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    Obama for president
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    Predefinito Tony Blair è di sinistra più mercato e più giustizia sociale

    INCHIESTA. VERSO IL TERZO MANDATO LABURISTA?

    Title: Sorpresa: Tony Blair è di sinistra più mercato e più giustizia sociale
    Subtitle: Otto anni di crescita hanno dato una forte redistribuzione del reddito

    L'idea che Tony Blair sia un conservatore camuffato da socialista non e pariicolarmenle originale. E risale certamente a molto tempo prima della vicenda irachena.
    Se la scorsa settimana l'Economist lo ha incoronato «miglior politico di centrodestra» è stata un'intera falange di critici di sinistra a bollarlo come traditore fin dalla sua prima comparsa sulla scena politica.
    Non appena fu chiaro che il progelto New Labour non avrebbe avuto molti riguardi verso quella sinistra che, per dirla con un D'Alema d'antan
    «si emozionava,organizzava feste,cucinava tortellini e perdeva"-
    La storia (ideologica) del socialismo, si sa,è lastricata di rinnegati e fustigatori.
    Eppure in questo caso, otto anni dopo la prima vittoria elettorale del 1997, esiste una mole di materiale sufficiente per rispondere con semplicità a quello che è da sempre l'interrogativo numero uno sul fenomeno Blair:
    il suo governo e stato davvero di sinistra?
    La Gran Brelagna che il Labour aveva ereditato dal ventennio thatcheriano era un paese tanto trasformato nei suoi fondamentali economici - grazie a una cura che lo aveva latto uscire una volta per tutte dal profondo declino degli anni Settanta - quanto devastato nelle istituzioni del welfare e nelle reti di coesione sociale.
    Nell'anno della sconfitta di John Major, Londra deteneva tra tutti i paesi dell'Europa comunitaria l'assai poco onorevole record della povertà infantile: ogni tre bambini poveri che nascevano sul suolo europeo, uno apparteneva a una famiglia britannica.
    Il numero di disoccupati di lungo periodo la cui sopravvivenza quotidiana era affidata ai sussidi era al suo massimo storico. Così come massimo era il grado di abbandono nel quale versavano i servizi pubblici essenziali - in particolare scuola e sanità - dopo anni di sottoinvestimento-
    Un quadro che corrispondeva perfettamente al disegno di un conservatorismo niente affatto compassionevole, ma fedele a uno degli slogan preferiti da Margaret Thatcher: «Quella cosa chiamata società? Semplicemente non esiste».
    Otto anni dopo. la Gran Bretagna non è certo un paradiso socialista.
    Le differenze di reddito continuano a essere molto significative e la qualità dei servizi pubblici è in molti casi ancora sotto la media dei paesi europei più avanzati-
    Ma se guardiamo ad alcuni dei principali indicatori di politica sociale, il quadro complessivo del ciclo di governo neolaburista somiglia a quello di una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito-
    Un dato tra tutti - fornito in aprile dall'Institute for Fiscal Studies (unanimente riconosciuto come il più prestigioso e indipendente tra gli osservatori economici britannici) - indica che tra il 1997 e il 2004 il decimo inferiore della società britannica ha migliorato del 10,8% il proprio benessere relativo,mentre il decimo superiore registrava uno slittamento relativo del 4.4%.
    Una manovra redistributiva realizzata quasi sotto traccia "by sthealth". secondo gli stessi laburisti - senza ricorrere a proclami egualitari o all'aumento della tassazione. Ma attingendo alla risorse che sono state liberate in misura sempre maggiore da un ciclo di crescita economica che ha prodotto dal 2000 in avanti una crescita media del Pil del 2.7 %.
    Perché se esiste un senso di fondo nel disegno economico del New Labour. questo e da ricercare nel convincimento che sia proprio la produzione di benessere attraverso il mercato a rappresentare la precondizione indispensabile di qualsiasi iniziativa pubblica volta a rendere più giusta la società britannica.
    Per la prima volta nella storia della sinistra britannica, mercato e giustizia sociale non sono stati tematizzati in termini di mera compatibilita ma di reciproca necessità. Da qui la visione quasi schumpteriana con cui il governo laburista (e Gordon Brown in primo luogo) si sono fatti carico di aumentare il grado di efficienza e competitivita del capitalismo britannico. E da qui,soprattutto, le risorse per alimentare una serie di iniziative che hanno trasformato il profilo di quello stato sociale:
    un aumento superiore al 100%, rispetto al 1997, degli investimenti pubblici per singolo alunno della scuola dell'obbligo;
    l'incremento del 7.3% della spesa per la sanità tra il 2002 e il 2005 e del 72% nei trasferimenti finanziari alle famiglie con bambini (in termini reali);
    la riduzione di un quarto della povertà infantile;
    i New Deal rivolti a far rientrare nel ciclo produttivo le diverse figure di disoccupati di lungo periodo;
    i programmi di Sure Start per madri o padri in difficoltà, fatti di assistenza a domicilio e di gruppi di auto-aiuto;
    il piano di dotazione a ogni neonato di un fondo finanziario indicizzato, incrementabile con contributi volontari e detassabili dei familiari, da utilizzare al compimento dei diciotto anni di età per proseguire gli studi, acquistare la prima casa o avviare un'attività economica.
    Forse si tratta solo di frattaglie riformiste. E certamente tutto questo non sarà sufficiente a convincere quei fustigatori che ancora oggi si dicono tanto affezionati al vecchio Labour che predicava il disarmo unilaterale e l'uscita dalla Cee.
    Ma, per i settori più deboli della società britannica, qualcosa è cambiato.
    E proprio quei risultati, e in quella direzione, che qualsiasi governo progressista europeo sarebbe ben lieto di poter raggiungere.
    03-05-05

  2. #2
    Il vero è un momento del falso
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    Riforme non riformiste.

    Battersi per le riforme senza diventare riformisti. 1ª parte.
    Robin Hahnel


    Cosa evitare.

    Per vedere come la lotta per le riforme possa rendere riformista un movimento, non dobbiamo far altro che dare uno sguardo alla storia della socialdemocrazia del ventesimo secolo. I socialdemocratici iniziarono il ventesimo secolo ben determinati a sostituire il capitalismo con il socialismo, che concepivano come un sistema di equa cooperazione basato sulla pianificazione democratica da parte dei lavoratori,

    dei consumatori e dei cittadini. Molto prima che il ventesimo secolo finisse, i partiti e i movimenti socialdemocratici di tutto il mondo avevano rinunciato alla necessità di sostituire l’impresa privata e i mercati con istituzioni economiche sostanzialmente differenti e si impegnarono solamente a perseguire riforme indirizzate a rendere più umano un sistema basato sulla competizione e l’accumulazione, che accettavano come inevitabile. Come risultato i socialdemocratici finirono per essere presi da due dilemmi: 1) Cosa fare, quando, lasciando intatto il sistema, rende impossibile promuovere ulteriormente la giustizia sociale e la democrazia, e ancor meno la sostenibilità ambientale. 2) Cosa fare, quando ulteriori riforme destabilizzano un sistema, che si è d’accordo di accettare, mentre il sistema minaccia costantemente di distruggere conquiste ottenute a duro prezzo. I socialdemocratici hanno affrontato questi dilemmi senza successo, rinunciando tutti troppo spesso a importanti elementi della giustizia economica e della democrazia e censurando le tendenze politiche alla loro sinistra, i cui programmi consideravano politicamente e economicamente destabilizzanti.

    Per vedere come il rifiutarsi di accettare le lotte per le riforme possa isolare un movimento e renderlo irrilevante, non dobbiamo far altro che dare uno sguardo alla storia del socialismo libertario del ventesimo secolo. Il principale errore dei socialisti libertari del ventesimo secolo è stata la loro incapacità a comprendere la necessità e l’importanza di organizzarsi per le riforme.

    Quando emerse che le rivolte anticapitaliste erano poche e rade e i socialisti libertari all’inizio del ventesimo secolo si dimostrarono incapaci di resistere quel poco, che era necessario, la loro difficoltà a rivolgersi in direzione di campagne per le riforme e la loro inettitudine, allorquando lo fecero, condannarono i socialisti libertari a più di mezzo secolo di declino, dopo la loro devastante sconfitta durante la Guerra Civile Spagnola del 1936-1939. Quello, che molti socialisti libertari non riuscirono a comprendere, era che una transizione a un’economia democratica e giusta non ha altra possibilità che passare attraverso campagne, organizzazioni e istituzioni per le riforme, per quanto guaste e corrotte esse possano essere. La nuova sinistra ha provato a esorcizzare il dilemma sulla necessità di impegnarsi per le riforme, contaminandolo col concetto di riforme non riformiste. Secondo questa teoria la soluzione del dilemma per gli attivisti era di impegnarsi per riforme non riformiste, cioè per riforme che migliorano la vita delle persone, distruggendo le strutture materiali, sociali e ideologiche del sistema capitalista. Non c’è nulla di sbagliato nell’idea di ottenere riforme che distruggono il capitalismo. In realtà, questa è una descrizione concisa di quello per cui propriamente dovremmo batterci! Quella che era errata era l’idea che ci siano riforme particolari che sarebbero la soluzione miracolosa e conseguirebbero tale traguardo in virtù di qualcosa di speciale presente nella natura stessa di queste riforme.

    Il mito della riforma non riformista.

    Non esiste nulla che possa assomigliare a una riforma non riformista. Socialdemocratici e socialisti libertari non hanno sbagliato perché in qualche modo non sono riusciti a individuare una riforma miracolosa di tal genere e, quindi, a condurre campagne per ottenerla. Né la nuova sinistra potrebbe avere successo laddove altri, prima, hanno fallito, grazie alla scoperta un tipo speciale di riforma, differente da quello per cui si battevano i socialdemocratici e a cui i socialisti libertari si opponevano. Alcune riforme migliorano la vita delle persone, altre no. Alcune riforme sono più facili da ottenere altre sono più difficili. E naturalmente, riforme differenti vanno a vantaggio di gruppi di persone differenti. Queste sono le modalità di differenziazione delle riforme in quanto tali. D’altro canto ci sono anche differenze decisive nei modi di battersi per le riforme. Si possono battere per le riforme riformatori che sostengono le virtù del capitalismo. Oppure si possono battere per le riforme anticapitalisti, che sostengono che solo rovesciando il capitalismo sarà possibile realizzare completamente quello che vogliono i riformatori. Ci si può battere per le riforme, lasciando intatte le istituzioni repressive. Oppure una lotta per le riforme può almeno indebolire le istituzioni repressive, se non addirittura distruggerle. Si possono battere per le riforme organizzazioni gerarchiche, che intendono rafforzare dinamiche autoritarie, razziste e sessiste e che pertanto intendono indebolire nel suo complesso il movimento per il cambiamento progressista. Oppure si possono battere per le riforme organizzazioni democratiche che intendono sradicare modelli di comportamento controproducenti e che intendono mettere in grado le persone di diventare padroni e padrone del proprio destino. Ci si può battere per le riforme in modo tale da tentare i partecipanti, i leader in maniera particolare, a trarre dal successo di gruppo un ingiusto vantaggio personale. Oppure ci si può battere per le riforme in modo tale da minimizzare la possibilità di corruzione. Infine organizzarsi per le riforme può rappresentare la totalità del programma delle organizzazioni e dei movimenti. Oppure, riconoscendo che organizzarsi per le riforme nella società capitalista tende a indebolire la determinazione personale e politica dei partecipanti a battersi per la completa realizzazione di un sistema basato sulla giusta cooperazione, il lavoro per le riforme può essere combinato con attività, programmi e istituzioni d’altro genere, che ridiano vigore alla lotta nei momenti di stanca e ne impediscano l’esaurimento e la svendita.

    Insomma ci si può battere per le riforme in modo da ridurre le possibilità di ulteriori conquiste e da contenere il progressivo cambiamento in altri ambiti, oppure in modo da rendere più probabile un ulteriore progresso e al tempo stesso facilitare altri cambiamenti in senso progressista. Ma se le riforme sono coronate da successo in qualche misura renderanno il capitalismo meno dannoso. Questo è poco ma sicuro e perfino se ci fosse qualcosa di simile a una riforma non riformista, con cambierebbe questo fatto. Comunque, il fatto, che ogni riforma coronata da successo rende il capitalismo meno dannoso, non necessariamente significa che le riforme allunghino la vita al capitalismo: benché sia possibile e ciò è qualcosa che gli anticapitalisti devono semplicemente imparare a accettare. Ma se ottenere una riforma rafforza ulteriormente i riformatori e stimola i loro appetiti di una democrazia maggiore, di giustizia sociale maggiore e di una protezione ambientale maggiore di quella che il capitalismo può garantire, allora può accelerare la caduta del capitalismo.

    In ogni caso quel che emerge è che noi siamo dei tipi più prudenti e più socievoli di quanto si sono resi conto i socialisti libertari del ventesimo secolo. E emerge che il capitalismo ha maggiori capacità di ripresa di quanto i socialisti libertari si aspettassero. Più di mezzo secolo di sconfitte dei socialisti libertari camuffano il mito secondo cui per i socialisti rivoluzionari democraticamente impegnati sarebbe possibile evitare la battaglia riformista senza essere socialmente isolati. Evitare di partecipare alla battaglia per le riforme è proprio un’opzione impraticabile e garantisce la sconfitta a chiunque la scelga. Benché molti socialisti libertari del ventesimo secolo non siano riusciti a capirlo, la loro sola speranza era di gettarsi con entusiasmo nelle lotte per le riforme cercando il modo di minimizzare gli effetti di corruzione, che come risultato esse portano inevitabilmente con sé.

    Combinare l’impegno per le riforme con esperienze di cooperazione, fondata su principi di equità.

    Se la risposta non consiste nel cercare un tipo particolare di riforma, come facciamo a evitare che l’attività per le riforme indebolisca il nostro rifiuto del capitalismo e saboti le nostre iniziative per sostituirlo con un sistema di cooperazione, fondato su principi di equità? A fianco dell’attività per le riforme tale da condurre a rivendicazioni per ottenere un ulteriore progresso, e accanto all’impegno tale da rafforzare i movimenti progressisti e le voci progressiste all’interno dei movimenti, credo che la risposta consista nel combinare il lavoro per le riforme con la costruzione di quelli, che io chiamo esperimenti imperfetti di cooperazione fondata su principi di equità.

    Prima di poter rimpiazzare la competizione e l’appropriazione con la cooperazione fondata su principi di equità, prima di poter rimpiazzare l’iniziativa privata e i mercati con i consigli dei lavoratori e dei consumatori e con la pianificazione partecipata, dovremo individuare degli strumenti intermedi per impedire il riflusso e riprodurre il progresso in avanti. Nel prossimo futuro la maggior parte di ciò dovrà essere fatta combinando l’iniziativa per le riforme con l’iniziativa per creare e espandere esperimenti imperfetti di cooperazione fondata su principi di equità. Entrambe le attività sono necessarie. Nessuna delle due strategie è di per sé efficace.

    Le riforme da sole non possono portare alla realizzazione di un cooperazione, fondata su principi di equità, perché fin quando le istituzioni dell’iniziativa privata e dei mercati sono lasciate al loro posto per rafforzare il comportamento antisociale basato sull’appropriazione e sulla paura, il progresso in direzione di una cooperazione, fondata su principi di equità, sarà limitato e il pericolo di un regresso sarà sempre presente. Inoltre le campagne per le riforme provocano per molti versi l’indebolimento dell’impegno per una piena giustizia economica e una vera democrazia da parte di chi le conduce e fa poco per dimostrare che la cooperazione, fondata su principi di equità, è possibile oppure istituisce nuove norme e nuove aspettative. D’altro canto , concentrarsi esclusivamente sull’organizzazione di istituzioni economiche alternative all’interno dell’economia capitalista non può aver successo. Prima di tutto, una focalizzazione esclusiva sulla costruzione di alternative al capitalismo tende troppo a isolare. Prima che il settore dell’economia non capitalista si allarghi, i livelli di sussistenza della maggior parte delle persone dipenderà dalla conquista di riforme nel settore capitalista e, pertanto, quello sarà il posto in cui si impegnerà la maggior parte delle persone. Ma concentrarsi esclusivamente sugli esperimenti di cooperazione, fondata su principi di equità, non sarà possibile, perché le regole del capitalismo mettono le istruzioni alternative in una condizione di svantaggio rispetto alle imprese capitaliste, contro le quali devono competere e perché le forze del mercato costringono le istituzioni non capitaliste a abbandonare i principi della cooperazione. Diversamente dai territori liberati del terzo mondo, nelle economie avanzate dovremo costruire i nostri esperimenti di cooperazione, fondata su principi di equità, all’interno delle nostre economie capitaliste. Pertanto i nostri esperimenti saranno sempre completamente esposti alle pressioni della competitività e alla cultura del capitalismo. Mantenere i principi cooperativi negli esperimenti alternativi, condotti in tali condizioni, richiede alti livelli di impegno politico, che è ragionevole attendersi da attivisti impegnati a costruire “un mondo nuovo”, ma non è ragionevole attendersi da parte di tutti. Quindi, concentrarsi esclusivamente sulle riforme e focalizzarsi solo sulla costruzione di alternative all’interno del capitalismo sono entrambe vie che conducono in un vicolo cieco. Nei decenni a venire, solo in combinazione fra loro le campagne per le riforme e gli esperimenti imperfetti di cooperazione, fondata su principi di equità, metteranno in discussione l’economia della competizione e dell’appropriazione.

    Siccome sia l’iniziativa per le riforme che la costruzione delle alternative all’interno del capitalismo sono necessarie, ne consegue che nessuna delle due è più decisiva o strategica dell’altra. Le campagne per riformare il capitalismo e la costruzione di istituzioni alternative all’interno del capitalismo sono entrambe parti integranti di una strategia che riesca a realizzare in questo secolo quello, che non siamo riusciti a realizzare nel secolo scorso, vale a dire a fare di questo l’ultimo secolo del capitalismo! Sfortunatamente, dire che sono necessari movimenti per le riforme più forti e più forti esperimenti di cooperazione, fondata su principi di equità, non rende giustizia alla grandezza dei compiti. Particolarmente negli stati Uniti, c’è bisogno di una quantità maggiore di entrambi, per arrivare al punto in cui sia possibile prevedere una qualche probabilità di successo. Mentre il capitalismo produce miti veramente in grado di incatenare le sue vittime, la sinistra ha troppo spesso prodotto miti consolatori sulle forze misteriose, che causano le crisi del capitalismo, che verranno in nostro soccorso anche se la nostra forza politica e organizzativa rimane pateticamente debole. Non c’è alcun succedaneo alle organizzazioni forti e alla forza politica; e non è facile costruirle. Nei prossimi due decenni ci si dovrà impegnare al massimo all’interno dei diversi movimenti progressisti per le riforme, perché è lì che si troveranno le vittime del capitalismo ed è lì che hanno tutto il diritto di aspettarsi che noi ce la mettiamo tutta per rendere il capitalismo meno distruttivo. Ma fin da ora è essenziale costruire esperimenti reali di cooperazione, basata su principi di equità, per provare a noi stessi, come agli altri, che la cooperazione, fondata su principi di equità è veramente possibile. Estendere e coordinare esperimenti di cooperazione, fondata su principi di equità, per offrire opportunità a un numero sempre maggiore di persone, la cui esperienza nei movimenti per le riforme le convince che vivere secondo principi cooperativi non competitivi con l’andare del tempo diverrà sempre più importante.

    Le campagne per le riforme e i movimenti per le riforme.

    Così, fin quando noi anticapitalisti non ci getteremo anima e cuore all’interno dei movimenti per le riforme, continueremo a essere emarginati. Almeno per il prossimo futuro la maggior parte delle vittime del capitalismo cercheranno di porre rimedio ai danni provocati dal capitalismo attraverso molteplici campagne di riforme per migliorare le proprie condizioni e queste vittime avrebbero tutte le ragioni di considerarci assenti ingiustificati, se non ci impegnassimo a condurre con la maggiore efficacia possibile le campagne per le riforme. Inoltre, dobbiamo impegnarci con entusiasmo nei movimenti per le riforme, sapendo bene che in questi movimenti non arriveremo mai a posizioni dirigenti, perché i nostri convincimenti non saranno sostenuti dalla maggioranza di coloro che saranno attratti da questi movimenti per molti anni a venire. Impegnarsi in campagne per le riforme e nei movimenti per le riforme significa lavorare con degli altri che accettano ancora il capitalismo. La maggior parte di coloro, che sono inizialmente attratti dalle campagne per le riforme non sono né anticapitalisti né sostenitori della sostituzione del capitalismo con un sistema completamente nuovo di cooperazione, fondata su principi di equità. E la maggior parte della leadership delle campagne e dei movimenti per le riforme è molto probabile che difendano il capitalismo come sistema e che sostengano, che tutto ciò che è necessario, sia correggere un’ingiustizia particolare. Ma non dobbiamo mai consentire ad altri di decidere come ci dobbiamo impegnare nei movimenti per le riforme o permettere che altri ci impongano scelte politiche. Noi sappiamo qualcosa, che la maggior parte degli altri ignora: che alla fine il capitalismo deve essere del tutto sostituito da un sistema di cooperazione, fondata su principi di equità.

    Imbrigliare la finanza.

    Siccome il settore finanziario – a causa delle cosiddette “riforme” neoliberiste introdotte nell’ultimo ventennio dalla finanza e dai politici che la sostengono in entrambi i partiti (repubblicano e democratico), grazie all’assistenza degli economisti mainstream - ha un funzionamento particolarmente antisociale c’è un margine molto ampio per migliorarne il funzionamento sia all’interno che all’estero. Controriforme, quali l’abrogazione nel 1999 del sistema di controllo Glass-Steagall e le varie misure che passano sotto l’insegna della liberalizzazione internazionale del capitale, orchestrata del Dipartimento del Tesoro USA e dal FMI, hanno eliminato le pur minime protezioni e salvaguardie, imposte dalla legislazione e dalle pratiche internazionali, risalenti al New Deal e alla Conferenza di Bretton Woods. Nei ruggenti anni venti l’economie nazionali e l’economie globali non erano soggette agli effetti distruttivi delle bolle finanziarie e dei fallimenti come lo sono oggi. Di conseguenza c’è molto, che si può fare attraverso la riforma della finanza a livello nazionale e internazionale, per migliorare le condizioni di vita delle vittime del capitalismo. Inoltre, molte di queste riforme non sono uno scostamento radicale dalle politiche del passato.

    Mentre [altre] riforme abbastanza facili da presentare possono condurre a miglioramenti fondamentali, sfortunatamente le campagne per la riforma finanziaria sono particolarmente difficili per un impegno efficace da parte delle forze popolari progressiste. Al contrario di “pace, non guerra”, la riforma finanziaria è tecnicamente più complicata ed è, pertanto, più difficile educarvi e mobilitarvi i cittadini comuni. Diversamente dalle campagne contro gli inquinatori, che spesso possono essere combattute a livello locale, per una riforma finanziaria di grandi dimensioni si deve procedere a livello nazionale e internazionale, per mezzo di organizzazioni e di alleanze, che sono lontane mille miglia dai sostenitori a livello locale e che sono invariabilmente condotte da persone, che non sono certo sostenitori sistemi economici di cooperazione fondata su principi di equità. Questi sono gli inconvenienti da tenere bene a mente per i gruppi, che intendono decidere se impegnarsi prioritariamente o meno per questo tipo di riforma. Ci sono alcune eccezioni. Campagne contro la speculazione immobiliare e per gli investimenti pubblici possono essere combattute a livello locale. Il Financial Markets Center ha in corso anche una campagna per aumentare l’influenza dei cittadini comuni sulla politica monetaria sfruttando misure contenute nella legge, che ha istituito la Federal Reserve Bank, che rende possibile il ricorso dei gruppi comunitari dinanzi agli uffici locali della Federal Reserve Bank. Ma, purtroppo, imbrigliare la finanza nazionale e internazionale è per lo più un’attività, che apparirà misteriosa e distante alla maggior parte degli attivisti dei diritti, per quanto offra affascinanti opportunità per richiamare l’attenzione su come il settore della finanza capitalista non serva affatto il pubblico normale.

    Macropolitiche per il pieno impiego.

    Non c’è nessuna ragione, per la quale la domanda aggregata non possa essere governata attraverso politiche fiscali e monetarie tese a mantenere la produzione effettiva il più vicino possibile alle potenzialità produttive complessive e la disoccupazione ciclica ai livelli più bassi. Costringere i governi a impegnarsi in efficaci politiche di stabilità non solo rende più efficiente l’economia, ma rafforza anche per altri versi il movimento che si batte per la cooperazione fondata sull’equità.

    Aumenti salariali e miglioramenti delle condizioni di lavoro sono più facili da conquistare in un’economia a piena occupazione. Programmi d’azione efficaci, indirizzati a porre rimedio alla discriminazione razziale e di genere sono più facili da conquistare, quando l’economia è in crescita, che quando è stagnate o in fase di contrazione. È più facile che le spinte all’organizzazione sindacale abbiano successo quando i mercati del lavoro sono saturi, che quando i tassi di disoccupazione sono alti. La ragione, per cui i settori privilegiati del capitalismo ostacolano le iniziative, che perseguono politiche di piena occupazione – che ridurrebbe il loro potere contrattuale -, è proprio la ragione, per cui coloro che si battono per la cooperazione fondata sull’equità dovrebbero sostenerle attraverso campagne appropriate. Per tutti questi motivi è importante ottenere delle riforme che ci avvicinino a un “capitalismo senza disoccupati” ancor più di quello che raggiunsero i paesi scandinavi negli anni 1960 e 1970. Ma è importante non sopravvalutare quello che ciò realizzerà. Anche se tutti avessero un lavoro, non avrebbero un lavoro col quale potrebbero mantenere una famiglia e sarebbero pagati molto meno del giusto per i loro sacrifici. Lavori a basso salario nei MacDonalds sono i surrogati poveri dei lavori meglio pagati alle macchine in fabbrica. Anche se tutti avessero un lavoro, non ne avrebbero uno gratificante sul piano personale e socialmente utile, dal momento che nel capitalismo la maggior parte dei lavori sono più sgradevoli del necessario e che molto lavoro nel capitalismo è privo di utilità sociale. Lavori di telemarketing o di servizi precari senza previdenza sono i sostituti poveri di lavori tutelati come insegnare o pulire fiumi inquinati. Un economia del pieno impiego, fondata su un keynesismo militare e sui tagli fiscali per i ricchi non è proprio il tipo del programma per la piena occupazione che i progressisti sosterrebbero.

    Così quando ci battiamo per politiche di stabilizzazione del pieno impiego, non dovremmo mai dimenticarci di sottolineare che quello, che ogni cittadino si merita, è un lavoro socialmente utile con un’equa retribuzione. Non dovremmo mai stancarci di sottolineare che, mentre il capitalismo è incapace di attuarlo, ciò è tanto giusto quanto ragionevole. Dobbiamo anche batterci per ampliare le possibilità per un lavoro socialmente utile, autogestito e per il quale le persone vengano quello che è giusto, aumentando la quantità di posti di lavoro nelle cooperative possedute e gestite dai lavoratori, in modo che le persone abbiano un’alternativa a lavorare per i capitalisti.

    La riforma fiscale.

    La tassazione progressiva - cioè un sistema fiscale che preveda che coloro, che hanno entrate e ricchezze più alte, paghino tasse sul loro reddito tasse percentualmente più alte – può ridurre la disuguaglianza di reddito e di ricchezza. C’è un certo numero di organizzazioni con proposte di riforme fiscali, che sostituirebbero le imposizioni fiscali regressive con imposizioni più progressive e renderebbe le tasse progressive ancora più progressive. Citizens for Tax Justice (www.ctj.org) e United for a Fair Economy (www.ufenet.org) non solo forniscono utili critiche alle iniziative della sinistra in campo fiscale, ma propongono anche eccellenti alternative progressive per la riforma fiscale. Sfortunatamente, negli ultimi venticinque anni, negli Stati Uniti abbiamo rapidamente “progredito” alla rovescia, poiché i ricchi hanno utilizzato la loro crescente influenza sui politici, che finanziavano, per scaricare il carico fiscale dalle loro spalle, dove è giusto che sia, sulle spalle dei meno fortunati, dove non lo è.

    Oltre a rendere più progressivo il sistema fiscale, dobbiamo tassare i cattivi comportamenti e non i buoni comportamenti. Un efficiente sistema fiscale dovrebbe tassare le emissioni inquinanti per un equivalente pari al danno subito dalle vittime dell’inquinamento. Fra l’altro, se i governi lo facessero accrescerebbero enormemente le loro entrate. Ma anche se le tasse venissero prelevate dalle industrie che inquinano, il loro costo sarebbe distribuito fra le industrie che inquinano e i consumatori dei loro prodotti. Studi sull’incidenza delle tasse sull’inquinamento – cioè su chi sostiene i costi delle tasse sull’inquinamento – hanno concluso che le persone a basso reddito sosterrebbero gran parte del peso fiscale dell’inquinamento, o delle cosiddette “tasse verdi”. In altre parole, molte tasse sull’inquinamento sarebbero tasse molto regressive e aggraverebbero, pertanto, l’ingiustizia economica. D’altro canto, i governi federale, statale e locale prelevano già molte tasse, che sono ancor più regressive di quanto lo sarebbero le tasse sull’inquinamento. Nel 1998 le tasse molto regressive sulla sicurezza sociale sono state per consistenza la seconda fonte delle entrate fiscali federali degli USA, rappresentando più di un terzo di tutte le entrate federali. Se a ogni dollaro incassato grazie alle nuove tasse federali sull’inquinamento corrispondesse un dollaro di riduzione per le tasse sulla sicurezza sociale, con le tasse su un “cattivo comportamento” – l’inquinamento – si sostituirebbero le tasse su un “buon comportamento” – il lavoro produttivo – e si renderebbe inoltre più progressivo il sistema fiscale federale. A livello statale e locale ci sono da scegliere tasse ancor più regressive da sostituire con tasse verdi statali e locali, che renderebbero le tasse statali e locali meno regressive di quanto siano adesso. Redefining Progress (www.redefiningprogress.org) è un’organizzazione, che promuove ragionevoli, per combinare le tasse verdi con riduzioni delle tasse più regressive, per giungere a “prezzi adeguati”, che riflettano i costi ambientali, rendendo al tempo stesso il sistema fiscale più, non meno, equo

    Salario minimo.

    Contrariamente all’opinione comune, la crescita del salario minimo non solo favorisce la giustizia economica, ma nel lungo periodo rende anche più efficiente l’economia. In altre parole, si tratta di buona economia in ogni senso. Allo stesso modo, le campagne per il salario minimo, in un certo numero di città americane, sono state iniziative importanti per rendere negli ultimi dieci anni il capitalismo americano più giusto e efficiente. Soprattutto laddove i sindacati sono deboli e rappresentano una parte minima della forza lavoro, i programmi per il salario minimo vitale sono programmi importanti per indirizzare il capitalismo verso la crescita.

    Nel giugno 2004 il numero delle città, che hanno approvato ordinanze sul salario minimo vitale è arrivato a 121 e comprende New York, Los Angeles, Chicago, Boston, Baltimora, Detroit, Denver, Minneapolist, St.Paul, Buffalo, Pittsburg, Cleveland, St.Louis e Miami. Il Living Wage Resource Center pubblica un’informazione aggiornata sulla situazione delle campagne sul salario minimo vitale sul suo sito www.livingwagecampaign.org, United Students Against Sweatshops hanno reso disponibili sul loro sito, www.usasnet.org, i dati sul numero delle campagne sul salario minimo condotte nei campus, nelle quali sono impegnati, fra le quali figurano le campagne nell’Università della California a San Diego, nella Valdosta State University in Georgia, alla Stanford University, allo Swarthmore College e nell’Università del Tennessee a Knoxville. Siccome negli USA la forza dei sindacati è diminuita, le campagne per il salario minimo vitale sono diventate per i gruppi progressisti uno strumento sempre più importante per proteggere i lavoratori che ne fanno parte dall’abbassamento dei livelli di vita.

 

 

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