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    Predefinito Dante Bottazzi: cosa ne Pensate?


    Uccise nel «triangolo della morte»:
    è stato espulso dai Ds Dopo 60 anni la Quercia di Modena riapre il caso del partigiano responsabile di tre omicidi



    MODENA — Chi sa, non parla; si tessera. A 15 anni dalla richiesta di verità di Otello Montanari, riaffiora un altro lato oscuro del triangolo della morte: nei registri ds. Dante Bottazzi, 83 anni, espulso dal Pci, condannato per tre omicidi—un parroco, un carabiniere, un compagno «delatore » —, indicato dagli storici tra i capi della banda che insanguinò questo pezzo di Emilia, fuggito in Jugoslavia, amnistiato, racconta oggi a una tv locale: «Sono tornato al paese, e mi sono riscritto al partito». Che ora, tra le polemiche, lo riespelle.
    Dal libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti: «Anche l'altro capo del gruppo si atteggiava a teorico. Era Beta, 23 anni, già seminarista e poi studente universitario. Ad avviarlo al sacerdozio era stato don Giuseppe Tarozzi. La Gazzetta di Modena descrisse Beta così: "Era magro, effeminato nella voce, nel gestire, nel camminare.A volte aveva sul viso un' espressione di sadismo e di follia"». Dall'intervista di "Beta", indicato come Dante Bottazzi nel libro di Ermanno Gorrieri Ritorno a Montefiorino, rilasciata nei giorni scorsi a TeleModena: «Non ho niente di cui vergognarmi. Sono venuto qui in Croazia nel 1946, perché ero ricercato dalla polizia. Ho cominciato subito a lavorare, poi mi sono laureato all'università di Zagabria. Ho avuto anche il diploma di partigiano dal presidente Pertini. E sono iscritto ai Ds e all'Anpi di Castelfranco Emilia».
    Dal comunicato della federazione provinciale Ds di Modena: «Essendo venuta a conoscenza del fatto che il Signor Bottazzi Dante, presentatosi come libero cittadino iscritto alle liste elettorali (in quanto le condanne da lui subite furono amnistiate e condonate), è stato giudicato e condannato per diversi crimini da lui commessi dopo la Liberazione, la Segreteria Ds di Castelfranco Emilia ha attivato la commissione di garanzia che dovrà valutare compatibilità della sua iscrizione al Partito».
    Il Pci l’aveva espulso nel 1946, «per indegnità» scrisse l'Unità. Ora la procedura d'espulsione è stata avviata dai Ds, come conferma il segretario provinciale Ivano Miglioli. Una pagina nera del dopoguerra si era riaperta. Nessuno però se n’era accorto. «Il segretario di Castelfranco è una ragazza di 25 anni, Nadia Manni. Come poteva sapere?» spiegano in federazione. A dichiararsi è stato proprio Bottazzi, in un’intervista ad Alessandro Smerieri e Maria Elena Mele, che l'avevano cercato per una trasmissione rievocativa sulla loro emittente locale: «Ho la coscienza tranquilla. Sono innocente. Sono tornato più volte al paese, liberamente».
    Poi l’argomento decisivo: la tessera. «Ho sempre lavorato e tuttora lavoro per la giustizia sociale. Questo mi ha spinto a reiscrivermi. Sì, sono regolarmente iscritto ai Ds». Scrive Gorrieri: «L’agricoltore Luigi Cavallotti viene spogliato, derubato e poi strangolato con una fune. L'operaio Dante Schiavoni viene trovato cadavere, con un biglietto al collo: "Eroicamente mi sono ucciso per aver fatto la spia". Confusa con la vittima designata, il fattore Leo Pesci, viene freddato per errore il diciassettenne Giorgio Veronesi».
    La segreteria Ds di Modena comunica: «Si tratta della procedura formale prevista dallo statuto del Partito: un percorso che necessita di determinati tempi tecnici, ma che è già stato attivato. Un aspetto che però nulla ha a che vedere con il giudizio politico dei Ds nei confronti dei fatti storici che vedono coinvolto Dante Bottazzi, che è netto, chiaro ed espresso in tempi non sospetti». Dice Bottazzi: «Sono arrivato in Jugoslavia nell'ottobre 1946. La polizia segreta, che si chiamava Udba, il controspionaggio jugoslavo, mi mise in prigione. Pensavano fossi una spia. Poi mi liberarono. Ho insegnato nella scuola della minoranza italiana fino al 1960. Dal '60 all'83, quando sono andato in pensione, sono stato professore universitario alla facoltà di economia di Fiume».
    Bottazzi non fu processato per le vittime di cui scrivono Pansa e Gorrieri, cadute nel triangolo di 6 chilometri per lato Castelfranco-Manzolino- Piumazzo. Tranne che in tre casi. Gorrieri: «Il 13 marzo 1946 viene trovato morto il giovane Renato Seghedoni, un ex partigiano comunista che ha denunciato le malefatte dei compagni e stracciato la tessera del partito. Al funerale, i suoi assassini si presentano alla famiglia per fare le condoglianze e si offrono di portare a spalla la bara».
    Per l’omicidio di Seghedoni, Bottazzi fu condannato in contumacia all’ergastolo nel gennaio 1952. Nell’ottobre 1947 aveva avuto trent’anni per l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Attilio Vannelli. Nell’aprile 1951, 18 anni per l’omicidio del parroco di Riolo di Castelfranco, prelevato dalla canonica nella notte tra il 25 e il 26 maggio 1945: don Giuseppe Tarozzi. Il corpo non fu mai ritrovato. Il segretario provinciale Ds Miglioli: «Per le violenze e gli eccessi del dopoguerra non ci sono giustificazioni. Chi si sia macchiato di crimini e sia stato per questi giudicato non può trovare nei Ds alcuna ospitalità. Non è una posizione personale ma la posizione ufficiale del partito». Bottazzi: «Io non ho niente a che fare con queste storie. Loro davano tutta la colpa ame perché io non ero presente. Io ero già qua, a Fiume. È una cosa che anche i responsabili che mi vogliono bene a Roma cercano di evitare. Io ho anche una pratica al ministero degli Esteri. Adesso ho i documenti in regola, posso viaggiare, sono libero. Non ho nessuna colpa. Ad ogni modo è tutto chiarito, anche di fronte alla legge attuale. Perché queste cose, commesse o non commesse, sono state tutte amnistiate nel '67».
    Il primo a reiscrivere la storia del triangolo della morte è stato quindici anni fa Giovanni Fantozzi, storico cattolico, figlio di un partigiano della Brigata Italia (Vittime dell'odio. L'ordine pubblico a Modena dopo la liberazione). È il momento del «chi sa parli» di Montanari. Chi a Roma «vuol bene» a Bottazzi? Non io, dice il senatore Ds Luciano Guerzoni, ex sottosegretario alla Pubblica Istruzione: «Venne da me solo a chiedere un finanziamento per un suo dizionario italo-croato, che ottenne poi da altri. Mi parve un vecchietto con tratti da intellettuale. L’ho rivisto a Modena un mese fa, parlò di pratiche per avere la cittadinanza italiana».
    La presidente dell’Anpi Aude Pacchioni: «Dopo sessant’anni un cittadino, chiunque esso sia, anche se graziato o amnistiato, ha diritto di aderire a movimenti politici o a associazioni». Bottazzi: «Sono diventato partigiano dopo il massacro fascista di San Ruffillo. A darmi la spinta decisiva fu la riesumazione di quelle salme, a decine. Erano tutti partigiani. C’era anche mio fratello Ernesto, che era stato granatiere nell'esercito». E le polemiche di questi giorni? Al telefono della casa di Fiume dice una donna dall’italiano incerto: «Il signor Bottazzi non c’è e non si sa quando torni. E partito per un lungo viaggio».
    Aldo Cazzullo
    06 maggio 2005

  2. #2
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    Credo di potere dire la mia. Certo, sono giovane e non ho fatto la guerra ma ho ricordi di prima mano di quel periodo. Tutti i miei nonni, ora defunti, erano adulti all'epoca dei fatti. In più abito nel bel mezzo del cosiddetto "triangolo rosso".
    Mentre il Sud del paese venne liberato tra '43 e '44 e il centro nel 1944 (Roma giugno e Firenza agosto, se non erro) a nord dell'Appennino la popolazione dovette sopportare un altro inverno di occupazione, distruzione e dominio nazista.
    La situazione da queste parti era drammatica. L'eccidio dei 7 (sette) fratelli Cerci al poligono di Tiro di Reggio Emilia, avvenuta ad opera dei fascisti, è solo un esempio della ferocia che imperava. Eccidi, omicidi, stupri, rapine, torture. Ancor oggi a Reggio c'è una villa, famigerata, dove le SS praticavano i loro interrogatori. Reggio era una città vessata, tormentata. I nazisti occupavano anche le case.
    Eppure, una città che aveva eletto il primo sindaco socialista nel 1905, non si piegava e centinaia di giovani andarono in montagna a combattere il nemico nazista e fascista.
    Fu una lotta senza quartiere che si risolse con la vittoria della libertà e della democrazia.
    Questo dobbiamo sempre averlo presente: qualcuno aveva ragione, qualcuno torto.
    Poi, oggi a distanza di 60 anni possiamo anche esprimere giudizi più articolati. C'era, tra chi combatteva il nazifascismo una non completa concordia sullo sbocco che avrebbe dovuto assumere la situazione. C'era chi, animato dai migliori ideali di giustizia, propugnava non la democrazia ma la dittatura del proletariato.
    C'erano. E molti di loro non consegnarono le armi alla fine della guerra. Questo in città è noto. Molti seppellirono le armi in attesa della Rivoluzione.
    Nel clima che seguì la liberazione, c'era voglia di giustizia anche sommaria. Molti torti chiedevano di essere riparati. Qualcuno ne approfittò per eliminare avversari politici che nulla avevano di colpa se non quella di pensarla diversamente. Noi dobbiamo avere ora il coraggio di prendere le distanze da chi, tradendo gli ideali della liberazione, si lasciò andare a episodi di giustizia sommaria. Solo così onoreremo la memoria di chi combattè davvero per la libertà e la democrazia.
    Mi piace ricordare le parole di mio nonno, militante comunista che raccontò un episodi accaduto durante un congresso del Pci comunale di Reggio Emilia. Qualcuno dei delegati sostenne che in caso di attacco sovietico all'Italia, loro si sarebbero schierati con l'Urss.
    Ebbene, mio nonno ricorda di essersi alzato assieme ad altri compagni affermando che in quel caso loro, in quanto italiani, avrebbero combattuto per l'Italia e contro l'Unione sovietica. Così dicendo, abbandonarono la sala.
    Questo accadeva nel pci reggiano degli anni '50-'60. Mi piace pensare che questo fosse il vero spirito della liberazione.

  3. #3
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    Che Bottazzi è un coglione, si doveva iscrive a RC o al max al pdci....
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

 

 

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