Le parole di Vendola sulla religione, sul riformismo e sul comunismo
Per aiutare i lettori a conoscere da vicino che razza di anticomunista è Nichi Vendola, pubblichiamo alcune citazioni del neoeletto governatore della regione Puglia per il "centro-sinistra", tratte dal libro/intervista di Cosimo Rossi dal titolo "Nikita. Un'eccezione che non conferma la regola si racconta" uscito alla vigilia delle regionali per sostenere la sua campagna elettorale, per i tipi della manifestolibri. Parole che si commentano da sole.
Religione
Sono stato nella chiesa, nell'azione cattolica, ho fatto il chierichetto. Ma l'associazionismo cattolico era troppo segnato dal machismo sportivo per me. Non mi piaceva quasi nulla: il ping pong, il calcio, il calcetto. A me piaceva scrivere; mi piaceva disegnare e mi piaceva scrivere. A sei anni scrivevo già filastrocche, scrivevo poesie. E mi piaceva cantare...
Mi piaceva molto fare il chierichetto, questo sì. Servire a messa era una cosa che mi dava una discreta soddisfazione. Era quella fase della mia giovane esistenza in cui pensavo di poter ispirare la vita a San Domenico Savio.
Non so, non ricordo neanche più molto bene: un santo giovinetto, mi pare. Forse mi ero un po' innamorato, non lo so. Mi piaceva l'immagine di quel giovane santo di cui oggi non ricordo più niente se non quel volto efebico a cui volevo ispirarmi...
C'è un problema di identità culturale: è il mio ambiente che è un ambiente cattolico, una culla cattolica.
Diciamo che è proprio l'indicatore di un alfabeto sociale.
Il cattolicesimo è un pezzo del Mezzogiorno.
Qui in Puglia, per come l'ho vissuta io, la religione è sempre stata una forma di proiezione cosmopolita del Mezzogiorno, di collocazione universalistica. La madonna protettrice del mio paese è una madonna extracomunitaria, è una madonna con il volto nero che viene da Bisanzio.
Una di quelle meravigliose icone sfuggite alla persecuzione iconoclastica di Leone Isaurico. Proviene, cioè, dalle stesse terre da cui, mille anni più tardi, sono arrivati i curdi.
Ma anche San Nicola, il patrono di Bari, è un santo che viene dalla Turchia. Quello pugliese è un cattolicesimo, in qualche maniera, aperto al mondo. Inoltre, è anche una cifra di identità popolare, con le forme della sua pietà sempre al limite tra il sacro e il profano. Insomma, un cattolicesimo con una forte connotazione comunitaria. Il cattolicesimo come strumento che ti fa sentire parte del popolo di Dio; che coincide con il popolo della tua città, del tuo territorio, della tua comunità sociale.
Poi, ci sarà un altro problema, che è differente, che non sarà quello di una condizione culturale ma quello di una condizione personale. è il tema che, a un certo punto, irromperà nella mia vita prepotentemente, soprattutto a partire dall'inizio degli anni Novanta. è il tema della religione come dono, ricerca, stato di grazia, abbandono.
Dono e abbandono. E dunque conversione, la traccia della conversione. è una religiosità inquieta, grondante di domande, esigente, capace di smarrirsi continuamente che mi verrà sollecitata nel corso degli anni '80 dalla vicinanza con il vescovo di Molfetta, don Tonino Bello.
Non sono mai stato affascinato dall'ateismo, non ne sono mai stato suggestionato...
Ma, ripeto: ancora non c'era un'interrogazione di fondo con Dio, con la croce, con la fede. Sono gli anni Settanta. Il rapporto con Dio, con il tema e il pensiero di Dio, comincia dopo. Comincerà quando non sarà più come un orizzonte immobile, ma come un orizzonte mobile: non come una certezza, ma come un dubbio scatenante. Comincio appunto a coltivarli nel decennio dell'amicizia con don Tonino Bello: nella lettura dei suoi scritti, nelle parole che intrecciammo nel corso della nostra amicizia. Fu, soprattutto, don Tonino a spingermi a Sarajevo, nel pozzo senza fondo della guerra, sul quale mi sono appena affacciato. Eppure è stato moltissimo: è stato un punto di non ritorno.
Lo ha reso radicale. Io sono un estremista religioso, prima che un estremista politico.
La chiesa è pesante, ma Dio è leggero. Dio ha la leggerezza dell'Ecclesiaste, della gazzella che corre sul monte degli aromi, l'immagine che chiude il cantico dei cantici di san Francesco.
Dio è libertà. E la chiesa invece è dogma, precetto. Lo è, lo dico senza rancore nonostante l'importanza di questo magistero, di questa cattedra. L'importanza della discendenza di Pietro. Mi riferisco al problema che la chiesa ha avuto di essere anche una specie di regolazione sociale, di essere un punto di regolazione tra i conti del cielo e i conti della terra. E quindi con una sua intrinseca, strepitosa grandezza...
"Prima che il gallo canti tu mi avrai tradito tre volte", dice Gesù nel Vangelo. Ma tu che mi avrai tradito, non in un qualunque momento ma in quello apicale, nel momento topico, nel momento dei momenti, nel crocevia di tutte le storie, tu sei la pietra su cui edificherò la mia storia mondana, la cattedra di Pietro.
In questa commistione di fedeltà e tradimento c'è la cifra della chiesa, della sua divinità e della sua umanità.
Alla fine, appunto, la chiesa ti scortica vivo. Eppure persino quando scegli la strada dell'eresia lo fai dentro un vincolo filiale con lei per poi bestemmiarla nel nome di Dio. Riconfermandone, quindi, in qualche modo il segno.
Il soglio di Pietro chiama direttamente in causa l'altra chiesa: il PCI.
Appunto. Anche in quella storia non c'era fede se non dentro la chiesa. Come se tu mi avessi chiesto: ma insomma, uno come te non poteva credere nel comunismo fuori dal partito? Ma il partito, con tutti i suoi tradimenti e i suoi impasti, era il popolo di Dio, era la comunità di Dio. Di quel Dio lì. Era una grande chiesa, il PCI. Per sua stessa ammissione, per sua ricerca...
Riformismo
Posso dire una cosa in pugliese sul riformismo?
Io sono un grande ammiratore del riformismo. Non di quello che ha vissuto uno scivolamento semantico fino al limite di significare la negazione di se stesso, per cui la sussunzione della cultura dell'avversario diventa il suo vettore più rapido: se fai qualcosa di destra sei riformista. Ma qui in Puglia c'è stata una grande narrazione riformista, nel corso del Novecento, che andrebbe in qualche maniera investigata e messa in rete. Penso al riformismo di Tommaso Fiore: l'altamurano che si mette in viaggio su mezzi assolutamente precari, su trenini sperduti, negli anni che precedono, che annunciano e che accompagnano il fascismo.
Il riformismo è una narrazione sociale. Tommaso Fiore scrive le sue corrispondenze per Piero Gobetti. E in quelle corrispondenze scopre quello che chiamerà "un popolo di formiche". Racconta la Puglia: la Puglia dei trulli, degli spietramenti faticosi, delle semine tentate e ritentate, delle gelate. Il riformismo di Fiore è, innanzitutto, un grande affresco sociale, è il tono della narrazione: la radice del riformismo è la scoperta di un mondo sospeso tra plebe e formazione proletaria.
Poi c'è il riformismo della passione civile, dell'indignazione veemente del molfettese Gaetano Salvemini.
C'è il riformismo dell'acculturazione delle masse bracciantili e delle loro inclusioni nella storia democratica di Peppino Di Vittorio. Molto più tardi ci sarà il riformismo dell'invenzione dei ceti medi e delle vestali del ceto medio: il ceto medio come luogo cruciale dell'allargamento delle basi produttive della democrazia nel riformismo di Aldo Moro.
Tante parole del riformismo, da quello più vocato socialmente a quello più connotato come costituzione statuale. Ma in tutti i casi un riformismo come ambizione di grande sviluppo sociale e come grande narrazione.
Perché oggi, invece, il riformismo può essere inserito nelle biblioteche del minimalismo?
E mette conto ricordare che la disputa tra riformisti e massimalisti nella storia del socialismo italiano non è una disputa metodologica...
Invece ogni sussunzione di un pezzo del programma dell'avversario del mio programma lo chiama riformismo, ogni cedimento di un pezzo della mia storia e delle mie ragioni sociali lo chiamo riformismo.
E obiezioni analoghe, speculari, si possono fare anche nei confronti dei radicali. Nel senso che a volte è il gioco dei quattro cantoni: il gioco che ti metti - anche inconsapevolmente - a fare quando non accetti che l'elemento che ti verifica, che ti mette in gioco e che ti muta è il movimento reale, è il bisogno sociale, è il confronto con la lezione del movimento.
Io ad esempio, se devo dirla tutta, parto non violento: credo dall'inizio che la nonviolenza sia l'unico paradigma di rifondazione della rivoluzione, eccetera, eccetera. L'ho scritto in un libro nel '92, l'ho pensato tutta la vita. Ma oggi c'è un altro fatto: il problema non è di un mio convincimento etico, l'ho imparato da questi movimenti. Sono stufo di pensare che la vocazione della politica debba essere quella di istruire gli attori delle lotte sociali su come si fanno le lotte.
Comunismo
"Chi sono" è la prima questione: se sono un soggetto separato, se riproduco separazione sociale, se eternizzo il meccanismo per cui la politica non è strumento di liberazione ma - appunto - di separazione, gerarchizzazione, espropriazione.
Il "come sono", certo, alla fine, è una straordinaria storia delle configurazioni culturali e degli stati d'animo. è una fenomenologia degli stati d'animo: se sono di ambiente francofortese o propendo per il circolo di Chicago, se ho più passione per lo strutturalismo o per l'esistenzialismo, se traggo più ispirazione dall'orrore della filosofia o dall'orrore della scienza.
Ma stiamo parlando di una storia separata delle idee nei gruppi dirigenti. Invece, la domanda fondamentale della politica non è più il "che fare?", ma il "chi fa cosa?".
Il "chi è?", la configurazione dei soggetti, è la traccia segnata da Gramsci e la percezione che lì c'era una tragedia; che il "chi siamo?" è decisivo anche ai fini della definizione del "cosa vogliamo?".
La visione titanica e volontaristica dell'"intellettuale collettivo" sembra quasi una sublime trasfigurazione della tragedia di questo burocrate servile, di questo gregario criminale che avrebbe irretito un mondo intero nella macchina del dominio stalinista. E poi nel grande gelo. E poi nel grande gulag planetario, diciamo, del comunismo statuale come pedagogia autoritaria dall'alto...
Bè, vedi, l'aspetto curioso è proprio quella parte di noi, cioè una parte del PCI, che aveva costruito - anche attraverso percorsi e storie differenti - una forte identità antiortodossa, la parte che da più tempo criticava il centralismo democratico e anche la torsione moderata delle scelte del PCI: la parte che chiedeva di cambiare tutto. Che fu anche la parte che rimase schiantata dall'idea che, cambiando il nome, si cancellasse "l'allusione" al comunismo conservando, però, in una formazione post-comunista, i tratti peggiori di quella tradizione: il burocratismo, l'autoritarismo, la statolatria. Cioè quel tanto di corredo hegeliano della migliore tradizione dei dirigenti del Partito comunista italiano.
I più eretici furono quelli maggiormente scossi dall'eresia occhettiana, perché la lessero come una svolta a destra: come la dissipazione, bonapartista, di una possibilità che era stata imprigionata negli schemi ossidati dalla tradizione comunista italiana...
Reagimmo. Non nel nome della nostalgia, anche se un pezzo venne con noi nel nome della nostalgia, una pezzo nel nome del rancore, un pezzo credendo che quella grande sconfitta - perché lo scioglimento del PCI fu un'immensa sconfitta - significasse la vittoria delle tante microscopiche storie extra PCI.
Fu un omicidio. Così vivemmo noi la morte del PCI...
Perché, pur di fronte alla tragedia del socialismo reale e alla vergogna del suo crollo, lo scioglimento del PCI fu la risposta più semplice, più banale. Come, se difronte a un morto, invece di proporti il percorso dell'elaborazione del lutto, ti proponi una festa strana e un po' macabra che annuncia un nuovo inizio. Rimuovi. Non hai più il passaggio di mezzo, quello fondamentale, in cui ti appropri criticamente di ciò che è accaduto, e ti interroghi senza rete.
Quindi nacque Rifondazione...
Rifondazione fu una mescolanza di passioni e di storie, un contenitore caotico, all'inizio segnato, anche, da momenti di forte primitivismo. Eppure qualcosa di necessario. Perché, sia pure nel carattere assolutamente grezzo e platealmente antiquato di quell'esperimento di micropartito comunista, fu l'unico punto di resistenza rispetto all'omologazione della sinistra storica sul terreno del pensiero unico del mercato...
Proprio quello, anzi, quel voto al governo Dini fu l'ultimo atto, fu l'ultimo atto di amore per il PCI. Poi, certo, la nostalgia te la porti attaccata alle caviglie.
Per sempre?
Io la nostalgia l'ho persa soltanto in un posto: l'ho persa a Porto Alegre. Lì, per la prima volta, ho guardato con felicità a un mondo nuovo e sentito un senso di libertà e di leggerezza. Nel senso che non percepivo più la pesantezza di tutte le tragedie, delle dispute pesantemente ideologiche, che avevano ipotecato il Novecento.
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