Oggetto: fascismo e razza
Questo post è dedicato a tutti quelli che ritengono il fascismo estraneo al razzismo.Questo manifesto risalente ad allora è attualissimo ancora oggi.
Data: venerdì 24 agosto 2001 15.00
Oggetto: Orgogliosamente razzisti [da: "Storia d'Italia" di D.M. Smith, ed.Labor, vol II]
[da: "Storia d'Italia" di D.M. Smith, ed.Labor, vol II]
Un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane e sotto
l'egida del Ministero della Cultura popolare nei seguenti termini ha fissato
quella che è la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della
razza:
Diversità delle razze
1] Le razze umane esistono La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini, simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.
Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
2] Esistono grandi e piccole razze umane Non bisogna soltanto ammettere che esistono i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che, sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori [come p. es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc] individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni.
Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
3] Il concetto di razza è concetto puramente biologico* Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di
razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente,sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
L'Italia ariana
4] La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà è ariana Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
5] E' una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici .Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli, capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, anche nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni di Italiani di oggi
rimontano quidi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
6] Esiste oramai una pura "razza italiana" Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
7] E' tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti Tutta l'opera che finora ha fattto il Regime in Italia è in fondo del razzismo.
Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza.
La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.
La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli italiani e gli scandinavi sono la stessa cosa.
Ma vuole soltanto additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
Distinzione necessaria
8] E' necessario fare una netta distinzione tra i mediterranei d'Europa [occidentali] da una parte, gli orientali e gli africani dall'altra Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine
africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
9] Gli ebrei non appartengono alla razza italiana Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia.
Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.
10] I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri.
Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extraeuropea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
Data: venerdì 24 agosto 2001 14.50
Oggetto: le radici profonde dell' antisemitismo
le radici profonde dell' antisemitismo
Non è vero che le leggi sulla razza emanate dal governo fascista e entrate in vigore il 18 settembre 1938 furono un episodio isolato e neppure l'automatico prodotto dell'alleanza con la Germania di Hitler.
La cultura italiana - quella nazionalista e cattolica - conteneva già in sé le radici dei provvedimenti legislativi che isolarono e criminalizzarono gli ebrei.
David Bidussa
Le leggi razziali contro gli ebrei, introdotte nell'autunno 1938, hanno una loro gestazione concreta e una loro genealogia specifica. Ritenere che esse siano il prodotto di un contesto, che rispondano a una logica ferrea di alleanza nel quadro delle scelte di politica internazionale che il regime fascista andava costruendo nella seconda metà degli anni 30, è limitante, comunque non è sufficiente.
Si potrebbe ricordare come accenni antisemitici siano già presenti nella cultura politica italiana già nei primi anni del secolo [nel movimento nazionalista italiano], ancor prima nella pubblicistica cattolica [non
solo di "Civiltà Cattolica", ma anche ne "L'Osservatore di Cristo" di Don Albertario e in numerose pubblicazioni diocesane nell'ultimo quarto dell'Ottocento] come pure già nella prosa mussoliniana ancor prima della marcia su Roma.
Questi aspetti possono essere letti come le premesse politiche di un discorso antisemita. Ma non è qui, o non solo qui, il nodo concettuale della questione. Infatti, la premessa concettuale al razzismo in Italia non nasce dall'antisemitismo profondamente presente nella cultura nazionale, ma questo vi viene ritradotto sulla base della cultura razzista che ha premesse consistenti, ma non coordinate, nella cultura fascista degli anni 20 e che acquista una sua coerenza teorica e politica con la guerra italo-etiopica.
Il razzismo in Italia, come discorso politico coerente, non come cultura, invece già presente, non nasce preliminarmente contro gli ebrei, ma in risposta al timore del "meticciato" come esito della vittoria militare in Etiopia. In altri termini: il razzismo ha il suo primo banco di prova nelle leggi promosse tra il 1936 e il 1937 riguardanti le popolazioni indigene africane appartenenti all'Impero italiano - ma "non facenti parte della nazione italiana". Esso ha le sue
matrici culturali e i suoi criteri fondativi nella demologia e nello studio delle tradizioni popolari che acquistano gli studi di antropometrica [L. Cipriani], nella costruzione del mito della "Roma
Augustea" [nel 1937 è celebrato il bimillenario della nascita di Augusto imperatore] attraverso il quale si riscrive il concetto di nazione italiana.
Le leggi razziali sono il frutto di una cultura e di una politica che in prima battuta non assume il sangue come criterio discriminante della classificazione, ma che fa della nazionalità il perno della questione
della piramide gerarchica dei sudditi, suddividendoli tra cittadini italiani con diritti e cittadini senza diritti, ergo servi.
E' su questo piano che razzismo e antisemitismo si incontrano nella storia della politica italiana e nella vita pubblica in Italia. Sulla questione delle leggi razziali in Italia si è scritto molto in anni
recenti. Ciò non toglie, tuttavia, che ancora prevalga un senso comune minimalista.
In Italia la vicenda dell'antisemitismo e del razzismo è stata assunta come un "corpo estraneo", scaricata sul nazismo, guardata e analizzata come un evento non correlato alla storia nazionale. In termini più ampi:
se in Germania la cittadinanza [sociale, politica, culturale]costituisce una strozzatura cosciente della propria idea di nazione, in Italia si continua a ritenere che il Risorgimento e il processo di
formazione dell'idea nazionale costituiscano un momento edenico e "senza macchie".
Preliminarmente è opportuno fissare un criterio: il razzismo non ha una relazione diretta con la quantità di morti. Come nota correttamente uno studioso del razzismo: "Il razzismo diventa totale se coloro che dirigono lo stato riescono a subordinargli tutto: la scienza, la tecnica, le istituzioni, ma anche l'economia, i valori morali e religiosi, il passato storico, l'espansionismo militare; se plasma tutti gli ambiti della vita politica e sociale e a tutti i livelli, senza dibattito né contestazione possibile". [Michel Wieviorka, "Lo spazio del razzismo", Il Saggiatore, pp.76-77], Uno stato e una politica sono razzisti in relazione alle regole statuite in merito alla cittadinanza e alla nazionalità.
Il concetto di razza italica viene strutturandosi intorno a una visione storicizzata e progressiva del carattere nazionale.
Accanto alla genetica, all'antropologia fisica, all'etnologia, si afferma una componente legata al tema della tradizione popolare, ossia un elemento che trae spunto non tanto da un fatto "di sangue", quanto da un profilo in cui il tempo assume un valore eminentemente positivo e non corruttivo. Nel razzismo fascista il concetto di razza si fonda, invece,sulla sua evoluzione. L'accento non è posto prevalentemente su un dato biologico, bensì su uno comunitario. Il razzismo fascista, a differenza
di quello nazista, si accredita come un composito di razzismo classico e di razzismo differenzialista, con il secondo prevalente sul primo.
Altra componente presente nell'antisemitismo fascista è l'antigiudaismo cattolico, particolarmente concentrato nelle sue aree di intransigentismo e antimodernismo. Ciò almeno rispetto alla persistenza
di due argomentazioni che si collegano direttamente alla questione della cittadinanza politica e culturale in età moderna: la prima che riprende sostanzialmente l'immagine dell'ebreo pericoloso, comunque "vocato al complotto", e perciò assimilato alle sue presunte versioni moderne [il
massone e il bolscevico] ; la seconda che fa discendere dalla prima l'impossibilità di una soluzione a meno di non ricorrere alla riedificazione dei ghetti e dunque a un'ipotesi segregazionista e
discriminatoria, unica forma ritenuta efficace per contenere e inibire il pericolo ebraico.
Considerazioni diverse, invece, vanno svolte intorno al tema dell'ebreo come "straniero minaccioso". Pur non caricandosi del significato di "sottrazione di spazio", il tema dell'ebreo minaccioso all'interno del
discorso fascista assume due significati specifici. Ossia:
1] l'ebreo come componente del complotto presunto per la distruzione "dell'italiano vero e autentico";
2] l'ebreo come sovvertitore della comunità.
Entrambi questi elementi appartengono a una categoria contigua e omologa dal punto di vista culturale che in formula potremo indicare come "antiamericanismo" [ovvero come il rifiuto di una comunità che rompe i legami arcaici e comunitari], tema particolarmente presente nella cultura del regime soprattutto negli anni della "grande depressione"[29-33], ma che si nutre di una "corrente calda" che a vario titolo ha le sue premesse nella riflessione politica di alcune figure del Risorgimento [Massimo D'Azeglio, per esempio] e nelle riviste fiorentine di primo Novecento [in particolare "Il Regno" di Corradini] e che si
ripresenta nel dibattito su New Deal e corporativismo.
Dal corpo complessivo dell'attività legislativa del razzismo fascista si possono trarre almeno due conclusioni non necessariamente tra loro contraddittorie. Primo: la legislazione razziale limita pesantemente la sfera dei diritti individuali ma non determina la strutturazione di una
politica che come esito obbligato includa e presuma l'eliminazione fisica. Secondo: la politica seguita, soprattutto nei campi dell'istruzione, della scolarizzazione, delle attività professionali,dei processi di acculturazione - in una parola riferita a quelle linee che ineriscono la riproduzione delle qualifiche professionali,occupazionali, più in generale di tenuta dei livelli culturali del mondo ebraico italiano - è invece fortemente tesa a conseguire un abbassamento del livello medio di vita e di caratteristiche socio-culturali degli italiani ebrei, Consideriamo gli effetti indotti dalla dinamica del secondo tipo.
Nel complesso essi appaiono meno "sconvolgenti" nell'immediato, ma molto più significativo se colti e valutati in un tempo medio- lungo. Abolire complessivamente qualsiasi attività di stampa ebraica in Italia come avviene nel secondo semestre del 1938, limitare gli ambiti professionali, implica un obiettivo di lungo periodo: ottenere una depressione delle caratteristiche sociali e culturali di un gruppo umano
che intorno ad esse ha scommesso le sue chances di emancipazione.
L'obiettivo è la formazione e la strutturazione di un "gruppo di iloti".
E' scarsamente rilevante allora se da parte del fascismo si dia, e se sì in che forma, una politica "blanda", certo lo è in relazione ai modi e ai tempi, ma non relativamente ai fini. Gli scopi sono definibili,
tuttavia, per la variabile tempo che presumono. Un obiettivo di ilotizzazione, perseguito nei modi messi in atto dal regime, presume che si guardi ai tempi lunghi, che si faccia riferimento a un lento
sgretolarsi delle caratteristiche intrinseche al gruppo oggetto delle politiche razziali in un tempo non valutabile in anni, bensì in generazioni. In altri termini le scelte politiche rivolte alla
compressione del gruppo ebraico da parte del regime fascista non presumevano una strategia di corto respiro - e quindi non sono liquidabili con un giudizio di ristretta contingenza politica, ovvero
come adeguamento politico, ma senza convinzioni, al nazismo - ma miravano a una politica di lunga durata.
Un ultimo aspetto, infine, denuncia il fatto che la legislazione razziale non fu un incidente di percorso. Se i processi di revisione storica hanno un senso si deve rilevare come il corpo complessivo della
legislazione, spesso operata per via di decreti e di circolari più che da un vero e proprio corpo di norme definite dal governo centrale, solo con lentezza è stato rimosso e abolito nell'Italia del secondo
dopoguerra. Ancora nel 1946 in Italia la voce "razza" compare nei certificati di polizia e solo con il 1987 risulta complessivamente abolita la struttura legislativa delle leggi razziali. Se di "corpo estraneo" ancora si parla nel linguaggio corrente, si dovrà almeno rilevare che gli anticorpi non erano poi così forti.
da Il Manifesto




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