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    Talking Giovanni Paolo II nel ricordo di due Sorelle Maggiori

    Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
    Comunicato n. 56/05 del 9 maggio 2005, San Gregorio Nazianzeno



    Pubblichiamo due articoli scritti da delle famose giornaliste ebree, che riteniamo eloquenti sul rapporto intercorso tra Giovanni Paolo II e l¹Ebraismo. Un rapporto che un autentico Papa non potrebbe iniziare né continuare.

    Doc. n. 1 _ Articolo di Fiamma Nirenstein: Quel biglietto nel Muro del Pianto



    Il Papa a Gerusalemme, nel marzo del 2000, era già ferito e malato, e passo passo si avviò verso il Muro del Pianto sotto gli occhi stupefatti dei cronisti come un bianco monolite fatto di carisma e di determinazione, diretto al suo obiettivo micidiale: chiudere l¹antisemitismo plurimillenario della Chiesa. Andò diritto e lento col suo biglietto in mano verso il Muro Occi-dentale sotto gli occhi stupefatti e increduli della gente ebrea a inserire un foglietto di carta bianca piegato in quella specie di posta diretta con Pa-dreterno che sono le fenditure del Muro Orientale delle rovine del tem-pio di Erode prima che i romani lo distruggessero nel 70 dopo Cristo cre-ando la diaspora ebraica; e fece quello che fa, in realtà, ogni ebreo che ci giunge. Scelse la sua fessura fra le pietre squadrate un migliaio di anni fa, e inviò il suo messaggio, accompa-gnandolo con un segno di croce per benedizione. Il contenuto era altret-tanto rivoluzionario quanto il gesto: chiedeva perdono del male che la Chiesa aveva fatto a ebrei e mussulmani sia con le persecuzioni religiose sia con le imprese di conquista al tempo delle Crociate.
    Il viaggio era stato accompagnato da una valanga di punti interrogativi e di polemiche: in quell¹anno il processo di pace già cominciava a declinare, nell¹aria si respirava aria aggressività e conflitto, la paura che gli israeliani da una parte e i palestinesi dall¹altra potessero tirare dalla loro parte la grande coperta papale si univa a forti preoccupazioni di sicurezza. Ci fu alla vigilia dell¹arrivo di Giovanni Paolo anche una infelice disputa teologica messa in piedi dalla parte cristiana dei palestinesi che suggerirono ad Arafat una rivendicazione di un Cristo non veramente ebreo, ma in realtà «primo palestinese». Il papa se ne guardò bene, percorrendo anzi le orme di Gesù ebreo con identificazione, visi-tando le tracce visibili della sua carne o celebrandone la corporea tridimen-sionalità nell¹orto del Getsemani.
    Il viaggio, anche se non trascurò affatto la questione palestinese con la visita a Betlemme e al campo profugo di Deheishe mano nella mano con Arafat, fa soprattutto, nell¹ambito della politica internazionale del papa, il completamento del suo messaggio sul popolo ebraico: fine delle persecuzioni, fine dell¹antisemitismo, fine della considerazione dello Stato degli ebrei come di uno stato anomalo, teologicamente stupefacente, politicamente im-barazzante. Fu la visita logicamente susseguente a quella alla diaspora nella sinagoga di Roma e di suggello del riconoscimento dello Stato d¹Israele. Un gesto rivoluzionario dal punto di vista teologico, perché poneva fine all¹idea che l¹ebraismo fosse superato e di fatto morto a fronte della novità storica e dottrinale del cristianesimo.
    Dunque i tre giorni a Gerusalemme furono innanzitutto una pietra milia-re teologica che ribadì il pensiero di Giovanni Paolo: egli, nell¹espressione «fratelli maggiori» aveva spiegato al mondo cristiano gli ebrei come ogget-to di suprema vicinanza, di rispetto culturale, teologico, direi dinastico, e anche di amore familiare. Insomma, tutto il contrario del tradizionale disprezzo teologico che aveva portato alle persecuzioni di cui il Papa portava i segni nella sua memoria polacca.
    Questo non vuoi dire che in nome delle altre scelte di fondo della sua politica estera in quegli anni come la difesa dei poveri, la simpatia per il Terzo Mondo e per le rivendicazioni di indipendenza, il tentativo di aiutare i suoi cristiani in un mondo mussulma-no tendenzialmente ostile, il papa non si spingesse fino a Deheishe uno dei campi profughi più militanti con 16 morti nella prima Intifada, per stringe-re la mano ai palestinesi.
    Si mostrò solidale con la loro sete di libera e di benessere, ma evitò tutti i temi politici come Gerusalemme o i rifugiati. Però, al contempo ignorò la voce del Muez-zin che cercò di coprire la sua nella piazza di Betlemme e scambiò saldi sorrisi e strette di mano con Arafat. Né il papa trascurò un altro elemento fondamentale della sua vasta politica internazionale che lo faceva dì continuo salire e scendere dagli aerei, quando al Santo Sepolcro incontrò di fronte alla lastra che aveva coperto il corpo di Cristo crocifisso i rappresentanti delle altre confessioni cristiane in genere intenti a strapparsi brani delle pietre del Golgota e della sua povera Chiesa spezzettata. Adesso stavano tutti là intorno, intorno del Papa già sofferente che baciava sulla lastra sepolcrale la sofferenza del suo modello, e che sempre di più lo sareb-be divenuto: il Cristo della Passione.
    Ma più di ogni altra visita fu quella a Yad Va Shem, il Museo dell¹Olocau-sto a lasciare senza fiato chi lo accom-pagnò, e la sottoscritta fra quelli, e il mondo intero. Il Papa era molto emo-zionato quando entrò nella sala della Rimembranza, si fermò a guardare per terra il nome del campo di concen-tramento di Lwow Deanowska, e poi quelli di Auschwitz, Sobibor, Tre-blinka... tragici luoghi di casa sua.
    Il luogo è il segno, la santificazione stessa di Israele, poco distante dal centro della memoria sono sepolti i grandi della storia attuale d¹Israele, Rabin, Begin... il Papa ha guardato dal-la vetta della collina la Valle di ein Kerem dove nacque Giovanni Battista. All¹inizio del saluto il Papa lesse il salmo che dice: ³Sono diventato un rifiuto, la mente il cuore e l¹anima sentono un estremo bisogno di silen-zio². Nella semioscurità della sala si assiepavano zitti e attoniti gli ospiti, e fra loro tanti vecchi amici del giovane Woytila, polacchi che erano stati a scuola con lui. E dall¹altra parte, l¹ac-compagnava l¹allora Primo ministro, il giovane Ehud Barak, che assieme a Giovanni Paolo accese la fiaccola della memoria. Mai, chi c¹era, potrà dimenti-care il papa circondato dai suoi vecchi amici polacchi ebrei alla fine della cerimonia, le fotografie, i nomi sussur-rati fra di loro, nomi di gente che non c¹è più: ³Ti ricordi...². Sorrisi e lacrime di compagni della tragica avventura europea.
    E, soprattutto, l¹incredibile proflu-vio non di richiesta di scuse o di risposte a tali richieste, ma di pura affettuosità verbale e anche gestuale fra il Papa e Barak. ll giovane primo ministro fra lo stupore di tutti benedis-se il vecchio pontefice: ³Tu sia bene-detto in Israele² gli disse. Come un vero fratello maggiore. E il Papa sorri-se umilmente, benedetto dal suo vec-chio giovane fratello ritrovato, il popo-lo ebraico in Israele.
    (Da La Stampa del 3 aprile 2005)

    Doc. n. 2 _ Articolo di Elena Loewenthal: Ricordando Toaff in sintonia con il popolo ebraico



    La Bibbia non è soltanto il libro sacro. Non è soltanto il dettato di Dio, consegnato dall¹alto a un¹umanità interdetta. E¹ anche l¹impronta di quell¹immane distan-za che separa da sempre e per sempre il cielo dalla terra. Fra una dimensione e l¹altra, infatti, la parola dell¹Eterno quasi nulla s¹assomiglia: da quella dell¹uomo. Sono così pochi i verbi che l¹uno e gli altri hanno in comune, che attestano la reciproci-tà.
    Fra i pochi ve n¹è uno, però, che lungo il tessuto sacro suona come un imperativo o una speranza. Un proponimento e un patrimonio. Ricorda!: è ingiunto tante e tante volte da Dio agli uomini nella Bibbia. Ricordo: dice anche di sé l¹Eterno, vuoi per rassicurare vuoi per punire chi lo ascolta. Anche per questo la memoria è stata per secoli e millenni il tesoro dei figli d¹Israele: un bene da tramandare ai propri figli ogni giorno che passava. Un indispensabile mecca-nismo di sopravvivenza perché quando non possiedi più nulla, nemmeno la licenza di esistere, allora non resta che ricordare.
    Per questo, la menzione di Elio Toaff nel testamento di Giovanni Paolo II è, da un punto di vista ebraico, ben più di un semplice tributo di gratitudine, della rievocazione di un passato condiviso da uomini, a partire da quel giorno in cui il papa entrò in sinagoga e si sedette con il rabbi-no. Il ricordo è per il popolo d¹Israele qualcosa di più concreto. E¹ qualcosa che quasi tocchi con mano: non per nulla, il memoriale alla Shoah si chiama «Yad wa-Shem», che in ebraico significa ³Mano e Nome². Su questa collina di Gerusalemme, il monumento ai bambini non è altro che buio, una luce sola riflessa all¹infinito e un milione e mezzo di nomi scanditi anch¹essi, all¹infinito. Il ricordo è un patrimonio, un territorio del-l¹anima. E¹ una materia tenace, indispensabile alla vita. Non ha nulla di simbolico, la memoria, nell¹ebraismo. Non è mai un conve-nevole di pura cortesia.
    L¹ebraismo la sente come qual-cosa di vivo: è presenza autentica, non vaga ombra del passato. Per questo, il testamento del papa con la menzione del rabbino tocca le corde più profonde, più antiche e tenaci del popolo ebraico. E¹ il segno di una sintonia che le parole faticano a spiegare. E¹ la voce - anzi, la mano e il nome - di una rispondenza preziosa, e cosi rara dentro una lunga storia che ha più diviso che unito. In parole povere, arriva dritta al cuore.
    (Da La Stampa dell¹ 8 aprile 2005)


    ____________________________________


    Centro studi Giuseppe Federici: [email protected]
    http://www.centrostudifederici.org/
    (archivio dei comunicati nella sezione rassegna stampa)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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