Arrampicatori di specchi
L’ex PM Mancuso che accreditò e utilizzò Izzo compie capolavori di equilibrismo ma spiega che l’importante era far tornare “a tutti i costi” un teorema che non torna, quello delle stragi “fasciste”.
L’Intervista all’ex PM Libero Mancuso che diede credito all’Izzo e lo utilizzò processualmente.
ROMA - «Se potessi parlare con Angelo Izzo lo convincerei a tornare», disse all’epoca della sua ultima evasione, nel 1993, l’allora sostituto procuratore di Bologna Libero Mancuso, che a lungo aveva lavorato sulle dichiarazioni dell’estremista nero «pentito». Izzo tornò perché fu riarrestato, riuscì a ottenere di nuovo i permessi per uscire dal carcere e dodici anni dopo è accusato di aver ucciso ancora. Che cosa gli direbbe oggi Libero Mancuso, divenuto nel frattempo presidente di corte d’assise? «Che sono sconcertato e deluso. E’ incredibile che dopo decenni di carcere torni fuori ciò che evidentemente fa parte di una personalità doppia e immodificabile. Una personalità che non conosce mediazioni, nel bene e nel male».
Con tutta la buona volontà, sembra difficile vedere qualche eccesso di bene davanti a una simile storia.
«Siamo di fronte a una storia orribile, ma io mi riferisco all’ansia che si avvertiva in lui quando rispondeva alle domande di noi magistrati: s’intuiva la volontà di soddisfare chi l’interrogava, al di là di quello che lui sapeva. Era come se prevedesse quello che l’inquirente voleva sentirsi dire, e si adeguasse a questa previsione per fare contento il magistrato».
Più che a un eccesso di bene, viene da pensare a dei depistaggi.
«Sì, depistaggi e inquinamenti. Ma per quella che è stata la mia esperienza non ho mai visto altri fini che non fossero quelli di assecondare chi l’interrogava per guadagnarne la fiducia. Evidentemente sperando che la verità non venisse fuori. Perché poi, una volta sbugiardato, ci ha rimesso soltanto lui».
Ci hanno rimesso anche le sue vittime, perché lui ha continuato a uscire di galera.
«Ma se avesse rispettato le regole del buon detenuto, senza nemmeno pentirsi, sarebbe stato libero anche da prima».
Lei raccolse le prime dichiarazioni del pentito catanese Pellegriti, il quale accusò Lima di essere il mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella. Su suggerimento di Izzo, aggiunse. Che idea s’è fatto di quella storia?
«La stessa sera cercai Sica, allora Alto commissario antimafia, che era assieme a Falcone, e il giorno dopo mandai i verbali a Palermo. Poi risultò che era tutto falso, ma il contesto in cui fu fatta quell’ipotesi aveva un senso: lo stesso Falcone, che incriminò Pellegriti e Izzo per calunnia, aveva firmato un mandato di cattura per l’omicidio Mattarella contro due terroristi neri».
Scagionati anche loro, successivamente.
«Certo, ma questo significa che gli inganni e i depistaggi erano ben orchestrati, almeno all’apparenza. D’altra parte Izzo è uno che ha girato per le carceri di tutta Italia, ha conosciuto quasi tutti i terroristi neri e anche molti ceffi della criminalità comune, raccogliendo una gran quantità di notizie sulla storia dell’eversione italiana. Da questa miscela di indicazioni vere e false può venir fuori di tutto».
Resta la questione di fondo: con quale obiettivo?
«Io penso che la vera molla sia quella di guadagnarsi la stima di qualcuno che non lo catalogasse subito come mostro ma lo considerasse un essere umano, per di più utile alle indagini. Era come se un uomo consapevole di aver toccato i bassifondi più sordidi del male volesse mostrare di sapersi riscattare a chi gliene offriva la possibilità».
Non sembra un buon modello di pentito, in ogni caso.
«Infatti non lo è affatto, e tutto ciò che dichiarava bisognava pesarlo col bilancino, e cercare i riscontri».
Ma allora perché lei, da pubblico ministero, s’è fidato delle sue dichiarazioni, per esempio sulla strage di Bologna?
«Da lui è venuto essenzialmente un contributo per ricostruire la vicenda storica dell’estremismo di destra, soprattutto romano, e il fatto che abbia detto delle bugie non significa che tutto quello che ha detto sia falso. Noi abbiamo utilizzato solo ciò che ritenemmo riscontrato. E poi bisogna distinguere tra quello che sapeva direttamente e quello che diceva di aver saputo da altri. Anche perché lui aveva convinto altri pentiti a collaborare».
Per esempio?
«Uno che prima ha detto delle cose coincidenti con quelle di Izzo e poi è divenuto un suo acerrimo nemico è Cristiano Fioravanti. Convinse a collaborare anche un certo Viccei, che ci raccontò di un attentato fallito a un treno, poi partecipò a una grande rapina in Inghilterra ed è finito ammazzato, in Italia, mentre preparava altri colpi».
Altre storie di pentimenti poco edificanti.
«Sì, ma credo che questi casi non vadano strumentalizzati contro il pentitismo. Tanto meno quello di Izzo che, ripeto, si è fatto del male. Perché con la sua doppiezza ha finito per ingannare anche se stesso, oltre ai magistrati e agli educatori che gli hanno dato credito».
Quando c’è stato l’ultimo contatto fra voi?
«Dopo l’evasione del ’93 e il nuovo arresto mi scrisse una lettera piena di vergogna, nella quale avvertiva tutto il disvalore del suo gesto ai miei occhi. Si preoccupava come se avesse fatto un torto a me. Da allora non ho avuto altri contatti, ma oggi provo lo stesso sconcerto del religioso che ultimamente gli aveva trovato il lavoro».
Notate con quale spregiudicatezza sono stati utilizzati questi “supertesti” d’accatto. È su queste basi che sono state istruite quasi tutte le piste per le “stragi fasciste”. Ed è proprio quest’Izzo, utilizzato nel modo che l’ex PM ci spiega candidamente, ad aver causato la condanna assurda di Luigi Ciavardini, sebbene, tra le altre cose, le sue affermazioni siano risultate oggettivamente fantasiose e inventate… Giustizia italiana !




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