Il musicista:<<Sì, sono stato vicino alla Lega ma si tratta di un errore di gioventù. Credo però sia giusto valorizzare e trasmettere le tradizioni locali>>
Borsato:<< Canto in dialetto la strada della vita>>
Esce l’ultimo disco del cantautore bassanese. Le ballate raccontano il Vento degli anni Cinquanta
LE RADICI
L’idea è quella di mettere assieme le cose semplici a partire dalle nostre origini.
I MAESTRI
Tra i miei punti di riferimento De Andrè, Knopfer e Springsteen
Usare il linguaggio universale della musica per trasmettere il legame con le tradizioni e il territorio. Bassanese figlio di immigrati, un'infanzia vissuta fra la campagna veneta e un paesino vicino a Zurigo, una gioventù segnata dall'attrazione per le spinte autonomiste espresse dalla Lega (allora in Veneto era semplicemente la Liga), Sergio Borsato ha fatto bingo con il suo quarto album dal titolo La strada bianca.
L'ultimo lavoro in studio del cantautore bassanese, distribuito da Sony Music in tutto il mondo, sta conquistando pubblico, critica e media statunitensi e tedeschi. E mentre «America Oggi», il più importante quotidiano italiano distribuito in milioni di copie negli Stati Uniti, gli dedica un corposo primo piano, l'ormai ex «cantautore della Lega» guarda avanti.
Liquidando la vicinanza al movimento di Umberto Bassi come «un errore di gioventù» e dando vita ad un ampio progetto culturale che ha un univo obiettivo: promuovere e diffondere la lingua, la tradizione e la cultura locali attraverso la musica.
Borsato, cosa significa trasmettere in musica il legame con il territorio?
«La grande idea è quella di mettere assieme le cose semplici, a partire dalla nostra storia e dalle nostre origini. Occorre valorizzare, e nel mio caso, cantare, le tradizioni locali, basate anche sulle piccole cose, per confrontarsi con il resto del mondo».
Da cosa è animato il suo nuovo disco?
«Fa parte di un progetto che ruota attorno ai "Figli di una luna storta", un gruppo di amici e musicisti che cerca di ripercorrere una strada tradizionale che parta dal nostro territorio, per riscoprire la cultura e la koinè locali.
Solo grazie alle differenze si può ambire a un mondo unitario».
Che cos'è la «strada bianca» che dà il titolo all'album?
«È un percorso pieno di sassi e di buche, la strada della vita, quella che ci porta a vivere gioie e dolori e che ci riconduce a noi stessi. La strada bianca è l'anello di congiunzione tra passato e presente che fa aprire i cassetti della memoria».
Le sue ballate cantano il Veneto degli anni Cinquanta e Sessanta. E’ un mondo che non esiste più l'immaginario di riferimento del disco?
«Cerco di cantare delle storie reali, senza voler a tutti i costi condannare l'attualità. Dobbiamo cercare di trasferire gli aspetti positivi di quel periodo parlando però il linguaggio dei nostri figli. Purtroppo, in questi anni, alla fonte del progresso abbiamo dovuto lasciare molte cose belle, a partire dal paesaggio».
Quanto pesa il dialetto nella sua musica?
«Cerco di utilizzare la musicalità della lingua veneta, che fa parte del nostro patrimonio. Nelle canzoni unisco la lingua veneta a quella nazionale, ma anche gli arrangiamenti si basano su sonorità locali che io amo chiamare "adriatiche". In questo mi ha aiutato molto un grande musicista come Andrea Braido. Per il resto i punti di riferimento sono De André, Knopfler e Springsteen».
Il suo primo album; del '96, s'intitolava Camicia Verde. Quanto conta la politica per Borsato?
«Da giovane pensavo che urlando si potesse cambiare il mondo. Quando mi sono avvicinato alla Lega volevo capire se quella voglia di indipendenza c'era davvero; la storia non mi ha dato ragione, oggi la Lega è al potere come tutti gli altri partiti, mentre io mi riconosco solo come messaggero di libertà ed essere usato per alimentare il fuoco del potere mi dà fastidio».
Federica Baretti
fonte: CORRIERE DEL VENETO MERCOLEDì 27 APRILE 2005




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