
Originariamente Scritto da
_Riccardo_
1. Il 5 dicembre prossimo si terrà il
No Berlusconi Day.
Superando la nausea per queste espressioni americanoidi (che dicono molto di un clima culturale), sembra proprio che si stia profilando un
Halloween politico.
Se non si aderisce al dolcetto della manifestazione, si avrà come scherzetto la solita serie di improperi: “cripto-fascista”, “passato dall’altra parte”, ecc.
Io non ci sto: non parteciperò e mando anticipatamente a quel paese i soliti confusionari che si dedicheranno agli scherzetti idioti.
Perché non ci andrò?
Partiamo dall’appello Ferrero-Di Pietro.
L’incipit è sconfortante: “
La crisi economica sta determinando una sofferenza sociale sempre maggiore”.
Dopo di che non si dice nulla di cosa sia questa cosiddetta “crisi economica”.
E’ un evento naturale? Deriva da troppe ruberie a livello globale? Dagli spacciatori internazionali di titoli tossici? Dall’ingordigia di alcuni? Dalla caduta tendenziale del tasso di profitto? Dall’avvicinarsi dell’allineamento planetario previsto dai Maya?
Boh!
Dopo di che si passa a una breve descrizione delle malefatte del governo: tagli al welfare, disoccupazione, compressione degli stipendi, ecc... . Cose che conosco benissimo dato che sono un metalmeccanico in mobilità.
Diciamo subito che l’alternanza dei governi di centro-destra e centro-sinistra della Seconda Repubblica, hanno visto solo un accumularsi bipartisan di tagli, un accumularsi bipartisan di tasse e un accumularsi bipartisan della pressione sugli stipendi, sull’occupazione, sulle pensioni ecc. Questo è un punto che riprenderemo dopo, quando cercheremo di immaginarci un post-Berlusconi.
Il punto principale rimane quello precedente: che diavolo è questa “crisi”?
2. La sinistra tutta, da quella riformista a quella radicale ha curiosamente introiettato l’elaborazione di Hardt e Negri dell’
impero acefalo (variamente chiamato “globalizzazione”, dai più riformisti, o “imperialismo delle multinazionali”, dai più radicali), che a sua volta curiosamente introiettava la visione ideologica che i protagonisti
economici e
ideologici della globalizzazione e della finanziarizzazione davano di questi fenomeni.
A nulla servì la precoce ammissione di Henry Kissinger “
Globalizzazione è un altro termine per supremazia statunitense”. L’interpretazione era ormai data: la globalizzazione era uno “stadio” del capitalismo, ottimo per alcuni, funesto per altri.
La crisi mondiale a questo punto poteva essere vista solo come un errore di percorso (ingordigia, mutui
subrime, titoli tossici vari, perdita di contatto con l’economia reale - per alcuni nostri blasonati economisti di sinistra la crisi era addirittura dovuta all’incapacità dell’americano medio di calcolare il montante quando chiedeva un mutuo; e non sto scherzando!). E’ quanto fece e fa la sinistra moderata (e la destra).
In alternativa i più audaci la vedevano e la vedono come una crisi del capitalismo tout-court. Ovvio: essendo la globalizzazione uno stadio del capitalismo, la sua crisi è la crisi del capitalismo. Di riffa o di raffa si è tornati all’idea di “fase suprema del capitalismo”.
Per cui basta rispolverare la lotta di classe e ci siamo.
L’imperialismo, ovvero lo scontro di blocchi geograficamente distinti di stati-nazione, non esiste più nell’orizzonte politico. Lo spazio politico mondiale è
liscio, come ci hanno insegnato Gilles Deleuze e Toni Negri, ergo le sole
striature sono di carattere sociale.
E’ solo in quest’ottica che si possono sostenere gli
yuppies di Teheran contrabbandandoli per “giovani, donne, studenti e lavoratori” senza altre qualifiche sociali. E’ solo in quest’ottica che ci si può dimenticare in pochi mesi del massacro di Gaza per concentrare il proprio sdegno sulla visita ufficiale non di Lieberman, non di Netanyau ma del colonnello Gheddafi. E’ solo in quest’ottica che ci si può dimenticare bellamente del golpe fascista in Honduras orchestrato dalla coppia di serpenti Obama-Clinton, che invece si vorrebbe come rappresentante della presa di coscienza che, per l’appunto, lo spazio politico mondiale è liscio.
Rifacciamo allora un passo indietro di dieci anni, e vediamo cosa ci diceva allora senza peli sulla lingua il due volte Premio Pulitzer e falco democratico, Thomas Friedman:
«La mano invisibile del mercato globale non opera mai senza il pugno invisibile. McDonald's non può prosperare senza McDonnell Douglas, il costruttore degli F-15. E il pugno invisibile che mantiene sicuro il mondo per il fiorire delle tecnologie della Silicon Valley si chiama Esercito degli Stati Uniti, Marina degli Stati Uniti, Aviazione degli Stati Uniti, corpo dei Marines degli Stati Uniti. [...]
Questo è troppo facilmente dimenticato oggi. Per troppi executives della Silicon Valley [ma anche per troppi “rivoluzionari” nostrani. Nota mia], non ci sono più né geografia né geopolitica. [...]
Lì ci sono executives che si vantano dicendo: “Non siamo una compagnia statunitense. Siamo IBM-USA, o IBM-Canada, o IBM-Australia, o IBM-Cina”. A loro dico “Ah si? Bene, allora la prossima volta che avete un problema in Cina chiamate Jiang Zemin perché vi aiuti. E la prossima volta che il Congresso liquida una base militare in Asia - e voi dite che non vi riguarda, perché non vi interessa quello che fa Washington - chiamate la marina di Microsoft perché assicuri le rotte marittime dell'Asia. E la prossima volta che un congressista repubblicano principiante chiede di chiudere più ambasciate statunitensi, chiami America-On-Line quando perde il passaporto”.
“
A Manifesto for the Fast World”. New York Times Magazine, 28 marzo 1999 (vedi:
http://www.nytimes.com/1999/03/28/magazine/a-manifesto-for-the-fast-world.html?scp=1&sq=thomas%20friedman%20march%2019 99&st=cse&pagewanted=10)
Poco dopo iniziavano i bombardamenti sulla Serbia con cui l’amministrazione di “sinistra” di Clinton apriva le danze che sarebbero continuate con le guerre infinite di Bush Jr. che ora stanno passando la necessaria revisione (o “
assessment” nelle nuove e meno favorevoli condizioni) da parte del novello idolo della sinistra, Barack Obama.
Continua:
Comunismo e Comunità