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    Predefinito Discussione sui libertari

    Pubblico questi Msg., apparsi sulla mailing list dei giovani padani, senza l'autore, non con intenti polemici, ma solo al fine di stimolare una produttiva discussione!!

    Ghe som capicc.

    il sign. Leonardo Facco (grande amico di Stagnaro) ha
    intenzione di fondare un movimento antilega [vedere articolo sotto].
    Non capisco davvero perchè si dia tanto spazio a questi personaggi
    sui mass-media della Lega Nord (RPL e IL Federalismo).
    Personaggi che insultano pesantemente Bossi e la Lega Nord! [vedere
    articoli sotto] utilizzando i mass-media leghisti!
    E' ora che questi "signori" libertari (Oneto, Facco, Stagnaro...)
    facciano chiarezza: o sono leghisti o sono libertari!

    Saluti padani

    Msg firmato

    ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------

    Entro il 15 maggio le adesioni
    di Leonardo Facco - Enclave 27
    03/05/2005

    Da sinistra a destra, estremi compresi, non c’è un’idea politica che
    meriti il nostro plauso. Quelli del partito liberale di massa – che
    illusione… – si sono miseramente trasformati nella Casa dello
    statalismo.
    C’era una volta anche la Lega Nord, ricordate, fortino liberista ed
    anticentralista. Basta Roma basta tasse è lo slogan che li ha caricati
    di
    voti. Purtroppo è naufragata sulle suadenti rive di Piazza
    Montecitorio.
    Alleanza Nazionale è peggio della peggiore Dc e ha sposato il più bieco
    clientelismo, democratico beninteso. Di tanto in tanto, è paradossale,
    qualcosa di liberale lo pronunciano i riformisti diessini. Ma chi si
    fida? La politica è un’arte infame, l’arte del possibile ha scritto
    qualcuno. I libertari la frequentano poco, a ragion veduta, e non hanno
    grandi considerazioni dei loro “epigoni”. Ma con la politica abbiamo a
    che
    fare ogni giorno. Non foss’altro come lobbie di pensiero. Siamo, ad
    esempio, costretti a ricordare a questo o a quel legislatore che
    sarebbe
    meglio ci desse un taglio con le sue smanie di ordinare la nostra
    esistenza, di pensare al nostro bene! Ma basta? E’ sufficiente? La
    risposta
    è no. La battaglia è ad armi impari. Noi grintosi, pieni di buone idee
    e pensatori straordinari, volonterosi, con la faretra piena zeppa di
    frecce ma con l’archetto di cupido tra le mani. Loro con tutto
    l’armamentario bellico dello Stato e del parastato a disposizione. Più
    di una
    volta, mi è stata posta questa domanda: “E se fosse giunto il momento
    di
    provare a lanciare il movimento libertario”? Ho sempre glissato in
    merito alla questione. Sarà perché ho frequentato la politica ed i suoi
    protagonisti a lungo. E’ un mondo con delle regole che nessun
    libertario
    vero riuscirebbe a digerire. Non è l’arte della mediazione, ma del più
    bieco compromesso. E chi di voi sarebbe disposto a barattare i principi
    della libertà per una prebenda? Di più: i politici non si fanno
    eleggere
    per mandare a carte quarant’otto il giocattolo che li mantiene alla
    grande, ovvero lo Stato. Anzi, ne incrementano quasi sempre le sue
    prerogative, lo adulano. Trasformano quella finzione che è in una
    specie
    di divinità, di benefattore dell’umanità. Ciononostante, al
    libertarismo
    serve – come si usa dire – ingranare un’altra marcia. Tanto di cappello
    a chi fino ad oggi ha messo a disposizione il suo sapere nelle
    università, a chi ha messo in piedi fondazioni, case editrici, siti
    internet,
    associazioni varie ed altro ancora. Dieci anni fa, sì solo dieci anni
    fa, c’era poco o nulla. Oggi, grazie a chi si è fatto un mazzo tanto,
    c’è
    un gruppo allargato di persone (diverse centinaia) che si riconoscono
    negli insegnamenti di Rothbard, di Leoni, di Bastiat. Val la pena
    provare a contarci? Val la pena tentare di organizzare una vera
    convention
    nella quale lanciare delle proposte, consolidare un’organizzazione,
    inseguire delle priorità? Un po’ mi sto convincendo. E per questo
    propongo
    dalle pagine di questa rivista un invito a partecipare alla prima
    assemblea generale del “Movimento libertario”. La data potrebbe essere
    il 24 settembre prossimo, sabato. Il luogo Treviglio, la città che
    dieci anni fa diede i natali alla LFE, facilmente raggiungibile in auto
    oppure in treno. Sul programma del meeting vi terrò informato con ogni
    mezzo. Prima, però, ho bisogno che mi facciate sapere se vale la pena
    impegnarsi per dar vita ad un evento tanto impegnativo. Quindi, lancio
    questa “sfida”: se entro il 15 maggio mi giungeranno 150 conferme di
    partecipazione, la prima “convention libertaria” avrà certamente luogo.
    Viceversa rimetto il mio cattivo pensiero nel cassetto. Sapete come
    contattarmi. Su Enclave ci sono tutti i recapiti del sottoscritto.
    Attendo
    vostre notizie. E se non glisserete l’invito, sarà un evento che
    lascerà il
    segno.

    [email protected]

    ----------------------------------------------------------------------------------------------------------

    Un genio, due compari e un pollo

    di Carlo Stagnaro

    Hanno ucciso un uomo morto. Le reazioni alla dipartita di Gianfranco
    Miglio sono state poche e rade. E forse sarebbe stato meglio che non ve
    ne fosse stata alcuna: così, almeno, vorrebbe l'antico principio
    secondo
    cui è sempre meglio tacere dando l'impressione di essere stupidi (o
    meschini) che parlare togliendo ogni dubbio.

    Certo, un pensiero, un saluto da coloro che gli erano stati più vicini
    era fortemente atteso. Era necessario, si potrebbe dire. Così, è con
    particolare attenzione e, devo dire, con un pizzico di speranza che ho
    cercato le dichiarazioni degli esponenti della Lega Nord. In passato lo
    avevano criticato, anche duramente; il capoccia lo aveva poco
    prosaicamente definito "una scoreggia nello spazio". Ma il rapporto tra
    Miglio e
    la Lega non è mai cessato: non fosse altro perché, a fronte degli
    attacchi di una dirigenza ottusa e tronfia della propria crassa
    ignoranza,
    l'amore della base per questo grand'uomo non è mai cessato.

    Eppure, l'ultima pugnalata alla salma dell'ex ideologo è arrivata
    proprio dai suoi ex amici. Mario Borghezio, in teoria punto di
    riferimento
    dei secessionisti "duri e puri", presidente del Governo della Padania,
    europarlamentare, ultrà, chiamatelo come volete: "Oggi, quando
    finalmente si cominciano a tracciare con la devolution le linee di una
    trasformazione in senso federale dello Stato, vanno resi i dovuti
    onori, con un
    funerale di Stato, all'intellettuale che coraggiosamente osò sostenere
    per primo questi principi nell'Italia democratica". Già accomunare il
    nome di Miglio a quella pappetta riscaldata che è la devolution
    denuncia
    una scarsa frequentazione delle sue opere.

    Ma i funerali di Stato, quelli no. Chiedere per Miglio funerali di
    Stato sarebbe come chiedere funerali nazisti per le vittime
    dell'Olocausto.
    E' troppo. Va al di là dell'umana comprensione. Sfugge ai limiti della
    pietas. Non si può onorare un uomo che ha combattuto l'Italia e lo
    Stato nazionale sbattendo nella sua tomba l'inno di Mameli e ostentando
    tricolori. Non si può. Non si può neppure pensarlo.

    Eppure, non solo qualcuno - evidentemente - vi ha pensato e ha avuto
    l'ardire di avanzare l'indecente proposta a mezzo stampa. Vi sono anche
    persone che hanno preso sul serio Borghezio e hanno fatto propria la
    richiesta.

    Viene allora da chiedersi se mai qualcuno abbia letto i libri, o almeno
    gli articoli, di Miglio. (Il Ministro della giustizia Roberto Castelli
    ha affermato di averne tratto "spunti interessanti": a dimostrazione
    dell'intenso lavoro che i suoi neuroni svolgono e dell'attenzione - di
    più: l'impegno - che l'onorevole lariano deve aver dedicato
    all'approfondimento delle tematiche federaliste).

    Tra le dichiarazioni assortite degli ineffabili leghisti, spicca come
    sempre quella di Umberto Bossi. Il leader della Lega e Ministro delle
    riforme (il posto che doveva essere di Miglio nel 1994), senza sprezzo
    alcuno del ridicolo e con evidente tono di sfida nei confronti del
    buongusto, ha spiegato che la grandezza del professore comasco sta
    nell'aver
    saputo rivestire di "forma giuridica" le "mie" intuizioni
    rivoluzionarie. Come dire: Miglio era un "manovale" delle leggi, un
    bravo leguleo
    che ha trovato il modo di dare dignità parlamentare (e sintattica) al
    Bossi-pensiero. A questo punto, già che ci siamo, potremmo anche dire
    che
    Antonio Di Pietro è un maestro dell'arte oratoria e Ludwig van
    Beethoven come compositore era una pippa.

    L'intera vicenda ha tratti surreali, ma ben rivela la levatura morale
    dell'armata Brancaleone a cui è stato affidato il non facile compito di
    ridisegnare le istituzioni del paese. Purtroppo, la morte di Gianfranco
    Miglio è giunta proprio nel momento in cui tutti noi avevamo bisogno
    della presenza, forte e vigile, del professore. Gli stessi leghisti, in
    realtà, speravano che egli potesse in qualche maniera svolgere per
    Bossi
    il ruolo che Virgilio ebbe per Dante.

    Al contrario, il 10 agosto 2001 passerà alla storia come un giorno
    estremamente triste: non solo per la perdita di un grandissimo
    interprete
    della scuola neofederalista, ma anche per la definitiva scomparsa di un
    punto di riferimento e, si potrebbe dire, dell'uomo che rappresentava
    un vero e proprio polo del dibattito sul federalismo in Italia. D'altra
    parte, le parole dei maggiori esponenti leghisti a proposito di Miglio
    non sono in alcun modo incoraggianti, né lasciano liberi di guardare al
    futuro col cuore sereno e carico di speranze.

    Miglio è stato, al di là di ogni ragionevole dubbio, un genio, e gli
    anni a venire non mancheranno di evidenziarlo sempre più - piaccia o no
    a
    Castelli, Borghezio e Bossi. Il vero dramma è che il federalismo, perso
    il suo maggiore teorico, è restato nelle mani di due compari e un
    pollo.

    (Tratto da Enclave n. 13)


    LETTERA DAL NORD. PARLANO QUELLI CHE DAVANO LA CACCIA AI DEMOCRISTIANI
    LADRONI

    di Carlo Stagnaro

    Ingordi banchettavan gli sciacalli del regime
    Poi la Fininvest ritirò le querele alla Padania
    I rivoluzionari verdi raccontano la rivoluzione tradita: «La Lega non è
    morta ma è in coma profondo»

    Treviglio. Una sera di diciassette anni fa, a Treviglio, Leonardo Facco
    era in giro con tre amici, gli stessi con cui aveva messo su una band
    new wave dal nome "Frend", una storpiatura dell'inglese friends.
    Pioveva, e così i quattro ripararono nel centro civico culturale. Nella
    saletta c'era un incontro pubblico e le sedie occupate erano solo sei,
    tutti
    anziani. Con i "Frend" la platea quasi raddoppiò. Il signore che
    parlava era un tizio sui quaranta. Da qualche tempo girava
    clandestinamente
    la Lombardia per spiegare quattro parole d'ordine: basta Roma ladrona;
    basta tasse; più mercato meno Stato; federalismo o secessione; morte
    alla partitocrazia. Il tizio era Umberto Bossi e quella sera Leo Facco,
    musicista, anticomunista e libertario nel senso americano del termine,
    scoprì di avere trovato il suo partito, lui che aveva deciso di non
    andare mai a votare. Oggi Facco ha trentotto anni e si dichiara «il
    peggiore
    nemico della Lega perché la Lega rappresenta il peggio della Prima
    Repubblica». Facco vive a Treviglio, ventiseimila abitanti in
    provincia di Bergamo, ed è un giornalista che fa anche l'editore. Con
    la
    Leonardo Facco Editore ha fatto conoscere il giovanissimo pupillo di
    Sergio
    Ricossa, Alberto Mingardi, e pubblica Enclave rivista libertaria. Nel
    suo catalogo c'è un libretto che si intitola Elefanti al guinzaglio e
    in
    cui si dimostra, «dati alla mano, che solo privatizzando il regno
    animale, facendolo fruttare, trasformandolo in una risorsa, si può
    evitarne
    l'estinzione. Come è accaduto con gli elefanti dello Zimbabwe. Del
    resto, vi siete mai chiesti perché le galline non si sono estinte a
    differenza, ad esempio, dei bufali americani?». Il libertarianism di
    Facco ha
    una verità o una ricetta per tutto, e sempre con un marchio d'autore.
    Per esempio, il libro Elettrosmog/Un'emergenza creata ad arte ha la
    presentazione di Umberto Veronesi, ministro della Sanità nell'ultimo
    governo di Giuliano Amato. Oppure c'è Pensioni: un affare privato con
    la
    prefazione dell'economista Antonio Martino, oggi ministro della
    Difesa, in cui si ricorda che «il migliore esempio per rivoluzionare le
    pensioni arriva dal Cile dove, nel lontano 1980, Josè Pinera, ministro
    del
    governo presieduto dal generale Augusto Pinochet, portò a termine una
    riforma epocale».

    Uguali agli altri
    Come giornalista, Facco ha la presunzione di dire che sono «pochi i
    colleghi ad aver capito la Lega», ma solo perché quasi nessuno «ha
    vissuto
    sul territorio e si è messo a girare veramente per le sezioni, per i
    bar, per i paesi dell'arco pedemontano», arco che comprende Varese,
    Como,
    Brescia, Bergamo e Treviso e «dove oggi la Lega va sparendo; persino in
    Valle Seriana, nell'indomita Bergamasca, ha subito una cocente
    sconfitta». Guai però a sentenziare che la Lega sia morta. «Semmai è in
    coma
    profondo. Dal 1994 tutti hanno cominciato a dire, persino Vittorio
    Feltri, che la Lega fosse morta e invece i becchini rimanevano
    immancabilmente a bocca asciutta. Questo giochetto aiutava Bossi perché
    poi faceva il
    pieno di voti. No, la Lega non è morta, morirà quando finirà Bossi,
    anche se già oggi il livello di scannamento interno è impressionante».
    In
    coma profondo, sostiene Facco, «la Lega ci è finita perché è diventata
    un partito di potere. Un tempo la gente bussava alle sezioni della Lega
    perché trovava un difensore civico. Oggi Bossi lottizza come i
    socialisti, sta sempre a Roma, è diventato innocuo e non conta nulla.
    Così gli
    artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori che lavorano dodici
    ore al giorno, e lavorano nonostante lo Stato, scelgono direttamente
    Forza Italia, perché la vedono come una Lega in giacca e cravatta,
    oppure
    non votano più perché sono rimasti delusi e pensano "iè istess di
    öter", sono uguali agli altri». Facco stracciò la tessera della Lega
    nel
    1996. «Capii che Bossi non aveva un progetto politico, ma aveva in
    testa
    solo il potere personale, basta vedere tutte le giravolte che ha fatto.
    Assistevo poi alle porcherie che in tanti facevano per candidarsi alla
    ricerca di uno sgabello. Attenzione, ritengo legittimo tutto questo, io
    non voglio forgiare l'uomo nuovo. Solo che non mi andava di essere
    preso per il culo».

    Sillogismo canaglia
    Nel 1993 Facco si candidò al Consiglio comunale di Treviglio e venne
    eletto con 130 voti nella lista della Lega. Erano i tempi in cui i
    leghisti organizzavano la caccia ai democristiani ladroni. Facco aveva
    però
    un amico dc che gli disse: «Guarda che questi (i leghisti, ndr) saranno
    la stessa cosa di quello che noi siamo oggi». La profezia si avverò
    quasi subito, come raccontano Ciro Paglia e Gennaro Sangiuliano nel
    loro
    Il Paradiso/Viaggio nel profondo Nord: nel giro di un anno, il 1993,
    Bossi cambiò due volte idea sulla Dc. Prima disse che era un partito di
    canaglie, poi una sera in pizzeria, a Varese, gonfiò il petto e
    proclamò:
    «Siamo noi la nuova Dc». Dimenticando però in seguito di completare il
    sillogismo.

    Il fosso da saltare
    Sostiene ancora Facco che la democristianizzazione di Bossi non spiega
    del tutto il coma profondo della Lega. «La Lega doveva essere un
    movimento rivoluzionario e liberista. Invece è diventata autarchica e
    protezionista senza capire che i piccoli imprenditori devono dire
    grazie alla
    globalizzazione». E la rivoluzione? «Tra il 1992 e il 1997 bisognava
    saltare il fosso. Conosco industriali anche importanti che erano pronti
    a
    sostenere questo passo. Lo strappo era possibile». Un'occasione
    propizia per fare la rivoluzione fu quando migliaia di leghisti si
    radunarono
    davanti al carcere di Modena, dove erano rinchiusi i Serenissimi
    protagonisti dell'assalto al Campanile di San Marco. Paolo Zanoni quel
    giorno
    era lì come camicia verde della Guardia nazionale padana: «I
    carabinieri ci chiesero aiuto per mantenere l'ordine pubblico. Roma non
    era in
    grado di fermarci, Roma vacillava. In quei lunghissimi momenti sarebbe
    bastato lasciar passare la gente, lasciare che si scagliasse con tutta
    la
    furia e la rabbia che aveva dentro contro quelle divise». Ma Bossi
    diede l'ordine alla Gnp di non far passare nessuno. Dice Facco: «Bossi
    non
    ha avuto i coglioni per fare la rivoluzione».

    Fininvest padana
    Nell'autunno del 1996 Gianluca Marchi era un giornalista disoccupato
    quando gli arrivò una telefonata per conto di Bossi. Dalla Lega avevano
    pensato a lui come il direttore di un quotidiano di commenti e
    opinioni,
    che non fosse necessariamente di partito. Dopo averci pensato a lungo,
    Marchi scrisse una lettera in cui spiegò che non era l'uomo adatto per
    quel progetto, che avrebbe potuto fare invece un giornale sul modello
    dell'Unità. La Lega cambiò idea e accettò il suggerimento di Marchi.
    Nacque la Padania. Il primo numero uscì l'otto gennaio 1997:
    ottantamila
    copie tirate ed esaurite già alle otto di mattina. Racconta Marchi: «Il
    progetto decollò solo grazie al know-how che ci mise a disposizione la
    Fininvest, grazie ad Aldo Brancher, oggi forzista di ferro. I migliori
    uomini di Berlusconi in fatto di media aiutarono la Padania a uscire».
    Eppure un anno prima, nel 1996, il Polo aveva perso le elezioni
    politiche perché la Lega se ne era andata per conto suo. Con Marchi
    direttore,
    la
    Padania fece poi la famosa campagna su Berlusconi mafioso e che causò
    in tutto 14 querele: 12 della Fininvest, una di Marcello Dell'Utri, una
    di Fedele Confalonieri. Le querele sono state poi ritirate in base
    all'accordo elettorale tra Berlusconi e Bossi alle ultime politiche.
    Marchi
    ricorda anche che allora la fortuna della Lega era quella di essere un
    partito monotematico: «Quando si parlava di pena di morte, c'era gente
    che scriveva dicendo: "Non dividetevi su questo, pensiamo al
    federalismo"». Per questo motivo fu creato il Parlamento padano: una
    volta
    realizzato il sogno autonomista ognuno sarebbe potuto tornare ai
    partiti di
    origine. Alle elezioni con le urne nei gazebo si presentò anche il
    Partito comunista padano, capeggiato da Matteo Salvini, oggi direttore
    di
    Radio Padania.

    La Camisa Verda
    Una volta sulla Padania c'era anche la voce del militante, in genere un
    corsivo in prima pagina firmato Camisa Verda. La Camisa Verda era Max
    Gnocchi. Max era un leghista duro e puro che quando ritornò dal viaggio
    di nozze scrisse nella sua rubrica: «Sceso dalla scaletta dell'aereo
    che mi riportava a casa, dopo poche ore sono quindi corso al congresso
    straordinario, per respirare aria di Lega dopo l'astinenza». Max ha 32
    anni, abita a Gallarate e lavora nella pasticceria di famiglia dove si
    fanno degli amaretti morbidissimi che vengono venduti anche a New York,
    in uno degli store di Dean&De Luca. A Gallarate ha fatto il consigliere
    comunale per la Lega, ma oggi Max si è iscritto all'Udc «a causa del
    triplogiochismo di Bossi». Il suo sogno è quello di fare il leghista
    nell'Udc.

    Il banchetto degli sciacalli
    Dall'Inno della Lega Lombarda: «Ingordi banchettavan gli sciacalli/
    sulle coscienze sporche del regime,/ ma quando maggio rinverdì le
    valli/
    dal lungo sonno si svegliò il guerriero/ e tese la sua spada verso il
    cielo/ lo riconobbe il popolo lombardo/ che s'affrettò all'altare di
    Pontida».

    Da "Il Riformista"


    Concordando pienamente sulla necessità di boicottare un siffatto vile
    traditore del Nord, mi domando se dietro queste dichiarazioni non si
    nasconda anche un altro personaggio, appena uscito dal consiglio regionale
    della Lombardia, che si chiama Bernardelli.

    Msg. firmato

    E' davvero necessario fare chiarezza: costoro devono finirla di
    "travestirsi da leghisti" ( e quindi identitari e padanisti) per utilizzare i
    media della Lega e per vendere la loro mercanzia a Pontida e a Venezia
    e poi sputare su Bossi ( vedere l'ignobile articolo di Stagnaro e di
    Facco) e la Lega.Questi non sono leghisti e non lo sono mai stati! Sono
    dei libertari quindi favorevoli alla immigrazione ed alla
    globalizzazione, sono contro i dazi e la politica economica del Movimento.

    Facciamo chiarezza una volta per tutte: Stagnaro, Facco, Bracalini e
    altri non hanno nulla a che spartire con la Lega Nord...probabilmente le
    loro idee sono più vicine a quelle dei radicali di Pannella ....



    Msg Firmato

    Devolution

    LETTERA A UNA DEVOLUTION MAI NATA di Rosanna Sapori* Quando si parla di
    devolution, si cita spesso e volentieri l?esempio scozzese. Ma quali
    sono le condizioni che hanno portato la Scozia ad affrontare la
    devolution? Il referendum dell?11 settembre 1997 ha sancito la necessità di
    portare a compimento, attraverso la creazione di un Parlamento, quel
    processo di riconoscimento dell?identità scozzese. Già il 12 settembre il
    premier Blair dichiarava che il risultato referendario rappresentava un
    ineluttabile impulso alla realizzazione dello Stato indipendente della
    Scozia e tenendo fede alle promesse elettorali, concesse appunto a Scozia
    e Galles la possibilità di ottenere speciali forme di autonomia. Di
    devolution si parla spesso, e a sproposito, anche in Italia. Da noi vige
    il vezzo delle parole inglesi e americane usate a iosa forse solamente
    per il suono che emettono quando le si pronunciano: welfare state,
    governance, authority, antitrust e appunto devolution. Di quella tragicomica
    farsa che da più di vent?anni viene recitata sul palcoscenico della
    politica italiana, denominata ?La Grande Riforma? si è chiuso da poco un
    nuovo atto. Quello che si è visto nel corso di un ventennio è stato un
    dibattito schizofrenico e inconcludente tutto orientato a perdere tempo
    per trovare quelle formule che unissero il più possibile di cambiamenti
    di facciata e il minimo possibile di trasformazioni di sostanza. A
    questa farsa ha assistito impotente un Paese letteralmente affamato e
    bisognoso di una radicale riforma dell?assetto costituzionale, invecchiato e
    responsabile dei mali peggiori dei quali ha sofferto la Prima
    Repubblica e che continuano tutt?ora: spreco colossale di risorse, corruzione,
    parassitismo, perdita di competitività internazionale per le imprese.
    Con la riforma del Titolo V della Costituzione ? approvata in fretta e
    furia dalla maggioranza di centrosinistra alla fine della scorsa
    Legislatura e poi dal referendum confermativo ? si è creata una situazione di
    caos, un puzzle a incastro di competenze, un insieme indistricabile di
    materie concorrenti Stato-Regioni e una conseguente pioggia di ricorsi
    alla Consulta. Le conseguenze non potevano che essere l?avvio del
    dissesto del sistema istituzionale e la paralisi dell?azione amministrativa,
    che tutti i cittadini hanno incominciato a pagare, accorgendosi dei
    costi chi più e chi meno, dato che i costi decisionali hanno provocato
    dissesti, ritardi, decisioni mancate e disfunzionalità. La ?devolution? è
    stata la prosecuzione di questa tendenza. Si tratta di un?altra forma
    di decentramento (poche materie e marginali delegate alle Regioni,
    legate però finanziariamente al governo centralizzato) nel tentativo di
    mettere ordine al complicato intreccio di competenze lasciato in eredità
    dalla scardinante riforma del Titolo V. Quello che emerge è un ibrido
    tragicomico, frutto di compromessi e di cedimenti su questioni basilari.
    Dei 52 articoli riformati dal Ddl costituzionale approvati dal Senato in
    seconda lettura ? chissà come mai a ridosso delle elezioni regionali ?
    è riemerso lo spostamento verso il governo centrale di molte materie
    (alcune delle quali sottratte alle competenze concorrenti). Se ad esempio
    l?assistenza e l?organizzazione sanitaria saranno affidati alle
    Regioni, lo Stato dovrà preoccuparsi delle norme generali sulla tutela della
    salute. In poche parole le Regioni non possono affatto concorrere alle
    decisioni degli organi centrali dello Stato. L?elenco delle materie
    sulle quali prevale la legislazione centralizzata è lungo. Lo Stato da Roma
    dovrebbe occuparsi perfino dell?esercizio di arti e professioni che
    prima invece era attribuito alla competenza concorrente. Anche
    sull?ordinamento sportivo nazionale interverrà lo Stato, mentre alle attività
    sportive e ricreative, compresi impianti e attrezzature, dovranno pensare
    le Regioni. La tanto decantata Polizia regionale è soltanto
    amministrativa, così come le norme sull?istruzione che sono e rimarranno di
    competenza ministeriale. Nemmeno nel sistema tedesco, caratterizzato
    da una forma di regionalismo unitario in decadenza, si ha una simile
    concezione dell?istruzione pubblica. Il cosiddetto ?Senato federale?
    composto da 252 senatori eletti insieme ai consigli regionali e provinciali
    non ha diritto di voto, una sorta di Camera vuota, senza forza e senza
    potere. Ma allora a cosa serve? Si sono anche spesi numerosi proclami
    sulla diminuzione dei parlamentari che passerebbero da 945 a 756, si è
    fatto credere ai cittadini che con questa riduzione ci sarà un risparmio
    notevole per le casse dello Stato. E? vero, peccato però che con
    un'altra legge si sia data alle Regioni la possibilità di aumentare la
    composizione dei consigli regionali, in alcuni casi aumentando il numero dei
    consiglierei del 50%. Insomma la politica ha un suo prezzo ed i
    professionisti della politica non intendono rinunciarvi, anche questo con un
    sistema federale è assolutamente incompatibile. Ne sono espressione
    l?enfasi posta sull?interesse nazionale e la sua riduzione a strumento
    per annullare leggi regionali considerate lesive di questo principio e
    l?introduzione della ?clausola di supremazia? che consente allo Stato
    di sostituirsi ai poteri locali. Anche se questo ?interesse nazionale? è
    in qualche modo sempre esistito, adesso diventa assai più micidiale,
    perché vengono stabilite procedure e modalità precise per il suo
    utilizzo: nel giro di 30 giorni una legge regionale può praticamente essere
    cancellata per volontà dello Stato sulla base di una formula estremamente
    elastica. Sotto l??interesse nazionale? si può mettere e intendere
    tutto. Una riforma come questa non solo non assomiglia affatto a una
    riforma ?in senso federale?, ma nemmeno alla devolution inglese alla quale
    pretende di ispirarsi. Esistono riferimenti di sorta nella letteratura e
    nella realtà dei sistemi federali esistenti che contemplino un sistema
    del genere? Ovviamente no, questa riforma non dà naturalmente vita ad
    alcun sistema federale. Un secondo problema fondamentale di queste
    pseudoriforme è quello di non fare in alcun modo chiarezza sui conti,
    sulla provenienza e sulla destinazione delle risorse. L?accento posto
    sull?interesse nazionale deriva proprio da qui: dal fatto di poter godere
    ancora per molto tempo, da parte dei beneficiari del sistema,
    dell?impossibilità di fare chiarezza sulla contabilità nazionale, sull?origine
    delle risorse prelevate, sul dare e sull?avere. Un testo contorto e
    farraginoso, che questo non faccia parte di una ben architettata strategia da
    parte di politici che hanno sempre avuto tutto da guadagnare dalla
    centralizzazione del potere, è molto dubbio. Una delle cose peggiori però
    che questa classe politica ancor più della precedente, indipendentemente
    dagli schieramenti formalmente contrapposti, lascerà in eredità alle
    giovani generazioni sarà, dato il facilmente prevedibile e inevitabile
    fallimento di questa riforma, il discredito che in Italia cadrà sul
    Federalismo, ritenuto come qualcosa di irrealizzabile o fonte di gravi
    problemi. Il termine Federalismo è stato sganciato totalmente dal suo
    significato e dalla realtà alla quale in tutto il mondo fa riferimento.
    Questa è una delle cose peggiori che si possano provocare, perché non
    solo non stimolerà i giovani a studiarlo, ma li condannerà a cercare
    ancora per decenni rimedi ai guasti di uno Stato accentrato e fortemente
    burocratizzato che produce quotidianamente spreco e ingiustizie,
    disfunzioni, corruzione e criminalità. 30 marzo 2005



    *Liberamente tratto da: I Quaderni Padani ? bimestrale edito dalla
    Libera Compagnia http://www.legapadanalombardia.com/

    -----------------------------------------------------------------------------------------------------------



    CARLO STAGNARO ORGANIZZA UN INCONTRO CON BRUNO TABACCI (l'esponenete
    dell'UDC che ha costituito un comitato contro la Devoluzione)

    Roma, 12 aprile 2005: incontro sul tema "Energia: quale futuro? La
    certezza degli idrocarburi, il tabù del nucleare, l'illusione delle
    alternative" .
    In occasione dell'uscita del libro "Più energia per tutti" (a cura di
    Carlo Stagnaro e Margo Thorning), l'IBL organizza un incontro sul tema
    "Energia: quale futuro? La certezza degli idrocarburi, il tabù del
    nucleare, l'illusione delle alternative". Interverranno Franco Debenedetti
    (DS), Oscar Giannino (Il Riformista), Carlo Stagnaro (IBL) e Bruno
    Tabacci (UDC). Il dibattito sarà moderato da Alberto Mingardi (IBL) e si
    terrà presso il "Romilo", in via di Campo Marzio 13, dalle ore 18:00. Al
    termine della conferenza sarà offerto un cocktail.


    E' aperta la discussione.









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  2. #2
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    l'autore è lo stesso demente per il quale la Lega dovrebbe "commissariare" questo forum? Se sì, mi sembra una discussione inutile.

    Aggiungo inolte che siete tutti caldamente invitati a non riportare messaggi o estratti dalle mailing list leghiste, in quanto oltre a essere vietato dal regolamento delle suddette liste, provoca inconsulte reazioni isteriche dei gestori delle sempre suddette liste, che poi vengono a spaccare i maroni a me che gestisco il forum e che di questi spaccamaroni faccio volentieri a meno. Grazie.

  3. #3
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    Non capisco il nesso tra il convegno "L'energia.Quale futuro?" e i presunti legami tra Stagnaro e Tabacci.

    Mi ricordo che tempo fa Carlo era stato accusato di essere un fiancheggiatore di Unitalia in sudtirol però quando si è fatto presente che la stessa Lega Nord "AltoAtesina" si è alleata con queste simpatiche persone di unitaglia silenzio assoluto.


    P.S.

    La mail è stata inviata per conoscenza anche a Bellerio
    Tu che odi dio e la vita cristiana
    Senti la sua presenza come un doloroso cancro
    Vengano profanate e profanate aspramente
    Le praterie del cielo bagnate di sangue

    Odiatore di dio
    E della peste della luce

    Guarda negli occhi paralizzati di dio
    E sputa al suo cospetto
    Colpisci a morte il suo miserevole agnello
    Con la clava

    Dio, con ciò che ti appartiene ed i tuoi seguaci
    Hai mandato il mio regno di Norvegia in rovine
    I tempi antichi, le solide usanze e tradizioni
    Hai distrutto con la tua orrida parola
    Ora vai via dalla nostra terra!

  4. #4
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    Ti spiego tutto, Shay. Berlusconi, Fini, eccetera non sono il vero nemico. Sono solo pedine nelle mani dei mondialisti. Ma chi sono i mondialisti? Bush, Sharon, eccetera. Ma anche loro sono pedine nelle mani di qualcun altro. Chi? Ovvio: Stagnaro (amico di Facco e Oneto), Facco (amico di Stagnaro e Oneto), e Oneto (amico di Stagnaro e Facco). Ma anche Stagnaro, Facco e Oneto sono pedine nelle mani di qualcun altro. Chi?



    Potrei dirlo, ma poi dovrei ucciderti...
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

  5. #5
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    Poverini la Wilcoyote e Co. S.n.c. è messa proprio male...sicuramente Oneto (amico di Stagnaro e Facco) sarà preoccupatissimo.

  6. #6
    il merovingio
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    In origine postato da Stonewall
    Ti spiego tutto, Shay. Berlusconi, Fini, eccetera non sono il vero nemico. Sono solo pedine nelle mani dei mondialisti. Ma chi sono i mondialisti? Bush, Sharon, eccetera. Ma anche loro sono pedine nelle mani di qualcun altro. Chi? Ovvio: Stagnaro (amico di Facco e Oneto), Facco (amico di Stagnaro e Oneto), e Oneto (amico di Stagnaro e Facco). Ma anche Stagnaro, Facco e Oneto sono pedine nelle mani di qualcun altro. Chi?

    Sono tutti pedine nelle mani di mio cuggino!!!

  7. #7
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    In origine postato da il merovingio
    Sono tutti pedine nelle mani di mio cuggino!!!
    nooooooo non dovevi dirlo!!!! adesso sarà peggio per te!!!

  8. #8
    Ecogiustiziere Insubre
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    In origine postato da il merovingio
    Sono tutti pedine nelle mani di mio cuggino!!!
    Mio cuggino mi proteeeegge
    quando vengono a picchiarmi...
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

  9. #9
    Ecogiustiziere Insubre
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    In origine postato da Iunthanaka
    Mio cuggino mi proteeeegge
    quando vengono a picchiarmi...
    ...ha prodotto della menta,
    ma non era autorizzato,
    per cui l'hanno imprigionaaatooo...
    Iunthanaka
    Conte della Martesana

  10. #10
    il merovingio
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    D'accordo "free Mandela", "free Valpreda" e tutti gli altri, ma free anche mio cuggino. Anzi, free anche A mio cuggino!

 

 
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