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Discussione: Vietnam 30 anni dopo.

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    Le vittime dell'Agent Orange chiedono giustizia

    Vietnam 30 anni dopo

    30 aprile 1975: le truppe nordvietnamite entrano a Saigon. Finisce così la guerra del Vietnam. Ma non per tutti. Sono 4 milioni le persone che subiscono gli effetti dell'Agent Orange, il defoliante alla diossina che l'aeronautica Usa riversò nel paese. Ancora oggi, i figli dei reduci devono convivere con patologie gravi. E chiedono giustizia.

    di Eva Morletto
    da Hanoi

    Dao Dang Song ha 20 anni, ma sembra un bimbo di dodici, mentre si muove nel laboratorio di informatica dove insegna agli allievi più giovani a familiarizzare con il computer. La sua crescita si è arrestata molti anni fa, i muscoli di gambe e braccia sono atrofizzati, raccontano un dolore che il sorriso allegro e gli occhi vispi vorrebbero far dimenticare. Song, figlio di un ex combattente vietcong, è uno dei cento ragazzi che ricevono vitto, alloggio e formazione scolastica di base nel villaggio Hoa Binh, periferia nord di Hanoi, un anonimo tentacolo urbano steso in una campagna brulla e punteggiato di casermoni della peggior tradizione architettonica del socialismo reale. Gli ospiti del centro, tra gli 0 e i 20 anni, sono tutti vittime di malattie e malformazioni gravi, causate dal famigerato
    Agent Orange , il defoliante ad alto contenuto di diossina che, tra il '61 e il '71, gli elicotteri e i C-123 dell'aeronautica Usa riversarono in milioni di litri sul territorio vietnamita, in particolare sulle aree rurali del sud e lungo il "sentiero di Ho Chi Minh", ai confini con la Cambogia, su cui i vietcong trasportavano armi e approvvigionamenti per i compagni che combattevano al sud.


    Disastri sanitari e ambientali

    In questa provincia, ancor oggi sono visibili gli effetti dei defolianti; a foreste lussureggianti si alternano distese brulle, dove cresce quella che i botanici definiscono "flora degradata": rovi, erbacce, qualche pianta grassa. Secondo una ricerca di Le Cao Dai, funzionario della Croce Rossa in Vietnam, il 12% della superficie del paese fu distrutta dai defolianti. Elefanti, tigri e altri mammiferi di grossa taglia sono scomparsi. In compenso è aumentato in modo preoccupante il numero di animali nocivi, come ratti e zanzare portatrici di malaria e febbri emorragiche.
    «In Vietnam sono 4 milioni le persone che dal termine del conflitto hanno subito e subiscono gli effetti dell'Agent Orange» dichiara l'ex ministro della Sanità Nguyen Trong Nhan, oggi vice presidente della Vietnam Association for victims of Agent Orange, fondata nel 2004 per volere dello stesso Nguyen. «La sostanza provoca un forte indebolimento del sistema immunitario. Perciò dal calcolo sono esclusi tutti coloro che hanno affrontato malattie, come la malaria, non direttamente imputabili alla diossina, ma contratte probabilmente perché la diossina abbassa le difese dell'organismo e facilita le infezioni e i processi patologici». Molti di coloro che in epoca di guerra vivevano o si trovavano a combattere in aree contaminate da Agent Orange si sono ammalati di cancro e hanno generato figli con sindrome di Down, sclerosi multipla, malformazioni gravi.


    Acqua di morte

    Proprio quest'anno si festeggia il 30° anniversario della fine della guerra in Vietnam, il conflitto più filmato e fotografato della storia, anche in quella celebre giornata dell'aprile '75 in cui le truppe nordvietnamite entrarono a Saigon e l'ultimo elicottero americano si alzò in fuga dall'ambasciata Usa.
    Per molti, tuttavia, la guerra non è mai terminata e continua a manifestarsi in modo crudele. Sono necessari dai 10 ai 17 anni perché la diossina disciolta nell'acqua e nei terreni perda metà del potenziale distruttivo. E nelle aree paludose, il tempo per neutralizzare il veleno può anche raddoppiare. Alla foce del Mekong le acque fangose del delta sono alla base di tutte le attività dei villaggi; nel fiume ci si lava, si attinge l'acqua per cucinare e irrigare gli orti. I sampang people, che vivono su coloratissimi barconi, traggono il nutrimento dal delta: diffusissimo è il consumo di una verdura a foglia larga chiamata morning glory che cresce spontanea sulle rive. È facile intuire perché ancor oggi nascano bimbi malati, come i piccoli ospiti dell'Hoa Binh.
    Le famiglie non hanno mezzi finanziari adeguati per le cure dei propri cari e in un'economia povera, dove i figli sono visti come risorse per il futuro, dover sostenere talvolta tre o quattro bimbi gravemente malati e non autosufficienti è un dramma impensabile.
    «Nessuno può prevedere quando tutto questo finirà» dice rassegnato Nguyen.




    Denunce inascoltate

    Molte lettere sono state indirizzate dall'associazione per le Vittime dell' Agent Orange al governo americano e ai relativi presidenti. Bush senior e junior non hanno dato alcun segnale. Dopo la visita ufficiale nel 2000 e l'incontro con l'allora ministro Nguyen, Bill Clinton rispose. Il professore ci mostra emozionato la lettera: «Sono d'accordo con Lei nel valutare come i malati a causa dell'Agente Arancio affrontino difficoltà, sia di ordine psicologico, sia riguardo le cure mediche. Penso anch'io che sia necessario approfondire la ricerca scientifica e unire le nostre due nazioni in uno sforzo umanitario». Ma ai buoni propositi non è seguito nessuno sforzo concreto. Il professore sorride, con la proverbiale pazienza degli orientali. «È già qualcosa» dice.
    A partire dagli anni Ottanta le prime voci di denuncia giunsero al Pentagono dalle associazioni di ex marines molti dei quali coinvolti nell'operazione Ranch Hand, che consisteva nel distruggere le foreste in cui trovavano rifugio i vietcong, irrorandole di erbicidi e poi incendiandole con il napalm. Molti reduci si ammalarono di cancro ed ebbero figli con gravi malformazioni.
    Poiché la legislazione statunitense impedisce processi contro il governo per atti compiuti nel corso di operazioni militari, i veterani mossero causa direttamente alle aziende chimiche produttrici di Agent Orange. Nel maggio '84, poco prima del processo, le aziende incriminate decisero di versare 180 milioni di dollari su un conto bancario divenuto fondo di compensazione dei reduci vittime della diossina.
    Le voci dal Vietnam rimasero sempre inascoltate.


    Il Vietnam al decollo

    Il prossimo anno, il paese asiatico entrerà nel Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio. Il Vietnam sta potenziando la sua economia: tra Hanoi e Haiphong, sul golfo del Tonchino, si sta sviluppando rapidamente un enorme distretto industriale. Alcune località quali Nha Trang, sulla costa centrale, e in tono minore Mui Ne, più a sud, vedono spuntare come funghi locali alla moda, alberghi e resort di lusso per i turisti che arrivano dall'Europa o dall'America. È probabile che il governo vietnamita non abbia dunque intenzione di alzare troppo la voce nei confronti degli Usa sulle problematiche legate agli strascichi del conflitto.
    Resta il fatto che le vittime vietnamite non hanno mai ricevuto il minimo sostegno economico da parte delle istituzioni, e nessuna delle aziende chimiche che dal maggio '61 ebbero l'incarico dal governo Kennedy di produrre erbicidi e defolianti per l'imminente guerra chimica ammise le proprie responsabilità.


    Spettri di oggi


    Il professor Nguyen ci consegna un elenco delle aziende che produssero l'Agent Orange di cui l'esercito Usa usò circa 80 milioni di litri, contenenti a loro volta quasi 400 chili di diossina pura.
    L'elenco rivela che quasi tutti i colossi della chimica mondiale sono stati coinvolti in questo sterminio indiretto. In cima alla lista vi è la Dow Chemical, cui segue il colosso Monsanto, da anni sotto il mirino degli ambientalisti per la produzione di sementi transgeniche, la Uniroyal, la Thompson e l'Occidental Chemical Corporations (Oxychem) di Dallas, che allora si chiamava Plastics Corporations e fu responsabile di uno dei casi di inquinamento più gravi nella storia americana: quella di Love Canal, sobborgo industriale nello Stato di New York da cui, nel '78, furono evacuate 250 famiglie poiché l'area era contaminata dalla discarica di rifiuti industriali della Plastics. Molti morirono di cancro. Probabilmente molte di quelle famiglie non avevano mai sentito nominare 'Agent Orange.
    Ancora oggi, pochissimi fra i turisti che si recano al Museo di Crimini di guerra di Saigon sanno che quei due feti deformi sotto formalina, nella teca circondata dalle foto di battaglie in bianco e nero di Larry Burrows, non fanno parte di un passato da archiviare con i suoi orrori, ma del presente.


    La guerra non è finita


    Certo, la guerra è finita. I pochi giornalisti rimasti a Saigon lo comunicarono a tutto il mondo il 30 aprile '75. È finita la guerra di Tran, che, giovanissimo, si trovava dentro al tank che abbatté la cinta dell'ambasciata americana, inconsapevole che quella manovra sarebbe rimbalzata sulle tv di tutto il mondo entrando a far parte dell'immaginario universale sul conflitto. È finita la guerra di Kim, che aveva impugnato il fucile a fianco dei vietcong. Un giorno, in un villaggio sugli altipiani centrali, durante una scaramuccia il suo gruppo catturò un soldato del Vietnam del sud. Sapeva bene l'inglese ed era utile ai guerriglieri per tradurre i volantini propagandistici americani. Kim si innamorò di quel soldato e al termine della guerra lo sposò, perdendo così tutti i benefici e i privilegi sociali riservati a coloro che si erano schierati con Hanoi. Oggi Kim ha 60 anni e vende ortaggi per strada. Ma sorride, è orgogliosa della sua scelta.
    Non è finita invece la guerra a Hoa Binh, e tra le mura dell'istituto non ci sarà probabilmente né tempo né modo di gioire delle parate commemorative di questo aprile. Il dottor Tran Van Ly e il suo staff hanno un motto: «fare di tutto perché i bambini malati per la diossina, giorno dopo giorno, possano dimenticare». Loro, e solo loro, hanno il diritto di farlo.


    http://www.volontariperlosviluppo.it/

  2. #2
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    Predefinito

    La Repubblica, 17/05/2004

    di Bonini Carlo


    Parlano gli eroi di My Lai

    "È giusto disobbedire come facemmo noi in Vietnam"

    Disobbedire all´orrore è giusto, possibile.

    Soprattutto, è accaduto. Il mattino del 16 marzo 1968, in una risaia trasformata in mattatoio di innocenti, il soldato Lawrence Colburn, mitragliere di destra dell´elicottero OH23, 123esimo squadrone dell´aria dell´Americal Division, in missione di ricognizione e ricerca nella provincia di Quang Ngai, rivolse la canna della sua arma contro l´esercito degli Stati Uniti, il suo Paese, quello di cui vestiva l´uniforme. Aveva 18 anni. Era partito volontario per il Vietnam un anno prima, come il ragazzo che gli sedeva accanto, il tenente-pilota Hugh Thompson, che gli aveva appena gridato in cuffia «ciò che era giusto fare». Ora. Subito. «Fermare una banda di assassini con la divisa americana».

    Quel giorno di primavera cambiò per sempre le vite di questi due soldati e dell´America. Perché quella risaia aveva un nome destinato a decidere le sorti della guerra, a modificarne il segno nell´opinione pubblica: My Lai. Colburn e Thompson fecero tacere le armi dei due plotoni di macellai della compagnia Charlie. Riuscirono a salvare le vite di dieci innocenti, a risparmiarli da un massacro che aveva impilato 504 cadaveri. Sarebbero stati testimoni chiave nel processo di corte marziale che ha consegnato My Lai alla storia.

    Sono passati 36 anni. E le foto di Abu Ghraib, hanno riaperto le ferite e le emozioni di questi due ragazzi che ragazzi più non sono. Colburn ha 54 anni. Vive in un paesino del sud degli Stati Uniti, Canton, Georgia. Thompson, che di anni ne ha 61, lavora a Lafayette, Louisiana. Rintracciati telefonicamente in una pigra domenica mattina, accettano entrambi di raccontarsi e raccontare. «Abu Ghraib... My Lai... È come se i morti avessero preso ad afferrare i vivi. Come se non ci fosse scampo alla nostra, alla mia maledizione». Colburn scandisce le parole, tira un profondo respiro, chiede qualche istante per allontanarsi con il telefono dal prato della sua backyard che sta tagliando insieme al figlio di dodici anni. «Preferisco che non senta. Lui non sa chi sono davvero. Non sa che suo papà è quello di My Lai. Non voglio che lo sappia né oggi, né domani.

    Deciderò io quando dirglielo. Preferisco che per il momento sappia quello che è successo al suo papà dopo il 16 marzo 1968». Quando Colburn decide di fuggire l´ossessione di quella risaia del Vietnam del Sud a bordo di un peschereccio che incrocia nelle acque gelide dell´Alaska a tirar su gamberi e granchi. «Lì c´era silenzio e pace. Neve e ghiaccio. Lì sono riuscito a non impazzire, a rimettere insieme quel poco che era rimasto della mia anima. Sì, mi ha salvato la neve dell´Alaska e quella dell´Oregon, dove sono finito per un po´ a lavorare come uomo di fatica agli skilift e dove ho incontrato la donna che mi ha dato mio figlio. Che mi ha convinto che potevo tornare nel mondo dei vivi. Quello che avevo lasciato per sempre quando con Thompson sedemmo per testimoniare alla corte marziale contro gli assassini della compagnia Charlie. Gli infami eravamo diventati noi. "Canarini"... Sì così ci chiamavano e così hanno continuato a insultarci per anni. I due "canarini", gli infami. Anzi, la prego. Quando sente Thompson non la pronunci neppure questa parola».

    Non ce n´è bisogno. Perché Thompson l´offesa l´ha incisa nella carne. «So che cosa molti non ci hanno perdonato. Che quella mattina, siamo stati io e Larry a decidere cosa era giusto fare. Che non esiste ordine illegale a cui si debba ubbidire. Che se un ordine è illegale, non basta tacere. Bisogna opporsi subito e poi denunciare i responsabili, chiunque siano». La rabbia rende nitido il ricordo. «Eravamo in volo radente quando vidi montagne di corpi, capanne che bruciavano, soldati impazziti che facevano fuoco su cadaveri ammucchiati. Cominciai a chiedere via radio se era necessario scendere per prestare soccorso ai feriti, ma non ebbi risposta. Feci altri due o tre cerchi e cominciai a chiedere chi fossero quei fottuti pazzi con le nostre uniformi. Farfugliarono che stavano rispondendo a una minaccia vietcong. Cazzate! Dissi a Larry di armare la mitraglia e prepararsi a mandare all´altro mondo un po´ di quegli assassini...E Larry lo fece. Senza pensarci un attimo. Purtroppo era tardi. Ne trovammo vivi solo dieci. Ma forse è servito. Forse».

    Da due settimane, in casa Colburn, Abu Ghraib è un´ossessione. Racconta Larry: «Quando sono arrivate le prime immagini mi sono sentito morire. Mi sono detto: Cristo, ci risiamo. Ci risiamo con questo schifo...Ho ricominciato a sentirmi spesso con Hugh (Thompson ndr.). Perché? Perché?, continuavo a ripetermi. Poi, con il passare dei giorni ho cominciato a ringraziare il Padre Eterno di essere vivo. Di essere sopravvissuto a My Lai, perché evidentemente, finché sarò vivo, potrò continuare a dire ciò che penso da quella mattina del 16 marzo. Che non può che finire in un fottuto schifo quando pretendi di portare la democrazia in un Paese lontano di cui non sai nulla. Di cui non conosci nulla. Di cui non ti importa nulla... È la lezione del Vietnam che qualcuno non ha ancora imparato».


    Anche se è una lezione che viene recitata da allora in ogni accademia militare. «Spesso in questi anni - dice Thompson - sono stato chiamato a tenere lezioni a West Point. Non c´è cadetto che non annuisca convinto, sentendomi ripetere che la Convenzione di Ginevra non è un´opzione, ma un dovere. Certo, se poi un giorno qualcuno si alza e dice che la Convenzione di Ginevra ad alcuni si applica e ad altri no, non è difficile che qualche ragazzo di diciotto anni faccia confusione. Che Abu Ghraib diventi quel che è diventata».

    «Ma certo! - esplode Colburn - A chi la vogliono far bere questa storiella dei sei soldati pervertiti che si facevano le foto con l´autoscatto da mandare agli amici o da vedersi la sera in camerata? No, io sono convinto che qualcuno ha ordinato quel tipo di umiliazione. Perché lo scopo era piegare i prigionieri, farli sentire sporchi, luridi, violati. Si chiama guerra psicologica. Ed è antica quanto la guerra combattuta con i cannoni». Anche in Vietnam, andò così. «Nel ´68, non esistevano i campi di internamento. Né, ho mai assistito all´interrogatorio di prigionieri da parte della nostra intelligence militare. Ma una cosa la so bene, perché ricordo di aver chiesto ogni volta "perché?". Nel nostro squadrone, si chiamavano missioni "snatch", "afferra". Erano sequestri di persona. Piombavamo con gli elicotteri nei villaggi, dove gli ufficiali dell´intelligence individuavano contadini che per età o fisico apparivano abili all´arruolamento. Venivano caricati a bordo e incappucciati con sacchi di juta, perché allora, forse, ci si preoccupava ancora che i prigionieri potessero respirare. Quindi, scaricavamo quei disgraziati nei centri di interrogatorio perché dessero notizie sui movimenti dei vietcong. Ne ho visti tanti di quei prigionieri e, oggi, guardano le foto di Abu Ghraib, ho ricominciato a pensare a cosa è stato di loro».


    Nel ´98, Colburn e Thompson hanno ricevuto la medaglia d´oro per aver fatto, il 16 marzo 1968, «la cosa giusta». Un riconoscimento arrivato con 30 anni di ritardo. «Le decorazioni scaldano il cuore - dice oggi Thompson - Ma io aspetto di vedere dell´altro. A My Lai, i generali e i papaveri di Washington se la cavarono. Ad Abu Ghraib non deve accadere».


    Fonte : http://www.archiviostampa.it/

 

 

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