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    Predefinito CRISI. Manent: la sfida dell'identità contro il mito dell'Europa dei banchieri



    CRISI/Manent: la sfida dell'identità contro il mito dell'Europa dei banchieri

    Pierre Manent
    venerdì 20 febbraio 2009



    Con una battuta “culturale” ad effetto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti disse, pochi mesi fa, che per la soluzione dell’attuale crisi «non ci vorrebbe una nuova Bretton Woods, bensì una nuova pace di Westfalia». Il problema cioè, se abbiamo ben capito il senso della frase, non è solo economico, ma affonda le proprie radici in quella che è l’origine stessa degli equilibri fra gli stati moderni. Un problema politico e, soprattutto, culturale.

    È questa la prospettiva su cui si colloca la riflessione di Pierre Manent. Filosofo della politica, discepolo di Raymond Aron e direttore del centro studi a lui intitolato, Manent, da vero e proprio intellettuale a tutto campo, lancia una sfida radicale all’Europa moderna: dalla crisi attuale si esce «solo recuperando una dimensione nazionale, dentro la quale si giochi la responsabilità, anche economica, di ciascuno». E tale recupero non può che avvenire «sul fondamento dell’appartenenza religiosa», l’unica base che abbiamo per trovare un «linguaggio comune europeo». È finito il tempo in cui ci si può, e quasi ci si deve sentire (secondo l’astrattezza dell’illuminismo cosmopolita) “cittadini del mondo”: si è cittadini di una particolare città, e da lì si parte per il mondo.


    Il crollo di un mondo “alieno”



    Extraterritorialità: è questa la parola chiave che Manent utilizza per descrivere il modello economico che ora si sta sgretolando. «Un modello molto sistematico e ideologico, rivelatosi del tutto limitato e insufficiente», definibile come «ultraliberalismo di stampo anglosassone; o, più semplicemente, il modello di riferimento del settimanale “The Economist”. A questo schema tutto il mondo si è adeguato, in una sorta di alienazione generale». Lo spartiacque cronologico, l’inizio cioè di questo nuovo ordine mondiale economico-finanziario, lo si può ravvisare nel “big bang” verificatosi alla Borsa di Londra a metà degli anni Ottanta: la grande liberalizzazione che rese possibili le contrattazioni su scala mondiale. «Prima di allora – spiega Manent – ciascun attore economico aveva una particolare responsabilità all’interno del quadro politico nazionale. In Francia ad esempio abbiamo visto in atto una forte solidarietà tra banchieri, per cui se uno falliva gli altri si sentivano in dovere di andargli incontro. Ma era così anche negli Stati Uniti. Con il “big bang”, invece, Londra è diventata come una sorta di portaerei, dotata di una extraterritorialità finanziaria, all’interno della quale gli attori economici mondiali si sono lanciati in operazioni sempre più stravaganti».

    Che cosa ha permesso che questa stravaganza potesse essere lasciata senza freni, libera di esprimersi nei modi più bizzarri, e alla fine pesantemente rovinosi? «A parte i discorsi sull’avidità dei finanzieri» (che è motivo reale, ma non sufficiente a spiegare la piega mondiale dell’attuale situazione), «il punto essenziale è stata la scomparsa di un quadro nazionale, con tutto l’intreccio di responsabilità che esso implica. La comunità finanziaria si è tramutata in un pianeta parallelo, senza rapporti con le nazioni, comprese quella inglese e statunitense».

    La caduta di un modello cattivo non può che essere salutata come una buona notizia, sebbene al momento non si vedano che le macerie del passato. Come ricostruire, trasformando la crisi in un’opportunità? «Quel che vediamo ora è che i vari stati, compresa l’America, vanno verso politiche protezionistiche, e al proprio interno ciascuna nazione mette in campo reazioni diverse. In questo atteggiamento c’è qualcosa che potrebbe avere conseguenze molto negative, se tutto si trasforma semplicemente in una dannosa concorrenza fra protezionismi; ma al contrario può essere un atteggiamento positivo, se ciascun paese si sforza invece di ritrovare un modo a lui consono di governarsi. Nell’ultimo periodo, infatti, siamo stati pesantemente inquinati da una dottrina fallace secondo la quale non ci sarebbe che un solo modo di fare le cose: un solo modo di reggere l’economia, un solo modo di tenere i conti dello stato, un solo modo di organizzare le banche etc. Ritengo che si debba recuperare un certo senso della diversità, e che ciascun paese abbia la possibilità di ritrovare le risorse che gli sono proprie».


    Una nuova appartenenza: la sfida dell’Europa cristiana



    «Quello che non possiamo più permetterci è pensare di essere uomini senza territorio, senza nazionalità, senza appartenenza». Attenzione, però: si vuole forse tornare agli stati nazionali, con le relative guerre sfociate infine negli orrori del Novecento? «Di certo non si può tornare al passato» precisa subito Manent: «questo non lo si può mai fare in assoluto; e soprattutto sarebbe sbagliato in questo senso, visto che nessuno vuole ritornare alle guerre del Ventesimo secolo. Però è necessario recuperare quel quadro nazionale dentro cui si gioca la responsabilità dei singoli. E questo non può avvenire che con la riscoperta di appartenenze nuove, che non saranno altro che le antiche modificate nelle nuove circostanze».

    Un percorso culturale complesso, in cui l’Europa può e deve giocare un ruolo centrale: «non l’Europa delle istituzioni, l’Europa astratta già bocciata dai referendum sulla carta costituzionale» puntualizza Manent, «perché quella non è altro che un’inutile riproposizione della macchina mondializzatrice. Ciò che serve è l’Europa come referente spirituale». Non che con questo Manent intenda sconfessare l’ipotesi di un’unità anche politica a livello europeo. Quella è una prospettiva tuttora valida, ma che può trovare all’interno delle nazioni stesse la propria ragion d’essere: «i diversi soggetti della realtà europea devono ritrovare il senso della responsabilità nazionale, e sulla base di questo fondamento costruire le proprie politiche. Al tempo stesso ci deve essere l’impegno di costruire politiche comuni a livello europeo: ma queste verranno ricavate dagli elementi comuni ai vari stati, e non saranno le politiche di un ente esterno, di un’istituzione astratta, svincolata dagli stati stessi». Una politica comune «delle nazioni europee», e non astrattamente una politica «dell’Europa».

    Su quale base allora ricostruire queste nuove appartenenze nazionali? Manent non ha dubbi, e spiega in che modo l’Europa deve tornare ad essere “referente spirituale”: «le nazioni europee non possono più elaborare le loro politiche senza accettare di essere nazioni di impronta cristiana; non possono fare come se così non fosse. Questo è il punto che determina sia il rapporto con gli Stati Uniti (che condivide questa impronta), sia con Israele, sia con il mondo musulmano».


    Un fondamento valido per tutti


    In questa ricostruzione di un’appartenenza nuova, come fondamento delle politiche nazionali e delle politiche comuni europee, il fattore religioso «gioca dunque un ruolo centrale per orientare il dibattito pubblico». Non si ricostruiscono cioè le nazioni europee se non a partire da questo elemento imprescindibile, e da più parti, magari anche inconsapevolmente, riconosciuto. «Senza questo fondamento l’Europa non può avere un linguaggio con cui parlare con il mondo. Prendiamo ad esempio il caso importantissimo dei rapporti con Israele: su quali basi gli stati europei possono trovare un linguaggio chiaro per comunicare con lo stato ebraico, se non sul fondamento religioso?». Un linguaggio chiaro che deve essere da una parte riscoperto, e dall’altra parte accettato: «solo all’interno di questa chiarezza si possono costruire reciproche richieste».

    Resta però da capire come possa conciliarsi questa impostazione con la condizione di generale scristianizzazione dell’Europa: può l’Europa laica accettare di riscoprire la propria identità sul fondamento religioso? «Come non bisogna tornare agli stati nazionali della modernità, così non si può pensare di tornare all’Europa medioevale. Il punto è un altro: bisogna riconoscere che nell’orientamento collettivo dell’Europa vi è un riferimento religioso, al quale si può aderire o meno, ma che fa parte degli elementi costitutivi del nostro mondo. Senza il riconoscimento di questa appartenenza – a prescindere, ripeto, dall’adesione personale al fatto religioso – non avremo mai quel linguaggio comune che solo ci può permettere di ricostruire un tessuto nazionale, e sulla base di questo entrare in relazione col mondo intero».


    (Rossano Salini)

    Il Sussidiario.net: CRISI/ Manent: la sfida dell'identità contro il mito dell'Europa dei banchieri


    carlomartello
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    Predefinito Rif: CRISI. Manent: la sfida dell'identità contro il mito dell'Europa dei banchieri

    Pierre MANENT
    Il “dispotismo illuminato” di Bruxelles


    tratto da: Tempi, 22.3.2007, n. 12, p. 40-43.

    intervista di Casadei Rodolfo

    «Abbiamo rinunciato alla nostra sovranità,sogniamo di scomparire dentro l'utopia dell'umanità universale. Il processo di integrazione europea è ormai una finalità senza scopo»

    Tante buone intenzioni, nessuna responsabilità. È il "dispotismo illuminato" di Bruxelles


    «Per un lungo periodo le nostre nazioni e l'Europa si sono sviluppate insieme. A partire da un momento che non è facile precisare. lo strumento si è staccato dai corpi politici nazionali e ha preso vita propria. "L'Europa" si è cristallizzata in un'idea dotata di una legittimità superiore ad ogni altra e munita di meccanismi istituzionali capaci di ricomporre tutti gli aspetti della vita degli europei. Costoro si sono trovati presi in una "finalità senza scopo" che non aveva più senso politico, e il cui solo avvenire era un'estensione indefinita che nessuno sapeva più né dove né come arrestare. Siamo a questo punto».
    Pierre Manent, direttore della Scuola di alti studi in scienze sociali di Parigi (Ehess, istituto per la formazione alla ricerca afferente al ministero dell'Educazione), discepolo di Raymond Aron, è il più tocquevilliano dei filosofi politici francesi. Soltanto uno dei suoi numerosi libri è stato tradotto in italiano e con ben 16 anni di ritardo, ma si tratta del più famoso, “Storia intellettuale del liberalismo”. L'anno scorso Manent ha dato alle stampe, dopo qualche esitazione, un libretto di 100 pagine edito da Gallimard che è la più acuta critica colta del processo di integrazione europea fino ad oggi prodotta da uno studioso delle forme politiche: “La raison des nations. Réflexions sur la démocratie en Europe”. Da esso è tratto il brano sopra citato. Invitato a tenere una conferenza dal Centro culturale di Milano nel febbraio scorso, ha accettato di discutere con Tempi di quelle osservazioni sulla fragilità del progetto Europa.

    Professor Manent, perché un rispettato filosofo liberale della politica come lei ha appoggiato il no al referendum francese sul progetto di costituzione europea? C'è qualcosa che non la convince nel processo di integrazione?
    Pierre MANENT: Sì, non ho votato tanto contro il trattato quanto contro il modo in cui è stata costruita l'unità europea negli ultimi 15 anni. Non ho voluto incoraggiare la classe politica a proseguire sulla via che ha imboccato, quella di un ampliamento indefinito dell'Europa senza prima rispondere a questioni importanti come la definizione del rapporto fra le nazioni e l'Unione, senza stabilire quali sono le frontiere dell'Europa, senza dare una risposta al problema Turchia. Votare "sì" avrebbe significato firmare un assegno in bianco per il proseguimento di un cammino che va nella direzione sbagliata.

    Lei critica l'Unione Europea non solo perché è poco democratica - punto su cui molti le danno ragione -, ma perché pretenderebbe di essere una democrazia non nazionale. Cosa c'è di sbagliato nell'ambire ad essere una democrazia non nazionale?
    Pierre MANENT: C'è di sbagliato che non si può essere una democrazia senza essere un popolo, una nazione. E un popolo, per esistere, deve avere dei contorni definiti, deve essere qualcosa di preciso. Ora, se c'è un popolo di milioni di persone che vivono in democrazia, ma ogni due-tre anni a esso si aggiungono decine di milioni di nuovi membri, quel popolo cessa di essere tale. In realtà oggi gli europei sono vittime di una specie di utopia, l'utopia di una democrazia che da una parte garantirebbe i diritti umani, dall'altra sarebbe libera, per una sorta di miracolo, dalla necessità di appartenere a un corpo politico. Mi spiace: se ci si vuole governare, bisogna esistere, bisogna essere qualcosa, ma questo non è possibile se la Ue è in stato di espansione permanente. Anziché prendere sul serio la questione di cosa significa oggi per i paesi europei governarsi, l'Europa si sta impegnando nella costruzione di un'utopia: l'unificazione dell'umanità, di cui l'Unione Europea sarebbe il primo stadio.

    Se non può essere democratica perché non è una nazione e se non può essere una nazione perché non sa darsi confini, che sarà allora la nostra Unione Europea?
    Pierre MANENT: È sbagliato partire da una definizione istituzionale dell'Europa. Bisogna partire dal fatto che siamo cittadini di differerenti nazioni i quali continueranno a vivere in queste differenti nazioni: Italia, Francia, Germania, eccetera. Esse sono impegnate, in quanto nazioni, in un'impresa comune che si chiama Europa. Stiamo facendo delle cose insieme e altre potremmo farne; facendole vedremo se questo si traduce in altre istituzioni politiche comuni. Ma a che serve, per esempio, istituire un ministro degli Affari esteri dell'Europa quando non abbiamo una politica estera comune? Soltanto se verrà elaborato un punto di vista europeo sulle cose del mondo l'Europa comincerà ad esistere come tale, e non costruendo istituzioni che vengono dichiarate arbitrariamente comuni. Oggi un ministro degli Affari esteri europeo non è altro che il minimo denominatore comune della politica estera tedesca, francese, italiana, inglese, eccetera. Cioè nulla. L'errore è che si concepisce l'Europa come una costruzione istituzionale, mentre bisognerebbe intenderla come una costruzione politica, partire da una prospettiva politica che definisce il posto dell'Europa fra i grandi attori del mondo.

    Nel libro “Le ragioni delle nazioni” lei appioppa alle istituzioni europee le etichette di "agenzia umana centrale" e di "dispotismo illuminato".
    Pierre MANENT: "Dispotismo illuminato" mi sembra una definizione giusta. Hanno buone intenzioni, vogliono perfezionare la società, si preoccupano della nostra salute, di quello che mangiamo e della larghezza delle nostre strade e dei nostri ponti; e dietro a tutto ciò sta un'idea della vita buona propria di questi illuminati, indifferente alle questioni che sono al cuore della vita delle persone e che hanno un rapporto con la loro appartenenza politica. Perché la questione vera non è quella di produrre regole ecologiche o alimentari più severe; la questione è quella di vivere, di trovare nella vita collettiva le risorse di senso che permettano di vivere una vita umana abbastanza soddisfacente. E questo è possibile solo quando si conduce una vera vita politica, quando il corpo politico ha il sentimento della sua responsabilità, quando ciascuno può essere responsabile davanti alla propria comunità. Invece ci troviamo di fronte a una sorta di progetto utopico preso in carico da questa istituzione europea che avrà lo stesso destino delle altre utopie: fallirà.

    Alcuni la accusano di sostenere che l'Europa unita può esistere solo come nazione cristiana. È questo ciò che lei pensa?
    Pierre MANENT: No, io non dico che l'Europa dovrebbe trasformarsi in una nazione cristiana; quello che io dico è che l'Europa, nella sua evoluzione storica, s'è sviluppata nella forma di una pluralità di nazioni, e questa pluralità di nazioni si è costruita nel confronto con la religione cristiana, con la proposta di comunione cristiana. Questo significa che non bisogna opporre l'Europa alle nazioni, perché l'Europa è una pluralità di nazioni. E significa non che gli europei sono cristiani o tutti cristiani, ma che il tipo di comunità che siamo l'abbiamo elaborato in un rapporto molto complicato, molto ambivalente, allo stesso tempo di ostilità e di appropriazione, nei confronti della proposta cristiana. Perciò se vogliamo che l'Europa abbia un senso, se vogliamo che l'Europa sia altra cosa che l'inizio dell'unificazione dell'umanità, bisogna prendere sul serio questo rapporto col cristianesimo.

    Altra critica che le è stata fatta riguarda la questione della laicità. Lei avrebbe detto che oggi lo Stato laico è impossibile, e che bisogna che le nazioni e l'Europa ritrovino le loro radici cristiane se vogliono restare democratiche. È vero?
    Pierre MANENT: No, io sono a favore dello Stato laico, ma critico il discorso laico illusorio della Francia di oggi. Nel mio paese si cerca la salvezza nello Stato laico come se l'applicazione dei suoi tradizionali princìpi alle nuove circostanze, in particolare al dato dell'immigrazione islamica, fosse capace di risolvere tutti i problemi. Così non è, perché lo Stato laico alla francese è nato come risposta a circostanze relative alla presenza della Chiesa in Francia che non esistono più, e perché non esiste più l'ideale condiviso della "nazione sacra" di cui lo Stato laico era il braccio armato. Dopo la crisi del caso Dreyfuss e la legge di separazione fra Chiesa e Stato del 1905, laici e cattolici francesi si sono riconciliati attorno all'idea di "nazione sacra" nelle trincee della Prima guerra mondiale. Su di essa si è appoggiato lo Stato laico. Ma oggi l'autorità della nazione si è molto indebolita, e di conseguenza si è indebolita l'autorità dello Stato. Penso che mantenere l'espulsione della religione dallo spazio pubblico che vige in Francia non risponde alle esigenze dell'attuale situazione. Bisogna trovare i modi di una presenza discreta ma reale della religione cristiana nello spazio pubblico, perché altrimenti ci troveremo nella situazione paradossale di uno spazio pubblico neutro dove la sola presenza religiosa è quella musulmana. In Francia alcuni politici propongono di istruire gli imam a spese dello Stato per controllarli meglio. Ma così avremo lo Stato laico che finanzia la religione musulmana, la quale assurgerebbe in qualche modo a sola religione di Stato. Non è una soluzione ragionevole.

    In un'intervista lei ha affermato che gli Stati Uniti «padroneggiano sommamente l'uso che fanno dell'ideologia universalista. Noi europei, al contrario, non governiamo l'ideologia universalista, è lei che ci governa». Che cosa intende dire?
    Pierre MANENT: Voglio dire che gli americani utilizzano (non solo a scopi manipolatori) l'argomento del valore universale della democrazia, della necessità di incoraggiare i movimenti democratici nel mondo perché la democrazia americana è una forza per il bene, ecc. Ma allo stesso tempo gli americani continuano a fare una differenza molto netta fra sé e il resto del mondo, non vogliono confondersi con l'umanità. Gli americani non vogliono istituzioni sovranazionali, non vogliono una giustizia internazionale; il popolo americano (sia i repubblicani che i democratici) vuole essere sovrano. Gli europei, per parte loro, hanno rinunciato a questa idea di sovranità, pensano che ciò rappresenti un progresso morale e vogliono fondersi nell'umanità, scomparire dentro di essa. Pensano che non ci siano istituzioni più legittime delle istituzioni mondiali, giustizia più legittima della giustizia internazionale. Considerano i tribunali europei e quelli internazionali più legittimi di quelli nazionali perché più universalisti, più mondiali: questa è una grossa differenza. Gli americani possono fare tante stupidaggini, ma conservano questa forza: sono padroni a casa loro perché vogliono essere sovrani, vogliono governarsi da sé. Invece noi europei rischiamo di perderci in questa umanità senza forma che è per noi in qualche modo l'oggetto di un'adesione perfetta.

    Il “dispotismo illuminato” di Bruxelles


    carlomartello
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