di Giuseppe Genna


"E' più giusta, ha più stoffa la tua pena.
E intanto non riesco a consolarti,
mio affannato, tremante, altero amore!"
Giovanni Raboni, A tanto caro sangue





La storia la fanno i tribunali. La storia si paga. Quali tasche alleggerisce la storia? Tasche arteriose, pretendendo l'obolo di sangue che la rappresentazione shakespeariana ci ha insegnato essere il monoreddito della storia stessa. Talvolta, però, ci vanno di mezzo i conti correnti. Nel caso dell'incredibile sentenza di terzo grado relativa ai fatti di piazza Fontana, i conti correnti ci vanno di mezzo due volte: la prima, al momento dell'attentato in banca; la seconda, trentasei anni dopo, con i parenti delle vittime che vengono costretti a sborsare il corrispettivo delle spese processuali. E' indecente. Che perlomeno lo Stato annullasse i suoi compensi, azzerasse le spese di cancelleria. Che gli avvocati di parte civile chiedano di più ai prossimi clienti, ma non pretendano un euro da gente che è stata moralmente sfigurata almeno tre volte, dal lutto barbaro, dall'attesa invereconda (trentasei anni...), da una sentenza che cavillosamente annulla una verità che è sotto gli occhi di tutti, da sempre.
La storia dell'Italia contemporanea comincia nel sangue e continua nel fango morale, scandita a colpi di ordigni e a colpi di sentenze assolutorie. In mezzo, il baratro civile di una nazione piagata dalle ferite dei più immondi segreti, afflitta dall'impotenza che la coglie quando cerca di comprendere la sua stessa storia.



Basterebbe leggersi l'ultima intervista in merito rilasciata dal non poi così onorevole (infatti è senatore) Giulio Andreotti, che viene a propalarci le sue competenze ecclesiologiche in quel salotto lucidato a Fabello che è Porta a porta. Soltanto l'accecamento acritico dell'antiberlusconismo da curva sud è stato in grado di riabilitare Andreotti, un politico che - dicono i tifosi - almeno aveva un certo stile. Che stile? Quello che ti fa prendere il tè con Salvo Lima? Che ti fa bere Fiuggi con Ciarrapico? Che ti fa dire che Moro carcerato non è attendibile? Ma ce li si ricorda i due (non uno: due) scandali del petrolio negli anni Settanta, con Andreotti che urlava al complotto contro Fanfani? Ah, già: questa è una storia che non si insegna a scuola, la si richiude nell'alveo dei tribunali più hugoliani del pianeta. Beh, Giulio Andreotti ha risposto con un'intervista sul Corriere a certe ambigue accuse lanciate, sulle pagine del medesimo quotidiano, da Gerardo D'Ambrosio, che diceva che a lui sarebbe piaciuto chiedere di piazza Fontana a Rauti e al più che ottantenne ex Dc, ex premier, ex ministro dell'Interno, ex controllore dei servizi segreti. Andreotti, il giorno successivo, rimbrottava D'Ambrosio con una strategia che davvero appalesa un certo stile. Dice Andreotti che c'è ancora da chiarire il giallo Valpreda, che un taxista lo vide vestito in un certo modo e infatti Valpreda era andato a casa a cambiarsi. Poi si mette a discettare sul personaggio chiave Giannettini: lo ridicolizza, Andreotti, dice che era un giornalistucolo, che era tutto approssimativo.
Perché non dire a chiare lettere che il colpevole della strage di piazza Fontana era Pinelli? Perché non affermare alla luce del sole che è stato il rimorso schiacciante ad avere indotto l'anarchico a lanciarsi dalla finestra della questura milanese? Perché non concedere il cavalierato del lavoro a Stefano Delle Chiaie, che ha fatto tanto bene la sua professione e infatti è stato scagionato da ogni accusa relativa a piazza Fontana? Perché spendere per l'inutile soggiorno di un ambasciatore italiano in Giappone, quando lì c'è Delfo Zorzi, che è determinato a starci e a non tornare affatto? Piuttosto di assolvere sempre tutti, condanniamo Guido Salvini e il suo maniacale impianto accusatorio, costruito in anni di dispendiose indagini (paghino i parenti delle vittime)! Diciamolo senza veli che Gerardo D'Ambrosio ha inquinato la scena del crimine, approfittando del fatto che ai tempi non c'erano i RIS!
Passano pochi giorni dall'intervista ad Andreotti e gli imputati al processo su piazza Fontana vengono irrevocabilmente assolti.



Nel frattempo si sono perse le tracce di Freda e Ventura, di quella memorabile vergogna di Stato che fu il processo trasferito a Catanzaro, delle collusioni con il crimine organizzato che portarono all'assoluzione dei due neofascisti, della definitiva indecenza civile consumatasi nelle aule giudiziarie a Bari. Si sono perse le tracce del profilo umano, iniquamente perseguitato tra i ciliegi in fiore al caldo del Sol Levante, di Delfo Zorzi, che col nom de plume Hagen Roi è diventato un businessman rispettabilissimo, ben lontano dalle fosche tinte con cui l'ha ritratto il giudice Salvini, dalla cui ordinanza cito parte del curriculum lavorativo dello stesso Zorzi:



Alcuni episodi, che [...] delineano la personalità carismatica e il ruolo propulsivo svolto all’interno della struttura (Ordine Nuovo) da Delfo ZORZI, meritano di essere accennati in via di sintesi. Ci riferiamo a:
1. L’addestramento all’uso delle armi in un campo paramilitare allestito nel 1971 nella zona sopra Lecco, presenti, oltre a SICILIANO, quasi tutti i militanti o simpatizzanti de La Fenice quali ROGNONI, AZZI, PAGLIAI e anche Giancarlo ESPOSTI.

2. L’assalto al Municipio di Padova, il 16.4.1969, giorno successivo all’attentato contro lo studio del Rettore Opocher, attacco finalizzato a colpire il Consiglio Comunale che intendeva denunciare fermamente l’episodio avvenuto all’Università riportabile alla cellula di Padova.
3. La spedizione a Trieste, nel novembre 1969, in supporto ai camerati di tale città che intendevano punire alcuni avversari politici che avevano osato "avventurarsi" nella zona centrale della città, controllata dai neri.
SICILIANO, VIANELLO e BUSETTO, convocati dal dr. MAGGI che aveva come sempre messo a disposizione la sua autovettura, avevano rinforzato i ranghi dei triestini, già muniti di caschi di plexiglas e mazze da baseball, e i giovani di sinistra erano stati facilmente sopraffatti e colpiti.
4. Le azioni di vandalismo, fra il 1967 e il 1969, contro chiesette nell’entroterra mestrino e padovano, originate dall’odio di Delfo ZORZI contro la tradizione giudaico/cristiana che, secondo la sua visione ideologica, indeboliva gli spiriti invece di temprarli ed era in radicale antitesi ai modelli dell’uomo pagano, del combattente legionario e del samurai, intrisi di etica guerriera.
5. Delfo ZORZI, nelle sue multiformi attività, affiancava allo studio dei testi teorici di Julius EVOLA e dell’etica guerriera giapponese interessi più pratici quali soprattutto la progettazione di ogni possibile tipo di innesco per ordigni esplosivi, dai normali circuiti elettrici sperimentati nella palestra di Via Verdi grazie all’elettrotecnico MONTAGNER sino a particolari tipi di innesco chimico a base di mercurio o funzionanti tramite un altimetro. Disponeva anche di un libro in inglese, fuori commercio e certamente di provenienza militare e forse di provenienza N.A.T.O., che riguardava in termini assai pratici l’uso degli esplosivi e i vari sistemi di innesco.
6. Infine ZORZI e MOLIN, reduce quest’ultimo dalla partecipazione al Convegno del Parco dei Principi a Roma sulla guerra non ortodossa, si erano occupati di distribuire tra i militanti fidati, anche all’interno delle caserme, alcune decine di copie del libretto "LE MANI ROSSE SULLE FORZE ARMATE", scritto da RAUTI e GIANNETTINI sotto falso nome e finanziato da un settore del S.I.D. nell’ottica di allertare e difendere l’Esercito dal pericolo di infiltrazione comunista e di ispirare la formazione di uno "Stato Maggiore parallelo" formato da militari e civili. La diffusione del volumetto semiclandestino all’interno di Ordine Nuovo indica che la struttura di Delfo ZORZI non si riteneva un gruppo eversivo in senso proprio, ma componente attiva di un più vasto progetto comprendente, al di là dell’ideologia nazional/rivoluzionaria, l’alleanza con strutture istituzionali.

La verità non sarà giudiziaria, ma è impressionante leggersi l'autentico trattato di storia contemporanea dell'Italia steso da Guido Salvini nella sua ordinanza: l'impietoso, cartesiano ritratto di una nazione a sovranità limitata, dove le inchieste vengono inquinate al ritmo di un can can, dove i pentiti affidabili vengono screditati come se fossero comparse al Bagaglino e i pentiti inaffidabili (o pagati) addebitano colpe a innocenti, dove il giudice viene fatto oggetto di pressioni politiche innominabili, dove reperti che hanno un valore più euristico che civile vengono conservati nella Cassaforte di Stato e mai resi di pubblico dominio (qui mi riferisco alle liste complete della P2) e dove per quarant'anni l'elaborazione della memoria storica di un paese viene mantenuta in stato di freezing (termine tecnico del parkinsonismo) per impedirne la normale evoluzione democratica e il sacrosanto metabolismo.

Con lo schizzo di sterco delle spese addebitate ai parenti dei morti, la vicenda di piazza Fontana si chiude come si è chiuso ogni capitolo della recente storia italiana: restando aperta. Non consegnata ai posteri, non viene consegnata nemmeno ai contemporanei. E' una strage che ha non tanto aperto, quanto continuato la sequela di eventi criminosi che hanno pesato sulla nostra vita (bisogna almeno risalire a Mattei per comprendere parte di un arco che inizia in realtà nel '46). E così continuerà a pesare, a determinare la paralisi dell'inconscio collettivo o, in alternativa, i rigurgiti della reazione a tanta imbelle sfacciataggine, a tanto sangue pagato caro: a prezzo del futuro. Aldo Moro pensava a determinate personalità quando pronunciò la pesante profezia: il mio sangue ricadrà su di voi. Non aveva capito che stava in Italia: il sangue cade su di noi, continuamente, non sui colpevoli. La ferita non è mai estinta, suturata, cicatrizzata.
Tocca agli intellettuali e soprattutto agli scrittori farsi carico di questo iato angosciante, che ci divide da quanto siamo stati. La nostra narrazione non ha carattere giudiziario, ma ha una potenza ben superiore a quella che irradia dalle toghe e dalle ceree dita dei manipolatori di verità. Dobbiamo reinventare il passato, dobbiamo fluidificarlo. Dobbiamo narrarlo, perché il racconto è il modo con cui possiamo metabolizzare la brutale rozzezza con cui hanno ferito la nostra storia.