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    Europa/ I cattolici e la caccia agli eretici
    di Enzo Mazzi *

    Il cristianesimo discriminato in Europa? Il laicismo egemone?
    Per quello che vedo e sento dal mio osservatorio della strada e della piazza, in mezzo alla gente, è vero che sono tanti quelli che si dicono laici in quanto credono di aver risolto il problema del senso della loro esistenza ignorando i temi religiosi, chiudendoli a chiave nei recessi bui del loro profondo e relegando la religione nella sfera privata di anime da confessionale o da lettino psicanalitico. Salvo poi inginocchiarsi anch'essi davanti ai simboli del potere ecclesiastico. Ma questo è solo un aspetto del problema del rapporto fra religione e società.
    Ciò di cui si lamentano le gerarchie religiose va ben oltre l'asfissia del senso della vita. Attiene all'etica, alla cultura, alla politica e non ultimo alla economia. Vogliono potere. Non per interesse personale o di parte.
    La loro convinzione è che lo richiede la salvezza dell'uomo e dell'umanità intera. Questo vale anche per le gerarchie cattoliche. Qui in Italia potremmo dire soprattutto per loro.
    Il problema del cattolicesimo ufficiale è che non ha ancora elaborato il lutto rispetto alla perdita del “controllo totale”, cioè del potere totalizzante e universalistico in senso imperiale, potere che è stato la sua natura intima fin dalla nascita e la sua forza in millecinquecento anni di storia.
    Cattolico infatti significa letteralmente universale ma storicamente il suo senso preciso è derivato dall'universalismo imperiale. Non era cattolico il cristianesimo dei primi due secoli. All'inizio non era neppure propriamente una religione. Diventa “religione della società” quando entra in simbiosi con l'universalismo dell'Impero e si trasforma così in religione essa stessa universale, cioè cattolica. La politica di simbiosi iniziata da Costantino fu compiuta come si sa da Teodosio che proclamò nell'editto del 380 la religione cristiana religione dell'Impero: “Vogliamo che tutti i popoli a noi soggetti seguano la religione che l'apostolo Pietro ha insegnato ai Romani … Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico; gli altri invece saranno stolti ed eretici … essi incorreranno nei castighi divini e anche in quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro”.
    La scelta dell'universalismo imperiale non fu indolore. Creò una profonda spaccatura interna al cristianesimo. E fu una spaccatura verticale. Gli strati del cristianesimo più lontani dal centro imperiale ed ecclesiale e socialmente più umili, in particolare i contadini poveri della Chiesa africana, insieme ad alcuni loro episcopi, percepirono una tale alleanza fra la Chiesa e l'Impero come un tradimento del profetismo evangelico. L'eresia più importante fu il Donatismo.
    I donatisti, ma anche altre eresie analoghe, riuscirono a dare profondo contenuto teologico alla loro rivolta sociale e morale. I fatti sono noti ma vale la pena riassumerli perché come dirò sono di un'attualità sconcertante. I proprietari terrieri dell'Africa proconsolare e della Numidia utilizzarono la persecuzione dioclezianea per terrorizzare, torturare, umiliare e reprimere i propri contadini. Mentre alcuni presbiteri e episcopi accettarono la sorte atroce dei contadini, la maggior parte di loro e specialmente i più importanti lasciarono soli i fedeli, abiurarono, si salvarono, e soprattutto mantennero il loro potere, anzi lo ampliarono orientando sempre più la Chiesa verso il compromesso con l'Impero.
    Mensurio, vescovo di Cartagine, fu uno dei “traditori”. Quando morì di morte naturale fu eletto al posto di lui il suo collaboratore Ceciliano consacrato dal vescovo Felice, anch'egli però “traditore”. Una parte notevole della Chiesa africana, quella rurale, la più povera e angariata, non ritenne valida una tale consacrazione e al posto di Ceciliano elesse vescovo di Cartagine Donato. Ma così il donatismo scardinava uno dei pilastri della dottrina cattolica: il valore assoluto della successione apostolica in sé, da vescovo a vescovo, senza passare attraverso le relazioni circolari e territoriali della ecclesia. Più a fondo, veniva contestata la organizzazione verticista della Chiesa e il suo universalismo imperiale. La Chiesa dell'amore condiviso, fondata sulle relazioni legate alla vita e al territorio si opponeva alla Chiesa del potere, dell'universalità astratta e della legge senz'anima. Il donatismo animò la chiesa per tutto il quarto secolo. Subì una durissima repressione e infine su debellato. Perfino la sua memoria fu annullata. Passò agli annali solo come eresia localista, rigorista e intollerante verso le debolezze umane. Non che non avesse limiti, ma la sua teologia fu completamente distorta.
    Finché giunse con i “padri della Chiesa” la definitiva consacrazione dell'universalismo imperiale: un solo Dio un solo impero una sola Chiesa universale.
    Basta la citazione di S. Ambrogio vescovo di Milano nel VI sec.: “Tutti gli uomini hanno imparato, vivendo sotto un unico impero universale, a proclamare col linguaggio della fede l'impero dell'Onnipotente”. È la pietra tombale sul donatismo. Questo però divenne quella folata di vento dello Spirito o se si vuole quel fermento che ispirò molte delle grandi spinte di trasformazione della storia del cristianesimo.
    A ben pensarci soffia anche oggi. Non certo nei modi, ma nella sostanza.
    Ad esempio, di fronte a questo sconcertante riproporsi del cristianesimo come “religione civile” di una società strutturalmente violenta, la gran parte dei cattolici che partecipa al movimento pacifista ha capito e acquisito ormai lo spirito profondo della nonviolenza e quindi avverte il bisogno di superare la dipendenza strutturale, chiave di ogni violenza, e di tendere all'autonomia e alla responsabilità della coscienza (”come se Dio non ci fosse”) alimentata dalla rete delle relazioni, chiave della nonviolenza. E, come i donatisti, non si fermeranno all'autonomia nel campo politico, etico e sociale. Vogliono una Chiesa “altra”. La trasformazione profonda in senso nonviolento di tutte le strutture religiose, nessuna esclusa, simbologie, dogmi, ordinamenti, strutture di potere, è il traguardo che sta loro davanti.
    Le comunità di base che da tempo hanno iniziato un tale percorso non sono affatto isolate come si vorrebbe far credere. Ora che “un mondo nuovo possibile” è tornato negli orizzonti e nei percorsi delle nuove generazioni, i cattolici inseriti nel movimento della pace sentiranno e già stanno avvertendo il bisogno di non far mancare il contributo della ricerca di “mondi spirituali, religiosi ed ecclesiali nuovi”, strutturalmente nonviolenti.
    Di esempi è piena la cronaca. Il problema è che si tratta della cronaca minuta, quella che non ha titoloni e che sfugge all'opinione pubblica. Una curiosità: avete notato che il card. Karl Lemann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, nella sua recente intervista a un quotidiano italiano, in cui peraltro concede molto alle posizioni ufficiali, non nomina mai le parole “cattolico - cattolicesimo”, ma sempre solo “cristiano - cristianesimo”, a differenza dell'altro cardinale un po' suo antagonista, tedesco anch'egli, Joseph Ratzingher, per il quale sembra che il solo vero cristianesimo sia quello cattolico? Sarà un caso? Non è certamente un caso invece che il Presidente della CEI, Ruini, indirizzi tutti i suoi sforzi per rinsaldare gli steccati dell'ovile. Segno che le palizzate vacillano. La ventata donatista, direi meglio il vento dello Spirito del Vangelo, soffia ancora.


    * Comunità dell’Isolotto di Firenze
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    Ma perché deve vivere così male? quali sono i suoi problemi? o meglio cosa cerca di dire?...a lui non piace la sottomissione alla Chiesa di Cristo...che se ne vada, no?

    Daniele

  2. #2
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    Post Articolo del prete "compagno" per il Manifesto

    Il mite «untore» del dissenso

    Dalla difesa dell'obiezione di coscienza, che gli costò la condanna dei tribunali italiani e l'ostracismo della chiesa alla lotta della Officine Galileo e alla vicenda Isolotto. Dieci anni dopo la sua morte, un ricordo dell'inquieto scolopio, che all'obbedienza canonica e giuridica preferì quella della fede e della sua coscienza. Anticipazione da «Ernesto Balducci e il dissenso creativo» edito da Manifestolibri
    ENZO MAZZI

    Dieci anni fa, il 25 aprile 2002, moriva Ernesto Balducci.Qui di seguito una anticipazione del libro di Enzo Mazzi «Ernesto Balducci e il dissenso creativo», pubblicato da Manifestolibri. Il libro uscirà nel mese prossimo.

    Il dossier n. 382/55 è quello del "processo" in senso lato istituito dal Sant'Uffizio nel 1955 contro il padre scolopio Ernesto Balducci. (...) Quel dossier continuerà a gonfiasi finché quattro anni dopo giungerà l'allontanamento dalla città di Firenze e l'esilio nel convento di Frascati. Il motivo dell'esilio è sintomatico: l'essersi in qualche modo sporcato le mani con le lotte della classe operaia. Balducci e il dissenso, appunto. Alla fine degli anni `50 stava avvenendo un fecondo incontro fra la fabbrica e il territorio. La classe operaia era stata costretta a uscire dalla fabbrica per cercare alleanze contro l'affacciarsi della crisi industriale che insidiava l'occupazione. A loro volta i soggetti delle lotte per i servizi negli insediamenti abitativi avevano raggiunto una maturità che li portava alle radici, alle cause profonde della incipiente invivibilità della vita cittadina e in particolare delle periferie. Sentivano forte l'esigenza di superare la cultura della separatezza fra i luoghi della vita e quelli della produzione. Cercavano in una unità più grande e in un progetto complessivo, capace di coinvolgere dal basso tutta la società, lo sbocco del loro impegno di animazione e unificazione del territorio.

    Si giunse così al processo di progressiva e feconda integrazione tra fabbrica e territorio, fra lotte sindacali e lotte per i servizi e le riforme, fra cultura operaia e cultura dei settori della società più legati al territorio come le donne, gli studenti, coscienze critiche gravitanti intorno all'ambiente parrocchiale, una parte del clero. In un tale incipiente processo storico, che poi sfocerà nella stagione del `68-'69, si inserisce la lotta operaia per difendere l'occupazione nella più grande fabbrica fiorentina, le Officine Galileo. Di fronte al licenziamento di centinaia di lavoratori, gli operai occupano la fabbrica e cercano solidarietà nella città. E la ottengono. Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira si schiera dalla parte degli operai. L'arcivescovo del tempo, card. Elia Dalla Costa, esprime la sua solidarietà con un significativo documento. All'Isolotto la chiesa, col consenso del vescovo, si apre a una assemblea popolare di solidarietà gestita dagli stessi occupanti, molti dei quali abitano in quel quartiere. La parrocchia di Rifredi, dove ha sede la fabbrica occupata, compie a sua volta una liturgia di solidarietà. Fra gli animatori c'è anche padre Ernesto Balducci. Tutto questo produce allarme a livello politico ed ecclesiale. Gli operai in lotta, i più politicizzati della città, sono quasi tutti comunisti e scomunicati. Il comunismo sembra aver trovato il suo cavallo di Troia. Il cardinale Dalla Costa copre per ora le spalle alle cosiddette «parrocchie rosse», così vengono chiamate dalla stampa le parrocchie schierate con gli operai. Ma il padre scolopio è in parte fuori dalla giurisdizione del vescovo di Firenze. Giunge così direttamente dal Vaticano il suo esilio. E arriva perfino il divieto di predicare e confessare nella diocesi del papa. Balducci obbedisce. Pancera riferisce una affermazione dello scolopio obbediente, fatta alcuni anni dopo: «L'obbedienza aveva allora un valore mistico. Oggi mi chiederei se il mio dovere non sarebbe piuttosto quello della disobbedienza motivata. Quanto meno ne chiederei una motivazione pubblica, per rispondere alle coscienze, non soltanto alla mia. Insomma, oggi sento di non poter anteporre i miei eroismi personali ai diritti delle coscienze, per dimostrare che l'obbedienza alla Chiesa non è quella giuridica e canonica, ma quella della fede».

    Ho detto che il dossier vaticano sull'inquieto scolopio fiorentino viene istituito nel 1955. Ma questa è la data ufficiale. In realtà le prime avvisaglie del coinvolgimento di Balducci con «la peste del dissenso» sono avvertite da Roma già nel 1953. Si tratta della sua collaborazione con l'Azione cattolica di Mario Rossi, di Carlo Carretto, di don Arturo Paoli. Lasciamo raccontare a Ernesto: «Ricordo che nel `54 fui invitato a Roma a una piccola riunione riservata con Mario Rossi, Arturo Paoli e qualche altro, per preparare un atto che senza dubbio andava diametralmente all'opposto delle linee pastorali della Chiesa del tempo: la mobilitazione di tutta l'Azione Cattolica Italiana per celebrare il decennale della Resistenza. Venni incaricato di fare la relazione introduttiva sugli orientamenti della nuova generazione. Tutti i compiti erano già stati assegnati. Dopo qualche giorno arrivò il fulmine. ...Non dimenticare quel punto di riferimento storiografico a cui ho sempre dato molta importanza, il `53, l'anno della legge truffa ... e dell'inizio della strategia repressiva nei confronti degli "untori" che avevano seminato la peste del dissenso, con la messa a fuoco delle responsabilità fiorentine a questo riguardo. C'è un capitolo a parte della repressione che riguarda Firenze. Infatti il 1954 è l'anno in cui ...la diocesi fu commissariata con la presenza di un coadiutore che aveva però larghi poteri di repressione. Questo è il punto discriminante della storia fiorentina». Si riferisce all'invio a Firenze come coadiutore del vescovo Ermenegildo Florit, sgradito al cardinale Elia Dalla Costa, messo al suo fianco dal Vaticano per normalizzare la diocesi «ribelle».

    Nel 1963 si sporca nuovamente le mani col «dissenso». Si schiera con gli obiettori di coscienza al servizio militare, a quel tempo processati e imprigionati. Il suo coinvolgimento nasce proprio all'Isolotto. Lo racconta lui stesso. «Nel dicembre del 1962 mi invitò nella comunità dell'Isolotto don Enzo Mazzi a parlare dell'obiezione di coscienza». Lì, in quella parrocchia che si definiva e tentava di essere una comunità «oltre i confini» e quindi critica verso le sistemazioni istituzionali ossificate e i privilegi che ne derivavano, Balducci «rievoca» le sofferenze brucianti dovute ai suoi privilegi di chierico esentato dal servizio militare. «Avevo raggiunto l'età del servizio militare proprio quando ero nell'ovatta del mio seminario romano, tutelato dalla norma concordataria. Alcuni amici, che lasciarono il seminario in quegli anni, furono subito inseriti nell'esercito e morirono nelle steppe della Russia. Questi amici morti - potevo essere nel numero - sono rimasti nella mia memoria come ombre inquietanti acuendo in me il sentimento dell'ingiustizia delle norme concordatarie che venivano legittimate con l'ideologia del ministro di Dio a cui non conviene l'uso delle armi: tutte cose che ho sentito bruciare fin da allora». «Non ero affatto un teologo o un moralista abituato ad affrontare questi temi - continua - Ci fui condotto dal processo reale delle cose, vorrei dire dal clima fiorentino». Dagli stimoli dell'Isolotto dunque nasce il suo bisogno di sanare la ferita del privilegio clericale prendendo posizione pubblica in solidarietà col primo obiettore, Giuseppe Gozzini, condannato proprio a Firenze nel 1963. In una intervista al quotidiano Il Giornale del mattino difende con argomentazioni teologiche gli obiettori di coscienza al servizio militare. Viene denunciato alla magistratura e all'autorità ecclesiastica per incitamento alla disobbedienza civile e per aver asservito la teologia cattolica al pacifismo propagandato dalle forze comuniste. Verrà processato. Sarà assolto in prima istanza ma poi in seconda istanza condannato a otto mesi di carcere con la condizionale per apologia di reato. La sentenza di condanna sarà resa definitiva dalla Cassazione il 1 giugno 1964.

    Infine giunge nel 1968-69 il suo coinvolgimento nella vicenda Isolotto che per alcuni anni appassiona la Chiesa conciliare e la società italiana e oltre. L'Isolotto costituisce l'ultima resistenza di fronte alla repressione verso tutti i fermenti che finora hanno animato la città di Firenze e la società italiana. Il popolo cristiano, espulso dalla chiesa insieme ai suoi preti, afferma il proprio diritto ad essere riconosciuto come soggetto ecclesiale e non accetta di essere trattato da suddito, secondo i nuovi principi affermati dal Concilio. Fino alla decisione di celebrare l'eucaristia fuori dalla chiesa che per otto mesi era stata chiusa e praticamente interdetta. Il coinvolgimento critico di Balducci è illustrato dai documenti pubblicati nella seconda parte di questo libro.

    Nato nel 1922 a Santa Fiora, paese di minatori alle pendici del Monte Amiata, figlio lui stesso di un minatore, divenuto prete nell'Ordine delle Scuole pie, Ernesto Balducci insegna nelle scuole fiorentine del suo stesso Ordine. Allontanato da Firenze nel 1959, come si è detto, ritorna dopo il Concilio come superiore del Convento della Badia Fiesolana, il quale però è situato non nella diocesi fiorentina ma oltre i suoi confini. Il vescovo Ermenegildo Florit, succeduto a Dalla Costa, a Firenze non ce l'ha voluto. Negli ultimi anni della sua vita lo sentiamo sempre più vicino in una reciproca convergenza. Muore in un incidente d'auto il 25 aprile 1992. La morte lo trovò coerente, io credo, con l'impegno che a lui, ragazzo di bottega, aveva affidato Manfredi, il suo maestro artigiano, fabbro-ferraio di Santa Fiora, anarchico perseguitato dal fascismo, quando il giorno della partenza per il seminario gli aveva detto in modo ieratico: «Non ti lasciare imbrogliare dai preti». Quella consegna lo aveva accompagnato per tutta la vita e aveva impegnato la sua coerenza. Dopo la condanna per la difesa dell'obiezione di coscienza, il Manfredi «mi si avvicinò - racconta Ernesto con senso di orgoglio - mi toccò una spalla e mi disse come se ci fossimo lasciati il giorno prima: `Ernesto, non ci sono riusciti!».

    Ora, dopo la morte, tocca a noi fare in modo che il figlio del minatore, il ragazzo di bottega del fabbro-ferraio, non sia recuperato dall' «imbroglio» dei preti o se si vuole dei «chierici» che scrivono la storia secondo le categorie del potere, di qualsiasi stampo essi siano.

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    Ovviamente difende un'altro disgraziato che non voleva piegarsi a Cristo...

  3. #3
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    Post Altra rara perla del prete "compagno" Don Enzo Mazzi

    Chi ha paura dei cattolici no global?

    Vecchia storia La guerra è servita ancora a contrastare il grande movimento contro la globalizzazione. Molti cercano di dividerlo per nutrirsi delle sue spoglie. Nuove manovre Chi propone una organizzazione autonoma dei cattolici per la pace finisce col favorire Opus dei, Cielle e i loro continui richiami alla gerarchia

    Don ENZO MAZZI

    La storia è malata [detto questo potremmo pure smettere di leggere...scusate l'interruzione]. Se c'è un fatto nuovo nella storia della specie non è certo la vecchia signora guerra, sempre più grinzosa e arcigna, né tutte le sue mummificate razionalizzazioni ma è l'esplosione del movimento contro la guerra: nuovo dal punto di vista qualitativo per livello di consapevolezza, di unità e di trasversalità, nuovo dal punto di vista quantitativo per la sua estensione mondiale. Eppure è già sparito dalla cronaca e gli scribi della storia si preparano già a cancellarlo dagli annali. Stando così le cose i giovani che fra cento anni, se ci sarà ancora vita sulla terra, studieranno la storia degli inizi del terzo millennio faranno indigestioni dei nomi dei politici schierati sugli opposti fronti, delle loro strategie e dei loro interessi. Ma non sapranno niente o quasi niente della vera novità storica e forse antropologica. Scopro l'acqua calda? E' vero, lo sappiamo bene che i movimenti dal basso non hanno mai avuto storia. Le formiche non contano. Eppure facciamo ben poco per contrastare questa maledizione che agisce come moltiplicatrice di violenza. La continuità della storia è assicurata dal potere. E' il potere, ci dice la doxa dominante, la stoffa della storia e della vita e perfino dell'ordine cosmico. I movimenti dal basso sono appena increspature di superficie che non lasciano segni. Eppure noi sappiamo che invece i movimenti dal basso sono loro l'anima profonda della storia. Ed è proprio contro questa vitalità creativa che hanno intrigato i poteri di tutti i tempi, poteri che dai profeti sono stati definiti «alleati della morte».

    Che credete? Che questa guerra non abbia a che fare con la necessità di contrastare il grande movimento mondiale contro la globalizzazione liberista? Il dominio mondiale, quello senza volto e quello espresso dalle maschere arcigne o sorridenti dei potenti di turno, si è impaurito di fronte alle esplosioni di consapevolezza, di determinazione e di trasversalità, da Seattle alle centinaia di milioni che hanno invaso le strade del mondo per la pace. Una bella guerra, oltre a realizzare corposi interessi materiali, sopisce ogni fregola di creatività dal basso. Annulla le speranze e le lotte per «un nuovo mondo possibile». Sgretola l'unità intorno all'amore per la vita e impone l'unità intorno alla morte.

    Ecco, questo obbiettivo di sgretolare l'unità o meglio la trasversalità del movimento è forse il più ambito. Un movimento diviso si affloscia in breve. E non c'è solo la guerra per disunire, disarticolare, devitalizzare. Un altro metodo praticato da sempre è quello di creare dall'alto movimenti paralleli in competizione col movimento spontaneo che sale dalla vita. E' una specie di vaccino che neutralizza il virus. La vaccinazione può venire da molte parti: partiti, logge segrete, poteri occulti, mondo della cultura e dell'informazione. Molti settori della società hanno interesse a dividere il movimento e a nutrirsi delle spoglie. Cose già viste ad esempio in relazione al 68. Un pericolo di vaccinazione contro il «virus» dei movimenti dal basso può venire, ancora una volta, da settori integralisti del mondo cattolico. Che sono potentissimi. E' un pericolo assai grave perché i cattolici costituiscono un elemento fondamentale dell'attuale movimento No global e contro la guerra. Se dovessero essere staccati dall'unitarietà e indirizzati verso una aggregazione parallela sarebbe un disastro.

    Di fatto è verosimile che su questo tema gli interessi spirituali e mondani della gerarchia cattolica si trovino in sintonia con gli interessi per niente spirituali ma solo mondani dei poteri laici: ambedue temono che il potere centralizzato della Chiesa cattolica perda la presa sui fedeli. Il conciliare «Popolo di Dio» è una realtà sfuggente, difficilmente definibile e soprattutto incontrollabile senza una sicura e indiscussa guida centrale. Sono temibili, per tutti i poteri, coscienze di credenti che tengono conto del servizio ministeriale della gerarchia ma alla fine si autoregolano attraverso una socializzazione comunitaria sulla base dei valori del Vangelo e dei «segni dei tempi». Non fa paura ai centri del dominio mondiale la fustigazione del papa verso l'occidente opulento ed egoista e contro le sue guerre, anzi sotto sotto è ben accetta, perché così egli monopolizza lo scontento e può neutralizzarlo. L'obbedienza ai poteri mondani contestata sul piano politico può recuperare attraverso l'obbedienza ai poteri sacri. Non fa paura più di tanto il grido di un prete «l'obbedienza non è più una virtù», purché tale grido si spenga di fronte al potere che ha in delle chiavi della salvezza eterna. Obbedienza chiama obbedienza.

    Ma se il papa perde la presa sulla sua immensa base senza reagire adeguatamente, se i fedeli si rendono autonomi e addirittura si mettono in combutta con i contestatori, come a Seattle, come a Genova, come a Porto Alegre, come al Forum sociale europeo di Firenze, come contro la guerra, senza che l'autorità ecclesiastica li controlli, allora la situazione si fa pericolosa.

    Qualcosa di simile avvenne alla fine dell'Ottocento. Leone XIII scrisse l'enciclica Quoad apostolici muneris (1878), pressoché sconosciuta ma assai illuminante, in cui si condanna aspramente e anche rozzamente il socialismo che stava esercitando una pericolosa attrazione verso le masse cattoliche, ma si criticano anche duramente i poteri laici per aver scelto la democrazia e aver tolto forza al principio di autorità e ai poteri religiosi che soli possono convincere «i sudditi» a sottomettersi alla legittima autorità dei sovrani.

    Tale enciclica si colloca nel solco della valutazione negativa della storia moderna che si era andata accentuando nell'Ottocento e nella prima metà del Novecento. Come data d'inizio «ideale» di tale accentuazione negativa si può citare l'enciclica Mirari vos (1832) di Gregorio XVI, nella quale la storia contemporanea veniva letta sotto il segno di una «congiura dei malvagi» che non permetteva indulgenza e benignità alcuna da parte della chiesa e imponeva piuttosto di «reprimere col bastone» i vari errori. Questo giudizio globalmente negativo sulla storia e sulla società occidentale, soprattutto sulle società democratiche, non fu soltanto ripreso nel magistero di Pio IX (basti pensare al Sillabo), ma codificato solennemente nel proemio che apre la Costituzione dogmatica del Vaticano I sulla fede cattolica: la storia moderna, dopo il Concilio di Trento, viene descritta come la progressiva corruzione dell'uomo, provocata dalla negazione protestante del principio di autorità.

    Leone XIII viene però gradualmente convinto del fallimento di un tale arroccamento antimoderno basato sugli anatemi e le repressioni. Dopo una decina d'anni dall'enciclica citata lo stesso papa emana la più nota Rerum novarum (1891) in cui delinea la nuova strategia della gerarchia cattolica tesa a organizzare i cattolici in formazioni sociali alternative al socialismo, ispirate alla cosiddetta dottrina sociale della Chiesa. Le masse cattoliche furono così sottratte alla influenza del socialismo, con grande soddisfazione dei poteri laici, ma avvenne anche il contrario e cioè la sottrazione dal movimento socialista dell'influenza delle stesse masse cattoliche. Senza questa separatezza cattolica la storia dell'occidente avrebbe potuto essere assai diversa.

    Per il giorno d'oggi, una trentina di intellettuali cattolici spalleggiati da Comunione e Liberazione, dall'Opus Dei, dal movimento per la vita e da altre realtà cattoliche hanno già detto qualcosa di simile: i cattolici non devono intrupparsi dietro a un movimento antiglobalizzazione, che segue parole d'ordine confuse e prive di aggancio all'Assoluto, che li egemonizza e toglie loro l'identità cristiana. I cattolici hanno da organizzare la protesta in forma autonoma e alternativa ai No global, dietro le indicazioni forti della gerarchia.

    E' in un tale clima che si collocano tentativi di raggruppare i cattolici in forme parallele anche sul tema della pace. E per tanti di loro è una grande sofferenza perché hanno pochi strumenti per sottrarsi all'abbraccio materno, soffocante ma amorevole e allettante, del potere ecclesiastico.

    Ed è in questa luce che vanno visti i provvedimenti repressivi nei confronti di preti profondamente inseriti nei nuovi movimenti. Penso in particolare a don Vitaliano della Sala e a don Franco Barbero. Don Vitaliano, il prete cosiddetto "no global", è stato rimosso dalla parrocchia di S. Angelo a Scala, un paesino dell'Irpinia, nel novembre 2002, soprattutto per le sue frequentazioni «pericolose», «centri e associazioni - si legge nel decreto vaticano di rimozione - ben noti per la diffusione di idee in contrasto con la dottrina e l'insegnamento della Chiesa» (Social forum, disobbedienti, gay pride, centri sociali, operai in lotta, dissenso cattolico, pastori evangelici...).

    Con don Franco Barbero sono stati ancora più duri. Il prete della comunità di base di Pinerolo è stato di recente ridotto allo stato laicale, cioè letteralmente «spretato». I motivi addotti dal Vaticano hanno un carattere più marcatamente teologico, avrebbe negato dogmi di fede, ma i motivi reali sono gli stessi della rimozione di don Vitaliano: frequentazioni pericolose, immedesimazione nei movimenti dal basso. Si sono sempre trovate motivazioni teologiche per accendere i roghi. E anche oggi basta una virgola per accusare l'eretico di non credere nella Trinità o in qualsiasi altro fondamento della fede. Si mescoli pure ai ribelli che vogliono scalare il cielo, ma sarà solo. Non avrà più credibilità e consenso all'interno dell'ovile belante. E' sconcertante che alcune persone di norma aperte e avvedute si siano lasciate ingannare dal fumo delle motivazioni teologiche. No, don Vitaliano Della Sala e don Franco Barbero non sono stati colpiti perché hanno negato la Trinità o la Resurrezione ma perché si sono «incarnati» nella vitalità dei movimenti dal basso e hanno rivendicato l'autonomia della loro coscienza e di quella di tutti.

    Sono stati separati e isolati dal gregge per decristianizzarli e depotenziarli in modo da farli così risucchiare totalmente dai movimenti. Mentre essi vogliono restare nei movimenti come testimoni del Vangelo dei poveri nelle realtà emarginate e diseredate attuali e come una spina nel fianco di una Chiesa che rischia di usare la emarginazione per ritagliarsi uno spazio di potere nella società secolarizzata. Ce la faranno?

    Non saranno soli. Sia per don Vitaliano che per don Franco, la traccia segnata da esperienze di frontiera come ad esempio i cattolici dei «segni dei tempi» e fra loro le comunità di base, sebbene incerta, fragile e precaria, è una possibilità aperta. Insomma il vero interrogativo che resta sospeso è: ritorno alla consueta secolare separatezza o sviluppo della integrazione («incarnazione» nel linguaggio cristiano) nel rispetto delle specificità? Il dibattito è aperto, intenso e qualche volta burrascoso. E' in gioco l'unità del movimento e la sua capacità di segnare la storia.

    ----------------------------------------------

    Questo testo era presente sul sito di chi? indovinate?...il "compagno", ops, il prete 'no global' Don Vitaliano Della Sala, lui non è della generazione dei compagni, come Don Enzo Mazzi che si sente erede degli eretici Donatisti (lo dice lui!).

    Daniele

  4. #4
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    La politica di simbiosi iniziata dall'Imperatore Costantino fu compiuta dall'Imperatore Teodosio che proclamò nell'editto del 380 la religione cristiana religione dell'Impero: “Vogliamo che tutti i popoli a noi soggetti seguano la religione che l'apostolo Pietro ha insegnato ai Romani...Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico; gli altri invece saranno stolti ed eretici...essi incorreranno nei castighi divini e anche in quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro”.


  5. #5
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    L'Imperatore Teodosio ottiene il perdono da Sant'Ambrogio. Il Santo gli aveva chiesto di pentirsi pubblicamente per la strage di Tessalonica. Il gesto di umiltà voluto da Sant'Ambrogio al cospetto del pubblico affermava la potenza e l'autorità della Chiesa Cattolica. Dopo questa vicenda l'Imperatore Teodosio emanò un provvedimento di assoluto divieto del culto pagano prima a Roma, poi lo estese l'anno dopo a Costantinopoli.

  6. #6
    Non sono d'esempio in nulla
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    Donatismo

    Affermatosi dapprima come uno scisma nella Chiesa africana, il donatismo non tardò molto a diventare anche un’eresia. Sorse dall’opposizione di alcuni vescovi nella Numidia nomina di Ceciliano ad arcivescovo di Cartagine, accusato di essersi fatto consacrare da Felice di Aptonga, considerato come uno dei “traditores”, di coloro cioè che durante la persecuzione di Diocleziano avevano obbedito agli editti dell’imperatore del 303 consegnando i libri delle Sacre Scritture. Un concilio di settanta vescovi della Numidia depose Ceciliano, sostituendolo con Maggiorino, trovò un capo e un organizzatore. Nonostante la sua buona volontà di far rientrare i dissidenti nella fila della Chiesa cattolica, Costantino imperatore non ci riuscì; i dissidenti divennero ancor più fanatici perseguitando i cattolici e distruggendo le loro chiese (circumcelliones).
    Parminiano successore di Donato dal 355 al 391, e il vescovo di Cirta Petiliano, il maggior esponente del donatismo, ai tempi di sant’Agostino, furono i più focosi sostenitori della setta con i loro scritti. Nonostante l’azione dottrinale di Ottavio di Milevi e di sant’Agostino l’intervento dell’imperatore Onorio nel 405 che li perseguitò come eretici e portò un po’ di pace nella Chiesa africana, i donastici sopravvissero fino a essere giustiziati dagli arabi nel 650. La loro dottrina era assai semplice e fu errore comune nei gruppi ereticali di tutti i tempi: sostenevano che la Chiesa visibile è composta soltanto di giusti e di santi e che i sacramenti sono invalidi se amministrati da un ministro indegno.

    -------------------------------

    Il prete "compagno" don Enzo Mazzi ha scritto: La ventata donatista, direi meglio il vento dello Spirito del Vangelo, soffia ancora.

    I donatisti dicevano: che la Chiesa visibile è composta soltanto di giusti e di santi e che i sacramenti sono invalidi se amministrati da un ministro indegno.
    Quindi: il prete "compagno" don Enzo Mazzi pensa di essere un prete degno e gli altri indegni?

  7. #7
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    Gesù disse: Non date scandalo!! Gli scandali ci saranno sempre.

    Don Mazzi è l'icona dello scandalo: Trasmissioni televisive con donne desnude e lui lì che fa il prete nelle orge Tv.

    ................... che il Diavolo se lo porti...all'inferno!!!

  8. #8
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    Quello è don Antonio Mazzi ...

  9. #9
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    Giusto, sono due sacerdoti diversi.
    Don Enzo Mazzi e don Antonio Mazzi. Certamente si fanno concorrenza tra loro...si scavalcano l'un l'altro alla sinistra di Dio in un continuo allontanamento dalla dottrina Cattolica.



    Don Antonio Mazzi



    Don Enzo Mazzi

    -------------------

    Vestono simile questi "compagni" o cristo-marxisti...

    Forumista Lupicida, benvenuto su 'Tradizione Cattolica'.

    Daniele

  10. #10
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    Originally posted by peronimarco
    Gesù disse: Non date scandalo!! Gli scandali ci saranno sempre.

    Don Mazzi è l'icona dello scandalo: Trasmissioni televisive con donne desnude e lui lì che fa il prete nelle orge Tv.

    ................... che il Diavolo se lo porti...all'inferno!!!
    -------------------------

    A loro il tempo, a noi l'eternità.
    In questa vita o in quella eterna si otterrà giustizia.

    CRISTO REGNI !

 

 
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