GRAZIA PER RENATO VALLANZASCA!
L’Italia è sempre stata, purtroppo, la nazione delle contraddizioni.
E il mondo della giustizia, che dovrebbe essere uguale per tutti, non è stato risparmiato da questa velenosa mentalità.
E’ di questi giorni la notizia che il detenuto più rinchiuso d’Italia, Renato Vallanzasca, abbia presentato la domanda di grazia al presidente della repubblica Ciampi, ma tutta l’informazione di regime sembra non essere troppo interessata a questa vicenda, nonostante il bel Renè (soprannome dato al capo della banda milanese) abbia trascorso oltre 35 anni di reclusione, quasi tutti in regimi speciali (isolamento, braccetti della morte, carceri di massima sicurezza).
Ma Vallanzasca rappresenta un detenuto di serie B e i riflettori dell’informazione non vogliono accendersi sopra di lui.
Per tutto questo la sezione di Acca Larenzia della Fiamma Tricolore ha deciso di sostenere la domanda di grazia.
Facciamo un passo indietro: Renato Vallazzansca è un personaggio anomalo: amato dalle donne, rispettato da amici e nemici, un uomo che non ha mai tradito i suoi compagni e ha sempre accettato le “regole del gioco”, senza mai rinnegare quel suo codice d’onore che lo ha reso il detenuto più blindato d’Italia.
Burlone, coraggioso, leale, coerente, arrivò addirittura ad essere amato dai suoi sequestrati per i suoi modi sempre gentili e per il suo enorme rispetto della vita umana.
Anche le sue vittime non furono mai uccise in vili agguati o con colpi alla schiena, ma in conflitti a fuoco a viso aperto.
Vallazzansca, insomma, era un bandito d’altri tempi, che non si è mai commiserato, ma ha sempre accettato il suo ruolo, liberamente scelto, e quello degli altri.
E non è un caso che anche l’attuale Prefetto di Roma, Achille Serra, ai tempi capo della squadra mobile di Milano, colui che arrestò il capo della banda della Comasina, abbia espresso parere favorevole sulla concessione di grazia.
Ma in un’Italia dove la giustizia spesso assume connotati politici e strumentali, dove i pentiti spesso inguagliano degli innocenti e dove le grazie vengono richieste solo per gli ex amici o vecchi “compagni” d’avventura, la sofferenza di Vallanzaca e della sua mamma non interessano all’intellighenzia nazionale, troppo impegnata a battersi per Sofri o ad attaccare il Presidente del Consiglio.
D’altronde Renato non ha amici in paradiso, non rappresenta un “magnifico ‘68” e soprattutto non si è mai piegato al loro buonismo e alla falsa morale di questa sinistra benpensante e giustizialista.
Mentre i vari “collaboratori di giustizia”, nonostante abbiano sciolto bambini nell’acido, oggi sono in libertà e abbiano mandato dietro le sbarre anche degli innocenti, lui, che al contrario si è sempre assunto tutte le responsabilità e ha fatto vera luce su molti processi, facendo liberare dei detenuti che stavano pagando i suoi reati, non ha diritto all’attenzione dei media e a nessun beneficio.
Mentre i vari colletti bianchi, ancora oggi protagonisti o cari amici dei protagonisti della politica italiana, implicati in vergognose vicende di mafia, tangenti e corruzione, dopo aver fatto cinque o sei giorni di galera, chiedevano grazie, minacciavano suicidi e si vendevano gli amici più cari, Vallanzasca non ha mai fatto la vittima ed ha sempre accettato la logica della “guardia e del ladro”, facendosi la sua galera senza lacrime e compassioni.
Renato non si è fatto una galera-vacanza come altri detenuti eccellenti e non ha percepito stipendi miliardari da famose testate eccellenti e politicamente corrette.
Anzi, speso è stato pestato, isolato e anche lasciato in malattia senza cure, ma mai un lamento.
Quando qualcuno gli chiese se fosse stato torturato rispose di non esagerare e quando gli chiedevano del suo passato, con la speranza di scoprire chissà quale storia pietosa, ha sempre risposto, col suo bel sorriso, che a lui piaceva rubare, punto e basta.
Che la sua era stata una scelta ben precisa, dettata dal rifiuto della vita borghese e dal suo amore per la bella vita, che anzi, a differenza di molti suo compagni, lui avrebbe avuto la possibilità di studiare, ma ha liberamente preferito la vita del bandito.
Oggi sono passati 35 anni ed è ancora recluso nel carcere speciale di Voghera, vigilato speciale.
Oggi vorrebbe almeno uscire qualche ora, risposare la moglie da cui aveva divorziato, avere un figlio e per fare questo gli basterebbe ottenere una qualifica carceraria diversa dall’attuale, più elastica, che gli consentirebbe, inoltre, di studiare informatica.
Vallanzasca è l’unico detenuto rimasto a scontare tutta la pena, il simbolo italiano della “certezza della pena” ma, malgrado un paio di onorevoli e deputati si siano interessati a lui, non riesce nemmeno ad ottenere un semplice trasferimento a Milano e “declassare” la sua condizione, cosa che gli impedisce di vedere la madre, la sua “mammetta” novantenne, che non ce la fa più a recarsi a visitarlo settimanalmente essendo troppo pesante il tragitto di cento chilometri Milano-Voghera.
Proprio la sua cara mammetta ha sempre spinto affinchè Renato presentasse la domanda di grazia, arrivando a minacciarlo che se non l’avesse fatto lui, l’avrebbe fatta lei stessa.
Ed è forse questo che ha spinto Vallanzasca a presentare la domanda di grazia. Non ce lo vediamo Renato nascondersi sotto la sottana della mamma.
Anche questa volta, come sempre, ancora una volta, ha voluto mettere lui la faccia, si è voluto assumere personalmente responsabilità che toccano direttamente a lui.
Anche in questo si è distinto ed è riuscito a dare un bello schiaffo morale a chi si è nascosto dietro giornalisti, politici e intellettuali, facendo presentare la grazia ad altri.
Ma al di là delle nostre parole, dettate anche dal fascino verso un uomo d’altri tempi, sono le parole della mamma a fotografare meglio la figura di Renato.
Queste le dichiarazioni rilasciate ieri dall’anziana madre: “E’ sempre stato troppo di tutto. Troppo bello, troppo furbo, troppo violento, troppo farabutto. Che cretino! Poteva avere ogni cosa. Un figlio sciagurato, ma che ora è un uomo cambiato. Lo conosco. So che può ricominciare a vivere. Ma bisogna dargli una possibilità'. Ho scritto tante volte a tutti i politici di turno, ma ho ricevuto solo silenzio. La supplico signor presidente: dia la grazia a mio figlio Renato. Così posso morire”.
Madre e figlio non si vedono dal 2001, oggi, a 88 anni, la mamma del bandito ha avuto un ictus ed è in precarie condizioni di salute; Marie Vallanzasca ha voluto inoltre ricordare di quando il figlio, in carcere dal 1972 dopo le condanne a 4 ergastoli e 260 anni, è scappato dall’oblò della nave e si era rifugiato da lei: “Era arrivato a piedi da Genova, camminando per i campi e lungo le ferrovie, aveva le scarpe rotte e i piedi sanguinanti. Non ce l’ho fatta a chiamare la polizia, gli ho dato da mangiare una bistecca e l’ho mandato via. Adesso Renato è cambiato, ha finito di scappare dalle carceri e da se stesso. Bisogna dargli una possibilità. Lui non tradirebbe mai, ne sono certa. Lo conosco, sono sua madre”.
Noi oggi ci accodiamo al coro disperato di questa madre e chiediamo anche noi al Presidente Ciampi di concedere la grazia a Renato Vallanzasca.
Il bandito non avrà garanzie eccellenti come altri detenuti, ma le Istituzioni possono contare su qualcosa di molto più importante: la parola di un uomo che non ha mai tradito, né amici, né nemici.
Nel frattempo vogliamo mandare un abbraccio a questo uomo, rinchiuso da 35 anni, dimenticato da tutto e da tutti.
Perché in fondo, seppur da barricate diverse, anche Renato ha osato opporsi, da bandito e da detenuto, ad una visione del mondo ipocrita, infame e falsa, fatta di finti pentimenti e vantaggi personali.
Possiamo affermare che Renato rappresenta un vecchio bandito e un detenuto politicamente scorretto, che ha pagato tutti i suoi conti con la giustizia, con se stesso e con il mondo intero.
Non ha mai chiesto sconti, non ha mai chiesto compassione, non ha mai preso per i fondelli nessuno, ma oggi crediamo sia doveroso concedergli un’altra possibilità.
35 anni sono tanti, troppi…
Ora attendiamo che il Presidente della Repubblica gli conceda la grazia e che qualcuno spinga per questa soluzione.
Nel frattempo chiederemo al nostro Segretario Nazionale, l’eurodeputato Luca Romagnoli, di sostenere questa battaglia anche nelle sedi istituzionali.
Fiamma Tricolore
Sezione Acca Larenzia
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