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    Predefinito L'omelia di Benedetto XVI a san Paolo fuori le Mura.

    Papa: Sulle orme di Paolo e di Giovanni Paolo II, riscoprire Cristo, la missione, il martirio

    Benedetto XVI rilancia la missione nel Terzo Millennio ricalcando papa Giovanni Paolo II, “papa missionario”. Nel nostro tempo “è lecito attendersi una rinnovata fioritura della Chiesa, specialmente là dove essa ha maggiormente sofferto per la fede e per la testimonianza del Vangelo”.



    Roma (AsiaNews) – Come vescovo di Roma, il ministero del papa è fondato sulla testimonianza e il martirio di Pietro e Paolo. Per questo, un giorno dopo il suo ufficiale insediamento in san Pietro, Benedetto XVI si è recato oggi alla basilica di san Paolo fuori le mura, sulla via Ostiense. Ad accoglierlo vi erano migliaia di fedeli. Dopo aver onorato e incensato il sepolcro dell’apostolo Paolo, ha tenuto un’omelia e concluso con il canto del Padre Nostro e una benedizione.

    Ecco il testo dell’omelia.



    Signori Cardinali,

    venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

    cari Fratelli e Sorelle nel Signore!

    Rendo grazie a Dio che, all’inizio del mio ministero di Successore di Pietro, mi concede di sostare in preghiera presso il sepolcro dell’apostolo Paolo. E’ questo per me un pellegrinaggio tanto desiderato, un gesto di fede, che compio a nome mio, ma anche a nome della diletta Diocesi di Roma, della quale il Signore mi ha costituito Vescovo e Pastore, e della Chiesa universale affidata alle mie premure pastorali. Un pellegrinaggio, per così dire, alle radici della missione, di quella missione che Cristo risorto affidò a Pietro, agli Apostoli e, in modo singolare, anche a Paolo, spingendolo ad annunciare il Vangelo alle genti, fino a giungere in questa Città, dove, dopo avere a lungo predicato il Regno di Dio (At 28,31), rese con il sangue l’estrema testimonianza al suo Signore, che lo aveva "conquistato" (Fil 3,12) e inviato.

    Prima ancora che la Provvidenza lo conducesse a Roma, l’Apostolo scrisse ai cristiani di questa Città, capitale dell’Impero, la sua Lettera più importante sotto il profilo dottrinale. Ne è stata proclamata poc’anzi la parte iniziale, un denso preambolo in cui l’Apostolo saluta la comunità di Roma presentandosi quale "servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione" (Rm 1,1). E più avanti aggiunge: "Per mezzo di lui [Cristo] abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti" (Rm 1,5).

    Cari amici, come Successore di Pietro, sono qui per ravvivare nella fede questa "grazia dell’apostolato", perché Dio, secondo un’altra espressione dell’Apostolo delle genti, mi ha affidato "la sollecitudine per tutte le Chiese" (2 Cor 11,28). E’ dinanzi ai nostri occhi l’esempio del mio amato e venerato predecessore Giovanni Paolo II, un Papa missionario, la cui attività così intensa, testimoniata da oltre cento viaggi apostolici oltre i confini d’Italia, è davvero inimitabile. Che cosa lo spingeva ad un simile dinamismo se non lo stesso amore di Cristo che trasformò l’esistenza di san Paolo (cfr 2 Cor 5,14)? Voglia il Signore alimentare anche in me un simile amore, perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi. La Chiesa è per sua natura missionaria, suo compito primario è l’evangelizzazione. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dedicato all’attività missionaria il Decreto denominato, appunto, "Ad gentes", che ricorda come "gli Apostoli… seguendo l’esempio di Cristo, «predicarono la parola della verità e generarono le Chiese» (S. Aug., Enarr. in Ps. 44,23: PL 36,508)" e che "è compito dei loro successori dare continuità a quest’opera, perché «la parola di Dio corra e sia glorificata» (2 Ts 3,1) e il Regno di Dio sia annunciato e stabilito in tutta la terra" (n. 1).

    All’inizio del terzo millennio, la Chiesa sente con rinnovata vivezza che il mandato missionario di Cristo è più che mai attuale. Il Grande Giubileo del Duemila l’ha condotta a "ripartire da Cristo", contemplato nella preghiera, perché la luce della sua verità sia irradiata a tutti gli uomini, anzitutto con la testimonianza della santità. Mi è caro qui ricordare il motto che san Benedetto pose nella sua Regola, esortando i suoi monaci a "nulla assolutamente anteporre all’amore di Cristo" (cap. 4). In effetti, la vocazione sulla via di Damasco portò Paolo proprio a questo: a fare di Cristo il centro della sua vita, lasciando tutto per la sublimità della conoscenza di lui e del suo mistero d’amore, ed impegnandosi poi ad annunciarlo a tutti, specialmente ai pagani, "a gloria del suo nome" (Rm 1,5). La passione per Cristo lo portò a predicare il Vangelo non solo con la parola, ma con la stessa vita, sempre più conformata al suo Signore. Alla fine, Paolo annunciò Cristo con il martirio, e il suo sangue, insieme a quello di Pietro e di tanti altri testimoni del Vangelo, irrigò questa terra e rese feconda la Chiesa di Roma, che presiede alla comunione universale della carità (cfr s. Ignazio Ant., Ad Rom., Inscr.: Funk, I, 252).

    Il secolo ventesimo è stato un tempo di martirio. Lo ha messo in grande risalto il Papa Giovanni Paolo II, che ha chiesto alla Chiesa di "aggiornare il Martirologio" e ha canonizzato e beatificato numerosi martiri della storia recente. Se dunque il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, all’inizio del terzo millennio è lecito attendersi una rinnovata fioritura della Chiesa, specialmente là dove essa ha maggiormente sofferto per la fede e per la testimonianza del Vangelo.

    Questo auspicio affidiamo all’intercessione di san Paolo. Voglia egli ottenere alla Chiesa di Roma, in particolare al suo Vescovo, e a tutto il Popolo di Dio, la gioia di annunciare e testimoniare a tutti la Buona Novella di Cristo Salvatore.





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    Benedetto XVI sulla tomba di San Paolo

    di Mattia Bianchi/ 25/04/2005


    Prima uscita ufficiale per il papa, che nel pomeriggio ha raggiunto la basilica di San Paolo Fuori Le Mura, per ribadire la chiamata della Chiesa alla missione. Il ricordo di Giovanni Paolo II, papa missionario.




    ROMA - Un ritorno alle radici dello spirito missionario di San Paolo, apostolo delle genti, per seguirne l'esempio. Con questi sentimenti, Benedetto XVI ha raggiunto in pellegrinaggio la Basilica di San Paolo sulla via Ostiense, a Roma, per venerare il “Trofeo” del santo ed esprimere così il legame inseparabile della Chiesa di Roma con l’Apostolo delle Genti (insieme, naturalmente, a Pietro, il Pescatore di Galilea). “La Chiesa è per sua natura missionaria, - ha detto il papa - suo compito primario è l’evangelizzazione”. A riguardo, il ricordo è tornato a Giovanni Paolo II, “un papa missionario, la cui attività così intensa, testimoniata da oltre cento viaggi apostolici oltre i confini d’Italia, è davvero inimitabile”. Papa Wojtyla, dice Benedetto XVI era spinto “dallo stesso amore di Cristo che trasformò l’esistenza di san Paolo”. “Voglia il Signore alimentare anche in me un simile amore, perché non mi dia pace di fronte alle urgenze dell’annuncio evangelico nel mondo di oggi”.

    Giunto davanti alla confessione dell’apostolo, il papa ha subito pregato per tutti gli abitanti della città eterna: “A quanti sono in Roma, amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. Immediatamente dopo si è rivolto ai presenti, in latino, con le parole della lettera di San Paolo ai romani (1, 1-6.8-9.11-12.14-15). “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome. (…) Anzitutto rendo grazie al mio Dio … riguardo a tutti voi, perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo. Quel Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunziando il vangelo del Figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi. Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e fra voi mediante la fede che abbiamo in comune. Poiché io sono in debito verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti: sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma”. Dopo aver pregato silenziosamente, Benedetto XVI ha pregato dicendo: “Signore Nostro Dio, che hai scelto l’apostolo Paolo per diffondere il tuo vangelo, fa che tutta l’umanità sia illuminata dalla fede, che egli annunziò davanti ai re e alle nazioni, e la tua Chiesa si edifichi sempre come madre e maestra dei popoli”.

    Nella sua omelia, il papa ha riflettuto sulla testimonianza della fede da parte dei cristiani, che in molti casi hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo. “Se dunque il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani, - ha detto - all’inizio del terzo millennio è lecito attendersi una rinnovata fioritura della Chiesa, specialmente là dove essa ha maggiormente sofferto per la fede e per la testimonianza del Vangelo. Questo auspicio affidiamo all’intercessione di san Paolo”. Al termine, il papa ha rivolto un breve saluto ai presenti, per poi congedarsi con il Padre Nostro e la Solenne Benedizione. Non prima però di aver elevato una preghiera anche allo Spirito Santo (Rom 8, 26-27): “Fratelli e sorelle, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio”.

    korazym.org

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