La Repubblica


FACCIAMO CHIAREZZA NEI CONTI DELLA RAI

23-04-2005

È interesse anche dell´economia cercare di raggiungere obiettivi e risultati in cui l´uomo, l´ambiente, la dimensione sociale abbiano una considerazione almeno eguale al profitto e alla utilità (da "La globalizzazione dei diritti" di Giovanni Maria Flick – Edizioni Piemme, 2004 – pag. 80). E´ sempre un fatto positivo che un´azienda, qualsiasi azienda, chiuda il bilancio in attivo: diciamo che questo fa parte della sua mission, della stessa logica imprenditoriale. Ed è tanto più positivo per un´azienda pubblica, com´è ancora la Rai, a patto però che assolva contemporaneamente le sue funzioni istituzionali a fronte delle quali incassa finanziamenti statali o, nel caso specifico, un canone d´abbonamento. Sul piano strettamente contabile, dunque, sono d´obbligo i complimenti al vertice di viale Mazzini e in particolare al direttore generale, Claudio Cattaneo, dopo l´annuncio che l´azienda ha chiuso il 2004 con un utile record di 113 milioni di euro, contro i 24,5 dell´anno precedente. Ma in che modo la Rai ha realizzato una tale performance? Per un ente pubblico, appunto, anche questa domanda è d´obbligo. Sul fronte delle entrate, l´anno scorso i ricavi sono aumentati del 5,7%, raggiungendo l´importo complessivo di 2 miliardi e 800 milioni di euro. Sul fronte delle uscite, c´è stata un´apprezzabile riduzione dei costi nell´ordine del 25-30% che tuttavia ha influito inevitabilmente anche sul prodotto e sulla sua qualità. Tutto bene, dunque? Non proprio. La verità è che questo risultato finanziario è stato ottenuto attraverso un blocco pressoché totale degli investimenti. Eppure, in vista dell´entrata in vigore del sistema digitale terrestre, già dall´anno precedente la Rai aveva ottenuto un aumento di due euro e mezzo sul canone, proprio per investire all´incirca 130 milioni di euro nell´adeguamento tecnologico delle strutture e degli impianti. E fortunatamente – come ha ricordato il responsabile dell´Informazione per la Margherita, Paolo Gentiloni – il "presidente di garanzia" Lucia Annunziata, prima di dimettersi nel maggio scorso, aveva stoppato lo shopping delle frequenze che altrimenti avrebbe provocato uno sperpero di denaro pubblico. Altri tagli, secondo il capogruppo ds nella Commissione parlamentare di Vigilanza, Giuseppe Giulietti, sono stati realizzati attraverso artifici contabili e fiscali. Come che sia, la vera domanda però è un´altra: a chi conviene alla fine che la Rai chiuda il bilancio con un utile così cospicuo? Forse conviene al direttore generale, per incassare un "premio di produzione" di 350 mila euro. Non certo ai telespettatori che continuano a pagare il canone, peraltro aumentato, ma soprattutto continuano a vedere una tv pubblica che – con le dovute eccezioni – è sempre più scadente, lontana dalla sua funzione di servizio, estranea a una dimensione sociale e culturale. Sarà pure vero che i ricavi nella sola area tv (+ 12%) sono aumentati più del mercato (+ 10,4%) e anche del concorrente Mediaset (+ 9,1%). Sta di fatto, però, che l´azienda è rimasta al palo, non ha fatto investimenti né nella televisione digitale né tantomeno nella radio che appare sempre più avvilita e depressa. Tanto da provocare ieri un duro documento dei dirigenti Rai contro la direzione generale, accusata di non avere strategie realmente competitive: "Il Re è nudo – ha commentato polemicamente Carlo Rognoni, responsabile dell´Informazione per i Ds – oppure, visto che il direttore generale della Rai non è un re, potremmo dire: il dottor Cattaneo è in braghe di tela!". La questione è tanto più delicata in attesa della (falsa) privatizzazione vagheggiata dalla legge Gasparri e soprattutto alla vigilia dell´assemblea a cui spetta approvare il bilancio 2004. Ma assume anche un rilievo politico in vista ormai del rinnovo del Consiglio di amministrazione che dovrà guidare l´azienda per i prossimi tre anni, al di là delle elezioni del 2006. E´ un capitolo fondamentale, insomma, di quella "emergenza televisiva" che Romano Prodi, rientrando in Italia dopo i cinque anni a Bruxelles, ha messo al primo punto dell´ordine del giorno. * * * Con la legittimità che gli proviene dal mandato parlamentare, il senatore Luigi Zanda, ex consigliere di amministrazione della Rai, ha preso carta e penna per inviare una lunga lettera al ministro Domenico Siniscalco, pubblicata nei giorni scorsi da Europa, il quotidiano della Margherita. "I numeri sono numeri – scrive Zanda al ministro-azionista – ma i bilanci vanno letti con rigore perché non è infrequente che i numeri che vi sono esposti, ancorché esatti, non rappresentino con fedeltà le reali prospettive dell´azienda". Per il senatore della Margherita, "il bilancio della Rai è un documento furbo", nel senso che "espone un risultato positivo, ma non evidenzia a dovere le condizioni generali favorevoli e le alchimie contabili che lo hanno reso possibile". E perciò, a suo giudizio, "il bilancio e la relazione che lo accompagna possono generare un equivoco "effetto cosmesi" sulla reale situazione della Rai e sull´efficacia dell´azione del suo management". Zanda è stato inopinatamente querelato per diffamazione dal direttore generale della Rai e già questo è un atto improprio, perché si configura come una ribellione o addirittura una sfida al controllo parlamentare. In realtà quella dell´ex consigliere è una puntuale e dettagliata requisitoria contro l´attuale gestione dell´azienda. Oltre a contestare al primo punto i mancati investimenti per il digitale terrestre, il senatore della Margherita rileva che l´anno scorso "astuzie fiscali di varia natura hanno determinato un risparmio di circa 60 milioni di euro"; che "nel 2003, 2004 e 2005 la Rai è stata oggetto di procedimenti dell´Autorità di garanzia sulle comunicazioni" e quindi "la prudenza del buon amministratore avrebbe consigliato al dottor Cattaneo di esporre in bilancio come debito un importo pari all´ammontare delle sanzioni comminate dall´Autorità"; che "la parte più consistente dei 40 milioni di euro di dividendi dalle controllate viene da Rai Cinema e ha un´origine molto precisa e anch´essa astuta": cioè, "il periodo degli ammortamenti del magazzino è stato dilatato da tre a cinque anni"; e infine che nel 2004, contro un incremento di introiti pubblicitari per 100 milioni di euro, il concorrente Mediaset ne ha registrato uno più che doppio (250 milioni), chiudendo il bilancio con un utile cinque volte maggiore. Sulla base di tutti questi elementi, sarebbe evidentemente un azzardo procedere alla cosiddetta privatizzazione, secondo il modello Gasparri (limite dell´1% per ciascun socio, 2% per i patti di sindacato). E soprattutto, conclude il senatore Zanda nell´esercizio della sua responsabilità, "sarebbe una rovina per la Rai e un vero imbroglio per chi ne dovesse acquistare le quote". A volte, anche l´utile – come l´apparenza – può ingannare. sabatorepubblica.it

GIOVANNI VALENTINI