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    iRS - Sassari
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    Predefinito La "Linga" sigundu Lilliu

    Uno dei padri del sardismo e del pensiero identitario interviene nella discussione sulla lingua

    «Io chiedo un referendum»

    Lilliu: «Una lingua unificata non la accetterei»



    «Come Soru, pongo l’accento sulla priorità e l’urgenza che tutti i sardi tornino a parlare la loro lingua»


    --------------------------------------------------------------------------------


    L’intervento del presidente Soru in chiusura dei lavori del Premio Ozieri, ha aperto un dibattito sulle problematiche linguistiche. Il suo discorso a molti è parso di grande apertura e di una forte convinzione nel rilanciare la lingua sarda come patrimonio irrinunciabile e insieme occasione di incontro, di dialogo, di crescita culturale e di relazione; in altri invece ha provocato reazioni, che riprendono vecchie polemiche che si trascinano nel tempo senza mai giungere a una soluzione condivisa. La vecchia querelle riguarda la scelta di una delle varietà linguistiche diffuse nell’isola, contrapposte a una lingua unificata, costruita a tavolino, o alla lingua di mesania.
    Sulle prospettive aperte dal presidente Soru abbiamo sentito il parere del professor Giovanni Lilliu, un “pioniere” - come lui stesso si definisce - che ha dedicato alla ricerca e alla valorizzazione della cultura e della lingua sarda la sua intelligenza e le sue energie.
    - Professor Lilliu sono noti il suo interesse e il suo impegno per la tutela della lingua. Le dichiarazioni di Renato Soru in occasione del Premio Ozieri sollecitano un dibattito costruttivo e parallelamente una ripresa più intensa e partecipata dell’uso del sardo da parte di tutti e in tutte le varianti presenti nell’isola. Secondo lei è questa la direzione giusta perché i sardi possano liberamente riappropriarsi della loro lingua materna, sa limba de domo e de sa bidda, della quotidianità, dell’amicizia, della confidenza?
    «Il Presidente Soru ha fatto molto bene ad andare ad Ozieri e a fare la sua relazione. La Regione si è portata così al di fuori della sua sede cagliaritana, è andata fra la gente e sarebbe utile che lo facesse anche in altre occasioni e in altre sedi. Condivido la necessità di aprire un dibattito intorno alla questione della lingua perché è giunto il momento di placare la diatriba sul sardo e mettere ordine. Se alcuni pensano alla mesania, altri che si debba utilizzare una delle parlate, io invece - con altri studiosi e come Renato Soru - pongo l’accento sulla priorità e urgenza che tutti i sardi tornino a parlare la loro lingua, che ognuno parli il sardo del proprio paese o della propria città. Il Presidente ha invitato inoltre noi tutti a utilizzare il sardo nella comunicazione quotidiana, ciascuno facendo uso della propria variante. Credo che il confronto e lo scambio linguistico tra i parlanti costituisca forse l’unica possibilità di giungere alla codificazione di una lingua ufficiale, della cui necessità per l’avvenire io sono pienamente convinto. Ritengo sia necessario quindi avviare lo scambio tra le singole parlate in modo che esse stesse inizino a unificarsi, a fondersi. Questa a mio avviso è la priorità».
    - Riprendere a parlare il sardo coi familiari, coi nonni in particolare - che sono ancora depositari di un sapere che abbiamo forse trascurato - con gli amici, è considerato da alcuni come un atteggiamento regressivo, chiuso, da “intellettuali rustici”; altri invece pensano che sia un tramite e un’esperienza per comprendere meglio noi stessi, le nostre stratificazioni culturali e linguistiche. Qual è il suo parere?
    «Non sono d’accordo con chi sostiene che riprendere a parlare il sardo sia un passo indietro rispetto all’italiano, utilizzata ormai dalla stragrande maggioranza degli isolani per comunicare. Io sono un sardofono, nasco con la lingua di mio nonno, a scuola ho imparato l’italiano e sono diventato bilingue. Riprendere a parlare il sardo significa anche comprendere meglio il contesto culturale del nostro paese, del nostro paesaggio, dei nostri monumenti perché sono un’espressione di una storia e di una cultura che era dei sardi. Bisogna stare attenti all’identità e quindi anche alla diversità perché costituisce una ricchezza che deve essere preservata, valorizzata, e infine deve essere fruibile dal mondo».
    - Il ritorno alla lingua sarda anche a scuola, nelle materne e elementari, non può che inserirsi in un contesto di educazione plurilingue, in cui i bambini possano apprendere contemporaneamente sardo, italiano, inglese e, auspicabilmente, altre lingue di cultura. Gran parte dei sardi è come lei bilingue. La realtà linguistica regionale è tuttavia più complessa: se nella comunicazione e nella scrittura domina l’italiano, siamo contemporaneamente sollecitati a confrontarci col mondo, con altre lingue e culture. Quanto ha influito il suo bilinguismo sardo-italiano per entrare in contatto con altre culture e altre lingue?
    «L’essere bilingue mi ha aiutato ad aprirmi alla comunicazione con il mondo e con l’Europa e per questo successivamente ho appreso altre lingue come il tedesco e il francese. Anche se ritengo che il sardo debba essere una lingua di comunicazione tra noi - tra gli isolani e tutti gli altri sardi che vivono nel mondo - la nostra condizione di bilingui ci abitua fin dall’infanzia ad avere a che fare con più lingue e questo facilita il nostro apprendimento delle lingue straniere. Mio nipote parla un po’ il sardo e contemporaneamente comincia a conoscere l’inglese grazie alla scuola».
    - Le amministrazioni locali sono invitate a redigere i propri atti ufficiali nella variante linguistica dei singoli paesi e città e si prospetta inoltre la scelta di una lingua mediana comprensibile a tutti per atti amministrativi regionali solo in uscita. Qual è il suo parere in proposito?
    «Il presidente Soru propone che una prassi già adottata da alcuni paesi - quella di stendere gli atti amministrativi e burocratici nella propria varietà di sardo - venga adottata da tutte le amministrazioni comunali e provinciali dell’isola. Su questo io sono d’accordo perché la legge lo consente. Personalmente una lingua unificata e imposta - come quella codificata in alcune proposte che ho avuto modo di esaminare - non la accetterei o almeno la sottoporrei al giudizio di un referendum popolare. D’altra parte io vorrei anche distinguere il sardo comunemente parlato dal codice, ancora da elaborare, che ritengo dovrebbe essere usato all’interno della Regione e dei suoi uffici, un codice solo in uscita, di tipo burocratico».
    - Risponde alla linee programmatiche della coalizione di centro-sinistra, la nomina di una commissione tecnico-scientifica, che non ha compiti decisionali ma quello di individuare una serie di parametri sulla base dei quali effettuare un’indagine volta «ad acquisire dati, sulla percezione, sugli atteggiamenti e sull’uso del sardo e delle altre varietà tutelate». Grazie ai risultati di quest’analisi credo che le decisioni future meglio risponderanno ai bisogni, all’esigenze e alle attese di tutta la comunità. Non le pare che su queste basi si possa avviare ed assecondare un processo linguistico - integrato in un progetto di sviluppo culturale complessivo - accettato da tutti senza imposizioni o forzature?
    «Queste erano proposte che anche io avevo fatto all’Osservatorio intorno al 1997, ma che non erano state tenute in nessun conto. In particolare, avevo avanzato l’ipotesi di un censimento regionale volto ad acquisire dati relativi al numero delle persone che capiscono la lingua, al numero complessivo di quelli che la parlano, distinti per varietà - comprese il tabarchino di Carloforte, il gallurese, che è assai simile al corso, e il catalano di Alghero. La Sardegna è oggi un’isola plurilingue e tutte queste lingue devono essere preservate perché testimoniano una storia e sono fonte di ricchezza per la nostra cultura».
    - Una realtà culturale complessa e in continua evoluzione deve essere capace di sfruttare per il suo sviluppo le risorse di nuove tecnologie. Va in questa direzione la scelta della Regione di destinare un canale digitale televisivo alla elaborazione e divulgazione - anche in limba - delle nostre tradizioni e potenzialità culturali. Come valuta questa nuova prospettiva?
    «La politica linguistica e culturale deve seguire una nuova strada, aprendosi alle contaminazioni e alla innovazione. L’innovazione, la tecnologia è un mezzo che deve essere sfruttato per dare più slancio alle nostre risorse linguistiche e culturali. Da questo punto di vista la proposta di Renato Soru mi trova pienamente d’accordo. La comunità sarda, analogamente a quanto avviene in Catalogna, deve avere una sua emittente televisiva indipendente che si occupi di diffusione della cultura, e che sia slegata dal mondo della politica».
    - Il rapporto tra lingua e identità, tema a lei caro, viene rilanciato nella prospettiva che si sta delineando?
    «Il presidente Soru ha formulato una proposta linguistica aperta largamente accettabile dai sardi, ma non da tutti perché ci sono quelli che non hanno un’autocoscienza di essere sardi o che se ne vergognano. La lingua, o meglio le lingue sono da questo punto di vista un mezzo di autocoscienza, che consente di riappropriarsi delle proprie radici. Per quello che mi pare di aver capito, la proposta di Soru va nella direzione di una grande apertura che mira a collocare la Sardegna nel mondo, l’identità nella pluralità senza alcun tipo di gerarchia ma ponendo tutti su un piano paritario».
    - Questa proposta linguistica sembra raccogliere l’eredità di un lungo dibattito e di atti politici importanti che l’hanno vista tra i protagonisti.
    «In questo campo sono un pioniere e mi fa piacere che il Presidente Soru mi abbia in alcune occasioni riconosciuto questo ruolo. In una delibera del 1971, della Facoltà di Lettere e Filosofia, noi chiedemmo due cose: che si usasse la lingua sarda in tutte le scuole della Sardegna, e in secondo luogo che fosse riconosciuta l’autonomia della nostra isola, che la Sardegna diventasse una nazione a tutti gli effetti. Da questo e grazie al lavoro dei movimenti autonomisti di allora è nata la legge 26. Già allora alcuni di noi pensavano all’ipotesi federalista, a una Sardegna federata, intesa come una piccola nazione all’interno dell’Italia. Per fare questo bisogna rilanciare l’autonomia, è necessaria un’autonomia avanzata. Anche lo Statuto deve essere arricchito di nuove competenze, in materia ambientale, di gestione e salvaguardia dei beni culturali etc. Fino ad oggi non si è riusciti ad avere in questi settori l’autonomia di altre regioni a statuto speciale come la Sicilia e credo che sia un punto su cui aprire una seria vertenza politica».
    - Con quali strumenti e azioni politiche pensa che sia utile intervenire per realizzare un progetto di sviluppo culturale complessivo?
    «Io sono d’accordo sul fatto che debba essere studiato un sistema di incentivi per promuovere la lingua sarda, affinché si parli e si diffonda la nostra lingua e la nostra cultura in Sardegna e nel mondo. In questo quadro è importante però che non ci siano né forzature, né imposizioni, né incomprensioni e litigi. L’imposizione è inaccettabile perché questo avviene solo in un dominio, noi siamo una comunità e per questo le scelte devono essere formulate nelle sedi politiche e l’ideale sarebbe poi di sottoporle al giudizio popolare attraverso un referendum. Già la legge 26 comunque ha aperto la strada affinché si incominci a parlare il sardo fin dalle scuole materne e elementari. Anche se è importante che il sardo lo si parli in famiglia, ed è fondamentale il ruolo dei nonni, custodi di un sapere antico che ormai si sta perdendo. I miei nonni mi hanno trasmesso le loro conoscenze e la loro sapienza. I miei ricordi d’infanzia sono fatti di ciò che ho visto fare dai nonni e di quello che mi hanno insegnato a fare - dal lavoro nei campi alla lavorazione del pane. Molti nelle città hanno sbagliato e continuano a sbagliare nel cancellare le tracce del passato. È stato ed è un errore ad esempio quello di eliminare i portoni antichi delle case campidanesi, le insegne di alcuni negozi perché si tratta di memorie viventi che mostrano a chi le osserva la successione storica, il passaggio del tempo. Tutto questo vale ovviamente anche per il cibo ed i costumi. Bisogna ovviamente evitare però che il turismo diventi “di plastica”, inventato. Cioè bisogna promuovere e tutelare ciò che effettivamente è stato e basta, senza creare miti o leggende artificiali».
    - La Sardegna in questi ultimi anni vive una stagione culturale particolarmente felice, cinema, letteratura, musica e arti visivi sono in grande fermento. Secondo lei c’è anche un interesse e una passione per il nostro patrimonio culturale, anche nei suoi aspetti folclorici?
    «Mi pare che negli ultimi anni ci sia un ritorno alla tradizione, un riavvicinamento alle proprie radici soprattutto attraverso la musica, il ballo, il canto. Queste attività vanno preservate perché testimoniano il contesto culturale in cui siamo inseriti e consentono di promuovere la lingua. Ho l’impressione che attraverso la nostra lotta degli anni Settanta i sardi si siano riappropriati di molte tradizioni e che la situazione sia gradualmente migliorata. L’esempio di questo presidente che parla il sardo, e che lo ha fatto anche ad Ozieri, molto sensibile nei confronti della nostra particolarità culturale, penso sia un incentivo all’attivarsi di questo processo culturale. Lo sostengo ma lo invito a parlare in lingua anche altrove, in altri contesti, ad essere ancora più presente fra la gente».
    A commento di questa conversazione con professor Lilliu, che ci esorta a sfruttare le risorse della nostra e di altre lingue, mettendoci contemporaneamente in guardia dal rischio di cadere ancora una volta in annose e inconcludenti dispute, ricorriamo all’autorevolezza del grande semiologo russo Jurij Michailovic Lotman, fondatore della Scuola di Tartu, e alla sapienza di un detto popolare.
    Per Lotman è «necessario non solo aumentare le quantità di comunicazione nelle lingue esistenti, ma anche aumentare continuamente la quantità di lingue in cui si possono tradurre i torrenti di informazione, rendendoli dominio degli uomini. L’umanità ha bisogno di un mezzo più solido per conservare l’informazione, di quanto non lo sia l’aumento fino all’infinito delle comunicazioni in una lingua sola».
    Il detto popolare, che piace a professor Ciusa-Romagna, così ci ammonisce: «Poleddu chi molet, non fachet caminu!»... anche perché di strada da fare ce n’è ancora molta.

  2. #2
    Meda sabios paris
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    De akkordu kun sa pius parte...... Però, una pregunta: puitte no at cuntestadu in Sardu??
    Est sempere sa mattessi cantara: faeddana de Limba in...... italianu......
    A bellu puntu semus!

  3. #3
    Makillotu
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    Originally posted by Kornus
    De akkordu kun sa pius parte...... Però, una pregunta: puitte no at cuntestadu in Sardu??
    Est sempere sa mattessi cantara: faeddana de Limba in...... italianu......
    A bellu puntu semus!


    eh vabbeh...ajò peroe no depimus esser goi intransigentes..no nos podimus ilmentigare ca po meda pessones est pius àgile de faeddare in italianu (po a mie po assèmpiu, ki m'an pesadu in italianu), e ki b'at meda pessones puru ki faeddan in saldu e lu pienin de foeddos italianos (deo puru inoghe, intransigente, agile) gavinu po primu lu faghet "custa situazione andat totalmente modificada" custu keret narrer una cosa ki l'iskimus totus, su saldu 'e oe non jughet meda foeddos astratos e tecnològicos, sas soluziones sun tres: a) faeddas in saldu cun peràulas italianas a intro (deo pesso custa poite no timo sos prèstitos, su saldu nd'est pienu de ispanismos, gana, fentana..totu peràulas ibèricas, tando no timo sos prèstitos italianos), b) faeddas in italianu, c) fràigas neologismos a pompa e recùperas totus sas peràulas bezzas (po custa est logicu ca ti deves morrer de tribàlliu, e ki devet èssere unu tribàlliu fàghidu dae linguistas).

  4. #4
    w i punkillonis
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    Originally posted by Kornus
    De akkordu kun sa pius parte...... Però, una pregunta: puitte no at cuntestadu in Sardu??
    Est sempere sa mattessi cantara: faeddana de Limba in...... italianu......
    A bellu puntu semus!
    est ca sos giornales non ti ddu purbicant in sardu....

    comunca gratzias a doloverre.

    saludu mannu a tottus..

    L

  5. #5
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    Originally posted by Miali
    eh vabbeh...ajò peroe no depimus esser goi intransigentes..no nos podimus ilmentigare ca po meda pessones est pius àgile de faeddare in italianu (po a mie po assèmpiu, ki m'an pesadu in italianu), e ki b'at meda pessones puru ki faeddan in saldu e lu pienin de foeddos italianos (deo puru inoghe, intransigente, agile) gavinu po primu lu faghet "custa situazione andat totalmente modificada" custu keret narrer una cosa ki l'iskimus totus, su saldu 'e oe non jughet meda foeddos astratos e tecnològicos, sas soluziones sun tres: a) faeddas in saldu cun peràulas italianas a intro (deo pesso custa poite no timo sos prèstitos, su saldu nd'est pienu de ispanismos, gana, fentana..totu peràulas ibèricas, tando no timo sos prèstitos italianos), b) faeddas in italianu, c) fràigas neologismos a pompa e recùperas totus sas peràulas bezzas (po custa est logicu ca ti deves morrer de tribàlliu, e ki devet èssere unu tribàlliu fàghidu dae linguistas).
    Preferisco la C
    ciao Miali

  6. #6
    w i punkillonis
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    Originally posted by Miali
    eh vabbeh...ajò peroe no depimus esser goi intransigentes..no nos podimus ilmentigare ca po meda pessones est pius àgile de faeddare in italianu (po a mie po assèmpiu, ki m'an pesadu in italianu), e ki b'at meda pessones puru ki faeddan in saldu e lu pienin de foeddos italianos (deo puru inoghe, intransigente, agile) gavinu po primu lu faghet "custa situazione andat totalmente modificada" custu keret narrer una cosa ki l'iskimus totus, su saldu 'e oe non jughet meda foeddos astratos e tecnològicos, sas soluziones sun tres: a) faeddas in saldu cun peràulas italianas a intro (deo pesso custa poite no timo sos prèstitos, su saldu nd'est pienu de ispanismos, gana, fentana..totu peràulas ibèricas, tando no timo sos prèstitos italianos), b) faeddas in italianu, c) fràigas neologismos a pompa e recùperas totus sas peràulas bezzas (po custa est logicu ca ti deves morrer de tribàlliu, e ki devet èssere unu tribàlliu fàghidu dae linguistas).
    chirrache sa b ca zai ddu est sas atteras si poden fagher toptu a duas in paris ...puitte nono ?

  7. #7
    Meda sabios paris
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    Originally posted by Lutzianu
    est ca sos giornales non ti ddu purbicant in sardu....

    comunca gratzias a doloverre.

    saludu mannu a tottus..

    L
    Veru...... Ma a su nessi cumprendene ki suni una maniga de tzerakkos traittores!
    A subra e tottu si lu faghet unu Jigante ke tiu Lilliu!
    A ti l'immajinas sos titulos?
    "Lo intervistano in italiano, l'Accademico risponde in limba!"
    Puru kun kustas kosas si pesan sas cussentzias.......
    Foltzis tenide bisontzu de unu pagu de iskola dae Eva Klotz e dae sos Schützen.....

  8. #8
    Makillotu
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    Originally posted by Janluca
    Preferisco la C
    ciao Miali
    ciao Janlù

    po fai sa C giai giai nisciunu podit chistionai o iscrì in sardu perou..est una cosa d'elite po chini si ponit a studiai totus is fueddus bècius e totus is neologismus chi ant prodùsiu (o mancai ancora iant'a depi produsi) is linguistas.

    a mimi puru m'iat a praxi de prus..

  9. #9
    Makillotu
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    Originally posted by Lutzianu
    chirrache sa b ca zai ddu est sas atteras si poden fagher toptu a duas in paris ...puitte nono ?
    ello!

  10. #10
    w i punkillonis
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    Originally posted by Kornus
    Veru...... Ma a su nessi cumprendene ki suni una maniga de tzerakkos traittores!
    A subra e tottu si lu faghet unu Jigante ke tiu Lilliu!
    A ti l'immajinas sos titulos?
    "Lo intervistano in italiano, l'Accademico risponde in limba!"
    Puru kun kustas kosas si pesan sas cussentzias.......
    Foltzis tenide bisontzu de unu pagu de iskola dae Eva Klotz e dae sos Schützen.....
    Lilliu mancari totu sos difettos at iscrittu unu libru in limba sarda.
    Sentidos de Libbertade de sa Cuec.

    si cheres ti ddu prest-o.
    Saludos
    est una raccolta de articulos suos...
    L

 

 
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