Fidel, un dittatore speciale

Oliver Stone sfiora la «beatificazione» del lider maximo




NICOLA LICCIARDELLO

«Non ci può essere un ordine mondiale basato sulla forza militare» risponde Fidel a una delle poche domande di attualità politica che gli fa Oliver Stone: «Ci vuole persuasione razionale. Ecco perché io parlo per tante ore», soggiunge autoironico. Ed è vero che Comandante, da qualche giorno nelle sale italiane ma vietato negli Usa, è un docu-film sull’ uomo Fidel, quasi una «beatificazione» (scrive Mario Mazzetti) del lider maximo al culmine della sua carriera record (78 anni, 45 anni al potere) - giusto prima di un declino invano atteso da anni e non soltanto dagli esuli. Ma è anche vero che Stone mantiene l’obbiettivo dichiarato, «un occhio senza pregiudizi per far riconoscere alla gente che Cuba è un paese speciale, non un nostro nemico». Un’immagine da perla politica dei Caraibi illustra le risposte del lider, fra i lacerti in bianco e nero sulla revolucion (quelli che ogni sera vedono in Tv i cubani), gli sprazzi e spruzzi di colore alla Wim Wenders sul Malecon dell’Avana, le scolaresche in bell’ordine e festose come le matricole dell’Università Internazionale di Medicina (gratis per i paesi sudamericani), o l’anziano nero che dice «se non fosse stato per lui, a quest’ora io non ci sarei più». Dato per scontato uno sfondo musicale favoloso (ma assai discreto), il costante «spanglish» del dialogo, in cui Castro risponde nel suo ben ritmato castillano ma si sente perfettamente mixata anche la voce dell’interprete in inglese (sottotitoli in italiano), dimostra poi l’intento di un messaggio globale: l’attualità della resistenza di questo superstite anti-Bush, la sua paradossale (sproporzionata) rilevanza sullo scenario internazionale. La singolarità del regime cubano, che ha visto in quasi due generazioni crollare il grande fratello sovietico e ora in crisi anche il modello petrolifero nordamericano, è certo esser ben riassunta nella figura del dittatore «simpatico». Simpatico alla maggioranza della sua gente, per esempio, nonostante - o proprio per il suo vetero-machismo? Non hai l’idea cos’era prima della rivoluzione la caccia agli omosessuali, dice a Stone, ora la situazione è molto molto migliorata. E le donne? Ah, guarda, qui anche le prostitute sono laureate, risponde - mentre alle domande sulle sue mogli e amanti, da vecchio gentiluomo invoca una sua regola di segretezza. Simpatica volpe e non lione, ma certo machiavellico principe - Stone lo omaggia sempre con angoli di ripresa da sotto in su, evidenziandone l’occhio vivo e astuto e le controllate mani intrecciate - machiavellica capacità di adattamento da vaso di coccio fra quelli di ferro al tempo dei missili atomici fra Kennedy e Krushev, e d’allora alla ribalta quasi fosse l’ago della bilancia della non-violenza nel mondo, nonostante la recente fucilazione di alcuni dissidenti, proprio mentre Stone girava questo documentario-fiume (che invece non ne parla). Assolutamente mai praticata qui alcuna tortura, dichiara mentendo serenamente il comandante. Capita che anche il tassista dell’Avana più arrabbiato col dittatore (neanche questo c’è nel film) dichiari con orgoglio cubano: «Hitler? un ominicchio - Castro sì, è un dittatore» (immenso).
Due canizie consumate, Fidel e Wojtyla in visita all’Avana nel ’98, prima che tutto cambiasse per sempre, ma il gran storico incontro fra cattolicesimo e ateismo di stato (di fatto, sincretismo di santeria popolare) sembra aver fruttato (proprio come nel Manzoni) solo la soluzione umanitaria di un piccolo caso, il bambino Elian rapito da Cuba in Florida e poi restituito al padre all’Avana. Nonostante qualche ripensamento europeo e le svolte ecologiste del regime, sull’economia dell’isola si gioca ormai una partita latinoamericana, nel probabile rafforzamento di un mercosur geopolitico con Venezuela e Brasile.