Spiagge private, perchè Tremonti ha ragione
Intervista a Carlo Lottieri
di Stefano Magni
Tremonti annuncia di voler privatizzare le spiagge del Sud. Il quotidiano La Repubblica entra in lutto e parla di “finanza distruttiva” che svende “l’argenteria di famiglia”. Pisanu ironizza. Il presidente della provincia di Palermo spera che si tratti di una battuta “non particolarmente felice”. I liberali dell’Istituto Bruno Leoni, al contrario, hanno preso sul serio il vice-premier: “non vi è dubbio che la crescita del settore turistico italiano” - dichiara Alberto Mingardi, direttore del dipartimento “Globalizzazione e concorrenza” dell’IBL – “passa anche dall’imporsi di quelle logiche imprenditoriali che solo la proprietà privata è in condizione di far emergere”.
Ma la vendita delle spiagge, non sarà solo un metodo per far cassa e rilanciare nuovi piani statali?
“Se è vero che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, a volte è altrettanto vero che le vie del paradiso sono lastricate di cattive intenzioni” – ci risponde Carlo Lottieri, direttore del dipartimento “Teoria Politica” del think tank liberale – “Se l’obiettivo è un piano statalista per lo sviluppo del Sud, ma per raggiungerlo si procede ad una privatizzazione… beh, sempre meglio che niente! Nel contesto attuale sembra quasi che l’assistenzialismo per il Sud sia una politica dalla quale non si può prescindere, per cui è meglio finanziarla privatizzando le coste che non aumentando le tasse”.
E se poi le spiagge dovessero venir deturpate dal cattivo gusto dei proprietari?
“La privatizzazione delle spiagge può diventare un’ottima cosa soprattutto se accompagnata da una liberalizzazione urbanistica. Si dovrebbe permettere ai privati di utilizzare le spiagge liberamente. Ovviamente senza ledere i diritti altrui, nel pieno controllo della loro proprietà. La logica di un privato è proprio quella di fare delle spiagge dei luoghi belli, ospitali, in cui la gente vada volentieri. Se la privatizzazione, invece, avviene in un contesto di forti vincoli legali e di forte dirigismo urbanistico, queste potenzialità dei privati non potrebbero esprimersi”.
E come evitare la costruzione di mostri edilizi?
“Alcune di queste realtà sono effettivamente mostruose perché i diritti non sono definiti e vanno a danneggiare proprietà altrui. Spesso, per esempio, si usa l’assenza di norme chiare per oscurare la vista a qualcuno che aveva il diritto di vedere il mare. Il vero problema è quello di definire chiaramente i diritti di proprietà e poi lasciar operare gli imprenditori: bisogna definirli in modo da rendere impossibili danni e aggressioni alle proprietà altrui. Perché è del tutto evidente che nessuno vorrebbe andare in un posto deturpato, orribile, cementificato. Allo stesso tempo, nessuno vorrebbe andare in vacanza in un posto completamente selvaggio, privo di servizi e di tutte quelle comodità che rendono facile la vita del turista”.
Ci sarebbe bisogno di nuove leggi, dunque?
“Non c’è tanto bisogno di norme scritte, ma di diritti sorti dalla giurisprudenza. Proprio per la complessità della materia, per l’impossibilità di prevedere tutti i possibili casi che si verrebbero a creare, è difficile immaginare una normativa scritta dettagliata. Quello che, secondo me è importante è che un processo di liberalizzazione sia accompagnato da uno di ricerca giuridica, giurisprudenziale: uno studio di sentenze che permetta di comprendere esattamente cosa possa fare, quale sia il suo ambito di libera iniziativa e cosa non possa fare un imprenditore proprietario di una spiaggia”.
E se i nuovi proprietari delle spiagge impedissero l’accesso ai bagnanti?
“Ogni bene scarso pone dei problemi di limiti di accesso e le spiagge non sfuggono a questa categoria. Anche una spiaggia ‘pubblica’ sovraffollata, di fatto, diventa inaccessibile. Il prezzo, introdotto da proprietari, diventa uno strumento utile per regolare l’accesso, per gestire razionalmente una risorsa scarsa. Non esiste alcun diritto naturale ad andare in una spiaggia, così come non esiste alcun diritto naturale ad entrare in una villa, o a usare il gabinetto di casa mia. Se vogliamo avere spiagge ben tenute, di qualità, è necessario che queste siano privatizzate”.
Come giudica la lite fra George Clooney, che forse sarà proprietario di una spiaggetta a Laglio (sul Lago di Como) e i cittadini della stessa Laglio che volevano continuare ad accedervi?
“È stato un esempio di ragionevolezza. Alla fine Clooney ha assicurato che i cittadini potranno continuare ad accedere alla spiaggia. Questo dimostra che, lasciando operare le forze del mercato, inclusi tutti i gruppi di pressione che ne fanno parte (gruppi di cittadini, ecologisti, ecc…), tutti quelli che adesso appaiono come pericoli di conflitti verrebbero scongiurati da soluzioni ragionevoli e pacifiche. Certo, bisogna sapere esattamente chi dispone dei titoli di proprietà: formalmente è lo Stato ad essere proprietario dei beni naturali e a venderli, ma la gente del luogo, che ne ha sempre usufruito, anche da tempo immemore, può rivendicare i suoi diritti.
E non hanno torto, perché di solito la proprietà di un luogo spetta al primo occupante. Bisognerebbe avere l’accortezza di risolvere tutte le questioni di passaggio di proprietà a livello strettamente locale, non a colpi di decreti nazionali”.


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