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Discussione: Enhora buena!!

  1. #1
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    Enhora buena!!

    La comunità marchigiana di Forza Nuova festeggia il passaggio in prescrizione dei reati di adunata sediziosa per la commemorazione della figura di Corridoni nella omonima città maceratese per 19 dei militanti marchigianini.
    In barba alla faziosità del sistema giuridico, Forza Nuova continuerà la sua marcia per la Ricustruzione Nazionale serena e costante come sempre ... FINO ALLA VITTORIA!

  2. #2
    La Via del Matto
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    Ciao Marco..




  3. #3
    Dalla parte del torto!
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    Più che altro é paradossale che Forza Nuova ricordi Corridoni...

    Filippo Corridoni è personaggio storico di problematica e difficile collocazione. La sua memoria e il suo ricordo sono oggetto di una sorta di oblio e ciò è avvenuto nonostante siano innumerevoli le vie, le scuole, gli enti a lui dedicati, da scuole e caserme a cooperative di lavoratori, tanto da farne un nome che, nella toponomastica italiana, svetta a ridosso dei grandi personaggi della storia nazionale. Nella schiera dei soggetti che hanno fatto la storia italiana dell'ultimo secolo, è probabilmente l'unico cui sia stata concessa la dedica del nome del suo paese natale: Pausula, infatti, vicina a Macerata, dove nacque il 19 agosto del 1887, è dal 1931 Corridonia. Varie le cause della perdita di memoria e di interesse intorno alla sua figura: fra le principali, il suo messaggio politico, fortemente contraddittorio a livello ideologico, assolutamente coerente nei fatti fino alle estreme conseguenze. Senza dimenticare poi, questione di non secondaria importanza, la totale appropriazione della sua figura da parte del fascismo, che ne fece propagandare l'immagine di protomartire della rivoluzione fascista, di anticipatore ante litteram di quella sintesi fra sinistra massimalista e interventismo patriottico e irredentista che fu alle radici del movimento di Mussolini. Se poi esaminiamo il riaffiorare della sua figura dopo il 1945, al di là dei pochi sforzi e contributi di alcuni studiosi, il ricordo di Corridoni è stato inserito in qualche manifestazione culturale e sindacale condotta dalla Cisnal, sindacato autonomo vicino all'allora Msi, quando non vicino ai partiti monarchici (Corridoni fu un acceso e violento repubblicano...). Operazioni queste tutte dirette a esaltare lo spirito del sindacalismo nazionale come essenza del messaggio corridoniano, piuttosto che del sindacalismo rivoluzionario, fenomeno cui Corridoni aveva invece contribuito.
    IL SINDACALISMO NAZIONALE,invece, aveva finito per rappresentare null'altro che l'approdo finale, fascista di regime, corporativo e istituzionale, indubbiamente antitetico rispetto all'essenza dello stesso sindacalismo rivoluzionario, che pure aveva attraversato il filtro dell'interventismo volontario del 1914-1918 e del produttivismo del 1919-1922.
    Silenzio quindi della cultura istituzionale cui va aggiunto il rammarico di Giuseppe Di Vittorio, leader storico della Cgil, il quale aveva conosciuto giovanissimo Filippo Corridoni e amava ricordarne l'azione e denunciarne l'appropriazione indebita da parte del fascismo. Ripercorriamo allora la sua biografia: nato nel 1887 nell'odierna Corridonia da famiglia di fornaciari (operai di fornace), è primo di quattro fratelli, i quali avrebbero finito, sulla sua scia, per legare il loro nome alla storia italiana. La fanciullezza e la gioventù di Corridoni trascorrono nella pròvincìa marchigiana: la frequentazione del prozio Filippo, frate francescano predicatore e missionario, è di fondamentale importanza per la sua educazione e per la sua crescita culturale. Infatti, tutta la sua azione, pur essendo contraddistinta spesso da feroci accenti anticlericali , era comunque impregnata di uno spirito religioso, di un'idea di missione, che lo portarono a sostenere sforzi e sacrifici incredibili, che venivano inoltre sopportati da un fisico minato dalla tisi: toccanti sono i ricordi, da parte delle cronache del tempo, dei frequenti colpi di tosse che interrompevano i suoi discorsi e l'accenno disperato ai suoi problemi di salute in alcune sue lettere.
    LO ZIO FRATE GLI TRASMETTE NOZIONI DI CULTURA CLASSICA e di lingua francese; contemporaneamente Corridoni studia e lavora, anch'egli come fornaciaro, ma, le indubbie doti rivelate agli insegnanti spingono questi a consigliare ai genitori, e a sostenere, un suo proseguimento degli studi. Viene quindi inviato a Fermo, dove, grazie a una borsa di studio, può studiare all'Istituto superiore industriale, ottenendo nel 1904 il diploma di perito disegnatore meccanico. Legge testi di Mazzini e Pisacane, probabilmente si avvicina alla lettura di Marx ed emergono ormai le sue qualità: forte generosità, disponibilità ad apprendere, vivace intelligenza e sensibilità, coraggio e lealtà, insofferenza verso i potenti, senso della ribellione accompagnati a una grande affabilità di fondo e a disponibilità al dialogo. La provincia marchigiana gli va stretta: nell'Italia che vive ormai pienamente la propria seconda rivoluzione industriale, si trasferisce a Milano, dove lavora come disegnatore meccanico nell'industria metallurgica Miani e Silvestri. Vive, ci dicono le lettere, in un piccolo alloggio a porta Venezia (via San Gregorio 48) e si avvicina ai circoli giovanili del Partito socialista. Alloggia in seguito presso la casa di Comunardo Braccialarghe, a porta Vigentina. Divenuto presto uno dei referenti giovanili del Partito socialista, le sue simpatie si orientano verso la corrente sindacalista e rivoluzionaria e interviene in alcune manifestazioni con spiccati toni antimilitaristi. Così si espresse la sera del 20 giugno 1907 nelle scuole di via Felice Casati: "Noi propugniamo la dissoluzione degli eserciti permanenti e la costituzione della nazione armata. Solo con essa il popolo è garantito dalle oppressioni dei suoi governanti; solo con essa si sentirà cittadino nella sua patria".
    CON MARIA RYGIER, GIOVANE ANARCHICA DI ORIGINE TOSCANA diffonde un giornaletto antimilitarista. Rompete le Righe! al quale collabora anche come articolista: mentre ne distribuisce alcune copie di fronte alla caserma del Nizza cavalleria, viene arrestato. Condannato a cinque anni di reclusione per apologia di reato, esce dal carcere in seguito a un'amnistia. Deve però ben presto riparare all'estero: andrà a Nizza, perché il provvedimento di clemenza risulterà, in sede di controllo, non applicabile al suo caso. La sua biografia registra così i tre eventi ricorrenti della sua breve vita: malattia, carcere (subirà qualcosa come una trentina di custodie cautelari), esilio.
    IN CONTATTO A NIZZA con il fuoruscitismo antagonista politico e sindacale, nel 1908 decide di tornare sotto il falso nome di Leo Celvisio a Parma, epicentro di scioperi bracciantili di straordinaria durezza, anticipati da alcune agitazioni nel 1907 e innescati dalla mancata applicazione dei patti stipulati con i proprietari terrieri a seguito delle stesse agitazioni.
    Gli scioperi di Parma, pietra miliare delle azioni organizzate di protesta condotta dalle classi lavoratrici durante il novecento italiano, durarono oltre due mesi e portarono a una paralisi dell'economia agricola del parmense e a una durissima reazione dell'Agraria, l'associazione dei proprietari terrieri che si contrappose agli scioperanti, i quali alla fine furono costretti a cedere, sia per le azioni repressive della prefettura e delle squadre armate private dei proprietari, sia per il ricorso al crumiraggio. Furono decisive per la sconfitta anche le fratture interne al sindacato stesso, con la contrapposizione fra la camera del lavoro di Parma, sindacalista rivoluzionaria, e quella di Borgo San Donnine, l'odierna Fidenza, riformista.
    E' A PARMA CHE CORRIDONI conosce [I]Alceste De Ambris,segretario della locale camera del lavoro e inizia a collaborare con il giornale L'Internazionale,organo della camera del lavoro "sindacalista"(con questo aggettivo si indicavano le camere del lavoro sostenitrici del movimento sindacale che non condivideva, pur ancora all'interno di un quadro unitario, rappresentato dalla Confederazione generale del lavoro, i legami politici con il Partito socialista e comunque non simpatizzavano per le strategie riformiste). La frequentazione di De Ambris e l'applicazione diretta sul campo delle idee sindacaliste iniziano a forgiare le sue convinzioni:Il perno del riformismo è lo stato, il nostro è il sindacato. I riformisti vogliono conquistare lo stato, il potere centrale, per potere dettare dall'alto di esso le loro leggi di uguaglianza sociale; noi, servendoci del sindacato come di catapulta, vogliamo distruggere l'organismo statale,avrebbe scritto nel libretto Le forme di lotta e di solidarietà del 1912. Distintosi per l'acceso attivismo, viene riconosciuto dalla polizia e deve riparare ancora all'estero, questa volta in Svizzera, a Zurigo, dove continua le sue collaborazioni giornalistiche con L'Internazionale.
    Una nuova amnistia gli consente di fare rientro in Italia. E' il 1909 e si reca nel modenese, dove assume la direzione della camera del lavoro di San Felice sul Panare e tenta un'azione politica di sintesi fra l'ala riformista e l'ala rivoluzionaria dei lavoratori modenesi, cercando di fare prevalere la seconda; si distingue altresì per una aggressiva campagna anticlericale che giunge alla minacciata occupazione del duomo di Mirandola e all'interruzione di alcune funzioni religiose. Nuovamente arrestato, viene isolato dal movimento sindacale per il prevalere della corrente riformista e confederale, ma fonda il giornale Bandiera rossa,che vivrà solo poche settimane. Collabora altresì con il giornale Bandiera proletaria,che in seguito diventerà Bandiera del Popolo,testate entrambe dirette da Edmondo Rossoni,il quale, già agitatore sindacale bracciantile nel ferrarese, diverrà per un lungo periodo capo delle Confederazioni sindacali fasciste, ministro in vari governi Mussolini, firmatario dell'ordine del giorno di Dino Grandi la fatidica notte del 25 luglio 1943. •

    GLI ANNI RIVOLUZIONARI
    Nel periodo prima della grande guerra, all'interno dell'Usi, una scissione da sinistra della Confederazione generale del lavoro, diventa un leader e collabora con alcuni uomini che saranno protagonisti degli avvenimenti successivi: Àlceste De Ambris, Michele Bianchi, Giuseppe Di Vittorio, Attilio Deffenu. E incontra anche Benito Mussolini, con il quale all'inizio non mancano gli scontri e le diffidenze reciproche ù

    Sfiduciato dagli scarsi risultati ottenuti nel modenese, ritenendo di non potere innescare la rivoluzione presso il bracciantato e preferendo quindi svolgere la sua azione fra gli operai dell'industria e dei nascenti servizi pubblici, protagonisti assai più dinamici della rivoluzione industriale e tecnologica che stava modernizzando le grandi città italiane, torna conseguentemente a Milano nei primi giorni del 1911:Milano,scriverà nel 1912,è una delle poche città d'Italia che è ricca di tutte le caratteristiche necessarie a un completo trionfo delle nostre idealità: industrialismo sviluppatissimo, contrasti di classe netti e vivi, nessuna infatuazione elettoralistica, accentuato spirito battagliero, fusione completa fra indigeni e immigrati e quindi nessuna acredine regionalistica...
    Fallito un tentativo di farsi assumere alla Itala (ditta destinata a mutare la denominazione sociale in Fiat) diviene collaboratore retribuito del giornale del sindacato dei ferrovieri,[I]La conquista,e nelle riunioni sindacali sostiene la necessità di organizzare i sindacati sulla base dell'appartenenza all'unità produttiva e non sulla base della qualifica lavorativa, come erano fino a quel momento organizzati i cosiddetti sindacati di mestiere. Veniva così posto in essere un modello innovativo di organizzazione sindacale e di relazioni industriali([I]In conclusione: una organizzazione per ogni stabilimento, una federazione per ogni ramo d'industria, una confederazione fra tutte le federazioni. Ecco secondo il mio modesto parere, cosa dovrebbe essere il grande sindacato metallurgico).
    IL PROGETTO TUTTAVIA NON TROVA UNA GRANDE ADESIONE,ma la sua fama inizia a crescere, accompagnata a un rispetto e a un seguito sempre maggiori presso la classe lavoratrice, grazie alle sue doti oratorie, al suo fascino e alla limpida natura del suo carattere e delle sue intenzioni, alla sua generosità e alla sua intransigenza coerente. Chiamato a dirigere la camera del lavoro di Legnano nel febbraio del 1911, nei mesi successivi, a Milano, diviene capo del sindacato dei lavoratori del gas, i cosiddetti gasisti, di cui organizza uno sciopero che tuttavia fallisce, ma ormai è fra i capi del sindacalismo rivoluzionario milanese. Sul finire del 1911 si impegna negli scioperi di solidarietà con i lavoratori di Piombino e in una accesa campagna contro l'intervento giolittiano in Libia, scrivendo e pubblicando il libretto Le rovine del neoimperialismo italico.
    Dopo un periodo di convalescenza e di cura a Lugano, si reca a Bologna dove assume la segreteria del sindacato provinciale edile e collabora con Pulvio Zocchi per organizzare uno sciopero di facchini e più in generale le forze del sindacato bolognese aderenti al Comitato nazionale dell'azione diretta, diretto da Alceste De Ambris, cioè quella corrente sindacale che è ormai in aperta rottura con il resto della confederazione unitaria. Sempre attivo nella propaganda antimilitarista e di appoggio alle vittime politiche,cioè oppositori incarcerati o costretti all'esilio, viene nuovamente arrestato. A Modena, pur con riluttanza iniziale, partecipa quindi al congresso del Cnad dal quale esce l'Unione sindacale italiana, l'Usi, nei fatti un'aperta scissione in seno alla Confederazione generale del lavoro. Quel che avviene a Modena è fondamentale per la storia del movimento sindacale italiano: con la costituzione dell'Usi, il quadro sindacale unitario fu definitivamente infranto e questa frattura non si sanò mai più, se non per brevissimi periodi e per eccezionali contingenze; ancora oggi la frattura esistente fra sindacati confederali, peraltro a loro volta divisi, e sindacati autonomi, è erede lontana, con varie differenze, di quel congresso. Con lui entrano nell'Usi i fratelli De Ambris, Tullio Masotti, Giovanni e Ines Bitelli, Fulvio Zocchi,Alberto Meschi, Giuseppe Di Vittorio, Riccardo Sacconi, Cesare Rossi, Livio Ciardi, Agostino Gregori, Assirto Pacchioni, Giuseppe Maja, Vittorio Brogi, Nicolo Fancello, Icilio Guatelli, Emiliano Cuzzani e tanti altri.Durante l'assise congressuale tiene una relazione, in seguito pubblicata:Le forme di lotta e di solidarietà,dove indica, nero su bianco, nello sciopero, nel boicottaggio e nel sabotaggio gli strumenti di lotta, nel caso anche violenta, per affrontare la sfida del capitalismo e della borghesia industriale: non con la strategia riformista o l'elezionismo partitico, ma attraverso l'azione diretta.
    LA NASCITA DI UNA NUOVA ORGANIZZAZIONE con tutti i problemi che ne derivano, lo chiama nuovamente a Milano: qui costituisce l'Usm, l'Unione sindacale milanese, associata all'Usi e con un proprio organo di stampa L'Avanguardia.Ottiene un certo consenso con l'adesione dei metallurgici, dei gasisti, del sindacato dei vestiari, dei tappezzieri di carta e dei decoratori. Alloggia in una pensione in Via Eustachi, insieme con i fratelli De Ambris, Michele Bianchi, futuro quadrumviro della marcia su Roma, e Attilio Deffenu, avvocato sassarese, già aderente alla Lega antiprotezionista di Maffeo Pantaleoni e collaboratore de La lupa di Paolo Orano. Nel mese del maggio 1913 guida uno sciopero dei lavoratori dell'auto e dei cosiddetti ciclisti, grazie anche all'appoggio di Benito Mussolini,allora direttore de L'Avanti!.Il destino dei due inizia a incrociarsi, ma i rapporti saranno all'inizio contraddistinti da un forte sospetto e da una reciproca diffidenza e invidia. Lo sciopero, pur non ottenendo i risultati sperati, riesce ad attirare la partecipazione di altre categorie e la figura di Corridonine esce rafforzata. Di nuovo inquisito per avere scritto e diffuso l'opuscoletto Le forme di lotta e di solidarietà(Scrivendo sul sabotaggio io non ho inteso di fare l'apologia del delitto d'incendio e di quello di danneggiamento: ho voluto prendere in esame un fenomeno della lotta di classe... Nessuno ha mostrato...di essersi reso conto di ciò che sia veramente il sabotaggio, del suo valore morale, politico e sociale... un mezzo di lotta nelle guerre economiche tra capitale e lavoro...),torna in carcere; ne esce a metà settembre, dopo il fallimento dello sciopero degli operai del materiale mobile. Poco tempo per riposarsi: nell'ottobre del 1913 è ancora a Parma per sostenere la candidatura di protesta di Alceste De Ambris nelle elezioni suppletive del VI collegio per la Camera(La candidatura protesta....si propone invece di riparare a un'iniquità legale, conferendo al perseguitato dalla reazione le immunità parlamentari, all'unico scopo di trarlo dal carcere o dall'esilio, per restituirlo alla pienezza dei suoi diritti...).
    L'USIVI, NONOSTANTE ABBIA OSPITATO IL CONGRESSO DELL'USI del dicembre 1914 e il vittorioso appoggio a un'ulteriore candidatura di protesta, quella dell'anziano combattente risorgimentale Amicare Cipriani nel gennaio 1914 al collegio VI di Milano, il quale peraltro non potrà mai sedere in Parlamento in quanto rifiutatosi di giurare fedeltà al re, si è nel frattempo fortemente indebolita e versa in gravi difficoltà finanziarie:tant'é che la relazione di Corridoni all'assemblea degli iscritti, tenuta il 23 marzo 1914, è fatta oggetto di forti critiche. Come se non bastasse, Corridoni è entrato in contrasto con Mussolini, contro cui pone in essere un violento e ingiurioso attacco dalle colonne de L'Internazionale di Milano e Parma (l'edizione di Bologna omette invece la pubblicazione dell'articolo), definendo Mussolini apertamente nemico: il 7 marzo 1914 ha scritto infatti Politicantismo socialdemocratico alla sbarra.Come si combatte il lealissimo direttore dell'Avanti!. Chi sono i nostri nemici: Adelino Marchetti e Benito Mussolini.
    Partecipa alla settimana rossa che si scatena dopo i sanguinosi scontri di Ancona del 7 giugno 1914, in occasione della festa dello Statuto e che sfocia in una situazione apertamente insurrezionale in molte zone d'Italia: è fra i capi delle proteste condotte a Milano e, fra gli organizzatori, il più instancabile e coraggioso:
    Mai in Italia c'è stato tanto accanimento contro la folla inerme, troppo abituata alla pazienza e alla rassegnazione. E' ora di finirla. Ma non facciamo della inutile retorica. Dobbiamo cercare di non accontentarci della piccola politica, ma di fare della politica antistatale. Dobbiamo mirare in alto perché non è soltanto contro la bastonata del poliziotto che dobbiamo reagire...ma rivoltarci contro il Governo e contro la Monarchia. Noi diciamo forte che il proletariato di Milano e d'Italia non riprenderà il lavoro fino a quando la Casa Savoia non sarà mandata in Sardegna...
    Diventa una sorta di spauracchio per il padronato milanese, tanto da essere messo all'indice dal Corriere della Sera che ne anticipa la prossima dura repressione. Viene fermato infatti durante una manifestazione e duramente percosso dalla polizia, cui si uniscono gli insulti e la gogna della folla borghese nei pressi della galleria Vittorio Emanuele.Ma il fallimento finale della lotta nella settimana rossa e la definitiva messa in crisi dello
    Sciopero Generale espropriatore come strumento di lotta alternativo per il proletariato all'insurrezione di stile risorgimentale incominciano a generare in luì, così come in tanti altri, un certo pessimismo e una riflessione sul ruolo del sindacato che avrebbe fatalmente anticipato un mutamento radicale delle posizioni.


    di Andrea Benzi
    Sinistra Nazionale!

  4. #4
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    Povero Corridoni!

  5. #5
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    almeno loro se lo ricordano........

  6. #6
    Comandante
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    No, continuano ad usarlo in maniera strumentale, speculano su di un personaggio storicamente di sinistra - rivoluzionaria e nazionale - mischiandolo con nostalgismo e clericalismo ciellino.

    Gli unici eredi e destinatari dell'opera del sindacalista rivoluzionario sono gli stessi militanti del sindacato fondato nella mia città. L'U.s.i. - U n i o n e S i n d a c a l e I t a l i a n a.


  7. #7
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    Mussolini rende omaggio alla memoria di Corridoni : inaugura il monumento all'eroe "delle frasche" a Pausola , e in suo onore rinomina la cittadina Corridonia.
    ( nella foto è con la madre di Corridoni )

    Il FASCISMO , MUSSOLINI ha reso omaggio a Corridoni... anche noi camerati marchigiani lo ricordiamo !!!

    ECCO TUTTO !!! in risposta a tutte le "comari" da tastiera e loro "polemiche" in merito.

    Tra l'altro quando eravamo ancora in Forza Nuova abbiamo avuto contatti diretti e rapporti per documentazioni o libri con la fondazione ufficiale che ricorda e onora la memoria di Corridoni e dell'idea di SINDACALISMO RIVOLUZIONARIO !!!


    Corridonia , 24 ottobre 1936 : discorso di Benito Mussolini


    < bassure della vita politica parlamentare; dimentichiamo per un
    momento Montecitorio e i suoi ciarlatori molesti; allontaniamoci
    da questo spettacolo mediocre e sconfortante; andiamo altrove
    col nostro pensiero che non dimentica; portiamo altrove il nostro
    cuore, le nostre angosce segrete, le nostre speranze superbe,
    e inchiniamoci sulla pietra che, nella desolazione dell'altipiano
    di Trieste, segna il luogo dove Filippo Corridoni cadde, in un
    tumulto e in una invocazione di vittoria. Sembra lontano quel
    giorno, poiché le distanze cronologiche non hanno più
    il senso di questa vicenda tragica, ma non sono in realtà,
    secondo la vecchia misura, che passati due anni. Due anni, dalle
    giornate di maggio che videro nelle strade di Milano le moltitudini
    immense acclamare alla necessità del sacrificio più
    grande; due anni dalla sera della partenza dei volontari milanesi.
    E c'era già nell'addio di Corridoni, quasi il presagio
    certo dell'imminente destino: due anni oggi dalla giornata di
    combattimento che prende il nome della “Trincea delle Frasche”
    e nella quale Corridoni chiuse nel sangue la sua vita di passione.
    Ciò che v'è di eccezionale, di meraviglioso, nell'interventismo
    italiano, è il suo carattere popolare. Movimento di folle
    anonime, non di partiti organizzati. E l'eresia, che per un miracolo
    nuovo afferra le masse meno ortodosse del neutralismo conservatore,
    sovversivo, viene schiantata d'assalto. Nel maggio del 1915 il
    popolo si riconcilia con la Patria e comprende, per una intuizione
    sicura, il valore grande di quel tesoro che aveva misconosciuto
    e disprezzato. Il popolo, che era stato da cinquant'anni un assente,
    rientra, s'inserisce nel corpo vivo della storia d'Italia. Gli
    uomini che danno la voce a questo movimento, sono dei fuorusciti,
    degli insofferenti, degli inquieti, ma soprattutto degli idealisti
    e dei disinteressati.

    L'interventismo porta alle origini questo
    sigillo di nobiltà.

    Che cosa chiedevano questi interventisti?
    Forse la guerra per profittarne? No: domandavano di combattere;
    si preparavano a morire. Affrontavano comunque l'ignoto.

    In Filippo Corridoni l'interventismo nacque
    dall'impulso di difesa della latinità contro la tribù
    barbara dai piedi piatti, come diceva Blanqui, che ha tentato
    ancora una volta di scendere dalle sue pianure nebbiose verso
    le spiagge solatie del nostro Mediterraneo.

    In Filippo Corridoni l'interventismo prorompe
    dalla rivolta istintiva, spontanea, contro l'oppressione e l'ingiustizia
    a danno dei popoli deboli e inermi.

    Ma l'interventismo di Filippo Corridoni
    non si spiega soltanto con questi e altri motivi; e questi motivi
    ne suppongono un altro: il temperamento, l'animo di Corridoni.

    Egli era un nomade nella vita, un pellegrino
    che portava nella sua bisaccia poco pane e moltissimi sogni, e
    camminava così, nella sua tempestosa giovinezza, combattendo
    e prodigandosi, senza chiedere nulla.

    Qualche volta un'ombra di malinconia gli
    oscurava la fronte. Qualche volta la stanchezza delle piccole
    cose e dei piccoli uomini gli tremava nella voce. La guerra fu
    sua, perché era una guerra di liberazione e di difesa;
    ma anche perché la guerra chiede e impone la tensione,
    lo sforzo, il sacrificio.

    In questa guerra che deve decidere le
    sorti dell'umanità per almeno un secolo, in questa guerra,
    eminentemente rivoluzionaria, non nel senso politicante della
    parola, ma per il fatto che tutto è in giuoco, che tutto
    è in pericolo e molto andrà sommerso, e molto sarà
    rinnovato, il posto di Filippo Corridoni non poteva essere fra
    i negatori solitari e infecondi in nome delle ideologie di ieri,
    o fra i pusillanimi che sono contrari alla guerra, perché
    la guerra interrompe o turba le loro abitudini, o documenta la
    loro infinita vigliaccheria.

    Filippo Corridoni fu l'anima dell'interventismo
    popolare. Convinse, commosse, trascinò.

    Volle che alla predicazione seguisse l'azione,
    e ne partì volontario. Volle deliberatamente entrare in
    combattimento. Era in lui, mentre correva alla prima trincea austriaca
    del Carso, una disperata volontà di immolazione, e quando
    la trincea fu espugnata, egli balzò in piedi sul parapetto
    gridando nell'oblio totale di se stesso: — Vittoria! Vittoria!
    Viva l'Italia! — E cadde fulminato nella morte dolce che
    non corrompe le carni, e non fa più soffrire...

    Si vuole che nei primi tempi del cristianesimo
    i fedeli del Nazzareno disseminati in Roma si comunicassero non
    col pane ma col sangue.

    Ognuno si incideva le carni in direzione
    del cuore; e il sangue veniva raccolto in un calice solo, che
    passava poi da labbro a labbro.

    Anche in noi, in nome dei nostri morti,
    vogliamo praticare la comunione del sangue.

    Noi l'abbiamo raccolto il sangue che i
    nostri amici a mille a mille hanno versato senza paura e senza
    rimpianto. È sangue della migliore giovinezza d'Italia:
    sangue latino...

    Oh! poeta, la nostra Patria non è
    più vile. Gli adolescenti vanno incontro alla morte come
    a splendido convito.

    Che importa se, accanto a questa gloria,
    c'è un po' di fango, e vi ruffianano dentro i più
    bassi e più turpi esemplari della politica?


    Noi guardiamo in alto. Noi guardiamo a
    Filippo Corridoni.


    Non lo sentimmo mai così vivo,
    così presente nella nostra ingrata fatica. La sua effigie
    ci guarda in silenzio. Ma noi prendiamo quel cuore, noi dissuggelliamo
    quelle labbra, noi strappiamo l'anima alla corruzione della materia;
    contendiamo all'oblio la perennità del ricordo; chiediamo
    alla morte il grido della vita, e lo scagliamo in faccia a quelli
    che meditano il tradimento.


    Non si getta il fardello prima di avere
    toccato la mèta.

    Non si tradiscono i morti.>>


    firmato : Benito Mussolini

  8. #8
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    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
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    In origine postato da Meridius
    No, continuano ad usarlo in maniera strumentale, speculano su di un personaggio storicamente di sinistra - rivoluzionaria e nazionale - mischiandolo con nostalgismo e clericalismo ciellino.

    Gli unici eredi e destinatari dell'opera del sindacalista rivoluzionario sono gli stessi militanti del sindacato fondato nella mia città. L'U.s.i. - U n i o n e S i n d a c a l e I t a l i a n a.

    Oddio... ricordiamoci che dopo il 19154 l'Unione SIndacale Italiana espulse dalle proprie fila chi, come Corridoni, aveva assunto una posizione bellicistica. prima del 1915, l'intero movimento sindacalista rivoluzionario (anarcosindacalismo e nazionalsindacalismo) in Italia rientra invece sicuramente nell'esperienza dell'USI-AIT.

  9. #9
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    A Mussolini bruciavano le chiappe, perchè gran parte dei corridoniani si erano schierati con gli antifascisti (Vedi Legioni Corridoni) e.. non potendo "parlar male" del Sindacalista, lo coprì di Nero, come fece con D'Annunzio e la simbologia dell'arditismo, la Carta del Carnaro etc.
    L'ha utilizzato in maniera "strumentale", proprio come fate voi clericali.

  10. #10
    Comandante
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    Corridoni, giovane di 26 anni, alto, slanciato, oratore popolare immaginoso, "Pippo", come lo chiamavano i milanesi, non era un uomo fatto per le attese ideologiche. Mussolini, oratore meno abile e meno popolare, ne crepava d'invidia.
    Povero "Pippo"! Un giorno si seppe che era andato volontario. Di lì a poco cadde sul Carso. Che sarebbe stato di lui se fosse sopravvisuto? Nessuno saprebbe immaginarlo squadrista contro i lavoratori.


    Armando Borghi, op. cit. p.163

 

 
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