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    Predefinito Sionismo E Islam Contro La Presenza Dei Cristiani In Iraq

    Sionismo e Islam contro la presenza dei cristiani in Iraq Post #1 di 1

    SIONISMO E ISLAM CONTRO LA PRESENZA DEI CRISTIANI IN IRAQ





    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 83/04 del 30 agosto 2004, Santa Rosa da Lima




    Quarantamila Cristiani abbandonano l¹Iraq dopo gli attentati
    Baghdad - Secondo quanto rivelato dal Ministro iracheno per i Dislocamenti e le Emigrazioni, la signora Pascale Icho Warda, circa 40.000 Cristiani hanno abbandonato l¹Iraq nelle ultime settimane dopo gli attentati contro varie chiese del Paese.
    In alcune dichiarazioni rilasciate al quotidiano arabo Asharq Al-Awsat, il Ministro ha dichiarato che ³in base alle ultime statistiche, il numero di Cristiani che sono usciti dal territorio iracheno raggiunge le 40.000 unità². Pascale Icho Warda è l¹unico Ministro cristiano all¹interno del Governo provvisorio iracheno.
    La massiccia emigrazione ³è dovuta all¹insicurezza e agli attacchi contro le chiese a Baghdad e a Mosul due settimane fa², ha sottolineato il Ministro. Agli inizi di agosto, infatti, hanno avuto luogo quattro attentati contro luoghi di culto cristiani a Baghdad e altri due a Mosul, che hanno provocato almeno dieci morti e cinquanta feriti.

    Monsignor Fernando Filoni, nunzio apostolico in Iraq, in un¹intervista ad AsiaNews non ha nascosto la sua preoccupazione per l¹esodo massiccio che sembra interessare cristiani e musulmani irakeni, chiedendo alla comunità
    internazionale e all¹Onu un maggior impegno per l'Iraq.
    Monsignor Filoni riguardo alle cifre fornite dal ministero irakeno sulla fuga dei cristiani ha dichiarato: ³Sappiamo di famiglie che partono e abbandonano la casa e l¹attività lavorativa: è un fenomeno che si sta diffondendo e anche i parroci ci segnalano la partenza di interi gruppi familiari, però non sappiamo se la cifra corrisponde a verità². (S)
    (Agenzia Zenit del 22 agosto 2004)

    Complotto per eliminare i cristiani in Iraq? Parla il vescovo ausiliario della Chiesa caldea a Baghdad a Rimini _ ³Potrebbe esserci un vero complotto per l¹eliminazione dei cristiani da tutto il Medio Oriente, ma ciò non accadrà per il nostro aiuto e soprattutto per l¹aiuto di Cristo², ha detto monsignor Shlemon Warduni al Meeting di Rimini. Presente al più importante appuntamento estivo annuale in Italia che ha aperto i battenti il 22 agosto, il vescovo ausiliario della Chiesa caldea a Baghdad, è intervenuto di fronte ad una sala colma all¹inverosimile, più di 650 le persone presenti, nel corso di un incontro sul tema ³Cristiani in Iraq².

    Warduni è recentemente scampato ad un attentato terroristico. Un¹autobomba era stata, difatti, collocata sotto la sua abitazione, ma per fortuna i fedeli suoi amici l¹hanno spostata perché in divieto di parcheggio. E questo ha salvato la vita al presule. Warduni ha iniziato ricordando la grande tradizione della Chiesa caldea fondata da San Tommaso nel primo secolo, ed ha raccontato il modo in cui il cristianesimo, fiorendo, abbia arricchito la cultura in tutti i campi arrivando a contare 80 milioni di fedeli. ONegli ultimi secoli la Chiesa ha subito un forte ridimensionamento e il sangue dei martiri, ha bagnato
    copiosamente la terra², ha commentato il presule.

    Warduni ha raccontato che ³durante la guerra i cristiani hanno dato esempio di amore e accoglienza verso tutti² e che ³oggi la situazione sta cambiando, non c¹è più sicurezza e molti emigrano per cercare condizioni di vita accettabili². (S) Il presule ha concluso invocando il Signore ³per aiutare i cristiani in Iraq a vivere la loro sofferenza² e chiedendo agli Occidentali
    aiuti concreti, in tutti i campi.

    Al convegno è intervenuto anche Giampaolo Silvestri coordinatore area progetti AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale) per l'Africa ed il Medio Oriente, il quale ha raccontato come in Iraq i volontari abbiano incontrato una comunità cristiana viva e integrata nel tessuto sociale. ³Da questo incontro è nato un progetto per ricostruire otto
    asili e una scuola primaria a Baghdad² ha precisato Silvestri, perché ³ripartire dall¹educazione è il modo migliore , per sostenere la Chiesa caldea nel suo sforzo di ricostruzione di un popolo in cui ci sia libertà per tutti². (S)
    (Agenzia Zenit del 23 agosto 2004)

    Mons. Shlemon Warduni, prima della guerra in Iraq, aveva già dichiarato: ³Temiamo la fine della presenza cristiana, non solo in Iraq, ma in tutto il Medio Oriente. Sembrerebbe quasi che in tutta la regione sia stato ordito un tacito complotto contro di noi sia da parte dei musulmani estremisti sia dal sionismo e dei fanatici di ogni colore e bandiera² (³Dio non vuole la guerra in Iraq², Ed. Medusa, Milano 2003).

    La Siria riceve migliaia di Cristiani emigrati dall¹Iraq. Molti vogliono
    andare in Canada o in Australia Damasco - Fuggendo dalla violenza in Iraq, migliaia di Cristiani iracheni hanno trovato un rifugio temporaneo in Siria, spesso con il desiderio di
    emigrare in altri Paesi o di rientrare in Iraq una volta tornata la
    stabilità. Secondo quanto rivelato questo mercoledì dall¹agenzia AFP, si calcola che la Siria accolga circa trentamila Iracheni cristiani. Molti vivono in case molto povere o in cattive condizioni in località come Jaramana, posta a sei chilometri da Damasco. La stragrande maggioranza di costoro non ha lavoro, ed è quindi costretta a vivere di risparmi e di aiuti finanziari inviati da familiari in esilio in Occidente. Secondo quanto ha affermato la stessa agenzia, alcuni avrebbero voluto dirigersi in Giordania,
    ma avrebbero incontrato difficoltà a ricevere il visto di ingresso. La
    maggior parte di questi rifugiati vorrebbe emigrare in Canada o in
    Australia. Anche se il regime di Saddam Hussein, così come la guerra e la violenza degli ultimi mesi avevano fatto sì che i membri della minoranza cristiana irachena abbandonassero il Paese negli anni e nei mesi passati, questo esodo si è intensificato a partire dagli inizi di agosto, quando in Iraq hanno
    avuto luogo attentati contro alcune chiese che hanno provocato dieci morti. Secondo quanto ha affermato il Ministro iracheno per gli Sfollati e gli Emigrati, la signora Pascale Icho Warda, dopo questi attentati quarantamila Cristiani iracheni hanno abbandonato il proprio Paese, anche se non sono stati precisati i Paesi di destinazione. I Cristiani, in maggioranza di rito
    caldeo (in comunione con Roma), rappresentano il 3% della popolazione
    irachena, costituita da circa 24 milioni di abitanti.
    (Agenzia Zenit del 25 agosto 2004)

    _______________________________________________

    Centro studi Giuseppe Federici
    Via Sarzana 86 - 47828 San Martino dei Mulini (RN)



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  2. #2
    Non sono d'esempio in nulla
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    Non aprire ogni volta un thread. Scrivi i tuoi post possibilmente in un unico thread o dentro altri thread che parlano del tema che tratti.

  3. #3
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    Il buon Peronimarco è stato "speronato". Ricordo a tutti i guest che quando si iscrivono devono rispettare i regolamenti di POl, anche e soprattutto per quando riguarda le modalità del postaggio, che deve essere calibrato sul forum in cui si posta e non invasivo.

    Guelfo Nero


  4. #4
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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 84/04 del 1° settembre, Sant¹Egidio

    BREVE RASSEGNA STAMPA (LUGLIO 2004)

    Le radici dell¹apostasia in Europa
    La comunità ebraica italiana, nella sua maggioranza, non ha mai ritenuto
    opportuno un riferimento alle radici religiose nella Carta dell¹Ue. ³oppure
    bisognerebbe riconoscerle tutte, anche quella islamica², dice il presidente
    dell¹unione delle comunità ebraiche, Amos Luzzato. Leone Paserman,
    presidente della comunità di Roma, concorda: ³Sarebbe sbagliato, ora che c¹è
    un rischio di scontro di civiltà e mentre si avvicina l¹ingresso della
    Turchia nella Ue². E anche l¹autorità religiosa è d¹accordo: ³La
    sottolineatura delle radici non è una nostra battaglia², dichiara il rabbino
    capo di Roma Riccardo Di Segni.
    (Dal Corriere della Sera del 19 giugno 2004).

    I profilattici, la nuova guerra preventiva di Bush
    ³Dal pulpito della chiesa battista del grande esodo di Filadelfia, davanti
    alla congregazione nera che applaude, George W. Bush, apostolo
    dell¹astinenza sessuale contro l¹Aids, propone per la prima volta in America
    anche il ricorso ai profilattici per contenere il male. Lo fa con qualche
    riluttanza, rammentando la cosiddetta formula Abc impiegata in Uganda _
    sottolinea _ con notevole successo: l¹astinenza prima, la fedeltà coniugale
    poi, infine ³quando sia appropriato, i profilattici². Così inizia un
    articolo del Corriere della Sera del 25 giugno, in cui si spiega che ³Abc
    viene da abstain (astieniti), da be faithful (sii fedele), e condoms
    (profilattici).
    (Da 30 Giorni, n. 6 giugno 2004)

    L'esercito americano in Iraq: sindromi psicopatologiche da stato di guerra
    Solo nel mese di maggio 12mila soldati americani sono stati rimpatriati
    Iraq, l'esercito dei depressi. Di questi appena 1300 sono ritornati a casa
    per ferite d¹arma da fuoco. Gli altri per depressione e affaticamento. La
    maledizione della Sindrome del Golfo si ripete e ai piani alti dello Stato
    Maggiore è da tempo scattato l'allarme di p.p. Il numero dei soldati
    americani caduti in battaglia sale di giorno in giorno. Le statistiche
    ufficiali dell'esercito parlano di 850 militari M.I.A. (Missing in Action)
    che hanno perso la vita sul suolo iracheno.Ma la cifra resa dalla fonte
    ufficiale non rende la difficoltà nella quale versano i soldati
    statunitensi. Ci sono altri dati allarmanti che rendono il senso della
    'fatica' di una missione che inizia a pesare non solo sulle coscienze ma
    anche sul morale delle truppe. Solo nel mese di maggio sono ritornati a casa
    12.000 soldati e di questi solo una piccola parte a causa di ferite da arma
    da fuoco. Lo stillicidio dei rientri è costante. Quotidiani sono i voli che
    da Baghdad con scalo in Germania portano i 'disabili' negli Stati Uniti, i
    malati della guerra il 90 per cento con certificati medici nei quali si
    richiede riposo e recupero per evidenti scompensi psicologici. La sabbia del
    deserto corrode fino a consumarli i fisici e la psiche dei soldati non più
    giovanissimi. Ad alzare 'bandiera bianca' il folto gruppo degli over 40, per
    lo più graduati, chiamati per le continue emergenze a operazioni che
    richiedono la tempra di un ventenne. Angina pectoris, cali ponderali
    eccessivi, perdita di tono, rallentamento dei riflessi, stanchezza diffusa,
    l'esercito a stelle e strisce nelle retrovie ha l'infermeria sempre
    affollata e in questo tutti gli eserciti si assomigliano al di là delle
    parate mediatiche con militari sempre pronti e in perfetto assetto da
    combattimento. Si suda e si soffre anche sotto la bandiera americana e non
    appena si volge lo sguardo dietro la prima fila di iper vitaminizzati e
    muscolosi marines si scopre il volto umano e contraddittorio di migliaia di
    uomini in divisa che chiedono un time out. Ansietà e depressione i malesseri
    più diffusi dovuti a turni massacranti che arrivano anche a 48 ore di corvè
    continuata quando ogni minuto che passa è un minuto strappato alla morte. Al
    CentCom (il comando centrale delle operazioni) lo sanno bene che il ritmo
    tenuto non potrà essere sostenuto in attesa che il congresso e i governi
    alleati decidano di inviare forze fresche al fronte. C'è poi un altro
    aspetto preoccupante. Tra chi rimane in prima linea si diffonde a macchia
    d'olio l'uso di psicofarmaci per sostenere la fatica e superare la
    depressione. Anche se non ufficialmente riconosciute, gli psicofarmaci
    somministrati dai medici militari sono solo un gruppo ristrettissimo di
    prodotti, circolano pasticche più vicine alle droghe che non a prodotti
    terapeutici. Dalla guerra in Vietnam l'esercito americano ha cominciato a
    far uso di pillole - anch'esse dall'effetto disastroso - chiamate "go-pills"
    o "speed" (le anfetamine). Un anno fa comparve la notizia, pubblicata sul
    "Village voice" di New York, che centri di ricerca di alcune delle più
    prestigiose università americane, tra cui Harvard e la Columbia, si sono
    adoperati a creare una pillola in grado di cancellare dalla memoria le
    esperienze più traumatiche della nostra vita.
    (Rai.News del 30 giugno 2004)

    La società multirazziale all¹obitorio
    Piacenza - Si fa davvero fatica a crederci, ma è così. Il regolamento del
    presidio ospedaliero di Valdarda (in pratica l'ospedale di Fiorenzuola) ha
    vietato ogni manifestazione religiosa nelle camere ardenti, salvo la
    benedizione delle salme. Chi volesse dunque recitare anche un solo sommesso
    rosario per un proprio caro non potrà farlo. E fin qui la decisione appare
    alquanto discutibile, ma quello che lascia esterrefatti e che inquieta è la
    motivazione. Il divieto è stato deciso per evitare discriminazioni e nel
    rispetto delle altre religioni. Colui che ha partorito la brillante idea si
    considera probabilmente un campione del politically correct, ma è solo un
    esempio di fanatismo a rovescio. Ed un esempio non isolato, tempo fa in
    alcune scuole bolognesi fu proposto di vietare i presepi per non
    discriminare i bambini di altre religioni. Esiste un filone di pensiero,
    basato su una malintesa idea di società multirazziale e su un
    fondamentalismo antixenofobo che rischia di fare un pessimo servizio alla
    giusta causa antirazzista. La strada per far prevalere la comprensione e la
    solidarietà tra popoli e religioni non passa certo attraverso la distruzione
    dell'identità e della cultura del proprio paese.
    (Da il Resto del Carlino del 1° luglio 2004)

    Reconquista musulmana in Spagna
    Finanziare la religione islamica nelle scuole, sovvenzionare le comunità
    musulmane, assicurare la presenza della voce dell'islam nei mezzi pubblici
    di comunicazione, televisione e radio. Sono questi gli impegni assunti dal
    governo di Zapatero con i rappresentanti delle comunità islamiche. Dopo un
    incontro con Riay Tatary, presidente dell'Unione delle comunità islamiche, e
    Mansur Escudero, della Federazione entità religiose islamiche, il ministro
    della Giustizia Juan Fernando López Aguilar ha annunciato una serie di
    iniziative che potrebbero produrre una vera svolta nelle relazioni fra lo
    Stato spagnolo e l'islam. Secondo il ministro, il progetto non è altro che
    la messa in pratica dei celebri accordi del 1992 firmati dalla Spagna con la
    comunità musulmana. Un'intesa piuttosto all'avanguardia, che durante gli
    anni del governo Aznar - è l'opinione dell'attuale esecutivo - non conobbe
    sviluppo alcuno. Per vari esperti, però, l'empasse fu anche il frutto delle
    profonde divisioni interne alla comunità musulmana in Spagna dettate la
    mancanza di un unico interlocutore ufficiale avrebbe reso il dialogo con le
    istituzioni particolarmente complesso. In realtà l'accordo di 12 anni fa non
    venne stipulato solo con i rappresentanti dell'islam: l'impegno fu assunto
    con diverse confessioni religioni minoritarie, anche l'ebraica e la
    protestante. «Il pluralismo religioso va acquistando una presenza crescente.
    Il dovere dei poteri pubblici è rispettare la libertà di culto. Non c'è
    ragione perché la religione cattolica sia di prima serie rispetto a
    nessun'altra» ha detto il ministro a El Mundo. Per ora, però, la priorità
    del governo socialista sembra la regolamentazione del rapporto con la
    comunità islamica. Un'urgenza giustificata dall'esecutivo come il frutto
    della crescita dei fedeli musulmani nel Paese iberico che sarebbero circa
    700mila. Il lavoro del governo ha affermato ieri López Aguilar non è quello
    di promuovere nessun culto, «ma di rispettare gli accordi educativi». È
    questo il punto determinante dell'intesa. Si tratta di sostenere
    economicamente l'insegnamento del Corano nelle scuole in cui questa materia
    viene richiesta, selezionando i rispettivi professori. Il ministero
    dell'Educazione ha già chiesto alla commissione islamica un elenco di nomi
    di insegnanti per iniziare a verificare titoli e requisiti, in vista delle
    lezioni del prossimo anno scolastico. Questa stessa misura era già prevista
    negli accordi del 1992, ma finora era stata applicata solo a Ceuta e
    Melilla, enclavi spagnole sulla costa africana, dove 20 professori pubblici
    insegnano islam. Dopo aver riconosciuto che «la Chiesa cattolica è
    storicamente egemone in Spagna», López Aguilar ha ricordato «l'enorme
    rispetto del governo per le altre confessioni» e ha ribadito la necessità di
    andare avanti in linea con gli «accordi che non sono stati compiuti in modo
    soddisfacente». Non si esclude che una parte dei finanziamenti statali (non
    ancora determinati dal punto di vista quantitativo) venga assegnata
    direttamente alla commissione islamica. Uno degli obiettivi dell'esecutivo -
    non annunciato esplicitamente- potrebbe essere una sorta di
    «regolarizzazione» delle 200 moschee ospitate in garage e appartamenti
    privati. Ma il ministro della Giustizia rigetta l'idea proposta dal collega
    degli Interni: non ci sarà nessun controllo dei sermoni del venerdì.
    (Da Avvenire del 2 luglio 2004)

    Agenti israeliani nelle prigioni irachene?
    ³Agenti israeliani hanno partecipato ad interrogatori di detenuti iracheni².
    E¹ il generale Janis Karpinski, già comandante della prigione di Abu Ghraib
    nonché allontanata in maggio a seguito dello scambio degli abusi sui
    detenuti, ad affermare l¹esistenza di una presenza ai agenti israeliani in
    Iraq. (S) ³Ero in visita ad un centro di intelligence militare in Iraq
    quando incontrai un individuo mai visto prima e gli chiesi che cosa stesse
    facendo lì e se era un interprete, visto che la sua origine era chiaramente
    mediorientale². Fu quest¹uomo che, secondo il racconto del generale,
    rispose: ³Bene, sì faccio alcuni degli interrogatori che si svolgono qui,
    parlo arabo, ma non sono, arabo, vengo da Israele². (S) L¹ipotesi di una
    presenza israeliana a fianco degli americani - non in particolare4 ad Abu
    Ghraib ma in altri centri _ è stata sollevata per la prima volta da Seymour
    Hersh, il giornalista del New Yorker che rivelò lo scandalo degli abusi,
    secondo il quale il governo di Gerusalemme aveva interesse ad accedere agli
    ex agenti dei servizi segreti iracheni specializzati in affari israeliani
    (S).
    (Da La Stampa del 5 luglio 2004)

    Quando Saddam gasava gli iraniani col tacito consenso degli Usa
    (S) ³Washington tenta di nascondere in questo processo che l¹America è stata
    sempre la fianco di Saddam, che l¹ha aiutato nella sua guerra d¹agressione
    all¹Iran, che Saddam era un agente americano o comunque agiva nell¹interesse
    degli Usa².
    La Prima Guerra del Golfo, quella che Saddam scatenò contro Khomeni (era il
    22 settembre del 1980 e s¹andò avanti sino al 1988), ha reso un importante
    servizio agli interessi dell¹America e dell¹Occidente fermando l¹espansione
    della rivoluzione sciita; questo servizio venne ripagato con aiuti militari
    d¹ogni tipo _ compresa l¹assistenza dei satelliti americani alle truppe
    irachene _ ma quando, poi, il conflitto sembrò mettersi male per Saddam, e
    nella penisola di Faw i Bassiji e i Pasdaran di Khomeni stavano per rompere
    la linea di contenimento e allargarsi minacciosamente verso il Golfo, il
    Rais informò gli Usa della sua necessità di ricorrere ai gas come estrema
    risorsa, ricevendone un tacito consenso. Fui testimone a Faw dello
    spettacolo orrendo di migliaia di iraniani uccisi dai gas, ma testimone ne
    fu soprattutto un colonnello degli alti comandi del Pentagono che
    gl¹iracheni portarono in elicottero a vedere e valutare da vicino gli
    effetti dell¹impiego dei gas (S)
    (Articolo di Mimmo Candito, da La Stampa del 5 luglio 2004)

    Il parlamento inglese ha bocciato il silenzio-assenso all¹espianto degli
    organi
    ³Il Parlamento inglese per l'ennesima volta ha bocciato la Proposta di legge
    del silenzio-assenso all'espianto di organi in data 28 giugno. Bocciatura
    bruciante: 307 voti contrari e 60 a favore. Vittoria eclatante del diritto
    civile di non essere proprietà dello Stato. Mentre in Inghilterra il
    cittadino ha l'orgoglio di essere persona, quindi automaticamente
    non-donatore, fino al momento in cui esprime una precisa volontà di donare i
    suoi organi, in Italia avviene il contrario. Una legge infame ha introdotto
    il concetto del silenzio-assenso usato per gli zombi e i popoli inferiori
    con l'aggravante che il Centro Nazionale Trapianti promuove schedature
    illegali presso le ASL senza i decreti attuativi del Ministro. Cresce quindi
    la vergogna di essere italiani al servizio delle lobby dei trapianti e delle
    sperimentazioni in vivo.²
    (Comunicato del 5 luglio 2004 della Lega nazionale contro la predazione di
    organi e la morte a cuore battente, www.antipredazione.org)

    Corte dell¹Aja: il muro israeliano è fuori legge
    Un "verdetto" di 59 pagine. Ma sin dalle prime righe si è capito tutto:
    Israele è una potenza occupante, il muro nei Territori palestinesi è
    illegale, va smantellato. Il cinese Shi Jiyong, presidente dei 15 giudici
    della Corte internazionale di giustizia dell'Aja, l'organismo delle Nazioni
    Unite chiamato (dall'Assemblea generale dell'Onu, nel dicembre scorso) a
    giudicare sulla legittimità della "barriera di sicurezza" voluta dal premier
    israeliano Ariel Sharon, ha iniziato a leggere la lunga sentenza alle tre
    del pomeriggio e ha letto per tre ore di fila, senza mai staccare gli occhi
    dai fogli. Nessuna ambiguità, toni fermi, molto severi: più del previsto,
    più di quanto non si fosse già intuito dalle anticipazioni della mattinata.
    La sentenza ribadisce per Israele lo status di «Paese occupante», precisando
    che «un territorio è considerato occupato quando è sottoposto all'autorità
    di un esercito ostile»; stabilisce che il muro «costituisce una violazione
    da parte di Israele di diverse obblighi relativi alla legge umanitaria
    internazionale e agli strumenti dei diritti umani»; inoltre, nonostante le
    rassicurazione degli israeliani sul carattere di provvisorietà della
    barriera, nella sentenza la Corte dice di «temere» che questa possa
    «diventare permanente» trasformandosi, insomma, in un'annessione di fatto
    dei Territori palestinesi e pregiudicando, quindi, la futura frontiera fra
    Israele e Palestina. Infine, la Corte di è detta «non convinta» che il
    percorso scelto da Israele per il muro «risponda agli obiettivi di
    sicurezza» segnalati dallo Stato ebraico. Il muro «crea danni ai diritti dei
    palestinesi», si legge nella sentenza, e le violazioni derivanti dal
    percorso del muro non possono essere giustificate da alcuna esigenza
    militare o da richieste relative alla sicurezza nazionale o all'ordine
    pubblico». Per tutte queste ragioni, la Corte ha chiesto a Israele di
    interrompere immediatamente la costruzione della barriera e di smantellare
    le porzioni di tracciato già edificate. Inoltre il verdetto prevede
    risarcimenti per i palestinesi danneggiati dall'opera e richiama Israele al
    dovere di «garantire libero accesso ai Luoghi santi che sono sotto il suo
    controllo». Il parere della Corte di giustizia non ha valore vincolante
    (solo consultivo), ma è indubbio il suo peso politico e diplomatico. Gli
    israeliani però (che non hanno mai riconosciuto al Tribunale dell'Aja la
    competenza per giudicare su una materia che considerano "interna" allo Stato
    ebraico) restano determinati a non tenerne conto. Ieri hanno criticato i
    giudici per «aver ignorato l'essenza del problema, la vera ragione della
    costruzione della barriera: il terrorismo palestinese» e hanno accusato la
    Corte di «essere politicizzata». I palestinesi hanno invece definito la
    sentenza della Corte «una vittoria per il nostro popolo», come ha detto il
    presidente dell'Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat; una «decisione
    storica», gli ha fatto eco il premier Abu Ala. Il rischio è però che tutto
    resti lettera morta. Perché la Corte ha suggerito che il caso venga deferito
    al Consiglio di sicurezza (che può comminare sanzioni a Israele) e in questa
    sede gli Stati Uniti potrebbero mettersi di traverso con il loro veto
    (sembra già "incassato" da Israele). Ci sono già tutti i segnali: ieri il
    documento della Corte di giustizia è stato adottato con 14 voti a favore e
    uno contrario: proprio quello del giudice americano Thomas Burgenthal (ha
    criticato il fatto che non si sia tenuto conto del terrorismo palestinese).
    Inoltre la Casa Bianca ha definito «non appropriato» il parere espresso dai
    giudici. Sul "fronte" opposto c'è però l'Unione europea, che considera il
    muro una «confisca» dei Territori palestinesi e chiede a Israele di
    rimuoverlo e di cercare una soluzione negoziale al conflitto.
    (Da Avvenire del 10 luglio 2004)

    Spie israeliane in Nuova Zelanda: crisi diplomatica tra i due Paesi
    Crisi diplomatica tra Israele e Nuova Zelanda per una vicenda di spionaggio
    che vede coinvolto il Mossad. La premier laburista neozelandese Helen Clark
    ha annunciato la sospensione delle relazioni con lo Stato ebraico,
    accusandolo di violare la sovranità del paese e il diritto internazionale,
    dopo il tentativo di due suoi agenti segreti di procurarsi in modo illegale
    passaporti neozelandesi. La dura dichiarazione fa seguito alla sentenza di
    ieri, presso l¹alta corte di Auckland, a carico di Urile Zoshe e Eli Cara,
    condannati a sei mesi di detenzione. I due si sono riconosciuti colpevoli
    delle accuse, tra cui quelle di aver tentato di ottenere on la frode
    passaporti neozelandesi e di aver fatto aprte4 di un¹associazione a
    delinquere per procurasi passaporti falsi. La Clark ha affermata che vi sono
    ³ragioni molto forti per credere che i due agissero per conto dei servizi di
    intelligence d¹Israele². (S)
    (da la Padania del 16 luglio 2004)

    Terra Santa: il regime israeliano continua a boicottare i religiosi
    cattolici
    Aspettano da un mese. Sono i sacerdoti e le religiose di origine africana e
    asiatica che, secondo quanto si apprende dall¹agenzia AsiaNews, non riescono
    a ricevere il visto per visitare la Terrasanta. Le autorità israeliane
    temono che i sacerdoti e le suore possano rimanere nel paese come immigrati
    illegali. Da trenta giorni, sacerdoti e suore del Burkina, del Sud Africa e
    del Mozambico sono bloccati per non aver ricevuto il visto. Negato solo a
    loro, africani e asiatici, il visto è stato concesso agli altri pellegrini
    occidentali o europei.(S) A Gerusalemme fonti ecclesiali fanno notare che
    ³Israele pubblicizza il turismo e il pellegrinaggio per risollevare
    l¹economia della nazione e poi la burocrazia mette tutti questi ostacoli. Se
    proprio temono che i preti rimangano qui come immigrati illegali, potrebbero
    dare un visto temporaneo e fornire un foglio di via².
    (Da Avvenire del 23 luglio 2004)

    Gheddafi contro l¹entrata della Turchia nella Comunità europea
    Se la Turchia sarà lasciata entrare nell¹Unione europea, sarà come ³il
    cavallo di Troia del mondo islamico² (S). A fare queste affermazioni è il
    leader libico Muhammar Gheddafi. (S) Il colonnello mette in guardia l¹Europa
    sulle intenzioni degli islamici turchi e degli ambienti islamici mondiali.
    (S). ³Ammettere la Turchia nell¹Ue è come cercare di trapiantare un organo
    umano in un corpo con un differente gruppo sanguigno: non hanno la stessa
    compatibilità biologica².
    (D a Avvenire del 27 luglio 2004)

    Cose turche
    Affoghiamo, salvateci: gridavano a squarciagola cinque ragazzine, ma dalla
    riva alcuni integralisti si sono rifiutati di soccorrerle, perché ³Allah non
    vuole che uomini estranei tocchino una donna². E¹ successo in Turchia,
    quando le ragazze, sedicenni, secondo quanto riferisce il giornale Hurriyet,
    erano andate al mare, nei pressi del villaggio di Urla, vicino a Izmir. Pur
    non sapendo nuotare, avevano voluto fare il bagno e, su prescrizione dei
    loro insegnanti, erano entrate in acqua vestite. Quando hanno cominciato ad
    annaspare per il peso degli indumenti, si sono avvicinati alcuni uomini che
    stavano per gettarsi in mare e cercare di salvarle, ma i loro insegnanti
    (imam) gli hanno impedito di soccorrerle, gridano ³Dio non vuole². (S) Il
    padre di una delle ragazze annegate ha commentato l¹episodio di omissione di
    soccorso affamando che: ³La morte di mia figlia è stata volontà di Dio².
    (Da Avvenire del 29 luglio 2004).

    Bush e Kerry: entrambi amici d¹Israele
    Il primo ministro israeliano Ariel Sharon ha telefonato al senatore
    americano John Kerry per congratularsi con lui della designazione a
    candidato democratico alle presidenziali prossime. Lo ha reso noto la
    presidenza del Consiglio israeliana in un comunicato. ³Sharon si è
    felicitato con John Kerry e con il suo compagno di lista John Edwards e ha
    sottolineato di aver trovato nella piattaforma politica dei democratici
    elementi importanti per Israele², afferma il comunicato. Il premier si
    rallegra altresì che i democratici ³riconoscano le nuove realtà (nei
    Territori palestinesi) di cui occorrerà tener conto per fissare le frontiere
    permanenti poiché Israele è fuori discussione ritornare alle linee
    armistiziali del 1949², aggiunge il comunicato. (S) Sempre secondo il
    comunicato, Kerry ha affermato che tra lui e il presidente in carica e
    candidato a un secondo mandato, il repubblicano Gorge W. Bush, non ci sono
    divergenze per quanto riguarda lo stato ebraico, e che egli si considera ³un
    buon amico di Israele e intende restarlo².
    (Ansa del 30 luglio 2004)

    _______________________________________________

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    Ho mutato io il nome del thread...

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    Exclamation Immigrazione: polemica giuridica.

    << Bisogna essere in malafede….E’ assurdo che i magistrati inventino norme sugli stranieri clandestini>>.

    Gli attuali dirigenti politici dovrebbero conoscere come me la Costituzione
    della Repubblica e non ignorare che la parte relativa ai rapporti civili s’
    intitola: <<diritti e Doveri dei cittadini>>. Ripeto: dei cittadini, ossia
    degl’italiani e non dei cittadini di tutto il mondo, perché la Costituzione
    è fatta per l’Italia. L’art. 43 stabilisce certe norme, che voi conoscete,
    anche se non ripete la parole “cittadini”. L’art.16 stabilisce pure altre
    norme e ripete per due volte la parola “cittadino”. Bisogna essere in
    malafede o mancare del tutto d’intelligenza o d’intuito politico per
    dichiarare, come ha fatto la Consulta, che queste norme riguardano anche gli
    extracomunitari clandestini, che cercano di venire o vengono in Italia per
    trasferirsi da noi. Ho scritto al Capo dello Stato, che è il supremo tutore
    della Repubblica, che io, conoscendo bene la costituzione e avendola
    approvata, dico con estrema sicurezza che la sentenza della Consulta,
    preparata dal, consigliere Neppi Modona, è palesemente contraria alla
    Costituzione e quindi non è assolutamente valida. Il fatto che dallo scorso
    aprile questa decisione è rimasta in frigorifero ed è stata pubblicata
    solamente ora per certe insistenze, dimostra che anche nella Consulta vi
    erano dubbi sull’opportunità di pubblicare una sentenza che palesemente va
    aldilà della costituzione. Io scrissi due volte al presidente della
    Consulta, spiegando la mia opinione, ed egli mi diede una risposta gentile e
    generica, senza spiegare che quella norma, non ancora pubblicata (e
    pubblicata solo in questi giorni) era costituzionale. La verità è che anche
    un giovane che studi giurisprudenza capisce l’erroneità di questa sentenza,
    la quale non ha nulla a che fare con le norme che riguardano i cittadini
    italiani. E’ assurdo che alcuni magistrati della Consulta possano avere il
    potere d’inventare norme che riguarderebbero gli stranieri clandestini.
    Questa cosiddetta sentenza colpisce non solamente la cosiddetta Legge
    Bossi-Fini, ma anche la precedente legge Napoletano. Non è pertanto
    questione di destra o di sinistra. Le norme della Legge Bossi-Fini sono
    costituzionalissime, e lo dico io, che non sono certamente un leghista,
    perché mi sono sempre battuto e mi batto contro il grosso errore della
    cosiddetta devoluzione voluta da Bossi. Nessuno è infallibile, e io mi
    chiedo a chi toccai dichiarare che quella sentenza della Consulta non è
    valida e non può cambiare la legge vigente approvata dal Parlamento. Non
    crederei che la dichiarazione d’invalidità tocchi al Capo dello Stato, il
    quale però è il garante della Repubblica italiana. Tocca, a mio parere, al
    Parlamento eletto dal popolo sovrano, che esso rappresenta. Qui non si
    tratta di cambiare le norme dell’attuale legge, come proporrebbe l’attuale
    Ministro dell’Interno Pisanu: si tratta di chiarire che la sentenza della
    Consulta è invalida, perché inventa norme inesistenti, attribuiscono ai
    cittadini extracomunitari diritti che la Costituzione attribuisce solo ai
    cittadini italiani. La Consulta non ha il compito di creare nuove norme
    costituzionali, ma d’interpretare quelle che esistono nella costituzione, la
    quale non ha affatto esteso certi diritti agli stranieri ed in particolare
    ai clandestini che sbarcano nel nostro paese. La decisione della consulta
    impedirebbe al Governo di difendersi da qualsiasi intuizione di stranieri
    che vogliono entrare in Italia, e ciò ci ricorda la caduta dell’impero
    romano, che non sempre seppe difendersi da coloro che a quei tempi si
    chiamavano barbari, con le conseguenze che tutti sappiamo. Io non difendo i
    particolare l’attuale Governo. Difendo, come cittadino italiano, anche il
    Governo che sarà eletto nel 2006 e che secondo i più, sarà un governo di
    centro-sinistra. Troppe persone non si rendono conto che, se si applicassero
    le norme che avrebbe deciso la Consulta, su insistenza del consigliere Neppi
    Modona, l’Italia non potrebbe più difendersi dall’invasione afro-asiatica,
    tanto che (lo dico per un’ipotesi che spero assurda) anche un gruppo
    organizzato di centinaia o migliaia di extracomunitari potrebbero sbarcare e
    insediarsi in Sicilia, senza che il Governo avesse la capacità di cacciarli
    a meno di una sentenza della magistratura, alla quale essi ricorrerebbero
    fino ad arrivare in Cassazione. Così, col passare del tempo, l’invasione
    sarebbe ratificata, perché tutti conoscono la lentezza del nostro sistema
    giudiziario. Io ho combattuto il fascismo, ho votato e lottato per la
    Repubblica e non voglio morire in un’Italia, dove il sig. Neppi Modana e
    altri membri della Consulta intendono permettere ai clandestini di
    stabilirsi. In nessun paese democratico dell’Europa vi sono norme così
    permissive. Se io fossi il Ministro degl’Interni dichiarerei che non intendo
    applicare una sentenza della Consulta, che non è un’interpretazione della
    Costituzione, ma la creazione di nuove norme, cosa che non tocca ala
    Consulta medesima, ma solamente al Parlamento, sempre ammettendo che esso le
    trovi giuste. LUIGI PRETI

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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 88/04 del 10 settembre 2004, San Nicola da Tolentino

    ISRAELE E LA GUERRA IN IRAQ

    Doc. 1 - Dichiarazione di Mons. Shlemon Warduni, Patriarca cattolico caldeo
    di Baghdad, il 6 settembre 2004 a Milano, da La Stampa del 7 settembre 2004:

    ³SI nostri bambini gridano, i nostri giovani, le nostre giovani gridano, i
    nostri vecchi, i nostri malati gridano. Basta! Basta con la guerra. Siamo
    stanchi della guerra. Da più di cinquant¹anni la guerra. E poi chiediamoci:
    perché la guerra? Non c¹è nessuna ragione. Non c¹è per noi, se non
    l¹interesse del petrolio e forse di IsraeleS² .

    Doc. 2 - Discorso tenuto da Israel Shamir (ebreo convertito al
    Cristianesimo) a Madrid per la presentazione del libro La verde pioggia di
    Yassouf:

    Sono venuto da Gerusalemme apparentemente per lanciare la traduzione
    spagnola del mio libro, ma in realtà per congratularmi con voi e benedirvi
    per la vostra decisione di ritirare i vostri militari dal lato sbagliato di
    quella che viene chiamata guerra in Iraq ma che è, in realtà, la battaglia
    per la Palestina. Quando scrissi ciò in una serie di articoli presentati in
    questo libro, circa un anno fa, si trattava di un'opinione "bizzarra",
    condivisa da pochi elementi selezionati, mentre la maggioranza era satura di
    storie sulla guerra per la liberazione dell'Iraq, la guerra al terrorismo,
    la guerra per fermare la produzione delle ADM di Saddam, la guerra per il
    petrolio. Dopo un anno, tutte queste spiegazioni sono svanite come fumo
    nella notte. Nel devastato Iraq non sono state trovate ADM, i prigionieri
    torturati ad Abu Ghraib e Guantanamo non hanno rivelato alcuna connessione
    ad al-Qaida, la liberazione ha rivelato il suo volto di brutale regime
    d'occupazione ed il petrolio - dai 20 dollari al barile all'inizio della
    guerra - costa oggi 40 dollari al barile. Le compagnie petrolifere accusate
    di aver spinto verso la guerra stanno scappando dall'Iraq, ed i livelli di
    produzione del greggio sono molto al di sotto dei livelli precedenti la
    guerra. Il 29 aprile 2004, il Guardian ha riportato che la BP ha deciso di
    lasciare l'Iraq, asserendo che la compagnia petrolifera non ha alcun futuro
    lì.
    Resta esattamente una sola ragione per la guerra, quella che noi abbiamo
    sottolineato un anno fa. Talvolta viene chiamata "la guerra per Israele", ma
    questa definizione manca l'obiettivo: lo stato d'Israele non ha bisogno di
    questa guerra per la sua sicurezza; gli israeliani non hanno bisogno di
    questa guerra per il loro benessere. Essi possono vivere da uguali in
    Palestina ed altrove; ma vogliono dominare l'acqua, la terra e le anime
    altrui. Per questa ragione uccidono i figli e distruggono le case dei
    palestinesi a Gaza e degli iracheni a Falluja. Questa è una guerra per la
    supremazia ebraica lanciata dagli adepti USA di quel concetto, contro il
    principio dell'uguaglianza tra tutti gli abitanti della Terra Santa. In tale
    guerra, la Spagna non ha alcuna ragione di stare a fianco delle forze della
    supremazia ebraica, di fornire una copertura alla distruzione di massa della
    Palestina ed alle torture di massa di Guantanamo.
    La Spagna non ha alcun motivo di combattere per il razzismo sionista, poiché
    il vostro Paese ha un glorioso retaggio anti-razzista, spesso distorto nella
    moderna narrativa sionista che domina il discorso anglo-americano. Siete
    difatti biasimati per la cosiddetta Espulsione del 1492. Eppure la
    maggioranza degli ebrei esiliati ritornarono, rinunciarono alla loro
    razzista tradizione di superiorità, accettarono di dividere il pane ed il
    vino con gli altri spagnoli - e questo è il significato dell'Eucaristia - e
    divennero onorevoli cittadini di Spagna. Santa Teresa d'Avila e San Juan de
    la Cruz sono fulgidi esempi della loro gloria.
    Invece, l'Inghilterra sotto Cromwell accettò gli ebrei esiliati e, per
    questa azione, ricevette fama e gloria da parte dei Maestri del Discorso. Si
    tacque, così, dell'esclusione dei cittadini non nobili, dei massacri di
    contadini irlandesi e scozzesi e del terrificante genocidio dei nativi
    d'America nelle colonie: i regimi che sono "buoni per i sionisti", raramente
    sono buoni anche per gli altri.
    Gli stessi Maestri del Discorso vilipendono la Spagna per il suo trattamento
    dei Nativi d'America. Ma, infine, gli spagnoli sposarono i nativi e diedero
    forma alle moderne nazioni dell'America Latina, mentre i colonialisti
    nord-americani uccisero quasi tutti i nativi e trasferirono in riserve i
    superstiti. Vilipendono la Spagna per l'Inquisizione, dimenticando che, nei
    Paesi protestanti, migliaia di donne vennero messe al rogo come streghe,
    qualcosa che non avvenne in un paese - come il vostro - che venera la Madre
    di Cristo.
    Invero, e' un errore credere che la teologia sia l'irrilevante occupazione
    di inutili chierici, mentre contano solo i possedimenti materiali. La
    teologia è il fondamento su cui è costruita una società. Senza fondamenta,
    la costruzione crollerà al primo soffio impetuoso di vento, per non parlare
    di un terremoto. Questa fu la ragione del collasso sovietico: un comunismo
    quasi religioso non aveva un forte fondamento teologico, e dunque non
    sopravvisse. Negli Stati Uniti "neo-ebraici", il paradigma giudaico ha preso
    il sopravvento sulla Cristianità apostolica, e, con esso, il Nuovo Ordine
    Mondiale costituito da una classe media che tende a scomparire, da un vasto
    apparato di sicurezza, da un crescente divario sociale e dall'impoverimento
    dello spirito. Non e' la prima volta che tale paradigma assurge agli onori
    della ribalta mondiale; ma tali società sono inevitabilmente destinate a
    scomparire, perché manca loro un'ampia base sociale. Ora, i suoi adepti
    hanno deciso di assicurarne la sopravvivenza esportandola in tutto il mondo;
    ecco la ragione delle guerre e dell'espansionismo, dal momento che i loro
    disegni non potrebbero mai sopravvivere su scala più piccola.
    In ogni luogo, essi supportano leaders che accettino la loro teologia ed
    ideologia. Tali leaders possono appartenere alla destra, come Aznar, o alla
    sinistra, come Tony Blair, ma, inevitabilmente, supportano l'idea giudaica
    della superiorità e sono pronti a mandare i loro uomini a combattere in
    terre lontane per essa. Essi possono essere buoni per i sionisti, ma sono
    cattivi per gli altri. Invero, oggi la lotta tra destra e sinistra è
    divenuta obsoleta di fronte alla nuova dicotomia, e qui, in questa stanza,
    vedo gente i cui padri hanno combattuto ad Hueska e Tarragona nella guerra
    del 1936-39. Mio zio combatté nella Brigata Internazionale per la
    Repubblica, e probabilmente i vostri padri combatterono a fianco di Franco,
    ma ora noi siamo qui, uniti nello spirito, nelle tradizioni e per
    l'uguaglianza contro i sostenitori della supremazia che non ha radici né
    spirito. (S)
    Il tragico e distruttivo confronto tra destra e sinistra raggiunse il suo
    picco massimo durante la vostra Guerra Civile e nella Seconda Guerra
    Mondiale, dove due grandi movimenti anti-borghesi, "i discepoli della destra
    e sinistra di Hegel" versarono il loro sangue ad majoram US gloriam, per la
    gloria degli Stati Uniti neo-giudaici, i vincitori ultimi della guerra.
    Arrivai a questa conclusione in Russia, nel 1990, quando i neo-liberali
    filo-americani chiamarono i veterani di Stalingrado, i patrioti russi -
    "rosso-neri", asserendo che non vi e' differenza tra comunismo e
    nazional-socialismo.
    Oggi abbiamo delle pseudo-destre e delle pseudo-sinistre, poiché non vi è
    differenza alcuna tra Thatcher e Blair, tra Bush e Kerry - entrambi
    supportano Israele nella sua lotta per la supremazia. In Spagna e Francia, i
    giornali di destra e sinistra si sono uniti nel biasimare il film di Mel
    Gibson, "La passione di Cristo" come "offensivo per gli ebrei". Dunque, al
    posto della destra e della sinistra, abbiamo oggi una nuova dicotomia, una
    nuova divisione basata sull'attitudine verso la supremazia sionista. Oggi,
    gli USA combattono contro i musulmani per Israele, ma Huntington, il teorico
    di questa guerra, già chiede di "contenere" gli ispanici statunitensi,
    perché non sufficientemente devoti alla causa sionista.
    Potete misurare lo spessore morale dei vostri leaders dall'attitudine
    mostrata verso le sofferenze dei contadini palestinesi. Se essi preferiscono
    fraternizzare con Sharon, saranno inevitabilmente disastrosi anche per voi.
    Essi cercheranno solo, così come ha fatto Aznar, di farvi accettare le
    ragioni della guerra.
    Può esserci una sola soluzione che possa portare pace in Terra Santa ed in
    tutto il mondo - quella che garantisce totale uguaglianza tra ebrei e non
    ebrei nell'intera Palestina, che chiede la de-costruzione dello stato
    ebraico supremazista e la sua conversione in una vera democrazia per tutti.
    Ciò fu auspicato dal defunto Edward Said ed ora da Mustafa Barghuthi, il più
    popolare leader palestinese. Sempre più israeliani giungono alla conclusione
    che non vi è altro modo di fermare i bulldozer. (S)
    (Da www.arabcomint.com)

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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 91/04 del 19 settembre 2004, San Gennaro

    GLOBALIZZAZIONE

    Wto, accordo storico a Ginevra. I Paesi ricchi cedono ma il trucco c'è. V'è
    un terzo mondo forte, come Cina e India, che ci guadagnerà. Poi ci sono i
    deboli
    di Maurizio Blondet

    Per meglio valutare il senso dello storico accordo raggiunto al Wto, con cui
    i Paesi ricchi hanno accettato di aprire i loro mercati ai prodotti agricoli
    dei Paesi poveri, e di tagliare i sussidi ai propri coltivatori, è il caso
    di ascoltare Bob Stallman. Il quale è, oltre che grande allevatore texano
    (bestiame e riso), il presidente della American Farm Bureau, la lobby
    dell'agribusiness Usa. «Non stiamo facendo harakiri», ha spiegato ai suoi
    colleghi Stallman: «In cambio, otteniamo qualcosa. Per noi è un passo
    obbligato per avere un più vasto accesso ai mercati mondiali».
    Insomma se i ricchi rinunciano a proteggere la loro produzione agricola, è
    perché ne hanno calcolato il tornaconto. I tagli ai sussidi agricoli sono
    infatti solo parte di un accordo che impegna tutti i Paesi, ricchi e poveri,
    a ridurre tariffe e dazi su ogni altra merce, anche industriale o
    immateriale (servizi). E quel che conta per i Paesi avanzati, è che gli
    altri abbattano le loro barriere contro l'importazione di beni industriali
    esteri. Si tratta della parte maggiore del commercio mondiale (il 60%), e
    quella che interessa più i Paesi avanzati. Attualmente, un'auto prodotta in
    Giappone o in Germania ed esportata in India, Mali o Indonesia viene
    "rincarata" con dazi che possono superare il 100%, e sono in media del 40%.
    Si apre la possibilità di esportare manufatti da primo mondo nel secondo
    mondo dove cresce tumultuosa una nuova classe media, in Cina e in India.
    Ancora: in cambio di concessioni sull'agricoltura, i Paesi ricchi hanno
    ottenuto dagli altri l'impegno ad aprire i loro mercati dei servizi pubblici
    agli investitori esteri, con l'obbligo di accelerare la privatizzazione di
    tali servizi. E qui, si tratta di un campo dove il primo mondo, coi suoi
    capitali e la sua efficienza, conta di accaparrarsi il business. Niente di
    male, si capisce, in via di principio. Ma si trema al pensiero di ciò che
    può produrre, in Paesi particolarmente deboli come quelli africani, la
    "liberalizzazione" a prezzi di mercato di servizi come la sanità e
    l'istruzione, o addirittura la cessione ad aziende straniere con scopo di
    lucro della distribuzione di acqua potabile, in zone del mondo dove essa è
    un bene raro.
    V'è infatti un terzo mondo forte e gigantesco, come Cina e India, che sa
    difendersi e può davvero trarre grandi vantaggi dall'accordo "storico" testé
    firmato. E un terzo mondo debole, che rischia di fare qualche amara
    scoperta: per esempio che il vecchio e detestato sistema di "quote", che
    garantiva ai Paesi africani uno sbocco certo in Europa per i loro prodotti
    (banane e cacao, o tessili di cotone), li proteggeva anche dalla
    competizione del cotone indiano e dei prodotti cinesi, che ora possono
    spiazzarli.
    D'accordo, forse è bene non essere troppo malfidenti. Molto dipenderà da
    come l'accordo-quadro firmato a Ginevra, 17 pagine, sarà tradotto (dopo
    quanti mesi di negoziati non si può prevedere) in corposi e concreti
    accordi. Ma appunto si tratta di vegliare e non abbassare la guardia, perché
    questa ulteriore fase della globalizzazione non favorisca solo i soliti
    noti. En passant, conviene notare che anche i Paesi ricchi non sono tutti
    uguali nell'accordo: i sacrifici degli agricoltori europei sono superiori a
    quelli che subiranno i loro colleghi americani, grazie alla diversa
    struttura dei sussidi nella Ue e in Usa. Anche su quello converrà vegliare.

    (Da Avvenire del 3 agosto 2004)

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    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 99/04 dell¹8 ottobre 2004, Santa Brigida

    11 SETTEMBRE: LA NUOVA PEARL HARBOUR

    Perché i sospetti sull'11 settembre non sono azzardati? Lo rivela David Ray
    Griffin nel suo libro "11 settembre, la nuova Pearl Harbour"

    di Sherif El Se baie

    Da leggere, perché "se subodoriamo il marcio ma taciamo per paura, possiamo
    dire addio a qualsiasi pretesa di essere il paese degli uomini liberi e la
    patria dei coraggiosi. E, di fatto, anche una democrazia." Dopo tre anni,
    qualcosa è cambiato nella ricezione tributata dall'opinione pubblica
    mondiale alle teorie alternative sull'11 settembre. Il grande successo di
    alcune indagini indipendenti e l'istituzione di una commissione d'inchiesta
    da parte del Congresso americano - commissione di fronte alla quale
    recentemente né George W. Bush né Condoleezza Rice hanno potuto negare
    l'esistenza di chiari segnali precedenti all'11 settembre - sono le cause
    prime di questo mutamento: l'idea che qualcosa non vada" nella ricostruzione
    ufficiale dell'amministrazione americana è ormai di pubblico dominio.

    Il successo di "11 settembre, la nuova Pearl Harbour" di David Ray Griffin -
    che negli Stati Uniti ha avuto tre edizioni in un mese, ingresso nella top
    ten di amazon.com e che in Inghilterra ha ottenuto la prefazione nientemeno
    che da Michael Meacher, ex ministro della Corona - è il risultato più palese
    di questo mutamento. Non è scritto da un polemista di professione, bensì dal
    condirettore del Center for Process Studies che, partendo da una posizione
    di assoluto scetticismo sulle cosiddette "teorie del complotto", ne vaglia
    le principali e giunge a trovare in alcune di esse elementi indubitabilmente
    probanti. Personalmente, al pari di Griffin, sono poco propenso ad avvalare
    le teorie del complotto. Non ho mai creduto per esempio a quelle che
    attribuivano ad Israele tutti i mali del mondo arabo. Però, come dice
    Griffin "sembra ampiamente diffusa la convinzione che si possa rigettare a
    priori un'accusa una volta stabilito che essa rientri nell'ambito delle
    "teorie di complotto".
    Dichiarare di ripudiarle sembra quasi un requisito indispensabile per essere
    ammessi nel forum della discussione pubblica. Qual è la logica sottesa a
    questo convincimento? Non può essere il rifiuto letterale della pura e
    semplice idea che esistano delle macchinazioni. L¹accettiamo ad esempio ogni
    qualvolta crediamo che due o più persone abbiano preso accordi in segreto
    per raggiungere uno scopo illecito come rapinare una banca, frodare la
    clientela o alterare i prezzi. Saremmo più onesti, quindi, se seguissimo
    quanto affermato da Michael Moore: "Personalmente, non sono uno che vede
    complotti ovunque, a meno che non siano palesemente evidenti".
    Non voglio soffermarmi sugli avvertimenti pre-11 settembre che sono stati
    ignorati, le indagini prima e dopo che sono state ostacolate, o sulle
    domande rimaste tuttora senza risposta su quella tragica giornata, tutti
    argomenti trattati nei minimi dettagli da Griffin. E come lui, non credo
    necessariamente in una pianificazione attiva da parte dell'amministrazione
    americana negli eventi drammatici di quel giorno. Ma mi chiedo - dopo aver
    letto il libro - se non ci fosse stato in qualche modo, una specie di
    partecipazione passiva, ovvero una specie di "lasciar accadere" che è
    comunque un' accusa molto grave, considerato il numero elevato di vittime.
    Per questo, in questa sede, vorrei almeno soffermarmi sul titolo dell'opera:
    "11 settembre, la nuova Pearl Harbour".
    Si sa che a costringere gli Stati Uniti ad intervenire nella Seconda Guerra
    Mondiale era l'attacco giapponese a Pearl Harbour. La guerra contro il
    Giappone ha obbligato gli Stati Uniti - in virtù del patto dell'Asse - ad
    entrare in guerra anche contro la Germania Nazista e l'Italia Fascista. Il
    puro desiderio di "Liberare l'Europa dai nazisti" non rientrava affatto
    nella logica statunitense tant'è vero che molti storici oggi sostengono che
    l'allora presidente statunitense ha volutamente ignorato l'allarme pre-Pearl
    Harbour per convincere il paese ad uscire dall'isolazionismo in cui si era
    rinchiuso.
    Nella "Grande Scacchiera", un libro pubblicato nel 1997 dall'ex consigliere
    alla Sicurezza Nazionale, Brzezinski (lo stesso che, sul Nouvel Observateur
    del 15-21 gennaio 1998, alla domanda: "E lei non si pente neanche di aver
    appoggiato il fondamentalismo islamico, avendo fornito armi e addestramento
    ai futuri terroristi? rispose, in maniera irresponsabile: Cos'è più
    importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell'impero
    sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione dell'Europa centrale
    e la fine della Guerra Fredda?) Ebbene, lo stesso Brzezinski afferma: "Il
    consenso popolare americano sulle questioni di politica estera sarà
    difficile da ottenere eccetto che nel caso di una minaccia esterna diretta,
    veramente grande e percepita in modo generalizzato" ed infatti "Il popolo
    americano sostenne l'impegno americano nella Seconda guerra mondiale in gran
    parte a causa dell'effetto scioccante dell'attacco giapponese a Pearl
    Harbour".
    Gli attacchi dell'11 settembre, per svariate e giustificate ragioni, sono
    stati spesso paragonati all'attacco di Pearl Harbour. CBS news riferì che
    Bush, prima di coricarsi quella sera, aveva annotato sul diario "Oggi
    abbiamo assistito alla Pearl Harbour del XXI secolo". Un editoriale del Time
    incitava invece: "Mostriamo la nostra rabbia. Quel che ci occorre è una
    furia livida, americana, unificata e unificante come quella scatenatasi dopo
    Pearl Harbour". Subito dopo il discorso che il Presidente tenne alla nazione
    l'11 settembre 2001, Henry Kissinger scrisse "Al governo si dovrebbe
    affidare la missione di dare una risposta sistematica che condurrà, si
    spera, allo stesso risultato di quello che seguì l'attacco di Pearl
    Harbour".
    Effettivamente, gli attentati dell'11 settembre hanno provocato una risposta
    analoga: ricorso alla forza militare americana, giustificazione di
    esorbitanti spese militari, instaurazione di basi americane in paesi
    stranieri, riduzione delle libertà civili (Oggi il Patriot Act, durante la
    II Guerra Mondiale erano i campi di concentramento e la confisca dei beni
    dei nippo-americani). Un membro dell'US Army's Institute for Strategic
    Studies (Istituto per gli Studi Strategici dell'Esercito Americano) riferì
    che dopo l'11 settembre: "Il sostegno del pubblico all'azione militare è a
    un livello simile a quello che seguì l'attacco di Pearl Harbour". In un
    documento del Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo
    Secolo Americano, PNAC, organizzazione che già in era Clinton raggruppava i
    maggiori think-thank neoconservatori attualmente al potere negli Stati
    Uniti), intitolato "Rebuilding America's defenses" (Ricostruire le difese
    dell'America), reso pubblico nel 2000 durante la campagna elettorale per le
    presidenziali, alcuni membri (fra cui Cheney, attuale Vice-presidente,
    Rumsfeld, attuale ministro della difesa e Paul Wolfowitz, sotto-segretario
    alla difesa) sostenevano che il processo per trasformare gli Stati Uniti
    nella "forza dominante del domani" si sarebbe prospettato lungo, in "assenza
    di un evento catastrofico e catalizzante, quale ad esempio una nuova Pearl
    Harbour". A questo punto, come dice l'ex-ministro della Corona Michael
    Meacher nella prefazione del libro di Griffin: "Non è necessario ricorrere
    ad alcuna teoria del complotto, se loro per primi esplicitano le intenzioni
    da cui sono animati".
    Ma quali sono queste intenzioni esattamente? Anch'esse sono contenute nei
    documenti del PNAC: collocare più basi militari nel mondo da cui proiettare
    potenza, determinare cambiamenti di regime nei paesi ostili agli interessi
    americani, dare un forte impulso alla spesa militare, in particolar modo
    allo scudo spaziale. Intenzioni concepite esplicitamente non per scoraggiare
    eventuali aggressioni ma come "requisito indispensabile al mantenimento del
    primato americano". Il fine è chiarito in modo inequivocabile in un altro
    documento intitolato "Vision for 2020" (Prospettiva per il 2020), documento
    che non si perde affatto in propaganda sentimentale sul bisogno degli Stati
    Uniti di promuovere la democrazia o servire l'umanità, ma che sostiene: "La
    globalizzazione dell'economia mondiale proseguirà con un divaricamento tra
    "Chi ha" e "Chi non ha" " con conseguente necessità di non far uscire "Chi
    non ha" dai ranghi perché ogni "nuovo arrivato" toglie risorse a "Chi già
    ha", teoria questa elaborata nel Massachusetts Institute of Technology
    (MIT).
    Cosa rende "pazzo", allora, chi avanza l'ipotesi di un qualche
    coinvolgimento dell'amministrazione americana negli eventi dell'11
    settembre? Il pensare che un governo possa aver complottato per provocare
    una simile atrocità sul proprio territorio e a danno dei propri cittadini.
    Le responsabilità principali del Presidente, del Vice-Presidente, del loro
    gabinetto, delle agenzie di intelligence e dei dirigenti militari sono
    infatti quelle di proteggere gli Stati Uniti e i cittadini americani, non il
    contrario. Dunque, si è convinti, come dice Griffin, a priori che qualsiasi
    teoria su un simile complotto sia falsa, perché i leader americani non si
    comporterebbero mai in quel modo. Eppure precedenti storici "ufficiali" non
    mancano. Basterebbe ricordare in merito l'operazione Northwoods: nel 1962,
    venne formulato un piano ora noto perché di recente ne sono stati
    desecretati i documenti relativi. La CIA aveva preparato "un programma di
    operazioni contro il regime di Cuba" il cui scopo era sostituire il regime
    di Castro con un altro "più accettabile per gli Stati Uniti, ma con mezzi
    che nascondono l'intervento statunitense".
    Nel primo foglio del "Memorandum per il capo delle operazioni, Cuba project"
    firmato da tutti i capi dello Stato Maggiore riuniti, era scritto: "La
    decisione di intervenire rappresenterà l'esito di un periodo di accentuate
    tensioni Stati Uniti - Cuba, tali da mettere gli Stati Uniti nella posizione
    di nutrire ben giustificati risentimenti". E' importante che "ne venga
    camuffato l'obiettivo ultimo". Parte dell'intento era influenzare l'opinione
    pubblica mondiale e in particolare le Nazioni Unite "diffondendo a livello
    internazionale la convinzione del governo cubano fosse una compagine
    avventata e irresponsabile, una minaccia alla pace dell'Occidente".
    Basterebbe sostituire la parola "Irak" a "Cuba" e si fa un salto dal 1962 ai
    giorni nostri.
    A leggere i piani della CIA, tanti scenari considerati "fantascientifici"
    smettono, di colpo, ad esserlo: "Potremmo condurre una campagna terroristica
    di matrice cubana nella zona di Miami, in altre città della Florida e
    perfino a Washington. Potremmo affondare un'imbarcazione carica di cubani in
    rotta verso la Florida (sia che siano profughi veri o simulati). E'
    possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un
    aereo cubano abbia attaccato e abbattuto un aereo charter civile. I
    passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti di college in vacanza".
    Proprio quest'ultima ipotesi avvalora le tesi più inverosimili di chi crede
    in un coinvolgimento degli Usa a fianco di Bin Laden: "Nella base aerea di
    Elgin un aereo verrebbe dipinto e numerato per essere l'esatta copia di un
    volo civile appartenente a una compagnia gestita dalla CIA che opera
    nell'aria di Miami. A un'ora prefissata la copia si sostituirebbe al vero
    aereo civile e al suo interno verrebbero fatti salire i passeggeri già
    scelti in precedenza, tutti registrati con pseudonimi appositamente
    preparati. Il vero aereo civile verrebbe quindi trasformato in un drone
    (apparecchio automaticamente controllato a distanza).
    Le ore di partenza dell'aereo drone e del vero apparecchio verrebbero quindi
    calcolate in modo da permettere un rendez-vous nel sud della Florida. Subito
    dopo aver raggiunto il punto di rendez-vous l'aereo con a bordo i passeggeri
    scenderà a una quota minima e poi si dirigerà verso la pista ausiliaria
    della base di Elgin, dove i passeggeri saranno evacuati e l'aereo tornerà
    alle sue condizioni originali. L'aereo drone nel frattempo continuerà a
    seguire il piano di volo prestabilito. Quando si troverà sopra Cuba il drone
    trasmetterà sulle frequenze internazionali di emergenza un messaggio "May
    day", dichiarando di trovarsi sotto attacco di un MIG cubano. La
    trasmissione si interromperà con la distruzione dell'aereo comandata da un
    segnale radio".
    Quanto riportato sopra non è un piano escogitato da extra-terrestri e
    importato da Marte, ma un documento ufficiale della CIA con tanto di firme
    di capi dello Stato Maggiore e di timbro Top secret. In questo - come in
    altri piani - anche se fossero apparsi sui giornali gli elenchi delle
    vittime per "provocare un'ondata di sdegno nazionale", lo stratagemma non
    avrebbe comportato l'effettiva perdita di vite umane. Ma ciò non valeva nel
    caso in cui si prevedeva di "affondare un'imbarcazione carica di cubani" o
    quando si è detto "Potremmo far esplodere una nave americana alla fonda
    nella Baia di Guantanamo e poi
    incolpare Cuba dell'incidente". Ecco perché i sospetti sull'11 settembre non
    sono azzardati. E come dice Griffin, se subodoriamo il marcio ma tacciamo
    per paura, possiamo dire addio a qualsiasi pretesa di essere il paese degli
    uomini liberi e la patria dei coraggiosi. E, di fatto, anche una democrazia.
    Forse dobbiamo semplicemente affrontare i discorsi che preferiamo evitare,
    al posto di scatenare campagne mediatiche atte a criminalizzare e a
    dipingere come "pazzo" chiunque dubiti dell'affidabilità delle "versioni
    ufficiali".
    Questo impegno deve essere un dovere, una missione da intraprendere, costi
    quel che costi, visto che c'è il sospetto - come dice Griffin - che qualcuno
    si stia servendo delle versioni ufficiali per scopi nefandi, all'interno
    degli Stati Uniti e nel resto del mondo. Che nelle intenzioni
    dell'amministrazione Bush ci fosse già l'intenzione di usare "la guerra al
    terrorismo" come pretesto ad attaccare altri paesi non è un mistero. Un
    articolo del Newsweek riporta una notizia in base alla quale, prima di
    andare in Irak, alcuni consiglieri
    di Bush patrocinavano anche azioni contro l'Iran, la Corea del Nord, la
    Siria e l'Egitto. Molti analisti sostengono, a ragione, che gli obiettivi di
    questa guerra sono quelli di condizionare lo sviluppo politico ed economico
    dell'Europa e della Cina.
    A rendere ancora più preoccupante questa visione di "guerra globale" e ad
    avvicinarla - piaccia o meno - ai folli piani di Hitler, basta leggere le
    parole di Richard Perle - membro fondatore del PNAC e consigliere fino al
    febbraio del 2004 del Pentagono - che in un'occasione descrisse la "guerra
    al terrorismo" in questi termini: "Si tratta di una guerra totale. La
    combattiamo contro nemici di ogni risma. Quanti ce ne sono in giro ! Non si
    fa che parlare di andare prima in Afghanistan, poi in Irak [...]. Questo
    modo di affrontare la faccenda è del tutto sbagliato. Basta far sì che la
    nostra visione del mondo si diffonda [...] ingaggiando una guerra totale
    [...] e tra qualche tempo i nostri figli intoneranno inni sulle nostre
    imprese".

    Autore: DAVID RAY GRIFFIN
    Titolo: 11 Settembre
    Editore: Fazi editore, 2004
    Pagine: 260
    Prezzo: 17 euro

    (Fonte:www.nuovimondimedia.it, 27. settembre 2004)

    _______________________________________________

    Centro studi Giuseppe Federici
    Via Sarzana 86 - 47828 San Martino dei Mulini (RN)
    Tel. 0541.758961 - Fax 0541.757231
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