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    Predefinito IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    Dopo le assurde proposte dei finiani, jus soli e cittadinanza in 5 anni di prodiana memoria (=italiani e padani minoranza a casa loro in pochissimo tempo) è arrivata la proposta dei berlusconiani, la cittadinanza a punti.

    A nostro avviso sarebbe ora che anche i "bossiani" facciano una proposta concreta in linea con le continue dichiarazioni di Bossi sin dal 2001 che hanno portato la Lega a risultati sempre maggiori.

    La proposta di Bossi: immigrati solo a tempo
    Immigrati, Bossi a Fini: «Sì a diritti, ma a casa loro»
    Bossi: immigrati a casa loro, non c'è lavoro

    Abbiamo la Bossi-Fini, chi immigra deve avere un contratto di lavoro, i clandestini tutti fuori. Abbiamo fatto l'immigrazione clandestina reato.

    Ora dobbiamo mantenere la parola, immigrazione a tempo e diritti degli immigrati a casa loro.

    Che significa?

    FERMARE LA COLONIZZAZIONE DI POPOLAMENTO DELLA NOSTRA TERRA! Avete presente il manifesto dell'indiano?

    Significa che non dobbiamo mirare ad assimilare ogni anno nuovi immigrati del Terzo mondo nel nostro tessuto sociale, che nemmeno vogliono integrarsi il più delle volte. Dobbiamo mirare a far tornare gli immigrati a casa loro dopo che hanno finito di lavorare in Italia.

    Ciò che dobbiamo mettere in sicurezza è la nostra identità che rischia un domani di essere soverchiata dagli immigrati - per altro cittadini (in 5 o in 10 anni cambia poco) contro cui noi saremo impotenti - grazie alla miscela distruttiva tra la la loro esplosione demografica e la nostra denatalità.

    2030, l'anno del sorpasso Più stranieri che Padani Gilberto Oneto

    LA SOLUZIONE E' LA "CITTADINANZA-OSPITE" come la definisce Carlo Panella.

    La Lega dovrebbe implementare la Bossi-Fini insistendo su
    - la moratoria di Maroni per il blocco dei flussi di nuovi lavoratori stranieri;
    - l'espulsione dei clandestini per via amministrativa e senza passare per i tribunali come proposto da Bossi;
    - la tassa per il soggiorno e altri disincentivi che siano indirizzati a permettere la demigrazione degli immigrati;
    - il rimpatrio di criminali e carcerati;
    - l'annullamento delle unioni miste di comodo;
    - l'irrigidimento della cittadinanza (jus sanguinis, e percorsi iper-selettivi ispirati dagli stessi paesi di provenienza in nome della reciprocità);
    - il divieto di vendere terreni, edifici, locali agli immigrati proposto da Ida Magli;
    - l'adozione del sistema dell'immigrazione stagionale ri-proposto recentemente da Carlo Panella solo in base alle reali esigenze indispensabili dell'economia;


    La legge Bossi-Fini va implementata in questa direzione, la Bossi-Fini ha già fatto ordine nell'immigrazione in base al contratto di lavoro e quindi alle esigenze del mercato, ovvero non può più immigrare sul nostro territorio chiunque. Solo che la legge Bossi-Fini causa le responsabilità democristiane e di Alleanza Nazionale è stata prima azzoppata con la folle regolarizzazione di 700.000 clandestini e poi non applicata (per la parte relativa alle espulsioni) dalla magistratura. Le nostre città oggi assomigliano sempre meno a realtà europee e sempre più a periferie del Terzo mondo dove personaggi di ogni tipo la fanno da padrone proprio per questo motivo. Il più delle volte la legge Bossi-Fini è disapplicata!

    Blocchiamo subito e completamenta ogni ulteriore afflusso di stranieri a casa nostra. Imponiamo una politica di assimilazione ed integrazione culturale seria ed estremamente severa. Non concediamo la cittadinanza agli stranieri nè ai loro figli. Essi sono stranieri e un pezzo di carta non gli farà amare la Padania o l'Europa. Annulliamo il permesso di soggiorno permanente e rimandiamoli a casa dopo una dato periodo di lavoro. Così faranno spazio ad altre persone che potranno venire e lavorare tot in Europa per guadagnare un pò di soldi da riportare nei loro paesi. In questa maniera si crea una alternanza giusta e si concede la possibilità a molte persone di lavorare senza alterare il numero fisso e bloccato di immigrati presenti come ospiti lavoratori in Europa.

    Carlo Panella ha rilanciato questo modello recentemente: gli immigrati meglio ospiti che cittadini.


    carlomartello

  2. #2
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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    Meglio ospiti che cittadini

    Integrare gli immigrati è indice di atteggiamento neoimperialista

    Bisogna aiutarli a tornare volontariamente a casa

    Carlo Panella
    Il Foglio del 29 ottobre


    Puntare a integrare gli immigrati nella società italiana è politica egoistica, miope e fuori dalla realtà, puntare, all’opposto a fornire loro i mezzi per tornare in patria dopo il periodo di lavoro in Italia è invece una politica solidale, lungimirante. In termini vetero: accentuare l’integrazione è politica neo-imperialista, che ruba forza lavoro e intelligenze al sud del mondo per immetterle nel nord dello sviluppo, come un tempo rubava materie prime; accentuare le possibilità di un’opzione diversa all’integrazione definitiva, favorire il loro ritorno in patria è invece una politica progressista che contribuisce in modo determinante a colmare i dislivelli di sviluppo. Non lancio una provocazione, sono solo infastidito da un dibattito sull’immigrazione che ormai in Italia ha perso ogni contatto con la realtà, che si sviluppa unicamente per linee ideologiche, che non guarda al mercato del lavoro, al contesto, a orizzonti vasti. Terreno perfetto per il teatrino della politica là dove non pochi parlano di cittadinanza e però intendono trattare sulla poltrona di governatore del Veneto.
    La realtà, dunque, quello che concretamente succede, quel che effettivamente gli immigrati vogliono, quel che è oggi l’immigrazione in Europa, è radicalmente diversa, dal ciclo antico dell’immigrazione che passava per Coney Island o per il Rio della Plata, o verso Sidney. Basta accettare lo schema che tutti ci propongono -guardate a quanto fecero gli italiani quando erano emigrati- guardando all’oggi e non a cento anni fa, e si comprende la debolezza intrinseca di una politica tutta puntata su una concezione dell’integrazione definitiva, verso una società multietnica.
    La Charitas Migrantes (unica organizzazione attendibile statisticamente), assieme alla Fondazione Friedrich Ebert, ci fornisce uno specchio attendibile della realtà circa l’emigrazione italiana in Germania, paese a cui l’Italia deve guardare, e non solo perché a differenza nostra ha statistiche serie e attendibili. Quasi tutto rende infatti equiparabile la realtà tedesca a quella italiana, circa l’immigrazione, a partire dalla sua totale autonomia dal passato coloniale, determinante, e distorcente in Inghilterra, Francia e Olanda. Le stesse differenze statistiche –poche- sono in raltà una prova di identità, perché il modello tedesco è maturo e assestato, mentre quello italiano è ancora “giovane” ed espansivo.
    La realtà, quella vera, ci informa dunque che dagli anni ’50 a oggi 36 milioni e trecento mila immigrati sono andati a lavorare in Germania, che hanno avuto una permanenza media di attività in Germania di 17 anni e che tra loro, ben 26 milioni e cinquecentomila sono rimpatriati; il saldo attuale è di 6 milioni e settecentocinquantamila immigrati. Ogni anno entrano oggi in Germania 558.000 immigrati, ma ne escono 448.000. Cifre che stanno a significare una sola cosa: il pilastro principale, nella realtà, del fenomeno migratorio contemporaneo è la rotazione. Una realtà che smonta radicalmente, brutalmente tutta l’impostazione “iper integratoria”, finalizzata alla cittadinanza italiana che va per la maggiore. Cifre che spiegano come il problema della cittadinanza riguardi solo una parte marginale di questo immenso tourbillon di vite e esperienze (peraltro in larga parte quella motivata da matrimoni misti), e che smentiscono in pieno senza possibilità di dubbi una politica che punti sulla cittadinanza per favorire l’integrazione, politica che avrebbe portato la Germania ad avere centinaia di migliaia, milioni di cittadini tedeschi, che però sono nati, risiedono e vogliono terminare la loro vita in altre patrie, quelle loro vere.
    Una politica della cittadinanza dissennata perché invece i veri, drammatici problemi degli immigrati riguardano l’assoluta solitudine della lotta che ognuno di loro fa per riuscire a tornare nel suo paese, alla casa da cui è dovuto fuggire. Tragedia di cui il politically correct integratorio (tranne poche eccezioni, di nuovo dentro la Charitas) bellamente non si interessa.
    Queste cifre sulla rotazione, corrispondono pienamente alla conoscenza che ha del fenomeno migratorio italiano, dal Veneto alla Sicilia, chiunque conosca minimamente le sue dinamiche. Gli immigrati italiani degli anni ’70 e quelli attuali sono grosso modo stabili tra i 550.000 (gli attuali) e i 650.000 e ma questo è il loro numero assolutoo: tra quelli che vi lavoravano allora e quelli che vi lavorano oggi c’è stato un ricambio continuo, quasi totale (di cui la deturpazione urbanistica del Sud, delle case costruite anno per anno durante le ferie di ritorno,) è testimonianza concreta. Definitive al riguardo le cifre della Charitas e della Fondazione Ebert: 4 milioni di italiani sono emigrati in Germania dagli anni ’60 al 2007 di cui ben tre milioni e mezzo sono poi rientrati mentre solo 140 mila hanno acquisito la cittadinanza tedesca, un esiguo il 3,5%, testimonianza definitiva di un mercato basato sulla rotazione e sul ricambio. Rotazione e ricambio, si badi, non prodotti da rigidità normativa tedesca, perché in quanto membri Cee e poi Ue, gli italiani sono stati sin dagli anni sessanta gli unici immigrati con diritto al soggiorno in Germania, senza limiti.
    Una rotazione e un ricambio connaturati alla natura del fenomeno migratorio nella seconda metà del novecento, fluido, mobile, fortemente attaccato alle radici e con la concreta possibilità (a differenza di quello precedente) di un ritorno in patria che oggi passa per il volo low cost, per Rabat, prenotato col cellulare, che costa un centesimo di quanto costava un viaggio nelle stive dei piroscafi Genova-Coney Island. Una rotazione fortissima anche in Italia che la Charitas stima del 20%, e che è comunque evidente dal fatto che l’anzianità media di permanenza è da noi di 5 anni, contro i 17 della Germania.
    Ricambio, ritorno in patria e non loro integrazione definitiva nella società tedesca, infine, e qui torniamo al centro del problema, che è stato elemento formidabile di sviluppo economico del Meridione (e del Nord Est), come di tutta la costa meridionale dell’Europa, dal Portogallo alla Turchia. Guardate alla rete delle autofficine di marche tedesche di automobili nel Sud (come in Portogallo, Spagna, ex Jugoslavia, Grecia e Turchia), scoprirete che una percentuale impressionante di Mercedes, VW, Opel, Ford e Bmw è stata impiantata da operai che avevano lavorato in quelle fabbriche. E quanti negozi, quante partite Iva, sono stati avviati col piccolo gruzzolo di risparmi di immigrati?
    Questo è dunque il grande, vero tema: noi italiani, nord sviluppato, dobbiamo rubare al sud arretrato la migliore forza lavoro, le intelligenze più audaci, per farla lavorare e poi tenercela? Oppure dobbiamo costruire un percorso virtuoso che faccia sì che dopo una lunga esperienza lavorativa in Italia (la media di mercato tedesca si avvicina a quei 20 anni che costituiscono il minimo per una pensione che credo sarebbe l’ottimale, per loro, come per noi), questi immigrati, forti di piccoli capitali e di una professionalità nettamente accresciuta, possano tornare al loro paese natale, percepirvi (come solo da 10 anni si può fare), anche nella piccola posta del paesino sul Rif la loro pensione e contribuire allo sviluppo del loro paese e –soprattutto- ricomporre l’unità della loro famiglia, del loro clan, della loro storia?
    Si faccia un sondaggio –tra i mille inutili che si fanno – oppure un’inchiesta, di quelle serie, e si ponga agli immigrati la possibilità di scelta tra le due prospettive: l’integrazione definitiva e totale nella società italiana, diventare in tutto e per tutto e solo cittadini italiani, oppure avere la possibilità di fruire della pensione (o anche, pro tempore, dell’assegno di disoccupazione), nel più vicino ufficio postale o banca accanto alla casa da cui sono partiti in patria. Lo si faccia prospettando loro l’ipotesi che l’acquisizione della cittadinanza italiana comporti il rifiuto della cittadinanza d’origine (questa sino a pochi anni fa era la legge in Germania), ipotesi che non auspichiamo –sia chiaro- ma che è utile per comprendere il livello di integrazione in Italia che gli immigrati intendono perseguire. I risultati sarebbero sorprendenti e metterebbero la discussione sui suoi giusti binari.
    L’unica politica seria da perseguire è quindi quella che bilanci integrazione piena dell’immigrato fin quando lavora in Italia, con parità di diritti sociali ed economici (ma non politici) e suo supporto altrettanto pieno per potere ritornare più forte, e con piena autonomia economica in patria. Uno schema che definirei di “cittadinanza ospite”, là dove il primo termine segnala il diritto alla piena equiparazione sociale dell’immigrato e il secondo, la temporarietà della sua permanenza in Italia. Temporarietà, si badi bene, non da imporre, ma semplicemente da riconoscere come caratteristica intrinseca al fenomeno migratorio reale, non a quello da Libro Cuore a cui dissennatamente si fa sempre riferimento. Temporarietà esistente, operante, cui si deve fare riferimento quando si ipotizza l’abbandono dello ius sanguinis a favore dello ius soli, così come per tutte le leggi e gli interventi amministrativi (per fornire la pensione in patria di questo c’è bisogno e grazie all’informatica questo è possibile fare) da mettere in atto. Temporarietà, qui è il problema, di medio-lungo periodo, che però costituisce l’aspetto strutturale dell’immigrazione, esattamente all’opposto di quanto si crede.

    Il Legno storto, quotidiano online - Politica, Attualità, Cultura - Integrare gli immigrati è indice di atteggiamento neoimperialista


    carlomartello

  3. #3
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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    Ma chi l'ha detto che gli immigrati si vogliono integrare?

    Carlo Panella
    L'Occidentale del 29 settembre


    Si faccia un sondaggio, un’inchiesta seria tra gli immigrati. Lo si faccia in tempo di crisi e in tempo di vacche grasse, e gli si chieda: preferisci la cittadinanza automatica per chi nasce in Italia, il diritto a chiederla dopo 5 anni e non 10; oppure preferisci la garanzia che se sei disoccupato, ti si paghi la disoccupazione nella banca o all’ufficio accanto a casa tua nel paesino da cui vieni e così per la pensione? Insomma, la tua ambizione è quella di diventare cittadino italiano, oppure di vivere in Italia per quanto ti serve a lavorare e poi tornare a goderti la vecchiaia e la pensione a casa tua, dove hai le radici?
    Lo si faccia. Si avranno delle sorprese e si uscirà dalla incredibile cappa ideologica, sentimentale (e strumentale) che ha il dibattito sulla cittadinanza –come tutto quanto attiene all’immigrazione- nel nostro paese. Lo si faccia, e ci si accorgerà che gli immigrati sanno benissimo cos’è un volo low-cost, che hanno tutti il cellulare, che in proporzioni incredibili si spostano rapidamente da un paese d’Europa all’altro. Si scoprirà, insomma, che sanno perfettamente usare della globalizzazione, che tra loro e i nostri minatori di Martinelle (a loro è ferma l’analisi della sinistra italiana e purtroppo anche di certa destra), c’è la stessa differenza che passa tra una macchinetta fotografica a fuoco fisso e pellicola Kodak e le nostre di oggi con mega giga di memoria e straquintalioni di pixiel.
    D’altronde, basterebbe lasciare l’atteggiamento pietistico, o ideologico, o moralistico (o strumentale, com’è la legge presentata oggi) che caratterizza l’approccio ai temi dell’immigrazione della sinistra (e purtroppo, ora, anche di parte della destra) e ci si accorgerà che per centinaia di migliaia di immigrati in Italia, il tema vero, urgente, è di essere aiutati nella rotazione del loro lavoro e quindi della loro collocazione, non certo ottenere la cittadinanza. Si scoprirà che ben 300.000 immigrati sono tornati in patria dalla Spagna a seguito della crisi e che una cifra simile di immigrati ha lasciato l’Italia. Non disponiamo di cifre, ovviamente –così si può astrologare sul tema- ma sappiamo che le rimesse degli immigrati dall’Italia sono diminuite del 10%. 4 milioni sono gli immigrati, diamo pure spazio ad un restringimento delle singole rimesse, ma il resto della diminuzione deve essere dovuto al fenomeno del ritorno (o dello spostamento in altro paese). La domanda è facile: cosa sarebbe servito a loro avere la cittadinanza? Solo a stare da disoccupati in Italia. Ma è meglio ricevere l’assegno di disoccupazione in Italia –con i costi del nostro paese- o in patria (dove vale tra le 5 e le 10 volte di più in potere d’acquisto?).
    Dunque, l’urgenza assoluta è quella di interventi forti (in larga parte puramente amministrativi –che mancano- non normativi), per aiutare gli immigrati nella rotazione e nella mobilità, con la certezza che questa è la prima, assolutamente la prima necessità.
    E’ da dilettanti, è sbagliato, non è cristiano, sostenere che il dovere nostro è di integrare definitivamente gli immigrati nella nostra società e non invece, fare di tutto, per garantire loro che dopo una dignitosa vita di lavoro in Italia –protetti dal nostro welfare- possano ritornare in vecchiaia là dove sono le loro radici e magari costruire lì, con i soldi accumulati in Italia, quel tessuto di piccole attività artigiane (e quelle abitazioni) che a milioni hanno costruito i nostri emigrati in Germania, Belgio e Svizzera che poi sono tornati a casa loro.
    Ma non basta guardare al mercato del lavoro, ai flussi reali dell’immigrazione per rifiutare un’impostazione tutta centrata sulla cittadinanza.
    L’autorevolissimo Cinanni, membro del Comitato Centrale del Pci e autore del migliore saggio sull’emigrazione italiana, spiegava che le nazioni hanno scelto lo ius sanguinis o lo ius soli non tanto in base a astratte tradizioni giuridiche, ma –semplicemente- a seconda che fossero in debito o in eccesso demografico. Tutto qui. Inghilterra (sì, anche l’Inghilterra), Usa, Australia e tante altre nazioni avevano bisogno di popolare il loro territorio e così sceglievano di regalare la cittadinanza a chiunque fosse nato sul loro suolo. I paesi di immigrazione, invece, come l’Italia e la Germania, hanno fatto la scelta opposta.
    Ora, dunque, l’Italia è in pieno eccesso demografico, è satura, non ha territori da popolare, ma ha un problema drammatico: i cittadini italiani hanno un saldo demografico negativo: muoiono più italiani di quanti non ne nascano. Il saldo diventa attivo solo grazie all’apporto degli immigrati.
    E’ dunque chiaro che concedere la cittadinanza a chi nasce in Italia, significa semplicemente avviare un processo che porterà di qui a qualche decina di anni a modificare il volto del nostro paese. L’Istat giudica che da qui al 2030 il rapporto tra immigrati e italiani sarà -senza modifiche della cittadinanza- di 1 a 5, 1 a 6. Se però tutti i figli degli immigrati saranno naturalizzati, gli italiani di origine italiana, nell’arco di un lungo periodo di tempo, non superiore al secolo, però, si avvieranno a diventare minoranza.
    La maggioranza degli abitanti l’Italia sarà di figli di immigrati o di immigrati.
    E’ un obiettivo auspicabile?
    Non credo.
    E’ un meccanismo che farebbe salire al calor rosso l’allarme che già oggi coinvolge strati crescenti di italiani, e non solo al Nord? E non solo elettori della Lega?
    Sì, di sicuro, con riflessi ben maggiori e ben più gravi del consenso che sicuramente il Pdl perderebbe se approvasse questa legge alle prossime elezioni regionali..
    E’ più auspicabile di una politica che porti gli immigrati e i loro figli a poter trovare un lavoro dignitoso nel loro paese?
    No, di sicuro.
    Infine, ma non per ultimo, è lecito chiedere a Gianfranco Fini, e a chi nel Pdl oggi si fa promotore o sponsor di questa legge, come mai, non più tardi di 18 mesi fa, ha alzato le barricate alla Camera e al Senato quando la sinistra di Sandro Gozi e Livia Turco, tentava di far approvare lo stesso cambiamento dello ius sanguinis con lo ius soli.
    La contraddizione è il sale della vita, spiegava Leonardo Sciascia, ma in questo caso, spiace, ma il dubbio della strumentalità rispetto a scopi che hanno a che fare più col riequilibrio dei poteri dentro il Pdl che col tema su cui si interviene normativamente, è molto, molto grande.

    Carlo Panella


    carlomartello

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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    E' ora di favorire forme stagionali
    Per gli immigrati la mobilità è un valore


    di Francesco Cisco
    L'Occidentale del 23 Ottobre 2009


    La discussione sui problemi dell’immigrazione sta sempre più assumendo contenuti farseschi, con dibattiti fuorvianti sul diritto di cittadinanza, sulle ricongiunzioni familiari, sbagliando nettamente analisi dei fenomeni e terapie. Parliamo di immigrazione nella realtà odierna verso l’Italia e l’Europa facendo riferimento ad altri tempi quando l’emigrazione avveniva verso continenti di fatto disabitati.

    Dietro una serie di affermazioni falsamente buoniste si nascondono dei tranelli potenzialmente nefasti per gli immigrati. Il favorire forme di immigrazione di massa di interi nuclei familiari si trasformerà nella creazioni di nuovi segmenti sociali poveri, potenzialmente emarginati, sicuramente disadattati.

    Se il fattore che determina la pressione immigratoria è la povertà di intere aree geografiche, il nostro problema dovrebbe essere quello di favorire in quelle aree crescita economica, quindi la possibilità di creare accumulazione di capitali e di sviluppo imprenditoriale.

    Noi possiamo contribuire a questo uscendo dalle logiche ideologiche che vorrebbero solo vederci colpevoli di produrre la loro povertà come conseguenza della nostra ricchezza, cambiando radicalmente registro.

    Le nostre retribuzioni, basse per tutti ed in particolare per gli immigrati, sono quasi sempre enormi se paragonate ai redditi dei paesi di loro provenienza.

    Un povero immigrato che lavora in Italia è destinato a restare povero per generazioni, e ancor di più povero se costretto a mantenere la propria famiglia in Italia; può essere invece povero qui ma ricco nel suo paese se da questo non viene sradicato e invece viene incentivato a rimanervi ben radicato.

    Dovremo in sostanza favorire forme di immigrazione stagionale, la stessa che in Europa ha coinvolto milioni di lavoratori del nord est italiano, disincentivando la forma di immigrazione stanziale che ha caratterizzato l’emigrazione delle popolazioni del sud Italia. Il parallelo con la nostra esperienza serve per misurare l’efficacia e la sostenibilità di due modelli perché se paragoniamo lo sviluppo del nord est e l’arretratezza del sud, la conferma su quale modello immigratorio porti maggiore crescita economica nelle terre da cui partono i flussi è presto data.

    In pratica si potrebbe regolamentare una immigrazione provvisoria, non definitiva, ad esempio prevedendo un rimpatrio obbligato ogni dieci mesi per almeno due mesi. In questo modo l’immigrato verrebbe costretto a mantenere un rapporto con la sua terra di origine, dove i soldi che ha guadagnato decuplicano il loro valore e dove sarebbe stimolato ad investire sul suo futuro.

    Questo significa però creare vere e proprie strutture ricettive per lavoratori stranieri come le baracche in Svizzera dove ha vissuto mio padre e che io ho visto da piccolo. Erano luoghi di civiltà ove era possibile condurre una vita sana, umana e soddisfacente sotto ogni punto di vista: condizioni insomma non paragonabili alla vergogna dei campi clandestini o dei tuguri dove vivono oggi centinaia di migliaia di esseri umani nel nostro paese.

    Si potrebbero inoltre creare convenzioni con le compagnie aeree per favorire i viaggi dei lavoratori stranieri e per permettere la visita dei loro famigliari per periodi limitati, così come creare strumenti di formazione professionale finalizzati a trasformarli in imprenditori quindi creatori di ricchezza nel loro paese, aiutarli per il reinserimento nel loro paese e fare formazione tecnica ed amministrativa nella nostra lingua per far si che, una volta rientrati definitivamente in patria, possano rimanere legati culturalmente al nostro paese.

    Creare nuova ricchezza invece di nuove povertà è possibile e sarebbe giusto ma per farlo dobbiamo cambiare mentalità.

    Per gli immigrati la mobilità è un valore | l'Occidentale


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 25-11-09 alle 18:44

  5. #5
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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    CALDEROLI: IMMIGRATI NON CHIEDONO VOTO E CITTADINANZA

    "Neppure gli interessati chiedono il diritto al voto e la cittadinanza, sono piu' interessati alla loro vera integrazione, che vuol dire lavoro, la scuola per i loro figli, ma non c'e' oggi possibilita' di dare lavoro a troppa gente, visto che abbiamo una crisi che mette in discussione anche il lavoro per la nostra, quindi ragioniamo con estrema prudenza e saggezza". Lo dice Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione e coordinatore delle segreterie della Lega, ospite de 'La telefonata' di Maurizio Belpietro su Canale 5, a proposito della proposte su cittadinanza e diritto di voto agli immigrati.

    Il Tempo - Servizi - News di AdnKronos


    carlomartello

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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    - il divieto di vendere terreni, edifici, locali agli immigrati proposto da Ida Magli;
    Riproponiamo l'articolo di Ida Magli che solo la Lega potrebbe fare disegno di legge organico (dopo aver fatto pulizia, irrigidito il percorso alla cittadinanza e stabilito come sistema l'immigrazione stagionale):

    Vietiamo agli immigrati di comprare case e terreni

    di Ida Magli
    Il Giornale del 25 aprile 2008


    Genova non appartiene più ai genovesi. Il centro storico è stato comprato, un pezzo alla volta, un negozio alla volta, dagli immigrati africani, in maggioranza marocchini e tunisini, e i genovesi vi si sentono ormai stranieri; non osano quasi più attraversarlo, tanto meno passeggiarvi. Le moschee vi pullulano e nessuno può validamente opporsi all'erezione della moschea principale, di faccia al Duomo.
    Firenze non appartiene più ai fiorentini. Il centro storico è stato comprato, un pezzo alla volta, un negozio alla volta, dagli immigrati africani e i fiorentini vi si sentono ormai stranieri; non osano quasi più attraversarlo. Ricchissimi «sceicchi» hanno acquistato i palazzi intorno al Duomo, anche quelli abitati da secoli dai discendenti di Dante. Evidentemente il Sindaco non vi ha trovato nulla da eccepire, e adesso ha la soddisfazione di affacciarsi dal suo ufficio sulle grida dei venditori e sugli effluvi di aglio provenienti dalle cucine musulmane. I negozi africani vendono ai turisti, sotto il naso dei fiorentini impotenti, borsette di autentico «cuoio fiorentino» conciato in Cina e, malgrado l’estrema battaglia ingaggiata da Oriana Fallaci, le moschee prosperano al pari dei commerci.
    Roma non sta meglio. Gran parte del centro, a cominciare dalla Basilica di S. Maria Maggiore fino a Piazza Vittorio e a S. Giovanni, appartiene agli immigrati, soprattutto cinesi e africani (ma a Roma sono presenti quasi tutti i gruppi etnici esistenti al mondo). Comprano tutto quello che possono, convincendo facilmente i proprietari con l’abbondanza di denaro contante che possiedono, senza dilazioni o mutui, cosa che nessun italiano può permettersi. I cinesi, poi, sono silenziosissimi. Non salgono quasi mai alla ribalta delle cronache perché obbediscono, senza osare lamentarsi, a una disciplina ferrea, lavorando in modo disumano, al di fuori di qualsiasi normativa igienica e sindacale. Quando si ammalano o quando partoriscono ricorrono alle cure di un proprio medico allo scopo di non far scoprire il loro numero effettivo. Ci si accorge della loro presenza soltanto dalla lingua delle insegne. La questione delle insegne dei negozi, del resto, è di per sé indicativa del disprezzo dei Sindaci verso la propria città. Neanche i benemeriti Sindaci di Roma, tanto solerti verso la cultura, hanno ritenuto doveroso imporre ai nuovi padroni almeno l’uso della doppia lingua sulle insegne dei negozi.
    È urgente, dunque, emanare una legge che vieti l’acquisto di terreni, di edifici, di locali agli stranieri. Si tratta di una normativa talmente ovvia che esiste in quasi tutti gli Stati, anche in quelli africani dai quali provengono molti dei nostri immigrati acquirenti; la sua mancanza è sufficiente da sola a testimoniare della spaventosa indifferenza dei governanti verso il territorio italiano. Bisogna anche precisare che l’Italia ha l’obbligo di derogare, in difesa della propria esistenza, dalle normative riguardanti i cittadini degli Stati che fanno parte dell’Unione europea. Comportarsi come se l’Italia fosse un Paese uguale agli altri sarebbe stupido, oltre che falso, visto che venire in Italia è stato da sempre il sogno di tutti. Inoltre noi siamo troppi e il territorio italiano va salvaguardato dall’eccesso demografico non soltanto per la sua intrinseca fragilità ma anche per la sua bellezza paesaggistica.
    Spetta al nuovo governo provvedere in fretta dato che nessuno ha dubbi sul fatto che il successo elettorale del centrodestra sia dovuto soprattutto alla insofferenza della maggior parte della popolazione nei confronti della immigrazione. Un’insofferenza che ha profonde motivazioni psicologiche oltre a quelle concrete e che si estende ad aspetti che di solito i governanti non prendono in considerazione quando si occupano della «sicurezza». Ma se è vero che gli italiani hanno deciso di riprendere in mano la propria vita e il proprio futuro provocando l’attuale terremoto politico, è perché non ne potevano più di non avere diritto a custodire il patrimonio che con tanta fatica hanno conquistato: la propria terra. Non ne potevano più di essere oppressi dalla invasione di stranieri e dalle conseguenze inevitabili che tale invasione porta con sé. Si tratta di conseguenze che vanno molto al di là del pur grave assedio dei crimini quotidiani. Nessuna «sicurezza» è possibile a un popolo che non possieda un territorio ben delimitato e chiuso, così come ogni individuo si sente al sicuro soltanto se possiede una casa nella quale nessuno possa entrare. L’Italia è diventata negli ultimi anni terra di approdo per chiunque. Ma un popolo è tale appunto perché possiede un territorio. I «confini» esistono e sono sempre esistiti, in ogni tempo e in ogni luogo, perché delimitano la sacralità dello spazio nel quale vive un determinato gruppo di uomini. Chi non sa che si deve mettere i piedi in un solco d’acqua per attraversare il confine di alcuni stati? L’acqua segnala appunto la necessità di una purificazione per entrare nel territorio altrui. Ma anche il «tappetino» davanti alla porta di casa segnala, sotto la debole razionalizzazione del pulirsi le scarpe, la sacralità del nostro territorio.

    Vietiamo agli immigrati di comprare case e terreni - Interni - ilGiornale.it del 23-04-2008


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 25-11-09 alle 18:28

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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    IMMIGRAZIONE: i Paesi di provenienza ostacolano la cittadinanza


    Com’è noto, i Paesi del Nordafrica e del Medio Oriente favoriscono l’immigrazione verso l’Unione Europea delle popolazioni indigene o che passano attraverso le loro terre; inoltre si fanno paladini dei diritti di questi emigranti presso i nostri Governi, reclamando il rilascio di permessi di soggiorno e la concessione della cittadinanza. Questi stessi Paesi, però, seguono una politica opposta verso chi chiede di poter vivere sulle loro terre e diventare cittadini dei loro Stati, opponendo regole ferree e filtri rigorosi. Con la stessa tenacia con cui favoriscono in Europa la cittadinanza “aperta”, multietnica o multireligiosa, con altrettanta la ostacolano nei loro Paesi; come per la costruzione di luoghi di culto, anche in questo campo non ammettono nessuna reciprocità.

    Paesi come Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e Siria, ad esempio, stabiliscono per legge che uno straniero, anche se nato in quelle terre, può ottenerne la cittadinanza solo a numerose e precise condizioni. Eccole: deve risiedere da almeno 10 anni nel Paese ospitante; deve parlarne la lingua e conoscerne la cultura; dev’essere «sano di corpo e di spirito»; dev’essere immune da malattie contagiose o che comportino un peso per la società; dev’essere abile al lavoro e capace di mantenersi; non dev’essere stato condannato per reati penali; dev’essere figlio di un cittadino di uno Stato che ha per lingua l’arabo e per religione l’islamismo; infine, se l’immigrato non professa la fede musulmana, per essere naturalizzato deve aspettare almeno 15 anni e deve dimostrare di aver sempre rispettato le leggi dello Stato (che sono ovviamente d’ispirazione musulmana). In alcuni di questi Stati gli immigrati, anche se diventati cittadini, non godono di pieni diritti civili; ad esempio, in Marocco e in Libia non possono assumere cariche elettive e tantomeno incarichi pubblici.

    È facile osservare che se gli Stati europei, in obbedienza al principio di reciprocità, applicassero norme altrettanto severe agli immigrati che ci vengono da quei Paesi, il problema delle migrazioni sarebbe risolto.

    Corrispondenza romana | Agenzia cattolica di informazione settimanale


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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    Anche la reciprocità è quel principio basilare che chiede da sempre la Lega.

    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 25-11-09 alle 18:36

  9. #9
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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    La Lega dovrebbe implementare la Bossi-Fini insistendo su

    - la moratoria di Maroni per il blocco dei flussi di nuovi lavoratori stranieri;

    Se la unisci alla regolarizzazione di tutti i presenti ci può anche stare, altrimenti è chiudere la porta della stalla quando arriva l'inondazione ...

    - l'espulsione dei clandestini per via amministrativa e senza passare per i tribunali come proposto da Bossi;

    Ci può stare, ma ci devi mettere i soldi per l'accompagnamento alla frontiera, altrimenti vedi sopra.

    - la tassa per il soggiorno e altri disincentivi che siano indirizzati a permettere la demigrazione degli immigrati;

    Una tassa sul macinato vergognosa

    - il rimpatrio di criminali e carcerati;

    Mi pare il MINIMO, ma mi pare altresì che manchino i soldi.

    - l'annullamento delle unioni miste di comodo;

    Ma chi lo stabilisce se l'unione è di comodo o no ?

    - l'irrigidimento della cittadinanza (jus sanguinis, e percorsi iper-selettivi ispirati dagli stessi paesi di provenienza in nome della reciprocità);

    Ma per carità, meglio la cittadinanza a punti a questo.

    - il divieto di vendere terreni, edifici, locali agli immigrati proposto da Ida Magli;

    Minchiata blut und boden che penso sia anche contro la legislazione comunitaria.

    - l'adozione del sistema dell'immigrazione stagionale ri-proposto recentemente da Carlo Panella solo in base alle reali esigenze indispensabili dell'economia;

    Fatto salvo il diritto d'asilo, e la possibilità di chiedere un permesso di soggiorno più lungo con certi prerequisiti, è una proposta condivisibile.

    Il più delle volte la legge Bossi-Fini è disapplicata!

    Il più delle volte è inapplicabile.

    Blocchiamo subito e completamenta ogni ulteriore afflusso di stranieri a casa nostra.

    Il giorno in cui l'Italia avrà una politica terzomondista paragonabile a quella cinese, e quando Tremonti e Bossi si ricorderanno della loro quota IVA per i paesi poveri, magari ci riuscite pure. Ma visto che aspettiamo ancora l'abolizione del valore legale della laurea e la cogestione promesse 3 anni fa da Brunetta e Sacconi, buona fortuna

  10. #10
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    Predefinito Rif: IMMIGRAZIONE: ROTAZIONE, non INTEGRAZIONE.

    Bossi: “Cittadinanza immigrati? Voto no”

    Sulla cittadinanza agli immigrati il leader della Lega Umberto Bossi ha una parola sola: no


    Umberto Bossi

    Sulla cittadinanza agli immigrati il leader della Lega Umberto Bossi ha una parola sola: no. Non c’è Fini o papa che tenga, di estendere i benefici agli stranieri il “senatur” non vuol neppure sentire parlare. Uscendo da Montecitorio Bossi si è limitato ad una battuta secca: «Noi votiamo contro».

    Sullo stesso tema è intervenuto anche Ignazio La Russa, ministro della Difesa e coordinatore nazionale del Popolo della libertà. Intervistato dalla agenzia AdnKronos il ministro è apparso più cauto: «Non è una questione da decidere con un vertice».

    Spetta alla Consulta su riforme e problemi dello Stato del Pdl avviare una discussione e affrontare il tema dell’immigrazione, a cominciare dal nodo della cittadinanza. : «C’è – dice il ministro – una data fissata dal Parlamento per affrontare l’argomento, a dicembre. Non è un problema di vertice, c’è un dibattito in corso sulla questione dell’immigrazione».

    «C’è una data precisa in Parlamento – ha detto ancora La Russa – Per questo abbiamo dato incarico alla Consulta del Pdl di avviare un dibattito», riferendosi alla data del 21 o 22 indicata dalla conferenza dei capigruppo di giovedì alla Camera e rispondendo così anche agli alleati della Lega che, con il capogruppo alla Camera Roberto Cota, chiedevano un summit di maggioranza.

    Bossi: “Cittadinanza immigrati? Voto no”


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 27-11-09 alle 21:24

 

 

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