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Abu Ghraib, Nicola Calipari, Cermis.....
LE ARMATE IMPUNITE E IL PAESE DEI CACHI
di Fabrizio Taranto
Vi è al mondo uno Stato il cui corpo militare gode di sostanziale impunità internazionale.
Non si tratta di una affermazione di quello che alcuni, per negare l’evidenza dei fatti, definirebbero “scontato antiamericanismo”, ma della constatazione delle ennesime conferme giunte in questi giorni con riguardo ad alcune vicende di violenze che hanno visto il coinvolgimento, in modi e tempi diversi, di membri delle forze armate degli USA.
Riferiva accuratamente Arturo Zampaglione, nell’edizione del 24 aprile 2005 de “La Repubblica”, di come, fra le dure proteste dei gruppi di civili americani, tutti siano stati assolti per gli efferati episodi di tortura di Abu Ghraib, il carcere nei pressi di Bagdad denunciato come luogo di torture e di maltrattamenti anche a sfondo sessuale: unici a rispondere i cosiddetti “pesci piccoli”, peraltro pochissimi soldati inchiodati dalle prove più evidenti.
Nulla su quanti non potevano proprio, a quanto pare, immaginare, vedere, sentire, parlare: un nulla che, guarda caso, non convince affatto nel mondo non tanto gli inguaribili detrattori esterni dei metodi statunitensi, quanto proprio le associazioni di diritti civili che operano all’interno del territorio americano e persino lo stesso Congresso, se è vero che il rapporto dell’ispettore americano viene accolto in quegli stessi ambienti con scetticismo.
Lo stesso scetticismo che dovrebbe risultare assai evidente in Italia in merito alle risultanze dell’inchiesta sul caso Calipari.
La stessa edizione de “La Repubblica” riportava infatti l’anticipazione dell’Ambasciatore Usa a Roma secondo il quale l‘inchiesta sta per concludersi.
Un episodio, quello dell’uccisione di Nicola Calipari per fuoco americano in Irak, nel quale il Governo Berlusconi era stato pronto ad ottenere l’affiancamento di una componente italiana nella Commissione d’inchiesta, che diveniva pertanto una Commissione mista.
Se questo rappresentava un’effettiva novità, in quanto mai gli statunitensi avevano accettato anche una sia pur lieve limitazione alla loro assoluta discrezionalità di giudizio sulle truppe americane nel mondo, è anche vero che la soddisfazione è risultata ben presto frustrata dalle prime anticipazioni sull’inchiesta.
Nella nota dell’Ambasciatore si rendono edotti gli Italiani sul fatto che “la consegna dei risultati sia stata ritardata per la crisi di governo in Italia”: ora, a prescindere dalla considerazione che come sempre si tende a far apparire colpevoli di qualcosa gli altri e nella fattispecie il governo italiano, “reo” di essere in crisi, risulta di illuminante e sinistra chiarezza il ruolo, ed il peso, dei nostri rappresentanti all’interno della Commissione d’inchiesta: se infatti essi fossero stati “partecipi” dell’indagine in modo pieno non avrebbero potuto riferire autonomamente e immediatamente al Presidente del Consiglio? Per quale motivo il Governo Italiano dovrebbe attendere di risolvere la crisi per poter ricevere, evidentemente da ambienti Usa, i risultati dell’’inchiesta? E quindi quale ruolo hanno potuto esercitare nella ricerca della verità i rappresentanti italiani, membri della commissione?
Il sospetto che qualcuno continui a pensare all’Italia come a un “Paese dei cachi” si fa dunque strada.
Quel sospetto che era divenuto già una certezza nell’episodio della strage del Cermis: anche in quell’occasione i risultati dell’inchiesta furono completamente insoddisfacenti, tanto che più di qualcuno arrivò con sdegno a chiedersi se alla fine, secondo quei giudici militari statunitensi, l’unica colpa accertata fosse quella di una funivia, sulla quale molti innocenti vennero uccisi a seguito dell’impatto, che si trovava lì da molti anni, ma in quell’occasione sulla strada degli aerei militari americani impegnati nei loro raids tra le montagne friulane.
Davanti a questi fatti gli Italiani chiedono al Governo di esercitare i propri diritti e tutelare la sovranità dello Stato, nell’attesa che l’Europa, e in essa l’Italia, trovino finalmente il coraggio di esercitare il peso che loro spetta naturalmente nel contesto geopolitico mondiale.
Perché l’uccisione di Nicola Calipari non diventi l’ennesimo capitolo del dramma delle armate impunite nei paesi dei cachi.




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