Alla Fiera del libro di Torino una provocazione in "nuorese stretto" dello scrittore Marcello Fois
Convegno "Lingua Madre". E allora parlo in limba
di ROBERTO COSSU
«Non è educato parlare una lingua che la gente non capisce», diceva la nonna di Marcello Fois. Mica solo lei. «Tanti sardi pensavano che non stava bene far parlare i bambini in limba». Una volta, e magari ancora oggi, da qualche parte. A scuola insegnavano l'italiano come un atto di progresso. Elevazione che significava condanna per l'altra lingua, quella di casa. Doveva essere un privilegio, invece era una «coercizione», e così - racconta lo scrittore nuorese - per molti anni «ho avuto paura di accostarmi alla lingua madre». Al sardo. Fois racconta alla Fiera del libro di Torino. Dove "La Lingua madre" è il tema dominante. E «come si può parlare di lingua madre se non esprimendosi nella lingua madre?». Giusto. Giusto allora esordire con un po' di limba. Per pagare un debito, per riscattare una certa «vergogna», per spiegare cosa significa per lui letteratura. Nuorese stretto, nell'Arena Piemonte (non c'è un pizzico di sottile perfidia?). Dove ha appena parlato Tahar Ben Jelloun, anche lui alle prese da sempre con due lingue, l'arabo e il francese. Nuorese troppo stretto persino per Giorgio Todde, l'altro ospite dell'incontro. E non finisce lì il racconto di Fois. Un apologo o qualcosa del genere, tanto più suggestivo perché in questi giorni, a Torino, si parla molto di Sergio Atzeni. Che ha riflettuto, e bene, sulle stesse cose. Fois racconta ancora della nonna che forse si era dimenticata di dirgli che «è meglio se le lingue si includono e non si escludono». Ma poiché la nonna aveva ragione sul principio dell'educazione, lo scrittore torna all'italiano. E spiega quanto gli sia costata quella «coercizione» e quanto l'altra lingua, la vera, gli premesse dentro. «Per tanto tempo, ad esempio, ho glissato sulla botanica. I nomi non mi venivano in italiano, mi venivano in sardo». Così è "nato" uno scrittore che già scriveva, ma che forse non aveva ancora le idee chiare sulle cose che sentiva. Il rischio del folclorismo? «Basta essere sinceri. Dopo la tv, la rivoluzione più orrenda è stata la costituzione delle Pro loco: hanno inventato costumi, balli, che non sono mai esistiti». E «hanno inventato anche il liquore di mirto, per turisti sciocchi: sciroppo per la tosse. Se glielo offrivano, mio nonno diceva "grazie, sto bene"». Non è tutto da Torino. Però è interessante. E sarà infantile pensarlo, ma perché non credere che gli scrittori, dovunque si trovino, anche fuori dalle pagine, raccontano sempre, e talvolta meglio degli storici, una lunga storia?
www.unionesarda.it 9/5/05




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