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    Predefinito La Carta fondamentalr senza fondamenti

    La fine dell’arroganza

    Bruxelles. La Francia ha votato “no” e forse questo 29 maggio 2005 sarà ricordato nei calendari europei come il 21 aprile dell’Unione europea. In quella data, tre anni fa, scegliendo l’“innominabile” Jean Marie Le Pen per il ballottaggio delle presidenziali francesi, era accaduto l’inimmaginabile: la patria dei diritti umani – il modello di democrazia agognato dai politologi e dai liberal di tutti i continenti – aveva permesso a un trombone con tendenze xenofobe-populiste di confrontarsi con la politica seria, quella delle istituzioni, quella che si occupa dei destini di un popolo.
    Oggi è accaduto di nuovo l’inimmaginabile: il motore dell’Europa, il paese che più pretende di incarnare e dettare la direzione del Vecchio continente, affossa la Costituzione europea, quel prolisso documento redatto dai Madison, Washington e Franklin nostrani, o “de noantri”, perché di padri fondatori di quel calibro non se ne sono visti a Bruxelles in questi ultimi quindici anni. Abbiamo, invece, avuto i Valéry Giscard d’Estaing, i Giuliano Amato, i Jean-Luc Dehaene, cui si sono aggiunte pletore di “Soloni dell’Europa” che tenevano Convenzioni, convegni, lezioni e che insegnavano al popolino quanto una Costituzione europea fosse desiderabile, necessaria e indispensabile. Questo è soprattutto il loro 21 aprile, il giorno in cui i cittadini decretano il fallimento di tutta una classe dirigente che ha costruito questa Europa indigesta a chi ci deve vivere.
    Basti pensare a Giscard d’Estaing, il più intelligente e il più abile rappresentante di questi sconfitti. Ex presidente francese e aspirante primo presidente dell’Unione ha guidato i lavori della Convenzione, riuscendo nell’impresa di fare di un Trattato internazionale una pretesa Costituzione. Lo ha fatto con l’astuzia delle parole e dell’eloquenza per convincere i suoi convenzionali e i capi di Stato e di governo ad approvare un testo di 448 articoli, suddivisi in quattro parti, 25 titoli e una miriade di capitoli, sezioni e sottosezioni. Il 28 ottobre scorso, in occasione della firma a Roma del “progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa”, su Repubblica Giscard scriveva: la Costituzione “è leggibilissima, molto più leggibile di alcuni testi classici della letteratura italiana! Potete leggerla!”.
    I francesi l’hanno letta, grazie ai 46 milioni di esemplari che l’Eliseo ha recapitato agli elettori, e hanno constatato che le parole astute di Giscard sono spesso incomprensibili, contraddittorie e a volte tra di loro incompatibili.
    “Se la Costituzione americana in poche pagine stabilisce le fondamenta per la crescita della democrazia, in 200 pagine la Costituzione europea esprime una bella meccanica intellettuale, ma fallisce davanti a una questione fondamentale: chi decide cosa – spiega Vincent Tournier, professore all’Institut d’études politiques di Grenoble – Un alto livello di tecnicità costituzionale e giuridica non sostituisce la buona vecchia separazione dei poteri".

    Il capo degli sconfitti è Romano Prodi
    Meccanica intellettuale? Tecnicità costituzionale e giuridica? Viene alla mente il “sottile” Giuliano Amato, che della Convenzione è stato vicepresidente e che, a proposito di separazione dei poteri, dalle colonne del Sole 24 Ore ha “più volte detto che dobbiamo vivere con un’Europa a due teste: non solo quella comunitaria, ma anche quella intergovernativa”.
    Amato riconosce che “l’animale è un po’ mostruoso”, ma lo apprezza.
    Certo, la Costituzione non rende “chiaro ai cittadini chi legifera per loro”, perché sono prevalsi gli “argomenti che non si sentivano più dal XVIII secolo”, cioè “che senso ha distinguere fra poteri legislativi ed esecutivi”.
    L’augurio di Amato affinché “i cittadini europei, senza arrivare agli estremi dei nostri antenati francesi, riescano a far capire di essere più importanti delle prerogative dei ministri di settore”, non è rimasto inascoltato.
    Così in Francia la scheda giacobina ha prevalso sulla ragionevolezza girondina.
    Amato fa parte di quelli che “l’Europa rimane irrinunciabile” – Sole 24 Ore del 22 maggio – e quindi questa è “la Costituzione più opportuna” – con Giscard e Dehaene su Repubblica l’11 dicembre 2003.
    E’ un club affollato quello degli sconfitti italiani: presidente onorario è Romano Prodi:
    “L’Europa che stiamo costruendo è un progetto di cui non possiamo fare a meno (…), l’unica prospettiva, l’unica idea, a favore della quale non possiamo mai stancarci di lavorare assiduamente”, scriveva l’ex presidente della Commissione l’11 gennaio 2005 sempre su Repubblica.
    Strategia di Lisbona e allargamento a est dovevano essere le sue priorità, ma questa Europa – “l’economia più competitiva al mondo” – è stata rinviata sine die, mentre l’unificazione del continente non è stata presentata “come un avvenimento storico, ma soltanto in termini tecnocratici”, accusa l’ex ministro degli Esteri polacco Bronislaw Geremek.
    Oltre a restare tangente alle riforme – Trattato di Nizza e Costituzione – Prodi ha cercato di mettere il bastone tra le ruote della Convenzione, prima proponendo il progetto alternativo “Penelope”, poi disertando la conferenza intergovernativa che negoziò il Trattato e intralciando la mediazione della presidenza italiana, per evitare che il suo nemico, Silvio Berlusconi, potesse avocare il successo dell’accordo sulla Costituzione.
    L’Italia è ricca di sconfitti, perché qui da noi prevale quell’europeismo di maniera che non si è mai realmente scontrato con la difesa dell’interesse nazionale, ma che ha preferito usare l’arte della sua mediazione per accodarsi all’asse franco-tedesco.
    Ci sono i presunti tecnici europeisti - che condividono oltre l’afflato europeista il doppio cognome – come Tommaso Padoa Schioppa o Lorenzo Bini Smagh, che, appena nominato dal governo Berlusconi alla Banca centrale europea, non ha esitato a dedicarsi al catastrofismo dichiarando che “l’Italia è di certo il paese che potrebbe soffrire maggiormente a causa del referendum francese, come avvenne nel 1992, quando il referendum portò all’uscita della lira dallo Sme”.
    - Ancora domenica Padoa Schioppa ha lanciato l’urlo delle cassandre europeiste, che vedono nel “no” francese la fine del mondo. O meglio, del “suo” mondo.
    - Ci sono poi i politici in senso stretto. A rappresentare i Democratici di Sinistra è Giorgio Napolitano, che in qualità di presidente della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo durante i lavori della Convenzione, non si è fatto “guidare dall’assillo di porre limiti al ruolo delle istituzioni dell’Unione, e in sostanza delle istituzioni sopranazionali” – scriveva Napolitano sull’Unità dell’8 marzo 2003 – perché altrimenti “ci si muove in direzione opposta al soddisfacimento del bisogno di più Europa”.
    - Non mancano rappresentanti del centrodestra, come il nostro rappresentante a Bruxelles, Franco Frattini – che ieri commentava: “l’Europa deve cambiare passo”– o il ministro degli Esteri Gianfranco Fini, che sul Figaro di giovedì scorso sollecitava “un movimento di orgoglio per rilanciare l’attualità di una visione politica: un’Europa unita nella diversità”.
    - L’Economist, che desidera un’Ue forte, ha replicato (indirettamente) così: “Le divergenze di vedute e i pregiudizi nazionali nell’Unione europea sono di tale ampiezza che è un errore cercare di inglobare sempre più settori in un unico quadro”.
    - Il settimanale britannico rispondeva anche a Napolitano che l’accentramento “ha dei limiti”, perché “un processo lontano dalla gente ha poche speranze di restare popolare a lungo”.
    - Quel che occorre, per l’Economist, “è un Trattato che risponda alle preoccupazioni centrali degli elettori”.
    Quali preoccupazioni? “It’s economy, stupid!”, verrebbe da rispondere. Questi pensatori dell’Europa, infatti, non soltanto non hanno centrato l’obiettivo politico, ma non sono neppure riusciti a tenere in piedi l’anima primordiale dell’Ue: il suo straordinario successo economico.
    Il Mercato comune del carbone e dell’acciaio mise in comune le risorse che nella prima metà del secolo causarono le guerre; la Politica agricola comune garantì l’autosufficienza alimentare della Comunità a sei; l’Europa senza frontiere dell’Atto unico – con l’ancora incompleta libertà di circolazione di beni, persone, servizi e capitali – assicurò il rilancio economico su scala continentale; il Trattato di Maastricht permise di risanare i conti pubblici per salvaguardare una stabilità monetaria che, all’inizio degli anni Novanta, aveva messo in pericolo la Vecchia Europa.
    Ciascuno di questi passi avanti fu determinato dalla flessibilità e dalla visione di una leadership politica europea (De Gasperi, Schuman, Monnet e Adenauer prima, Thatcher, Khol, Mitterrand e Craxi – poi) che scelse la via funzionalista a quella federalista, inaccettabile per i popoli europei.
    Oggi gli Chirac, gli Schröder, gli Zapatero - senza trascurare
    “l’Europa rosa” di D’Alema, Jospin e Gutierrez – si sono affidati al rigorismo del Patto di stabilità, della Strategia di Lisbona o della Bce, dimenticando che la politica sta dietro all’economia.
    Così, sottolinea André Glucksmann, “è bastato un idraulico polacco” – simbolo fetish della campagna referendaria francese - per far crollare la Carta europea.
    Poi c’è il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Non è un caso che la maggior parte delle dichiarazioni di questa classe dirigente sconfitta siano state dette a Repubblica, che dell’arroganza culturale di quest’Europa burocratica è stata fedele grancassa, rilanciando a più riprese la dialettica antiamericana, la salvaguardia di un progetto sempre più lontano dal desiderio degli europei, la denuncia dei pericoli di un mondo senza Europa.
    Gli sconfitti si stanno riorganizzando.
    C’è il piano B di Jean Claude Juncker, primo ministro lussemburghese e presidente di turno dell’Ue, che insieme al presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha chiesto “di continuare le ratifiche negli altri paesi” e poi, al massimo, di rivotare, come vorrebbe anche Giscard d’Estaing.
    C’è il piano C di Amato che propone un’“agenda possibile per il dopo no”: “Stralciare le parti della stessa Costituzione, che possano essere approvate a breve senza referendum (…), e avviare cooperazione rafforzate senza isolarle dall’insieme e dalle istituzioni”.
    Il commissario francese, Jacques Barrot, ha forse individuato la falla che ha fatto crollare la diga: il termine “Costituzione”.
    Barrot, durante tutta la campagna referendaria francese, ha parlato di “trattato istituzionale”. Insomma, non chiamatela più Costituzione.

    David Carretta su il Foglio

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    Predefinito La sindrome svizzera

    Roma. Gli intellos in Francia non sembrano troppo sorpresi dal risultato del referendum sul trattato costituzionale europeo. E’ vero che domenica pomeriggio, per un momento, era corsa voce che il sì fosse in rimonta e il successo del no, data l’affluenza alle urne, potesse essere molto più contenuto del previsto. Alla fine, però, la maggioranza dei no è stata schiacciante: oltre il 55 per cento dei voti espressi, contro il 44,9 per cento dei sì, e il 30,2 di astensioni. Ampiamente annunciato dai sondaggi, il verdetto senza appello esalta un populista di destra come Philippe Meyer e un radicale di sinistra come Gérard Grunberg.
    “Il messaggio è chiaro” dice Meyer, artista multimediale dalla parola franca che esercita la sua critique des moeurs attraverso radio, teatro e la letteratura. “Non avendo prestato attenzione alla protesta del 2002, che portò Jean Marie Le Pen alle soglie del ballottaggio per le presidenziali, adesso è tutta la classe politica nel suo insieme, governo e opposizione, socialisti e liberali, riuniti nel fronte del sì e sconfitti dal fronte del no, a essere messa in questione e ritrovarsi sul banco degli imputati. I nostri governanti non hanno capito che nel paese c’è una fortissima domanda di politica. Non hanno capito che la gente è stufa di farsi manipolare, che ormai è refrattaria alla politica in forma di comunicazione, che allestisce un teatrino di marionette senza spessore”.
    Identica reazione mostra il radicale di sinistra Gérard Grunberg, direttore scientifico di Sciences Po. Anche lui come Meyer parla di responsabilità politiche. Punta il dito contro un presidente che non ha cambiato il primo ministro quando era logoro e “ha governato senza governare”. Anche lui parla dei ceti popolari, che hanno votato in larga parte per il no perché in preda a una “grande angoscia” sul loro avvenire.
    “L’abbiamo vista sin dal 2002. Ora questa angoscia è riapparsa, con un’Europa che anziché proteggere una parte della popolazione, la rende ancora più fragile ed esposta ai pericoli della concorrenza”. Anche lui dunque come Meyer denuncia l’insufficienza della politica e le responsabilità delle élite: “Dicevano che erano antiliberali e facevano una politica liberale, non sono stati convincenti nella difesa del sì, non hanno spiegato la necessità di adattarsi alla nuova realtà della globalizzazione. Hanno mentito e sono stati puniti”.

    Il fronte del sì
    Altrettanto preoccupato, ma per ragioni simmetriche e opposte, è un liberale riformatore come Nicolas Baverez.“Questo risultato, certo, è un grosso choc, sia per la dimensione, sia per la rottura che rappresenta e le conseguenze che implica”, dice lo studioso di Raymond Aron interprete della “France qui tombe”, come s’intitola il suo pamphlet sul declino economico, politico e sociale (trad. Ideazione) della Francia.
    “E’ uno choc per l’Europa intera, che dal no di un paese fondatore ne esce a pezzi. Ma è soprattutto uno choc per la Francia, che appare terrorizzata, tagliata fuori dal mondo reale del XXI secolo, e lacerata tra vecchi e giovani (solo gli ultrasessantacinquenni hanno votato per l’Europa) divisa tra settore pubblico e privato, tra città e campagna. Il referendum segna il fallimento della modernizzazione, il fallimento politico di Chirac. E apre le porte a una situazione quasi insurrezionale, visto che Chirac dovrebbe dimettersi, o come minimo indire elezioni anticipate secondo la logica della Quinta Repubblica. Dovrebbe fare insomma come il cancelliere Gerhard Schröder dopo la batosta nel Nord-Rhein Westphalen, ma non lo farà, limitandosi a sostituire Raffarin col suo protetto Dominique de Villepin, affinché nulla cambi”.
    Anche Jean Claude Casanova se l’aspettava una vittoria del no. E anche lui punta il dito sui politici che hanno dato fondo alla loro “incultura” economica. “Chirac ha assunto posizioni antiliberali, dicendo addirittura che il liberalismo è peggio del comunismo. Ma non è riuscito a far capire alla gente, presa dal panico per l’invasione dell’idraulico polacco, che la migliore protezione dalla concorrenza e la miglior difesa contro la globalizzazione era l’Europa”.
    E anche i socialisti, “ancora prigionieri di illusioni antiliberali”, hanno la loro parte di responsabilità, se è vero che tre quinti degli elettori socialisti ha seguito Laurent Fabius votando per il no, contro le indicazioni della trojka Jospin-Hollande-Strauss-Khan. Eppure, adesso, a differenza del giovane Baverez, più che di situazione insurrezionale, il vecchio professore di Sciences Po, che dirige Commmentaire, la rivista dei liberalconservatori fondata da Raymond Aron, preferisce parlare di “syndrome suisse”.
    “I francesi oggi vogliono starsene da parte, restare neutrali come gli svizzeri, e vivere in pace. L’Europa, la globalizzazione, pensano siano soli grattacapi per imprenditori, che non riguardano la gente comune. Ormai si è ufficialmente aperta la campagna elettorale per le politiche e le presidenziali del 2007. Nei prossimi 21 mesi non sarà possibile alcuna riforma, non quella dell’elettricità, non quella delle ferrovie, per non parlare di università e ricerca. Chiunque tenterà di fare le riforme rischierà di irritare l’opinione pubblica, quindi se ne asterrà”.
    Deluso come e più di loro appare André Glucksmann.
    “Col voto del 29 maggio la Francia si è messa fuori gioco. Da ora in poi, la scena politica francese non sarà più europea”. E’ questa secondo lui la prima grave conseguenza di un referendum che rappresenta “la distruzione della portata europea di un paese come la Francia”.
    L’ex nouveau philosophe, che trent’anni fa diede voce in Francia al dissenso sovietico e dei paesi dell’est Europa, aprendo la strada alla critica dell’ideologia marxista e allo svecchiamento della sinistra rivoluzionaria, oggi parla con amarezza di rigurgiti ottocenteschi, di vecchi fantasmi che riprendono vita.
    “La campagna elettorale si è fondata su un’opposizione radicale tra l’Europa sociale e l’Europa liberale, sulla critica dell’efficacia economica del libero mercato, assimilato alla giungla del capitalismo, e sulla difesa del protezionismo sociale, assimilato allo Stato assistenziale. In altre parole, è il ritorno dei feticci del secolo scorso. La rimessa in gioco di vecchie categorie, che mezzo secolo di costruzione europea aveva cancellato.
    Il liberalismo è diventato il nemico, senza vedere altro che l’accumulazione primitiva del capitale, la giungla assoluta. Era una concenzione superata dalla storia di cinquant’anni di integrazione europea, che ora riemerge come pura regressione
    Anche Philippe Raynaud come Glucksmann pensa che il referendum sul trattato europeo rappresenti una crisi d’ordine mentale, prima che d’ordine politico o economica.
    “La Francia – dice Raynaud – non è né liberale né socialdemocratica. Ha cercato una via media tra le due tendenze, ma da anni è incapace di farla funzionare. Ha un tasso di disoccupazione più alto che in Germania, senza l’equivalente della riunificazione. Per vent’anni, i politici francesi hanno cercato di usare l’Europa per far digerire decisioni impopolari. Ora scaricano le loro responsabilità, sostenendo che la situazione attuale è una conseguenza dell’Europa liberale. Se avessero voluto evitare il disastro, avrebbero dovuto spiegare che erano riforme buone di per sé”.
    E’ l’unico argomento del fronte del no che gli pare convincente. Per il resto, il professore alla Sorbona, specialista di Max Weber, Nietzsche e della secolarizzazione, parla senza reticenza di illusioni del passato dure a morire e persino di egemonia:
    “Per voi italiani, lettori di Antonio Gramsci, dev’essere facile capire che la sinistra è egemonica anche quando non è maggioritaria.
    E’ lei a porre le questioni, a circoscrivere il dibattito”. L’aspetto più rilevante di questo referendum dunque non è il no all’Europa da parte della destra, ma è il no da parte della sinistra; un no in nome della frattura tra il sociale e il liberale. “L’Europa ha smesso di essere consensuale a sinistra.
    Il 60 per cento dei socialisti, che nel ’92 era a favore del trattato di Maastricht, oggi ha votato contro la Costituzione. Ma in quest’inversione di tendenza la cosa più inquietante è il discorso antiliberale che dilaga con l’avallo del presidente della Repubblica, mentre la sinistra continua a cavalcare l’utopia, ristabilendo la continuità con l’estrema sinistra”.
    Eppure, a differenza di altri, Raynaud non condivide l’attacco sistematico al governo né l’accusa di “inetto” nei confronti di Chirac che ha voluto il referendum, ma non l’ha saputo difendere, si è battuto per il sì, riciclando però gli argomenti del no, come spiegano Baverez e Casanova, che bollano il presidente francese come un anti-Blair “un opportunista privo di visione, un camaleonte su tessuto scozzese, che non sa più dove andare a parare”. Imputare a Chirac le mancate riforme è una tesi troppo liberale per Raynaud. “Chirac è stato eletto per restare immobile. Il suo governo resta il più a sinsitra d’Europa, anche se i socialisti, dicono che è il più a destra. I francesi non vogliono altro cambiamento che la conservazione dei benefici acquisiti. Chirac non è cattivo politico perché insensibile alle pressioni dei francesi, ma al contrario, perché ipersensibile a tutto quello che pensano i francesi. E’ convinto anzi che è stato eletto per non cambiare nulla. E potrebbe trarre addirittura vantaggio dallo slittamento dei socialisti verso l’estrema sinistra, calvacato da Fabius emulo di Mitterrand”.

    Difficile prevedere le conseguenze del voto di domenica. Glucksmann teme il contagio francese di razzismo e xenofobia. Baverez parla di un’Europa a predominio inglese. Casanova paventa instabilità e crisi di rappresentanza. Jean Marc Ferry, il primo a speculare sull’originalità di una costruzione politica metanazionale, è convinto che senza l’asse franco-tedesco “l’Europa rischia di vedersi sfigurata in zona di libero scambio, perdendo la sua aura politica e rinunciando al suo ruolo d’esempio nella strutturazione di unità regionali legate da rapporti di cooperazione”. E avanza tre scenari possibili:
    1) lenta liquidazione della politica agricola comune, liberalizzazione dei servizi, ritorno alle nazioni e ai rapporti bilaterali;
    2) unione bipolare divisa tra un fronte atlantico e un fronte renano, che rinuncia a parlare con una sola voce, e diventa fondamento di divisioni politiche nazionali;
    3) riforma democratica radicale, con forti dosi di partecipazione, iniziativa legislativa, carta dei media e diritto a un reddito di base per tutti i cittadini della Ue.

    Marina Valensise su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito troppo lunga

    quella specie di trattato europeo (la costituzione) oltre a voler parlare come una enciclopedia di tutto e di tutti per sistemare "al meglio" ogni cosa, lo dice con una mole tale (480 pagine) che il meno che si possa dire è : mega biblon mega kakon.
    non patano le poche paginette di quella americana ?

  4. #4
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    La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto. (Benjamin Franlink)
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    Predefinito Re: La Carta fondamentalr senza fondamenti

    In origine postato da mustang
    Gli sconfitti si stanno riorganizzando.
    C’è il piano B di Jean Claude Juncker, primo ministro lussemburghese e presidente di turno dell’Ue, che insieme al presidente della Commissione, José Manuel Barroso, ha chiesto “di continuare le ratifiche negli altri paesi” e poi, al massimo, di rivotare, come vorrebbe anche Giscard d’Estaing.
    C’è il piano C di Amato che propone un’“agenda possibile per il dopo no”: “Stralciare le parti della stessa Costituzione, che possano essere approvate a breve senza referendum (…), e avviare cooperazione rafforzate senza isolarle dall’insieme e dalle istituzioni”.
    Il commissario francese, Jacques Barrot, ha forse individuato la falla che ha fatto crollare la diga: il termine “Costituzione”.
    Barrot, durante tutta la campagna referendaria francese, ha parlato di “trattato istituzionale”. Insomma, non chiamatela più Costituzione.

    David Carretta su il Foglio

    saluti
    E' la reazione degli euro-fanatici sconfitti che preoccupa.

    Il drago europeista e' ferito a morte, ma prima di esalare l'ultimo respiro potrebbe colpire tutti noi con i suoi mostruosi colpi di coda...

  5. #5
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    Predefinito Re: Re: La Carta fondamentalr senza fondamenti

    In origine postato da Il Condor
    E' la reazione degli euro-fanatici sconfitti che preoccupa.

    Il drago europeista e' ferito a morte, ma prima di esalare l'ultimo respiro potrebbe colpire tutti noi con i suoi mostruosi colpi di coda...
    Condor,

    Che potranno fare? Imbarcare subito la Turchia? Che altra pazzia ci possiamo attendere?
    Tuttavia credo che a Buxelles abbiano ormai la sindrome di Luigi XVI,(fuga a Varenne o a Istambul?).

  6. #6
    God, Gold & Guns
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    Predefinito Re: Re: Re: La Carta fondamentalr senza fondamenti

    In origine postato da tucidide
    Condor,

    Che potranno fare? Imbarcare subito la Turchia? Che altra pazzia ci possiamo attendere?
    Tuttavia credo che a Buxelles abbiano ormai la sindrome di Luigi XVI,(fuga a Varenne o a Istambul?).
    Ripetere il referendum in Francia e farlo vincere con i brogli (controllando tutti i centri di potere possono riuscirci).

    Cacciare dalla ue la GB, l'Irlanda e i Paesi della Nuova Europa.

    Creare un patto di ferro fra Parigi-Berlino-Madrid, cementato dalla ideologia antiAmericana, antiSionista e antiCapitalista, che sottometta, con le buone e/o con le cattive, i paesi minori (tipo Olanda).

  7. #7
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    Predefinito CONDOR NON PUOI VOLARE COSI' ALTO

    novello icaro ti brucerai le penne.
    comunque la tua europa è terrificante.

  8. #8
    God, Gold & Guns
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    Predefinito Re: CONDOR NON PUOI VOLARE COSI' ALTO

    In origine postato da dime can
    novello icaro ti brucerai le penne.
    comunque la tua europa è terrificante.
    Quella non e' certo la "mia" europa, ma l'europa nazional-socialista sognata dai franco-tedeschi.

    La mia Europa e' un'area di libero scambio di merci, capitali e persone, col minimo indispensabile di politica (cioe' solo quella necessaria per un regolare, ordinato ed uniforme business), ed allargabile anche oltre i confini dell'Europa geografica, fino ad inglobare Turchia, Ucraina, Russia, Medio Oriente, NordAfrica, ecc in quella che potremmo chiamare Unione EuroMediterranea

  9. #9
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    Predefinito dal polo all'equatore

    ma competeremo anche con la cina, l'india e gli stati uniti, oppure ci chiuderemo per mantenere il nostro welfare ?

  10. #10
    God, Gold & Guns
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    Predefinito Re: dal polo all'equatore

    In origine postato da dime can
    ma competeremo anche con la cina, l'india e gli stati uniti, oppure ci chiuderemo per mantenere il nostro welfare ?
    La mia idea sul commercio internazionale e' di ridurlo. Non dico di arrivare all'autarchia, ma neppure un auto-lesionismo come ora. Liberismo massimo nei rapporti INTERNI, protezionismo nei rapporti ESTERNI.

    Soprattutto con paesi come la Cina, che non rispettano le regole sui brevetti (il che equivale a rubare) e che usano i soldi per aggredire i loro vicini (per ora solo verbalmente, ma prima o poi attaccheranno Taiwan) e non per sviluppare il loro mercato interno. Con quei paesi io sono per attuare una chiusura TOTALE, a parte accettare una quota di immigrati che devono essere ben accettati perche' sono pacifici e produttivi.

    Le produzioni a basso costo le possiamo fare benissimo delocalizzando nell'Europa dell'Est o in Turchia, senza bisogno di scomodare cinesi e indiani.

    Comprare auto e macchianri da fuori non va bene. Se i Giapponesi vogliono sfruttare i nostri mercati, costruiscono delle fabbriche qua, e allora possono venderci le Toyota e le Honda...

    Per l'agricoltura sono per mantenere la PAC e l'autosufficienza alimentare del Continente, che e' una conquista importantissima. Certo, i prodotti tropicali che noi non possiamo produrre li dobbiamo importare, ma gli altri no. I terzo-mondini muoiono di fame e vorrebbero venire a vendere il loro mais e il loro grano a noi... mi sembra veramente un controsenso assurdo... che sviluppino il loro mercato interno (invece di nascondere i soldi che gli regaliamo in Svizzera e per farsi guerre fra loro) e le produzioni agricole le vendano ai loro cittadini...

 

 
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