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Discussione: Le parole di Vendola

  1. #1
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    Predefinito Le parole di Vendola

    Le parole di Vendola sulla religione, sul riformismo e sul comunismo

    Per aiutare i lettori a conoscere da vicino che razza di anticomunista è Nichi Vendola, pubblichiamo alcune citazioni del neoeletto governatore della regione Puglia per il "centro-sinistra", tratte dal libro/intervista di Cosimo Rossi dal titolo "Nikita. Un'eccezione che non conferma la regola si racconta" uscito alla vigilia delle regionali per sostenere la sua campagna elettorale, per i tipi della manifestolibri. Parole che si commentano da sole.

    Religione
    Sono stato nella chiesa, nell'azione cattolica, ho fatto il chierichetto. Ma l'associazionismo cattolico era troppo segnato dal machismo sportivo per me. Non mi piaceva quasi nulla: il ping pong, il calcio, il calcetto. A me piaceva scrivere; mi piaceva disegnare e mi piaceva scrivere. A sei anni scrivevo già filastrocche, scrivevo poesie. E mi piaceva cantare...
    Mi piaceva molto fare il chierichetto, questo sì. Servire a messa era una cosa che mi dava una discreta soddisfazione. Era quella fase della mia giovane esistenza in cui pensavo di poter ispirare la vita a San Domenico Savio.
    Non so, non ricordo neanche più molto bene: un santo giovinetto, mi pare. Forse mi ero un po' innamorato, non lo so. Mi piaceva l'immagine di quel giovane santo di cui oggi non ricordo più niente se non quel volto efebico a cui volevo ispirarmi...
    C'è un problema di identità culturale: è il mio ambiente che è un ambiente cattolico, una culla cattolica.
    Diciamo che è proprio l'indicatore di un alfabeto sociale.
    Il cattolicesimo è un pezzo del Mezzogiorno.
    Qui in Puglia, per come l'ho vissuta io, la religione è sempre stata una forma di proiezione cosmopolita del Mezzogiorno, di collocazione universalistica. La madonna protettrice del mio paese è una madonna extracomunitaria, è una madonna con il volto nero che viene da Bisanzio.
    Una di quelle meravigliose icone sfuggite alla persecuzione iconoclastica di Leone Isaurico. Proviene, cioè, dalle stesse terre da cui, mille anni più tardi, sono arrivati i curdi.
    Ma anche San Nicola, il patrono di Bari, è un santo che viene dalla Turchia. Quello pugliese è un cattolicesimo, in qualche maniera, aperto al mondo. Inoltre, è anche una cifra di identità popolare, con le forme della sua pietà sempre al limite tra il sacro e il profano. Insomma, un cattolicesimo con una forte connotazione comunitaria. Il cattolicesimo come strumento che ti fa sentire parte del popolo di Dio; che coincide con il popolo della tua città, del tuo territorio, della tua comunità sociale.
    Poi, ci sarà un altro problema, che è differente, che non sarà quello di una condizione culturale ma quello di una condizione personale. è il tema che, a un certo punto, irromperà nella mia vita prepotentemente, soprattutto a partire dall'inizio degli anni Novanta. è il tema della religione come dono, ricerca, stato di grazia, abbandono.
    Dono e abbandono. E dunque conversione, la traccia della conversione. è una religiosità inquieta, grondante di domande, esigente, capace di smarrirsi continuamente che mi verrà sollecitata nel corso degli anni '80 dalla vicinanza con il vescovo di Molfetta, don Tonino Bello.
    Non sono mai stato affascinato dall'ateismo, non ne sono mai stato suggestionato...
    Ma, ripeto: ancora non c'era un'interrogazione di fondo con Dio, con la croce, con la fede. Sono gli anni Settanta. Il rapporto con Dio, con il tema e il pensiero di Dio, comincia dopo. Comincerà quando non sarà più come un orizzonte immobile, ma come un orizzonte mobile: non come una certezza, ma come un dubbio scatenante. Comincio appunto a coltivarli nel decennio dell'amicizia con don Tonino Bello: nella lettura dei suoi scritti, nelle parole che intrecciammo nel corso della nostra amicizia. Fu, soprattutto, don Tonino a spingermi a Sarajevo, nel pozzo senza fondo della guerra, sul quale mi sono appena affacciato. Eppure è stato moltissimo: è stato un punto di non ritorno.
    Lo ha reso radicale. Io sono un estremista religioso, prima che un estremista politico.
    La chiesa è pesante, ma Dio è leggero. Dio ha la leggerezza dell'Ecclesiaste, della gazzella che corre sul monte degli aromi, l'immagine che chiude il cantico dei cantici di san Francesco.
    Dio è libertà. E la chiesa invece è dogma, precetto. Lo è, lo dico senza rancore nonostante l'importanza di questo magistero, di questa cattedra. L'importanza della discendenza di Pietro. Mi riferisco al problema che la chiesa ha avuto di essere anche una specie di regolazione sociale, di essere un punto di regolazione tra i conti del cielo e i conti della terra. E quindi con una sua intrinseca, strepitosa grandezza...
    "Prima che il gallo canti tu mi avrai tradito tre volte", dice Gesù nel Vangelo. Ma tu che mi avrai tradito, non in un qualunque momento ma in quello apicale, nel momento topico, nel momento dei momenti, nel crocevia di tutte le storie, tu sei la pietra su cui edificherò la mia storia mondana, la cattedra di Pietro.
    In questa commistione di fedeltà e tradimento c'è la cifra della chiesa, della sua divinità e della sua umanità.
    Alla fine, appunto, la chiesa ti scortica vivo. Eppure persino quando scegli la strada dell'eresia lo fai dentro un vincolo filiale con lei per poi bestemmiarla nel nome di Dio. Riconfermandone, quindi, in qualche modo il segno.
    Il soglio di Pietro chiama direttamente in causa l'altra chiesa: il PCI.
    Appunto. Anche in quella storia non c'era fede se non dentro la chiesa. Come se tu mi avessi chiesto: ma insomma, uno come te non poteva credere nel comunismo fuori dal partito? Ma il partito, con tutti i suoi tradimenti e i suoi impasti, era il popolo di Dio, era la comunità di Dio. Di quel Dio lì. Era una grande chiesa, il PCI. Per sua stessa ammissione, per sua ricerca...

    Riformismo
    Posso dire una cosa in pugliese sul riformismo?
    Io sono un grande ammiratore del riformismo. Non di quello che ha vissuto uno scivolamento semantico fino al limite di significare la negazione di se stesso, per cui la sussunzione della cultura dell'avversario diventa il suo vettore più rapido: se fai qualcosa di destra sei riformista. Ma qui in Puglia c'è stata una grande narrazione riformista, nel corso del Novecento, che andrebbe in qualche maniera investigata e messa in rete. Penso al riformismo di Tommaso Fiore: l'altamurano che si mette in viaggio su mezzi assolutamente precari, su trenini sperduti, negli anni che precedono, che annunciano e che accompagnano il fascismo.
    Il riformismo è una narrazione sociale. Tommaso Fiore scrive le sue corrispondenze per Piero Gobetti. E in quelle corrispondenze scopre quello che chiamerà "un popolo di formiche". Racconta la Puglia: la Puglia dei trulli, degli spietramenti faticosi, delle semine tentate e ritentate, delle gelate. Il riformismo di Fiore è, innanzitutto, un grande affresco sociale, è il tono della narrazione: la radice del riformismo è la scoperta di un mondo sospeso tra plebe e formazione proletaria.
    Poi c'è il riformismo della passione civile, dell'indignazione veemente del molfettese Gaetano Salvemini.
    C'è il riformismo dell'acculturazione delle masse bracciantili e delle loro inclusioni nella storia democratica di Peppino Di Vittorio. Molto più tardi ci sarà il riformismo dell'invenzione dei ceti medi e delle vestali del ceto medio: il ceto medio come luogo cruciale dell'allargamento delle basi produttive della democrazia nel riformismo di Aldo Moro.
    Tante parole del riformismo, da quello più vocato socialmente a quello più connotato come costituzione statuale. Ma in tutti i casi un riformismo come ambizione di grande sviluppo sociale e come grande narrazione.
    Perché oggi, invece, il riformismo può essere inserito nelle biblioteche del minimalismo?
    E mette conto ricordare che la disputa tra riformisti e massimalisti nella storia del socialismo italiano non è una disputa metodologica...
    Invece ogni sussunzione di un pezzo del programma dell'avversario del mio programma lo chiama riformismo, ogni cedimento di un pezzo della mia storia e delle mie ragioni sociali lo chiamo riformismo.
    E obiezioni analoghe, speculari, si possono fare anche nei confronti dei radicali. Nel senso che a volte è il gioco dei quattro cantoni: il gioco che ti metti - anche inconsapevolmente - a fare quando non accetti che l'elemento che ti verifica, che ti mette in gioco e che ti muta è il movimento reale, è il bisogno sociale, è il confronto con la lezione del movimento.
    Io ad esempio, se devo dirla tutta, parto non violento: credo dall'inizio che la nonviolenza sia l'unico paradigma di rifondazione della rivoluzione, eccetera, eccetera. L'ho scritto in un libro nel '92, l'ho pensato tutta la vita. Ma oggi c'è un altro fatto: il problema non è di un mio convincimento etico, l'ho imparato da questi movimenti. Sono stufo di pensare che la vocazione della politica debba essere quella di istruire gli attori delle lotte sociali su come si fanno le lotte.

    Comunismo
    "Chi sono" è la prima questione: se sono un soggetto separato, se riproduco separazione sociale, se eternizzo il meccanismo per cui la politica non è strumento di liberazione ma - appunto - di separazione, gerarchizzazione, espropriazione.
    Il "come sono", certo, alla fine, è una straordinaria storia delle configurazioni culturali e degli stati d'animo. è una fenomenologia degli stati d'animo: se sono di ambiente francofortese o propendo per il circolo di Chicago, se ho più passione per lo strutturalismo o per l'esistenzialismo, se traggo più ispirazione dall'orrore della filosofia o dall'orrore della scienza.
    Ma stiamo parlando di una storia separata delle idee nei gruppi dirigenti. Invece, la domanda fondamentale della politica non è più il "che fare?", ma il "chi fa cosa?".
    Il "chi è?", la configurazione dei soggetti, è la traccia segnata da Gramsci e la percezione che lì c'era una tragedia; che il "chi siamo?" è decisivo anche ai fini della definizione del "cosa vogliamo?".
    La visione titanica e volontaristica dell'"intellettuale collettivo" sembra quasi una sublime trasfigurazione della tragedia di questo burocrate servile, di questo gregario criminale che avrebbe irretito un mondo intero nella macchina del dominio stalinista. E poi nel grande gelo. E poi nel grande gulag planetario, diciamo, del comunismo statuale come pedagogia autoritaria dall'alto...
    Bè, vedi, l'aspetto curioso è proprio quella parte di noi, cioè una parte del PCI, che aveva costruito - anche attraverso percorsi e storie differenti - una forte identità antiortodossa, la parte che da più tempo criticava il centralismo democratico e anche la torsione moderata delle scelte del PCI: la parte che chiedeva di cambiare tutto. Che fu anche la parte che rimase schiantata dall'idea che, cambiando il nome, si cancellasse "l'allusione" al comunismo conservando, però, in una formazione post-comunista, i tratti peggiori di quella tradizione: il burocratismo, l'autoritarismo, la statolatria. Cioè quel tanto di corredo hegeliano della migliore tradizione dei dirigenti del Partito comunista italiano.
    I più eretici furono quelli maggiormente scossi dall'eresia occhettiana, perché la lessero come una svolta a destra: come la dissipazione, bonapartista, di una possibilità che era stata imprigionata negli schemi ossidati dalla tradizione comunista italiana...
    Reagimmo. Non nel nome della nostalgia, anche se un pezzo venne con noi nel nome della nostalgia, una pezzo nel nome del rancore, un pezzo credendo che quella grande sconfitta - perché lo scioglimento del PCI fu un'immensa sconfitta - significasse la vittoria delle tante microscopiche storie extra PCI.
    Fu un omicidio. Così vivemmo noi la morte del PCI...
    Perché, pur di fronte alla tragedia del socialismo reale e alla vergogna del suo crollo, lo scioglimento del PCI fu la risposta più semplice, più banale. Come, se difronte a un morto, invece di proporti il percorso dell'elaborazione del lutto, ti proponi una festa strana e un po' macabra che annuncia un nuovo inizio. Rimuovi. Non hai più il passaggio di mezzo, quello fondamentale, in cui ti appropri criticamente di ciò che è accaduto, e ti interroghi senza rete.
    Quindi nacque Rifondazione...
    Rifondazione fu una mescolanza di passioni e di storie, un contenitore caotico, all'inizio segnato, anche, da momenti di forte primitivismo. Eppure qualcosa di necessario. Perché, sia pure nel carattere assolutamente grezzo e platealmente antiquato di quell'esperimento di micropartito comunista, fu l'unico punto di resistenza rispetto all'omologazione della sinistra storica sul terreno del pensiero unico del mercato...
    Proprio quello, anzi, quel voto al governo Dini fu l'ultimo atto, fu l'ultimo atto di amore per il PCI. Poi, certo, la nostalgia te la porti attaccata alle caviglie.
    Per sempre?
    Io la nostalgia l'ho persa soltanto in un posto: l'ho persa a Porto Alegre. Lì, per la prima volta, ho guardato con felicità a un mondo nuovo e sentito un senso di libertà e di leggerezza. Nel senso che non percepivo più la pesantezza di tutte le tragedie, delle dispute pesantemente ideologiche, che avevano ipotecato il Novecento.

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  2. #2
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    Curioso, criticate sempre più Vendola come la destra. Vai Niki, siamo con te!
    Emanuele

  3. #3
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    Compagno, la tua ortodossia così ottusa è paragonabile a quella di Ratzinger e dei maggiori fondamentalisti religiosi.

  4. #4
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    Predefinito c'è una bella differenza: ecco chi è Ratzinger!

    Ecco chi è il nuovo Papa nero anticomunista:

    Ratzinger succede a Wojtyla
    Eletto un altro papa nero anticomunista
    Il nuovo papa ha fatto parte della gioventù hitleriana. Vincono l'Opus Dei e Comunione e Liberazione
    Parte la crociata per rievangelizzare l'Europa
    Il 24 aprile sul sagrato di San Pietro a Città del Vaticano si è svolta la cerimonia di insediamento sotto la forma di messa solenne del nuovo papa, il cardinale tedesco Joseph Ratzinger, che è stato eletto il 19 aprile al secondo giorno di votazioni del Conclave, composto da 115 cardinali, quale successore di Wojtyla. Ratzinger ha preso il nome di Benedetto XVI. Una decisione, quella del Conclave, rapida, probabilmente preparata nell'ultimo periodo della malattia di Giovanni Paolo II e maturata in favore del cardinale che negli ultimi 24 anni da responsabile della Congregazione per la dottrina della fede, la moderna versione della Santa inquisizione, ha svolto da dietro le quinte il ruolo di custode dell'ortodossia cattolica; ovvero di presidio della conservazione dell'ideologia reazionaria della Chiesa, accompagnando Wojtyla che ha sapientemente utilizzato la ribalta mediatica per l'iniziativa politica del Vaticano. A un papa nero anticomunista succede un altro papa nero anticomunista. Lo conferma la storia di Ratzinger e il suo programma.
    Ratzinger nasce il 16 aprile 1927 a Marktl am Inn, un vilaggio della Bassa Baviera, in una famiglia cattolicissima tanto che lui e suo fratello maggiore entreranno presto in seminario. Il padre è un gendarme. Si iscrive alla gioventù hitleriana ("fummo costretti a iscriverci, come tutti" nella Hitlerjugend si è giustificato il fratello Georg), e a 17 anni si arruola come ausiliario in un'unità antiaerea. Sull'atto dell'arruolamento è scritto che il giovane Joseph eccelleva in materie come biologia e storia, due capisaldi dell'indottrinamento nazista. Nelle memorie scritte diversi anni fa Ratzinger affermava che aveva disertato lasciando l'unità dopo il 30 aprile del 1945; nel momento in cui l'esercito nazista era oramai allo sbando. Continuava gli studi di teologia e filosofia all'università di Monaco e nella scuola superiore di Frisinga. Ordinato sacerdote il 29 giugno del '51, diventa Dottore in teologia nel '53 e dal '57 insegna Dogmatica e Teologia fondamentale a Bonn, Monaco e Tubinga. Nel '62 partecipa a Roma al Concilio Vaticano II schierato sulle posizioni di chi combatteva lo status quo della Chiesa e chiedeva un rinnovamento liturgico, le posizioni del gruppo di teologi di Hans Kueng. Dopo gli avvenimenti del Sessantotto lo ritroviamo dall'altra parte, molto critico con le riforme liturgiche decise dal Concilio. è con il teologo de Lubac e don Giussani, leader di Comunione e Liberazione, fondatore della rivista Communio che contrastava le posizioni della rivista dei riformatori Concilium. Il 24 marzo del '77 Paolo VI lo nominava alla guida della diocesi di Monaco e tre mesi dopo cardinale. Un anno dopo sarà tra i gran-di elettori di Wojtyla. Alla vigilia del Conclave che eleggerà Giovanni Paolo II il cardinale Ratzinger in una intervista metteva la Chiesa in guardia contro il marxismo e attaccava finanche l'inoffensiva versione revisionista e edulcorata dell'"eurocomunismo".
    Nell'81 Wojtyla lo nominava prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'ex Sant'Uffizio, ovvero la seconda carica più importante nella Chiesa dopo il papa. Da questa tribuna contribuiva alla campagna anticomunista di Wojtyla e a ridurre al silenzio i teologi critici, allontanandoli dalle cattedre delle università cattoliche e privandoli del diritto di scrivere libri o tenere conferenze. Fra gli altri combatteva sistematicamente la teologia della liberazione, accusandola di subordinazione al marxismo, condannava nel 1985 il teologo brasiliano Leonardo Boff, che nel 1992 abbandonerà il sacerdozio per le continue minacce della Congregazione per la dottrina della fede. Ratzinger non faceva mancare il peso della sua autorità nel sostenere il no al sacerdozio delle donne, ai preti sposati, a un maggior ruolo dei laici nella gestione delle comunità cristiane, alle coppie omosessuali. Noti e ostentati i suoi buoni rapporti con "atei devoti" come il presidente del Senato Marcello Pera e le correnti neoconservatrici degli Usa. Quando il "politico" Wojtyla partecipò all'incontro interreligioso contro la guerra e il terrorismo di Assisi del 24 gennaio 2002 e pregò assieme agli esponenti delle altre religioni, ribadì con un testo della Congregazione, il "Dominus Jesus", che l'unica via di salvezza è Cristo per mezzo della Chiesa cattolica.
    Il messaggio ecumenico che ha ripetuto nelle ultime omelie. In quella nella messa del 24 aprile Benedetto XVI ha tra l'altro affermato che "non ho bisogno di presentare un programma di governo, il mio vero programma è di mettermi in ascolto con tutta la Chiesa della volontà di Dio e di lasciarmi guidare da Lui". A dire il vero il programma di governo del nuovo papa era già chiaro nelle più recenti interviste rilasciate alla stampa e riassunto nell'omelia alla messa del 18 aprile, chiamata "pro eligendo Romano pontefice", l'ultima pubblica prima dell'inizio dei lavori a porte chiuse del Conclave. Una specie di comizio di chiusura dell'autorevole candidato Ratzinger, che nei giorni precedenti aveva richiamato i cardinali elettori a cessare i commenti pubblici e le interviste sui possibili successori di Wojtyla, centrata sulla difesa dell'ortodossia cattolica. Il programma vincente dell'Opus Dei e di Comunione e Liberazione.
    "Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, - affermava - quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero. La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo a un vago misticismo religioso (...) e così via. (...) Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare 'qua e là da qualsiasi vento di dottrina' appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. (...) Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. è lui la misura del vero umanesimo. 'Adulta' non è una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo".
    Il riferimento alla fede "adulta" in un discorso apparentemente solo ecumenico è stato letto come un riferimento politico fin troppo esplicito alla polemica tra il cardinale Ruini che ha invitato i cattolici a boicottare il referendum sulla legge sulla fecondazione e la risposta di Romano Prodi che sarebbe andato a votare perché è un "cristiano adulto". La questione politica principale è comunque la sua condanna del marxismo come ideologia, solo formalmente accomunata nella condanna al liberalismo.
    In una precedente intervista del 2003 aveva affermato che Cristo ha creato la "distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell'imperatore al quale conviene lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio che è assoluto. Mentre lo Stato non è assoluto". "I padri hanno pregato per lo Stato riconoscendone la necessità, il suo valore ma non hanno adorato lo Stato: mi sembra proprio questa la distinzione decisiva. Ma questo è uno straordinario punto di incontro tra pensiero cristiano e cultura liberal-democratica. Io penso che la visione liberal-democratica non potesse nascere senza questo avvenimento cristiano che ha diviso i due mondi, così creando pure una nuova libertà. Lo Stato è importante, si deve ubbidire alle leggi, ma non è l'ultimo potere. La distinzione tra lo Stato e la realtà divina crea lo spazio di una libertà in cui una persona può anche opporsi allo Stato. I martiri sono una testimonianza di questa limitazione del potere assoluto dello Stato. Così è nata una storia di libertà. Anche se poi il pensiero liberal-democratico ha preso le sue strade, l'origine è proprio questa". La visione liberale è figlia del pensiero cristiano, affermava Ratzinger e in ultima analisi a esso subordinata; se lo Stato liberale borghese a cui si deve ubbidienza devia dal pensiero cristiano ci sono i "martiri" a testimoniare le sue limitazioni. Non resta quindi che il marxismo come ideologia da combattere.
    Nella stessa intervista aveva sottolineato come "molto significativo che al momento l'Occidente europeo sia la parte del mondo più opposta al cristianesimo, proprio perché lo spirito europeo si è autonomizzato e non vuole accettare che ci sia una parola divina che gli mostra una strada che non è sempre comoda". Il giorno prima della morte di Wojtyla era in visita al monastero benedettino di Santa Scolastica di Subiaco dove aveva pronunciato un discorso sulla necessità di rievangelizzare l'Europa, quell'Europa che non ha voluto inserire nella Costituzione il richiamo alle radici cristiane. Un'idea espressa anche nel libro "Senza radici", scritto a quattro mani con Marcello Pera. Sostenitore dei monaci benedettini ha scelto il nome del loro fondatore, Benedetto, il santo che Paolo VI nel 1964 fece patrono d'Europa. Dell'ultimo papa con lo stesso nome, Benedetto XV al pontificato dal 1914 al 1922, si ricorda la prima enciclica che denunciava la tendenza a "adattare le verità rivelate al gusto dei nostri tempi", il rilancio delle missioni, l'abolizione del divieto dei cattolici di partecipare alla vita politica italiana e la spinta decisiva alla formazione del Partito popolare. Con Benedetto XVI parte la crociata per rievangelizzare l'Europa.
    Tra i tanti commenti favorevoli all'elezione di Ratzinger registriamo il giudizio vergognoso del neogovernatore della Puglia, il papista Nichi Vendola: "Ratzinger è uno dei teologi più acuti, più raffinati e dal pensiero più potente che io conosca al mondo. Il mondo in questo momento ne ha bisogno". L'ex sacerdote brasiliano Leonardo Boff ha invece sottolineato: "questa scelta potrebbe essere un flagello per tutta la Chiesa".

  5. #5
    remedios
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    beh, l'intervista di vendola su "liberazione" di martedi non è stato, a mio avviso, molto felice...
    tra l'altro da notare quando, rispondendo a una domanda, parla di liberazione dicendo "il VOSTRO giornale"...

  6. #6
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    Predefinito Re: c'è una bella differenza: ecco chi è Ratzinger!

    In origine postato da un bolscevico
    Ecco chi è il nuovo Papa nero anticomunista:
    Perchè, c'è masi stato un papa comunista?
    Se non sbaglio vige ancora una bolla papale di Pio X che viete ai cattolici di aderire al partito comunista.

  7. #7
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    un bolscevico fascio di merda vattene fuori da questo forum! Hai rotto con i tuoi 3d propagandistici del tuo partitello di sfigati nazifascisti ok? fate solo ridere...e incavolare!

  8. #8
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    Ma quanto vale il pmli nella vita politica italiana?

  9. #9
    SubZero
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    In origine postato da benelos
    Ma quanto vale il pmli nella vita politica italiana?
    e lo chiedi pure?

  10. #10
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    In origine postato da Eegol
    un bolscevico fascio di merda vattene fuori da questo forum! Hai rotto con i tuoi 3d propagandistici del tuo partitello di sfigati nazifascisti ok? fate solo ridere...e incavolare!
    Che quelli del PMLI siano degli stalinisti sfigati non c'è dubbio, però perchè invece di insultare quel povero sfigato non dite come la pensate sulle cose vergognose dette da Vendola? Che nonostante sia gay e comunista dice che qui in Italia non è possibile fare come Zapatero in Spagna.
    Meditate gente.
    L'unico modo per non avere cattivi padroni è non avere padroni

 

 
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