al contrario, la Resistenza viene rievocata sin dagli inizi attraverso un falso storico e cioè come figlia di un movimento sindacale, di uno sciopero operaio, e non fondata, come fu realmente, dalla lotta dei militari italiani contro i tedeschi. Quando le origini della Resistenza vengono però fatte risalire agli scioperi del ’43 sembra di assistere alla proiezione di film dell’epoca del “realismo socialista” (basti ricordae che quella vertenza, importante, ma circoscritta, si concluse con aumento salariale in coincidenza della celebrazione da parte del regime fascista del Natale di Roma).

    L’altra falsificazione consiste nel rappresentare la Resistenza come una “coda” della politica dei Fronti Popolari (lanciata da Stalin al VII Congresso del Komintern nel 1935) e della Guerra di Spagna. La Resistenza italiana, in realtà, non può assolutamente essere avvicinata alla Guerra di Spagna: basti ricordare il ruolo dei cattolici, dello stesso clero, dei tanti sacerdoti che si schierarono a sostegno dei partigiani. In soldoni, del determinante appoggio dato dalla popolazione contadina che, sopportando rappresaglie e massacri, consentì la sopravvivenza delle formazioni partigiane.
    Una delle ragioni della cancellazione dei militari è appunto legato all’impossibilità per la tradizione comunista di vedere contraddetto il cliché che assimila Resistenza e Guerra di Spagna. E ammettere, di conseguenza, che la lotta partigiana vide in prima fila comandanti militari – come Montezemolo e Sogno – che avevano sì partecipato alla Guerra di Spagna, ma sotto bandiera italiana a sostegno di Franco.

    Questa è la verità storica. La Resistenza italiana non è stata infatti un movimento rivoluzionario di classe, non aveva come obiettivo la dittatura del proletariato e la collettivizzazione. Fu storicamente analoga a quella francese e non identificabile con quella jugoslava. Essa fu animata dai militari italiani che rifiutarono il collaborazionismo nelle giornate del settembre del 1943, da Roma a Cefalonia, e si sviluppò come movimento pluralista per la cacciata dei tedeschi affiancando gli Anglo-americani e avendo chiaro e primario obiettivo il ripristino di una democrazia parlamentare pluripartica di stampo occidentale.
    Proprio per negare questa verità, la storiografia ancora prevalente ha cancellato i nomi dei capi effettivi della Resistenza: il Presidente del CLN dell’Alta Italia, Alfredo Pizzoni, e il Comandante del Corpo dei Volontari, il generale Raffaele Cadorna, a cui facevano capo tutte le formazioni partigiane. È significativo che per giustificare questa manipolazione si ricorra all’argomento che Pizzoni e Cadorna erano “legati” agli Alleati. In effetti è stato così: la Resistenza non è infatti leggibile in contrapposizione con il ruolo degli Alleati.

    E la scissione artificiosa tra Resistenza e Alleati ha avuto una conseguenza: in Italia non esiste una storia della Seconda guerra mondiale e si dimentica il ruolo stesso dei militari italiani: 600.000 internati, più di 78.000 morti nei lager, più di 35.000 caduti in combattimento con importanti azioni condotte autonomamente contro la Wehrmacht come la liberazione della Corsica.

    Lo sbarco in Sicilia: altro che mafia
    Vediamo a titolo esemplificativo i principali falsi storici imbastiti contro gli anglo-americani. La tesi secondo cui, nello sbarco in Sicilia, gli americani si siano affidati alla mafia è ormai un luogo comune consolidato: «Da quando gli alleati sbarcarono in Sicilia – scrive la Procura di Palermo guidata da Giancarlo Caselli – legarono la loro trionfante avanzata all’accordo stipulato con alcuni esponenti di Cosa Nostra americana... Quando la DC si fece alleato sicuro del grande fratello di oltreoceano, il blocco sociale di agrari conservatori e mafia fu cooptato a sostegno dell’anticomunismo».

    Generazioni di italiani hanno dunque recepito senza ombra di dubbio la folle idea secondo cui Stati Uniti e Gran Bretagna, nel luglio 1943, avrebbero diretto le loro armate da Malta e Gibilterra, migliaia di aerei e carri armati, nonché centinaia di migliaia di uomini, con l’obiettivo di sbaragliare la Wehrmacht in Sicilia, senza sapere esattamente dove andare e cosa fare. Mancando la minima documentazione, si dipingono comandanti del calibro di Patton e Montgomery quali sprovveduti che sbarcano in Italia mettendosi nelle mani di una decina di mafiosi alla Calogero Vizzini e Genco Russo.

    Il piano di infiltrazione in previsione dello sbarco alleato era in verità nato nell’agosto del ’42 presso i servizi segreti americani del Si (Secret Intellicence/Italy). A promuoverlo, italo-americani – da Max Corvo a Vincent Scamporino e Frank Tarallo – per nulla coinvolti con ambienti mafiosi che erano animati da un doppio patriottismo: amavano il nostro Paese e operarono affinché gli Stati Uniti non considerassero gli italiani un popolo nemico.

    Parri e Pajetta non parlavano inglese
    Altro falso storico: come viene tramandato l’appello del generale Alexander che, alla vigilia dell’inverno 1944, invitava i partigiani a una pausa in attesa della primavera 1945 in cui sarebbe scattata l’offensiva finale. Si usa questo testo a prova di una scissione tra Resistenza e Alleati. Una leggenda assurda basata su due cancellazioni: la missione al Sud del CLN dell’Alta Italia guidato da Pizzoni e il ruolo moderato svolto dal PCI in quelle settimane in cui pensava a un governo senza socialisti e azionisti. Il proclama Alexander venne infatti corretto e superato dal proclama del generale Clark proprio in seguito all’intervento di Pizzoni e Sogno (Parri e Pajetta facevano parte della delegazione del CLNAI, ma – anche perché non parlavano inglese – furono una presenza del tutto irrilevante e subalterna).

    Pizzoni e Sogno riuscirono dunque a far cambiare idea agli Alleati stabilendo le intese organizzative, militari e finanziarie che rilanciarono la lotta partigiana. In quel novembre-dicembre 1944, perfino Togliatti puntava a diventare vicepresidente del Consiglio del secondo governo Bonomi, spaccando lo schieramento di sinistra in seno al CLN e cercando di accreditare il PCI agli occhi degli Alleati come “veritable instrument d’ordre et de concorde” per usare le parole di Marchesi, delegato di Togliatti nell’incontro con il colonnello Roseberry.
    La collaborazione tra Alleati e partigiani fu talmente intensa e decisiva che la storiografia marxista per rimuoverla non ha esitato a negare l’esistenza persino dei militari dichiaratamente di sinistra e filocomunisti (in particolare il ruolo svolto durante la lotta di liberazione dai militari americani reduci della Brigata Lincoln che aveva combattuto in Spagna e che svolsero un’intensa attività di raccordo con le brigate partigiane).

    La Resistenza non può quindi essere raccontata e compresa come una sorta di corpo separato, del tutto avulso dallo schieramento militarmente in lotta contro i tedeschi. Vi fu – è vero – una resistenza particolare da parte comunista, una sorta di “resistenza parallela”. Che si svolse prescindendo dal CLN, tradendo a favore degli jugoslavi (Porzus), oppure dando vita coi GAP al terrorismo urbano. Ma va pure ricordato che le principali azioni dei GAP non vennero condivise dagli altri partiti antifascisti: il CLN bocciò il documento comunista di appoggio all’attentato di via Rasella e l’uccisione di Giovanni Gentile venne bollata come “assassinio” proprio dai leader degli altri due partiti di sinistra del CLN e cioè dall’azionista Tristano Codignola e dal socialista Pietro Nenni.

 

 

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